Part 13
ORETTA. Per certo che non sei in buon senno. Che dunque fai?
GIANNUCOLO. Io temo forte che non vi sia noia s’io dico altro.
ORETTA. Di’ tosto, ch’io ho vaghezza di nuove cose.
GIANNUCOLO. Appena è notte, comincio per la campagna a vagare, fissando il cielo, e dicendo a tutta voce: — Madama stella, madama stella, usa in me la tua crudeltà e fammi morire. Ma sappi che se appresso la morte s’ama, non mi rimarrò d’amarti.
ORETTA. Ma ella niente di queste cose, nè di te si cura?
GIANNUCOLO. Pare a me che da quella una soavità si muova, e discenda; la quale mi riempie d’un piacere mai da me non provato.
ORETTA. Ma la tua infima condizione umana non ti lascia pigliare niuna speranza di lieto fine.
GIANNUCOLO. La fortuna assai sovente gli oscuri ad alto leva, a basso lasciando i chiarissimi.
ORETTA. E in che speri? Forse in qualche occulta operazion negromantica?
GIANNUCOLO. Sommamente desideravo di vederla più da vicino; e l’ho veduta!
ORETTA (_dando in uno scoppio di risa_). Che è ciò che tu di’? Come hai tu fatto?
GIANNUCOLO. Ho veduto colei che per me è più che una stella. (_Pigliando fervore_). L’ho veduta e la vedo, e sento tanto piacere nell’animo che appena so dove io mi sia.
ORETTA (_con sembiante altero, con uno sguardo che ammonisce_). Guarda quel che tu parli.
GIANNUCOLO. Ancor mezza parola...
ORETTA. Non intendo il tuo coperto parlare.
GIANNUCOLO. Parlerò aperto...
ORETTA. Non più, che ora mi è fastidio a udire. (_Dà addietro e gli butta una moneta_). To’ questo, mentecatto, e va via.
GIANNUCOLO (_mettendo il piede sulla moneta_). Madonna, la giovinezza è sottoposta alle forze e alle leggi d’amore; le quali sono di maggior potenza che tutte le altre.
ORETTA (_tutta nel viso cambiata_). Conosco quanto possono, e so pure che non una volta ma molte hanno condotto i pazzi temerari ad asprissimo gastigo!
GIANNUCOLO. E così sia. Usate in me la vostra crudeltà, fatemi martoriare, fatemi morire...
ORETTA. Poni una statua di cera della tua grandezza dinanzi alla figura di messer santo Nicola, per i meriti del quale io ti faccio grazia. E fa ch’io non ti rivegga più in questi luoghi.
GIANNUCOLO (_con dolorosa voce_). Mercè per Dio e per pietà! Voi mi date d’un coltello al cuore...
ORETTA (_fieramente adirata_). Levatimi dinanzi, can fastidioso che tu se’! (_Volta le spalle e si avvia a sinistra_).
GIANNUCOLO (_con gli occhi lampeggianti e come uscito di sé_). Maledetto sia il giorno che vi ho veduta, madonna! Ma, perso per perso, vi voglio baciare. (_L’insegue, la raggiunge e tenendola forte, le preme le labbra sul collo_).
ORETTA (_manda un altissimo strido_).
GIANNUCOLO (_la lascia e fugge a destra_).
ORETTA (_volgendosi attorno attorno con altre grida_). Aiuto! aiuto!... Oh il ribaldo! il ribaldo! il ribaldo! (_Vede venire messer Bernabò, si ferma e si ricompone_).
(_Entra messer Bernabò dalla sinistra, porta un cappuccio di color verde scuro, una giubba di zendado verde chiaro con tanti bottoni di pietre preziose, calze intere, scarpe da caccia senza il becchetto, spada dorata, corno d’avorio cerchiato d’oro: ha in mano uno spiedo_).
ORETTA. Signor mio, voi siate il molto ben venuto.
BERNABÒ (_con tranquillità abituale d’animo e di maniere_). Ho riconosciuto la voce tua. Perchè hai gridato accorr’uomo? Che diavolo vuol dir questo?
ORETTA (_ancor tutta fremente_). Fui villanamente oltraggiata.
BERNABÒ. Come andò?
ORETTA. Stavo cercando il mio falco smarrito, quando...
BERNABÒ. Chi fu colui?
ORETTA. Un giovane di cattiva vita, di biasimevole stato, di vilissima condizione.
BERNABÒ. E che ti ha fatto?
ORETTA. Mi è corso addosso, mi ha messo le mani addosso...
BERNABÒ. E non ti sei difesa?
ORETTA. Mi ha presa a tradimento.
BERNABÒ. Ti ha fatto forza?
ORETTA. Mi ha baciata.
BERNABÒ. Ti ha baciato le gole? la bocca?
ORETTA. Il collo. Ci sento tuttavia come il bruciar dell’ortica.
BERNABÒ. E dove s’è nascosto?
ORETTA. Si è dileguato.
BERNABÒ (_dopo una pausa pensosa_). Donna, qui si convien tacere. Tacendo, niuna vergogna ti può tornare; parlando n’avresti vitupero appresso tutti.
ORETTA. Marito mio, signor mio dolce, io mi starò ben cheta; ma non se ne starà cheto il mio offensore. Quel che tre sanno, tutti sanno. Io speravo in una pronta e intera vendetta.
BERNABÒ. Pronta, intera, ma astuta. Lascia far me. I secondi pensieri sono i migliori.
(_Ginevra e Costanza entrano dalla destra_).
GINEVRA. Ohimè, madonna, il vostro buon smeriglio è perduto!
COSTANZA. Con poca speranza, o nessuna, di riaverlo.
BERNABÒ. Chetatevi. Voi non sapete quel che vi dite. (_Si pone a bocca il corno e lo suona_).
GINEVRA. Uno smeriglio cotanto tenuto caro!
COSTANZA. Il migliore che mai volasse!
GINEVRA. Di bellezza e di bontà passava tutti che nel castello fossero mai!
(_Dalla sinistra entrano Macheruffo, e parecchi cacciatori e famigli che accorrono alla chiamata: gli uni sono in zazzera, altri in cuffia, tutti hanno gonnelle corte, qualche poco ornate al collo, alle maniche e al fondo: e sono armati di spiedi, coltelli, e altro da caccia_).
BERNABÒ. Venite qua, brigata. Dove avete lasciato Rinuccio, Crivello e Scannadio?
MACHERUFFO. Messere, si sono incamminati per il bosco di san Giuliano, chè i cani hanno trovato la passata d’un altro lupo. Ma contro il vento lavorano male...
BERNABÒ. Deh, vadano tutti al nome del diavolo! che ora bisogna cambiar caccia. Un villano, un paltoniere ha involato il falco alla vostra signora. Correte e ricorrete questi luoghi intorno, cercate dietro le siepi, tra le macchie, nei fossati. Trovato il ladro, mettetegli un bavaglio sì che non possa proferir parola, e menatelo qui.
MACHERUFFO. Dategli la mala ventura, messere!
ALCUNI CACCIATORI (_a una voce_). Fatelo di mala morte morire!
BERNABÒ. Or via, andate e traetelo qui.
(_Macheruffo e gli altri partono correndo. Bernabò passeggia in su e in giù. Oretta sta da parte con le sue damigelle. Gabriotto, Masetto, Pinuccia, Minghina e altri contadini d’ogni età e di ogni sesso arrivano alla spicciolata, tra curiosi e paurosi, e si aggruppano nel fondo. Riappare il monaco bianco, interroga sommessamente Masetto, poi viene avanti e saluta_).
BERNABÒ. Buon dì, messer lo monaco.
MONACO. Dio vi salvi, mio signore. Torno dalla cerca dell’erbe che sanano il corpo; ma ho facoltà di sanare anche l’anima, con lo svellerne tutti i peccati. So che avete sentenziato un giovinetto...
BERNABÒ (_alzando le spalle_). Poh! egli non è il sire di Castiglione, nè il Dusnam di Baviera, e non mette conto che voi stiate qui in disagio.
MONACO. Ma è un cristiano di Dio!
BERNABÒ. Dico ch’egli è un giovane di perduta speranza, infamato di ladronecci e d’altre vilissime cose.
MONACO. E che vi ha rubato?
BERNABÒ. Un mirabile falcone.
MONACO. Messere, la pena dev’essere adeguata al delitto.
BERNABÒ. In buona fè, che voi siete un piacevol uomo! Non sapete che il falcone è l’insegna stessa della nobiltà e della cavalleria?
MONACO. La legge antica dice che chi ruba un falcone, se può, paga dieci soldi d’argento, che valgono il quarto d’un soldo d’oro; se non può, soffre che il rapace gli becchi sei once di carne viva nel petto.
BERNABÒ. Monsignore lo re Filippo di Valois avendo smarrito uno sparviero, fece andare per tutto il reame una grida, che chi pigliasse il detto sparviero e lo presentasse, avrebbe da lui dugento franchi, e chi non lo presentasse, andrebbe al gibetto.
ORETTA (_mossa da un pentimento istantaneo, a cui si aggiunge un lontano e confuso spavento, si stacca dalle damigelle e si accosta al monaco_). Padre mio buono, io vi rivelerò cosa tanto secreta, che niuno deve sapere all’infuori di noi e di voi. (_Sottovoce_). Quel giovane m’ha fatta molta villania e onta tale, che non la posso sofferire.
MONACO. Dunque fu ingiuria, non rubamento? Dunque è vendetta, non punizione?
ORETTA. Non sa quanto dolce cosa sia la vendetta, se non chi riceve l’offesa.
BERNABÒ. E ancor dico io che l’ho sentenziato!
MONACO. Sentenza sommaria senza vero giudizio.
BERNABÒ. Messer lo monaco non v’impacciate, lasciate fare a me ciò che quel malvagio ha meritato.
ORETTA. Colui m’ha fatto onta troppo più che io non possa sopportare.
MONACO. Non potete sopportare?... E perchè? Guai a chi non può sopportare! Egli dovrà soffrir poi. Chi sopporta è sulla via della pace, della pace cristiana, della pace vittoriosa. Già da tempo si combatteva con odio contro l’odio, con offese contro le offese, con male contro il male. Ma il Salvatore, venendo in terra, ha portato una nuova maniera di guerreggiare, che è vincer l’odio con l’affetto, l’offesa col perdono, il male col bene. (_Con un tono come di placida ispirazione_). Udite, a questo proposito, un avvenimento di maraviglia. Berta, moglie di Bertranno da Montemale, con pompa d’arnesi, di cavalli e di famigli, andava in pellegrinaggio alla badia di San Michele della Chiusa. Avvenne che Bruno da Oulx, il quale con una grossa brigata di masnadieri tormentava quel paese, sentì la sua venuta, si mise in agguato, uccise i famigli, tolse i cavalli e gli arnesi; e, sia per capriccio, sia per raffinamento di crudeltà, lasciò in abbandono la gentile donna, spogliata e scalza e senza alcuna cosa in capo. Ella, tutta piena di lagrime e d’amaritudine, diè volta addietro; e non senza gran fatica, sì come colei che d’andare a piè non era usa, tornò al Castello di Montemale. Bertranno, udendo ciò che le era intervenuto, giurò solennemente di non tagliarsi più nè unghie, nè capelli prima che gli fosse riuscito di vendicarsi...
BERNABÒ. In fè di Dio, cotesta fu buona ira!
MONACO. E più mesi egli perseverò in quello stato, divenendo come un bestion da bosco; finchè, dato compimento all’apparecchio di guerra, montò a cavallo, e cavalcò con sua compagnia verso il luogo destinato per la vendetta. Provocati i masnadieri alla battaglia, li sconfisse e dissipò; Bruno prese e trascinò a corda a Montemale, disposto di farlo vituperosamente morire. I terrazzani concorsero a vedere il prigioniero: e chi voleva fosse arso a lentissimo fuoco: chi sotterrato vivo a capo all’ingiù; chi legato a un palo in alcun alto luogo del castello, nè quindi mai levato, infino a tanto che, disfatto dal sole e dall’intemperie, per sè medesimo non cadesse.
BERNABÒ. Alla croce di Dio! che questa fu bella pensata. E che fece Bertranno?
MONACO. Quello che io sono per raccontarvi. Le porte erano serrate e i ponti alzati, e ciò non ostante eccoti comparire un molto venerabile uomo, il quale tutto rivolto a Bertranno e a Berta, cominciò a ragionare. E la materia del suo ragionamento fu la necessità di perdonare le ingiurie, benchè gravissime. Diceva: «Dio non pretende che voi non sentiate l’affronto, pretende che non trascorriate alla vendetta come una fiera. E veramente l’ira è una fiera che traversa l’animo anche del savio, ma non vi scava però la sua tana. La sua tana scava nell’animo dello stolto. _Ira in sinu stulti requiescit_. Essa col tempo passa: tardate a sfogarla, senza però permettere che traligni in odio. Ricordatevi che tutti, o più presto o più tardi, abbiamo a morire. Non mettiamoci a rischio di morire da bestie arrabbiate. Alzate gli occhi lassù a quel bel soggiorno di pace, alla nostra patria celeste. Siamo in cammino per giungervi, non ci adiriamo per la via. _Ne irascamini in via_...
(_Si sente, a una certa distanza, un forte grido incomposto di trionfo. Tutti si voltano a guardare da quella parte_).
GABRIOTTO. L’hanno pigliato!
MASETTO. L’hanno pigliato a furore!
GABRIOTTO. Era nel canneto.
PINUCCIA. No, che il canneto è a mancina.
MINGHINA. Domine aiutalo!
BERNABÒ (_si scosta da Oretta e dal monaco e guarda anche lui_).
MONACO (_a Oretta, riprendendo il discorso_). Perchè mi distendo io in tante parole? Udite il prodigio. Bertranno e Berta, fatti mansueti dall’ammonizione dell’uom di Dio, perdonarono a Bruno da Oulx; e quasi ciò fosse poco, poichè Bruno ancora era giovane e piacevole nel viso, lo presero per figliuolo e lo costituirono loro erede. O altezza della fede cristiana che tanto ottiene! O forza grande della grazia divina! Che Dio vi converta, madonna!
(_Si sente un suono confuso e vicino di grida imperiose: — Cammina, ladrone! Alla morte, alla morte!_)
MONACO (_si tira da una parte e sta a vedere che cosa succede_).
ORETTA (_rimane nel mezzo, accigliata e fissa in gran pensiero_).
BERNABÒ (_ai contadini_). Fate luogo! fate luogo! o vi faccio frustare come cani.
(_Macheruffo, i cacciatori, i famigli entrano dalla destra conducendo a forza Giannucolo tutto rabbuffato, pallido il viso, la bocca strettamente coperta con un panno_).
MACHERUFFO. Largo! largo!
I CACCIATORI E I FAMIGLI. Alla morte! alla morte!
BERNABÒ. Orsù, legategli le mani dietro le reni.
UN CACCIATORE. Manca la corda.
BERNABÒ. Pigliate una cintura.
GABRIOTTO (_togliendosi la correggia che gli cinge la vita_). Ecco la mia.
BERNABÒ. Addoppiate un guinzaglio, e fate nel capo un nodo scorritoio; glielo metterete alla gola e lo impiccherete a un albero.
MACHERUFFO (_indicando_). A quel bel ramo sodo.
UN CACCIATORE. Manca la scala.
BERNABÒ (_a Masetto_). Va per una scala alla casa più vicina; e va di galoppo.
MASETTO (_via a tutta corsa_).
MONACO (_venendo avanti_). Io farò l’assoluzione in _articulo mortis:_ e raccomanderò a Dio l’anima di costui, che forse muore senza colpa. (_Rivolgendosi a Macheruffo_). Ma, dimmi, dove s’era nascosto? Dove l’avete trovato?
MACHERUFFO. Lungo disteso nel campo dei dodici solchi.
MONACO. E s’è dato alla fuga?
MACHERUFFO. No.
MONACO. È stato forte contro alla forza?
MACHERUFFO. No.
MONACO. E che ha fatto?
MACHERUFFO. Nulla.
MONACO. Siete certi di non averlo colto in iscambio?
MACHERUFFO. Aveva il volto turbato, ed era tutto graffiato dalle frasche e dai pruni.
BERNABÒ. Messer lo monaco, o pregare o partire.
MONACO (_leva destramente il bavaglio a Giannucolo e lo spinge dinanzi a Oretta_). Madonna, per Dio, aiutatemi che costui non sia morto contro ragione. Guardate: raffigurate l’uomo quale da voi fu già conosciuto, direttamente o per alcun indizio?
ORETTA (_sta immobile, muta, fredda come un marmo_).
MONACO. Non tenete la fierezza in conto di gloria. Provvedetevi di carità. La carità si stende agli offensori, agli avversari, ai nemici, e li ama sin nella necessità del combatterli. Madonna, Dio è carità.
ORETTA (_rimane ancora un momento come sospesa, poi fa forza a sè stessa e volge gli occhi verso Giannucolo_).
MONACO (_ansiosamente_) Or via, guardatelo ben fiso: lo riconoscete?
ORETTA (_risoluta, a voce alta e ferma_). No.
GIANNUCOLO (_s’inginocchia ai piedi di Oretta e le bacia il lembo della veste_).
MONACO (_alza gli occhi e le mani al cielo_).
(_Mormorio, esclamazioni, movimenti diversi. I contadini si avanzano goffamente. A un cenno di Bernabò, i cacciatori e i famigli si buttano loro addosso e li respingono con l’aste degli spiedi e con le fruste_).
LA PAROLA
DRAMMA IN TRE ATTI.
_PERSONAGGI_
_Il Maggiore Conte_ VITTORIO BERMOND DELLA MOTTA. _Il Cavaliere_ AMEDEO BERMOND DELLA MOTTA. _Il Capitano_ CONTE CARLO D’ALDENGO. _La Contessa_ SABINA D’ALDENGO. _La Contessa_ ORTENSIA DATIS. _La Baronessa_ SOFIA MILLIET. _Il Marchese_ DEL CERRETO. DI PRANERO, LA TORRETTA, _ufficiali_. SAN VITO, _quartiermastro_. _Un chirurgo militare._ _Il suo garzone._ GAUDENZIO. MICHELE. _Un sergente._ _Un soldato._ _Altri soldati._
Atto 1º — Al campo piemontese sul Piccolo San Bernardo.
Atto 2º — A Torino; nel palazzo D’Aldengo.
Atto 3º — A Torino; in casa dei fratelli Bermond.
L’inverno del 1793 — L’inverno del 1794.
ATTO PRIMO.
_L’interno d’un meschino tugurio. Porta in fondo che aprendosi lascia vedere il terreno coperto di neve. Focolare con rozza panca davanti; in un angolo alcuni bastoni ferrati, una brocca per l’acqua, un pane di munizione; a destra una tavola con carte, libri, un cannocchiale, oggetti diversi. È notte, ma si fa giorno a poco a poco._
SCENA PRIMA.
Vittorio Bermond, Carlo D’Aldengo, Di Pranero, La Torretta.
(_Di Pranero e La Torretta, avvolti nei loro mantelli, dormono su due sacconi. Carlo seduto sul suo è assorto in profondo pensiero. Vittorio mette in ordine la tavola, al lume d’una candela piantata in una bottiglia. S’ode un rullo di tamburo affievolito, lontano_).
VITT. (_senza voltarsi_) La diana, signori.
DI PRAN. (_si scuote, si alza_).
LA TOR. (_si muove, sbadiglia, guarda intorno mezzo assonnato_).
DI PRAN. (_va ad aprir l’uscio, guarda fuori_).
LA TOR. Oh! chiudi, chiudi, da bravo!... Cos’abbiamo? Tormento sempre?
DI PRAN. (_richiudendo_). Nebbia.
LA TOR. Meno male che i lupi ci hanno lasciato dormire.
DI PRAN. Giù, i Tricolori si avanzano e i lupi scappano. Ci stanno addosso oramai.
LA TOR. Cospetto! s’è visto ieri... (_si alza_). Facciam colazione? (_va a prendere il pane e la brocca e li porta vicino al fuoco_).
DI PRAN. Ci sarà ancora del formaggio? Spero.
LA TOR. Neanche una briciola.
DI PRAN. E chi l’ha finito?
LA TOR. S’è finito da sè. (_Mettendosi a cavalcioni sulla panca e cominciando ad affettare il pane_). Bermond?...
VITT. Grazie, più tardi.
LA TOR. D’Aldengo?...
CARLO. (_Rifiuta col gesto_).
LA TOR. (_mangiando di voglia_). Pranero, pensa un po’: due belle tazze di cioccolatte caldo, spumante... alcune fette di prosciutto...
DI PRAN. Non seccare, non seccare.
LA TOR. Bella campagna, eh! Nessuno certo ha mai osato attendare un esercito in luoghi come questi, e mantenervelo per tutta l’invernata.
DI PRAN. No, non si trovano esempi, neanche nelle storie più antiche.
LA TOR. Doveva toccare a noi, ecco!
DI PRAN. Per star appena bene, ci vorrebbero muraglie, invetriate, stufe, tutto in regola.
LA TOR. E vino, vino, vino...
DI PRAN. Vino, caffè, liquori...
LA TOR. E invece manca anche il necessario.
VITT. (_che sta prendendo misure sur una carta topografica, notandole poi sopra un taccuino_). I soldati stanno peggio di noi.
DI PRAN. (_tra’ denti_). I soldati sono soldati.
VITT. Dormono entro baracche sconnesse, sotto tenda stracciate, in cui penetrano la nebbia e la neve; sempre in lotta col vento che spegne i loro fuochi; col gelo che spella le mani; mal nutriti, mal vestiti...
LA TOR. Mal guidati.
VITT. (_severo_). Non l’ho detto.
LA TOR. (_piano_). Lo dico io.
VITT. Soffrono, si battono, e non si lagnano mai.
DI PRAN. (_brontolando_). Se almeno ci lasciassero tentar qualche cosa... Ma no! Allo stato generale si discutono i piani, e l’esercito aspetta.
LA TOR. Quei signori sono al caldo, vedi, stanno bene; cosa vuoi che lor importi di noi?... (_riporta a posto il pane e la brocca_).
VITT. (_imponendo quasi il silenzio_). Basta! Tacere e ubbidire. Contro mala fortuna, cuor fermo.
LA TOR. Intanto noi siamo di pattuglia (_cingendo la spada_). Siam di pattuglia, mio caro Pranero!
VITT. Pattuglia di scoperta: ordine d’avanzare fin oltre la linea dei piccoli posti. Potete partir anche più tardi.
LA TOR. Bene (_disponendosi a uscire_). Faccio un giro pel campo e vi porto le nuove.
DI PRAN. T’aspetto qui, io.
LA TOR. Bravo. E prepara quel che occorre. (_Via_).
CARLO (_si alza e va a seder davanti al fuoco_).
DI PRAN. (_cerca intorno e sulla tavola_).
VITT. (_a Di Pranero_). Che vuoi?
DI PRAN. Scusa... La borraccia?
VITT. È qui.
DI PRAN. (_scuotendola_). Niente: neanche più una gocciola! Fortuna che c’è il fiasco...
VITT. Il fiasco? L’ha vuotato La Torretta ier sera.
_Di Pran._ (_stizzito_). Evviva! Sgocciola i fiaschi, smaltisce i viveri, e se la gode, lui! Gliene ho già dette tante... Ma va raddrizzare il becco allo sparviero!
VITT. La baracca della vivandiera è qui a due passi.
DI PRAN. Già (_avviandosi_). Purchè non abbia vuotato anche la baracca, colui!
SCENA SECONDA.
Vittorio, Carlo.
CARLO (_sempre seduto davanti al fuoco_).
VITT. (_spegne il lume e si volta a guardar Carlo_). E tu D’Aldengo.
CARLO. Sarò di gran guardia domani.
VITT. E oggi?
CARLO. Oggi starò qui.
VITT. (_un po’ duro_). Così, senza far niente? Male. Nelle condizioni in cui siamo non bisogna stare inoperosi. Guai!... Io, per esempio, sin cercando un nuovo sistema di difesa per queste montagne. Una cosa chimerica, vedi, eppure...
CARLO. Tu sei un bravo ufficiale.
VITT. (_continuando_). Questo mi distrae, mi occupa, mi contenta...
CARLO. Sei un bravo ufficiale.
VITT. (_sorridendo_). E batti! Vuoi un complimento anche tu?
CARLO (_con amarezza_). Non lo merito.
VITT. (_con forza_). Animo, animo! Bisogna scuotersi: così non si va più avanti.
CARLO (_risentito_). Cosa vuoi dire?
VITT. Quello che t’ho già detto più volte.
CARLO (_alzandosi e avvicinandosi all’uscio_). Allora è inutile ch’io stia qui a sentire.
VITT. (_severo_). Fermati! Come superiore non dovrei permetterti di parlarmi in quel tono. Ma ti sono amico... (_dopo una pausa, rabbonito_). Dove vuoi andare?
CARLO (_volgendo altrove la faccia_). Così... un po’ fuori.
VITT. Fuori del campo? No eh? Sarebbe un avventurar la vita da pazzo, inutilmente.
CARLO. Penso di scender al quartier generale.
VITT. Tu! a far che?
CARLO. Voglio presentar una domanda a Sua Altezza, o se non mi riesce, al generale d’Argenteau.
VITT. Ah, ah! E che domanda? (_lo guarda fissamente_).
CARLO (_muovendosi_). Questo riguarda me solo.
VITT. (_tagliandogli il passo_). Tu vuoi chiedere il permesso di andare a Torino? Nega se puoi!
CARLO. E quando fosse?
VITT. In questo momento!
CARLO (_alzando le spalle_). Se non si fa niente.
VITT. Ma durante la tua assenza potrebbe venir l’ordine di pigliar l’offensiva. Non s’aspetta che questo!
CARLO. Tanto peggio per me.
VITT. (_vibrato_). Ti sconsiglio dal domandar un favore che ti sarebbe negato.
CARLO (_cupo, a mezzo voce_). Oh allora... Allora poi...
VITT. (_imperioso_). Taci! Non sai quel che dici!
CARLO (_torna a sedere sulla panca, curvo sulle ginocchia accavalciate_).
VITT. (_si accosta con calma_) Non sei più padrone di te: lo vedo bene. È una cosa grave, alla quale bisogna trovar rimedio. Cerchiamo insieme? Vuoi?... Fa conto di parlar con un fratello.
CARLO. Tu non mi puoi capire.
VITT. Perchè?
CARLO. Hai il cuor contento; l’hai detto poc’anzi; e col cuor contento non c’è male che vi tocchi.
VITT. Come se non vedessi ciò che ci accade d’intorno!
CARLO. Ecco! Ma di questo siete in tanti a soffrire: l’esercito, la Corte, tutto il Piemonte. Del mio male soffro io solo; (_voltando bruscamente la faccia_) e guarda come!
VITT. (_dopo una pausa con impeto_) Santo Dio! Come mai t’è saltato in mente di prender moglie?
CARLO (_fa alcuni gesti scomposti: scatta in piedi come per correr via_).
VITT. (_fermandolo_). No!... Senti! Dimmi: non potevi aspettar dopo la guerra?
CARLO. La guerra?... E chi se la sognava la guerra, pochi mesi fa, dopo quasi cinquant’anni di pace?!... Il dieci settembre io chiesi in moglie Sabina; la notte del ventuno i francesi passavano il nostro confine. Un fulmine! (_camminando agitato, e fermandosi tratto tratto_). Tiriamo via! La cattiva stagione ci riduce ai quartieri d’inverno, in Aosta. Ottengo una licenza; vado a Torino; mi sposo. Contavo sur una tregua... (_con passione crescente_). Fui richiamato subito, il giorno dopo! Dovetti lasciar mia moglie il giorno dopo, tutt’a un tratto, così!... Ma se lo sai! Non rivanghiamo, per amor di Dio, che mi sento impazzire!
VITT. (_con tristezza_). È la separazione, non è vero? È la lontananza che ti accora, che ti tormenta? (_pensoso_). Infatti... se penso a mio fratello, a cui voglio bene...
CARLO (_interrompendolo_). C’è altro! C’è altro! Sabina non risponde al mio amore come io vorrei. Capisci? Mi sembra che il tono delle sue lettere si venga mutando. Non so come, nè perchè mi sorgono nell’animo mille dubbi. La mia immaginazione è d’una fecondità inesauribile nel trovare, nel dirmi tutti i casi, tutte le combinazioni che possono riuscirmi più amare.
VITT. Sei geloso?