Part 12
ANDREA. O l’uno o l’altro! Pensiamo, qual dei due sacrifizi è il più utile. Lei deve vivere. In questi momenti ne ha il dovere: il suo nome rappresenta secoli di onore, di valore, di gloria...
CAV. (_con ironia_). È per questo che dovrei lasciarvi assassinare al mio posto?!
ANDREA (_continuando_). Di là dal mare, vi è chi aspetta. Il suo esilio sta per finire. Ricuperato il regno, guai se non potrà chiamare a sè, stringersi intorno tutti i fedeli, tutti gli amici! Lasci ch’io contribuisca a conservargliene uno, e dei migliori. Sono solo, signore, non ho famiglia, non ho nè speranze, nè gioie, ed è così poca cosa la mia vita!... (A Clara). Lo prego, m’aiuti lei a persuaderlo.
CLARA (_addoloratissima_). Io? Perchè? Non voglio perdervi, io... Cerchiamo, cerchiamo, approfittiamo di questo respiro... (_ai due che si scostano alquanto_). Ma no! Venite qui, tutti e due, vicino a me... E cercate, voialtri che siete uomini, che siete forti e coraggiosi. Io soffro troppo, non posso pensare. (_Giungendo le mani affannosamente_). Pregherò, ecco; pregherò perchè non muoia nessuno.
ANDREA (_dolcemente, insistendo_). Ma se non mi spaventa la morte! Vado alla pace, al riposo. E mi porto nel cuore un conforto, così grande, così bello: la certezza di vivere nella vostra memoria... (_Fa due o tre passi verso l’uscio_).
CAV. (_con autorità_). Fermo! Verranno a cercarci. Non precipitiamo, qualche cosa sarà.
CLARA (_attaccandosi a queste parole_). È vero, è vero: aspettiamo. Chi sa! Chi lo sa cosa può accadere! (_Dopo un silenzio, con un grido_). Vittorio! Andrea! E... e se non venissero più?!
CAV. (_sorpreso_). Perchè?
CLARA. Se l’uffiziale, o mosso a pietà, o che so io... non so insomma, ci avesse lasciati così per... per darci il modo...
CAV. (_correndo al terrazzino_). Non è possibile!... Eh no: guardate.
CLARA (_che lo ha seguito_). È vero! Sentinelle per tutto.
CAV. (_indicando in lontano_). Se mai, la salvezza potrebbe venir di là. Da Priasco.
CLARA. Sì, sì, un miracolo!
CAV. I contadini mi amano, mi adorano. Pensate, se mi sapessero qui, se avessi potuto avvertirli! (_Smaniando_). Oh esser là, farli entrar nella macchia, arrivare in silenzio fino al giardino, e piombar su costoro come l’ira di Dio!
ANDREA (_senza levare gli occhi dal terrazzino, ha indietreggiato fino all’uscio di destra. Apre pian piano; impone silenzio ai soldati che si affacciano, saluta Clara con uno sguardo, e scompare_).
(_Un silenzio_).
CLARA (_con un grido_). Dio!... Vittorio!
CAV. (_scuotendosi_). Che c’è?
CLARA. Là, là! Guardate là (_con gesti febbrili_). No, più sotto, in quell’ombra, tra gli alberi...
CAV. (_attentissimo_). Vedo, vedo anch’io, ma...
CLARA (_ansiosamente_). Son loro?
CAV. (_frenandosi_). No, CLARA.
CLARA. Eppure Priasco è là.
CAV. Sì... ma non pensate. Non sperate. Guai!
CLARA. Aspettiamo, dunque. Aspettiamo... Non guardiamo più... Chi sa, chi sa... (_Ritraendosi, coprendosi la faccia con le mani_). Così... Vittorio, io prego, vuoi?
CAV. (_con gli occhi fissi, pallido e grave_). Prega, prega.
CLARA (_dopo brevissima pausa_). Ebbene?
CAV. Mah!
CLARA (_premendosi il petto con le mani_). Muoio, sai. Non sento più il cuore.
CAV. Coraggio!
CLARA. E gli altri, e i nemici che fanno?
CAV. Son tutti in cortile, quieti, sicuri... (_Sporgendosi_) E che diamine c’è da veder in cortile?... (_Saltando bruscamente in scena e guardando intorno_). Reviglio! Reviglio!
CLARA (_cercando anch’essa_). Reviglio!
CAV. (_indicando l’uscio_). È uscito di là. (_Vi corre_).
CLARA (_stringendosi a lui_). Vittorio no! Ti amo! Lo sai che ti amo!
CAV. Lasciami! Lasciami, ti dico. Non capisci che è perduto?
(_Una scarica da basso_).
CLARA. Ah!
(_Si guardano allibiti. Clara si lascia andar seduta e nasconde il viso: il cavaliere le è vicino, immobile e muto_).
_Un lungo silenzio poi un grido lontano: Qui vive?_
_Altro silenzio, altro grido: Aux armes! Aux armes! Urli, spari, tumulto._
CAV. (_scuotendosi, fremente_). I nostri, Clara, i nostri! Così va bene, per Dio! A noi! Tornerò, sai. (_Via rapidamente_).
SCENA DICIOTTESIMA.
Clara, poi Don Rolando, Alban, Andrea.
CLARA (_si slancia come per seguire il cavaliere, si ferma, va per affacciarsi al terrazzino, indietreggia inorridita al pensiero di ciò che dovrebbe vedere. Percorre la scena agitatissima, porgendo l’orecchio ai rumori che si vanno allontanando_).
DON ROLANDO e ALBAN (_si presentano reggendo Andrea pallido e disfatto_).
CLARA (_raccapricciando come davanti a un’apparizione_). Reviglio! Voi?... Vivo?
ROLANDO (_ad Andrea_) Eccoci, ancora un passo; coraggio!
ALBAN. Coraggio, sor Andrea (_a Clara_). È lui che ha voluto venir su...
ANDREA (_alla presenza di Clara cerca di reggersi, di riprendere le forze_).
CLARA (_avanzando rapidamente una poltrona_). Qui, presto, adagiatelo qui.
ALBAN e DON ROLANDO _vi adagiano Andrea_.
ANDREA (_vi si abbandona, chiudendo gli occhi_).
CLARA (_spaventata_). Muore! Muore!
ROLANDO. No, no: la volontà lo tien vivo, ma per un miracolo. Non l’abbiamo salvato che dall’ultimo colpo, dal colpo di grazia. Son io che ho avvertito i contadini, che li ho guidati...
ALBAN. Si battono al ponte.
CLARA. Silenzio!
ANDREA (_ha riaperto gli occhi, languidamente. Vede Clara, si agita, vorrebbe rialzarsi_).
CLARA. No, Andrea, vi prego. State tranquillo, state calmo...
ANDREA (_la guarda fissamente, come per esprimere un pensiero, un desiderio ardentissimo_).
CLARA (_indovinando ad un tratto_). Laggiù si battono, avete detto? Don Rolando, laggiù pure occorre l’opera vostra. Qui basto io.
ROLANDO (_s’inchina e parte, seguìto da Alban_).
CLARA (_facendosi anche più vicina ad Andrea_). Sono qui con voi. Siamo soli...
ANDREA (_vorrebbe parlare, fa vani sforzi per articolare le sillabe_).
CLARA. Mio povero Andrea... (_accostando l’orecchio per afferrare le parole_). Sì, sì, v’intendo, sapete. Ho capito. Non ci separeremo più, è questo che volete? Guarirete, e poi sempre qui, sempre con noi, sempre con me. Siete contento?
ANDREA (_scuote il capo con un sorriso tristissimo, si lascia ricadere all’indietro_).
CLARA. Sempre con me, Andrea... Guardatemi... Coraggio, coraggio, ancora una parola! (_Chinandosi e cogliendo un mormorio appena intelligibile_). Ah! la memoria? Oh sì, nel cuore di tutti la vostra memoria. Come un fratello, per lui che avete salvato, e per me un amico, un grande, un dolcissimo amico. Ricorderò tutto, Andrea, tutto, ve lo prometto. (_Con la mano al petto_). Ho tutto qui, nell’anima, per sempre, per sempre, per sempre!
ANDREA (_si protende a lei col volto sereno, con gli occhi sfavillanti di gioia, stendendo avidamente le mani_).
CLARA (_gli porge la destra_).
ANDREA (_la prende, la stringe fra le sue con passione; abbassa lentamente il capo come per posarvi le labbra e rimane immobile_).
(_Un silenzio_).
CLARA (_ad un tratto si scuote, getta un grido e si ritrae rapidissima. Dopo un momento, ricomponendosi, si riaccosta in atto d’infinita pietà_).
CALA LA TELA.
MADONNA ORETTA
COMMEDIA.
_PERSONAGGI._
MADONNA ORETTA. MESSER BERNABÒ. UN MONACO _dell’ordine di San Benedetto_ GIANNUCOLO, GABRIOTTO, MASETTO, _contadini._ MINGHINA, PINUCCIA, _contadine._ GINEVRA, COSTANZA, _damigelle di Oretta._ MACHERUFFO., _scudiere di Bernabò._
_Cacciatori e famigli, contadini e contadine._
_Le falde d’un poggio coronato di mura merlate, sopra cui si mostrano comignoli, rocche di camini, alte torri imbertescate. Al basso il terreno è incolto, ineguale, sparso d’alberi, d’arbusti e di pruni, indizio di bosco vicino. È un mattino sul finire di maggio; apparisce l’aurora, e lo splendore cresce al crescere del giorno._
(_Giannucolo è sdraiato sull’erba a sinistra: ha la testa nuda, un farsetto rappezzato, calze intere allacciate al farsetto e fornite di suole sotto le piante dei piedi. — Entrano Masetto e Gabriotto dalla destra: portano cappelli gualciti, camiciotti biancastri e brache strette: tutti e due sono muniti di falci fienaie. Vengono dietro Pinuccia e Minghina con le cottardite alzate e fermate ai fianchi: l’una ha un rastrello, l’altra un forchetto_).
MASETTO (_indicando Giannucolo_). Oh guarda chi vedo!
GABRIOTTO. Domine fallo tristo: dormire a quest’ora! In tempo di fienagione!
MINGHINA. Ohimè! Egli ha passato la notte a ciel sereno.
PINUCCIA. È un gran dorminterra! Un gran dorminterra!
MASETTO. E quando non dorme, va poltroneggiando ch’è una vergogna.
MINGHINA. La colpa non è sua, se è divenuto balordo: l’hanno stregato.
MASETTO. Aspetta, aspetta, ch’io gli fo lo scongiuro. (_Fa un fischio acutissimo_).
GIANNUCOLO. (_si leva a sedere e li guarda di traverso_).
MASETTO. Leva su, dormiglione: che il fien di maggio è maturo.
GIANNUCOLO. Va alla malora tu e il tuo fieno! (_Si rimette a giacere_).
(_Suoni confusi in lontananza_).
GABRIOTTO. Giannucolo, hai da sapere che il signore è già in caccia. Non senti i corni? Se ti coglie, stai fresco.
PINUCCIA. Guai a chi non lavora!
MINGHINA. Deh, sventurato, non ti conosci tu? Non consideri che sei lavoratore dei campi? E vai vagabondando come trasognato, che i fanciulli ti verranno oggi mai dietro co’ sassi!
GIANNUCOLO. (_non risponde e fa una spallacciata_).
MASETTO (_prende una manciata di terra e gliela butta come va, va_). Su, ghiro!
GABRIOTTO (_gli getta un ramoscello secco_). Su ghiro, tasso, marmotta!
PINUCCIA. (_con voce strillente_). Su su su!
GIANNUCOLO. (_si leva in piè_). Che male vi ho fatto? Non vi ho fatto niente. Come potete divertirvi a noiare uno che non vi ha fatto niente? Lasciatemi stare, che sarà meglio per voi.
GABRIOTTO, MASETTO e PINUCCIA. (_continuano a sghignazzare e a fare atti di spregio_). Su su su!
GIANNUCOLO. (_stringendo le pugna_) Io non so a che mi tengo...
MINGHINA. Zitti!... Zitti, vi dico: ecco un benedettino.
(_Un monaco bianco appare nel fondo, e si avanza lentamente esaminando certe erbe che poi mette in una sporta. I contadini e le contadine gli fanno riverenza_).
MONACO. Pace, pace, fratelli miei. Nega la pace a sè, chi la nega altrui. È nemico di sè medesimo, chi vuole per nemico il prossimo suo. Perchè altercate?
GABRIOTTO. (_indicando Giannucolo._). Perchè costui non vuol venire al lavoro.
MASETTO. E il maggese è maturo.
GABRIOTTO. Una scossa d’acqua può mandarcelo a male.
GIANNUCOLO. (_se ne sta in silenzio con la testa bassa_).
MONACO (_con severità pacata_). Che non rispondi, figliuol mio? Che non di’ qualche cosa? Sei tu divenuto mutolo vedendomi?
GIANNUCOLO. (_confuso_). Non so...
MONACO. Parla liberamente.
GIANNUCOLO. Non posso più attendere a nessuna cosa, chè mi par d’avere tutto il mondo addosso.
GABRIOTTO. (_sogghignando_). Sonno mena sonno.
MASETTO. Un sonno tira l’altro.
PINUCCIA. Un uomo ozioso è il capezzale del diavolo.
MINGHINA. Padre riverito, io com’io dico che qualcuno gliel’ha fatta.
MONACO. Parla chiaro.
MINGHINA. Qualcuno, cioè una strega o uno stregone. Basta una parola, un gesto, un’occhiata per legare un uomo che non sia più libero nè della mente nè del corpo. Voi le sapete queste cose?
MONACO (_crollando il capo_). Di presente non pare vi siano maliarde in questo paese.
PINUCCIA. Vengono di fuori via.
MINGHINA. Vengono di fuori via. Ier sera, al tramonto, ero nell’orto. Che è che non è, cala giù una vecchiaccia bruna e magra e pelosa, fruga nella salvia, ghermisce un rospo e frr, risale su pei nuvoli!
MASETTO. Ier notte, entrando nella stalla per abbeverare la vacca, ho visto un folletto rannicchiato nella greppia: uno di quei folletti che amano il caldo e temono il freddo.
GABRIOTTO. Venerdì mattina, un caprone forestiero s’è cacciato tra il mio gregge, nabissando e cozzando alla maledetta. E mi ha stroppiata uno pecora.
PINUCCIA. E quante galline nere non son nate quest’anno!
MONACO (_infastidito_). E chetatevi un po’!... Domani verrò al borgo col nostro esorcista, e qualcosa si farà. Orsù, andate a falciare, andate a falciare.
GABRIOTTO. Andiamo, che si fa tardi.
MONACO (_a Giannucolo_). Rimanti con me.
(_I contadini e le contadine se ne vanno, discorrendo animatamente_).
GIANNUCOLO. (_sta immobile, in atto di chi aspetta_).
Monaco (_avvicinandosi_). Io sono medico in cirugia, abbi fiducia in me. (_Lo guarda fissamente, tenendolo per il braccio in quella parte dove i medici cercano il polso_). Tu non mi sembri infermo. Però questa impossibilità d’attendere alle solite occupazioni può essere principio d’infermità. (_Pensando_). Anche l’anima s’inferma, quando per vizio o per colpa perde fermezza e si mette sul pendio del male. Hai tu fatto bene l’esame della tua coscienza? Quanto tempo è che non ti sei confessato?
GIANNUCOLO. La mia usanza era di confessarmi ogni mese almeno una volta...
MONACO. Intendo: era ma non è più. Or mi di’, figliuol mio, hai tu detto male d’altrui?
GIANNUCOLO. Padre mio, mai.
MONACO. Tolte dell’altrui cose?
GIANNUCOLO. Mai.
MONACO. Fatta testimonianza falsa richiesto o non richiesto?... Sei tu stato bestemmiatore di Dio semplicemente o ereticalmente?... Bevitore, giocatore, mettitore di malvagi dadi?
GIANNUCOLO. Padre mio, no.
MONACO. Nel peccato della gola hai tu dispiaciuto a Dio?
GIANNUCOLO. Vivo di pane e di acqua.
MONACO. Hai tu offeso i tuoi genitori con l’opere o con le parole?
GIANNUCOLO. Son solo al mondo.
MONACO. Dimmi, in avarizia hai tu peccato? Tenuto quello che tu tener non dovevi? Desiderato più che il convenevole?
GIANNUCOLO (_sotto voce, quasi senza volerlo_). — Ecco il mio male! Un desiderio...
MONACO. Un desiderio folle, occulto, focoso? Vi sono desideri che struggono i giovani come il fuoco strugge la cera. Tu sei ammalato nell’anima. Perchè non ti raccomandi a Dio?
GIANNUCOLO. Che mi guarisca? Ma io non voglio guarire. Il mio male è la più cara cosa ch’io abbia al mondo. Non posso, per il tormento che mi dà, nè mangiare, nè dormire; spesso sono come fuori di me; e pure non vorrei tornare quel di prima. Vorrei solamente imbattermi in qualcuno che mi soccorresse di consigli. Io non so niente di niente, sono un povero idiota, ma assetato di sapere. Chi mi può dire come si compongono i beveraggi, i filtri di cui ho sentito parlare? Dove si trovano i talismani che arrestano gli effetti ordinari delle cose, o cambiano la condizione degli uomini? È egli vero che per via d’incantesimi uno può diventar bello come messer lo arcangelo, o ricco, nobile, potente come un reale di Francia? Che occorre per ottenere tali effetti? Un patto segreto? Un sacrifizio di sangue? Rinunziare a dieci, a venti anni di vita? Alla salute dell’anima?
MONACO (_si mette ancor più attento_). Di’ sicuramente, che, il ver dicendo, nè in confessione nè fuor di confessione si peccò giammai.
GIANNUCOLO. Sabato, su la mezzanotte, vincendo ogni pauroso pensiero, sono salito fino al gran castagno di Ripalta. Il lume della luna rischiarava torno torno il terreno, riarso dalle ridde, dai bagordi, dagli accoppiamenti infernali...
MONACO (_ansioso_) E che cosa hai veduto? Di’ liberamente... Sotto sigillo di confessione. Che ti è accaduto?
GIANNUCOLO (_ristringendosi nelle spalle_). Nulla.
MONACO. Il tuo Creatore ti ha aiutato, ti ha risparmiato la vista della mala cosa.
GIANNUCOLO. Ma io ero pronto a tutto...
MONACO. Chetati, sciagurato! Tu sei ammalato nell’anima, cioè posseduto nell’anima da uno spirito malefico. Or bene a tre capi si riduce ogni sorta di maleficio: a maleficio ostile, sonnifero e amatorio. (_Piantandogli in faccia due occhi scrutatori_). Il più terribile è il maleficio amatorio, per cui il demonio eccita verso alcuno una passione, un travaglio amoroso così violento che è veramente un furore.
GIANNUCOLO. Non è un furore, padre mio, è piuttosto un languore.
MONACO. Languor possente d’amore che rende languente la vita.
GIANNUCOLO. Non so che mi fare nè che dire...
MONACO. Guardiamo come si rimedia. Ma il rimedio non s’ha dalle mie ampolle.
GIANNUCOLO (_tentennando mollemente il capo_). Il rimedio vince il male, e io...
MONACO. Taci. Io ti condurrò al monastero, dinanzi al nostro abate, il quale è monaco antico, di santissima vita, gran maestro in iscrittura, di molto più sottile intendimento che tutti noi. Tu esporrai ogni cosa. Egli ti parlerà per religione, per fisica, per filosofia; farà sì che l’eccesso del tuo umore non trapassi in insania. Dopo t’inchinerai alla testa di san Clemente, la reliquia insigne che venne d’oltremare. Dopo ancora tu visiterai la nostra dimora, aperta a quanti hanno sperimentato i pericoli del mondo; fidato rifugio dei pentiti, dei tribolati, dei perseguitati. Fuori è come un palagio, dentro le celle sono anguste e disadorne. Il nostro monastero ha possanza e ricchezze al pari di un piccolo stato; ha poderi in monte e terre in piano, giurisdizioni, dominii e signorie; riceve largizioni e doni solenni d’oro, d’argento e di gemme... Noi monaci passiamo la vita tra le orazioni, i digiuni, le battiture, i cilizi; ci obblighiamo con voto a vivere poveri; le parole «questo è mio» non si pronunziano mai: sicchè pochi giorni or sono fu negata la santa sepoltura a un confratello, morto con due monete nascoste sotto le ascelle... Ognuno di noi, oltre ai suoi doveri, ha il suo ufficio: chi studia le antiche memorie, chi minia pergamene, chi riscuote i tributi, chi provvede al refettorio, chi accoglie i pellegrini... Tutti c’inebriamo di sacrifizio: e da quest’ebrezza, congiunta alla concordia degli animi, alla pace degli atti, scaturisce la forza della nostra comunità. Uomini in altissimo stato ambiscono d’esser chiamati nostri fratelli; vicini a morte prendono l’abito, supplicano d’esser sepolti nella nostra chiesa perchè la preghiera vegli sulle ceneri loro in sempiterno. Vieni meco, e vedrai...(_S’interrompe_). Oh, guarda come scordavo il mio ufficio! Sono medico, io: e bisogna che colga l’atropo medicinale e l’erba morella mentre la rugiada bagna ancora la terra. Non t’incresca d’aspettare un poco: ripasserò per questo sentiero. (_Si allontana lentamente_).
(_Giannucolo si aggira qualche tempo tutto agitato, poi si avvia a sinistra. — Il luogo sta vuoto un momento. — Madonna Oretta entra dalla destra: porta una leggera ghirlanda di rose selvatiche sul capo biondissimo: è vestita d’uno sciamito rosato strettissimo dalla cintola in su e da indi in giù largo, e lungo fino ai piedi: ha una leggiadra cinturetta d’argento con una bella borsa: la mano destra nuda, la sinistra coperta con un guanto da falco. Le fanno compagnia Ginevra e Costanza, tutte e due in guarnacca succinta, con velo in capo_).
ORETTA (_piena di corruccio_). Ma dove, dove si sarà cacciato quel falco? Io non comprendo. Lo lascio andare sur una lodola, così per provare, e la prende. Lo lascio andare sur un’altra, e vola in alto, in alto, e tanto lontano che lo perdo di vista!
GINEVRA. Io l’ho veduto fin qui...
COSTANZA. Soleva esser tanto maniero!
ORETTA (_battendo i piedi in terra_). E invano l’ho chiamato al pugno!
GINEVRA. L’ho veduto fin qui. Non è che uno smeriglio, ma moveva l’ali come un falcon pellegrino...
ORETTA (_con moti d’impazienza_). Ha tutti i segni d’un pellegrin naturale: gli occhi, il becco, gli artigli, le penne maestre, le piume... Tutto, meno la nobiltà! Se lo ritrovo, lo tratto come un falcon villano. Giuro che lo piglio per i geti, lo percuoto a un albero, e lo butto a un can da pagliaio!
COSTANZA. Madonna, siete troppo crucciosa!
ORETTA (_fra’ denti_). Dio faccia che lo ritrovi!
GINEVRA. Lo ritroveremo. Non può andar perduto. Non ha gli scudetti ai piedi, e i sonagli d’argento smaltati con l’arme del signore?
COSTANZA. Zitta! che mi par di sentirli i sonagli. (_Sta in orecchi_).
ORETTA. Non è suon di sonagli.
COSTANZA. È suono argentino, madonna, è suono argentino! Torniamo addietro, che siamo venute troppo oltre. Chi sa! forse si è ravveduto, il cattivo; e, mentre noi cerchiamo di lui, egli cerca di noi.
(_Ginevra e Costanza tornano dalla parte per la quale sono venute. — Oretta continua a guardare in su, aguzzando la vista e facendosi schermo della mano. — Giannucolo rientra dalla sinistra, la vede e rimane come estatico_).
ORETTA (_voltandosi a lui_). Vieni dal bosco? Hai tu visto il mio falco, posato in vetta a qualche albero? È uno smeriglio piccino e leggero... Di’ tosto, di’ tosto. Perchè mi guati come un tralunato?
GIANNUCOLO (_si scuote, accenna di no_).
ORETTA (_si rivolge indietro per partire_).
GIANNUCOLO (_sopraffatto da un sentimento irresistibile_). Madonna!
ORETTA (_fermandosi_). Che vuoi tu?
GIANNUCOLO. Se posso fare alcuna cosa che vi levi dalla noia che avete, ditemelo e lo farò volentieri. Volete che vi cerchi un altro falchetto? Io so trovare nidi e nidiaci. A tre miglia di qui, dove nasce il nostro fiume, vi sono dirupi che par che vadano in abisso. Là nascono falchi piccoletti e di piumaggio gentile, ma onorati, superbi e di grande ardimento; hanno voglie guerriere e fanno preda piombando dall’alto. Io li credo dei migliori del mondo. Comandate.
ORETTA (_lo guarda in faccia e dà in una risata_). Che occhi mi fai! Gli occhi d’un barbagianni al sole.
GIANNUCOLO. Madonna, sì: io sono un barbagianni e voi siete il sole.
ORETTA (_gaiamente_). Oh! oh! tu parli come un uom di corte!
GIANNUCOLO (_facendosi ardito_). I barbagianni s’inchiodano sugli usci a scongiuro di danno e pericolo. Fatemi inchiodare sull’uscio della vostra camera e beato me!
ORETTA. Tu parli come un cavaliere di scudo!
GIANNUCOLO. Dico quel che mi detta il cuore.
(_Suoni di corno e voci non troppo lontane_).
ORETTA (_attenta a udire_). Messer Bernabò caccia un lupo con la muta dei bracchi. Senti: harlaù, harlaù, harlaù... (_bruscamente_). E ora dove si saranno riposte le mie damigelle, che non tornano più? (_si incammina a destra_).
GIANNUCOLO (_seguendola a mani giunte_). Deh, io ve ne prego, servitevi di me. Ogni cosa che a grado vi sia, io m’ingegnerò di fare. Sarò sempre vostro fedele, ubbidiente ai vostri comandamenti, per la vita e per la morte...
ORETTA. E che vuoi ch’io faccia di te?
GIANNUCOLO (_guardandola con un’aria di aspettazione supplichevole_). Fatemi quel bene che potete.
ORETTA (_con derisione_). Vuoi che ti elegga mio maggiordomo o mio gran siniscalco?
GIANNUCOLO (_ferito_). Madonna!
ORETTA. Per alcun caso, avresti tu già servito alla tavola d’un signore, o governato cavalli, o custodito cani, o addestrato e conciato uccelli di rapina?
GIANNUCOLO (_scuote la testa_).
ORETTA. Adunque non puoi fare il servitore, nè il palafreniere, nè il canattiere, nè lo strozziere. (Dopo una breve pausa) Quando sono i freddi grandissimi e ogni cosa è piena di ghiaccio e di neve, nel castello occorrono canti, suoni, spettacoli per alleviare la noia... Sai tu per avventura motteggiare, dialogare, novellare in latino o in volgare? Sei tu costumato e ben parlante?
GIANNUCOLO. Madonna, io son uom materiale.
ORETTA (_crudamente_). Hai tu appreso a sonare di viola, a trovare e cantare imprese d’armi e d’amori?... Potresti tu giocar coi coltelli, ingoiare le spade, spiccar salti oltremaravigliosi?
GIANNUCOLO. Non ho mai esercitato arti da sollazzo, signora.
ORETTA. Non puoi esser menestrello, non puoi essere giullare. Se tu fossi mutolo, nano, gobbo o almen contraffatto, potresti vestir di vergato, e sostituire Felisotto buffone, che invecchia e comincia a pigliar malinconia: ma tu hai buon aspetto, il tuo fare non è buffonesco, nè tale da muovere a riso.
GIANNUCOLO (_prontissimamente_). Ma io son folle, madonna; non ve ne siete avveduta?
ORETTA (_lo squadra ben bene_). Tu non mi sembri svanito di senno.
GIANNUCOLO. Ho levato alto il viso, e ho guatato tanto in cielo, che ho perduto la terra.
ORETTA. Come dire che ti perdi in vani pensieri?
GIANNUCOLO. Ho posto tutto il mio animo e tutto il ben mio in una stella, la quale passa di bellezza millanta altre che si vedon lassù.
ORETTA (_ridendo_). Oh! oh! questo è molto bel cominciamento.
GIANNUCOLO. A niun’altra cosa posso pensare se non al mio altissimo amore.