Part 14
CARLO. Ebbene sì, è questo, è la gelosia! E gli impeti sono continui e così disperati che mi passano il cuore come vere stoccate.
VITT. (_vivamente_). Ma dunque son fantasie che non hanno nulla di vero? Abbi pazienza, tu manchi di senso comune; lasciatelo dire (_energico_). Scuotiti, metti giudizio, portati da uomo, per Dio!
CARLO (_abbattuto, desolato_). Vittorio, la volontà non mi serve più... Mi sento dominato da una forza ignota, malvagia... Cerco di contenermi, di resistere, ma...
VITT. (_severissimo, scrutandolo_). Ma?... E poi? Avanti, sentiamo.
CARLO (_scostandosi_). Finora... ho potuto viver così, lontano, separato da lei...
VITT. (_insistendo con forza_). Cosa vuoi fare? Rispondi.
CARLO (_disperatamente_). Ma non me la sento più, non me la sento più...
VITT. (_sempre con gran forza_). Cosa vuoi fare? Andartene? Fuggire? Disertare? (_accentuando la parola_). Disertare?... È a questo che pensi, sciagurato?
(_Un silenzio_).
SCENA TERZA.
Vittorio, Carlo, Soldati al di fuori, poi Di Pranero.
VOCI (_che si vengono avvicinando_):
Noi d’Oneja, noi d’Sardegna Imitand la virtù degna Difendroma ’l bel Piemont.
DI PRAN. (_sull’uscio, voltandosi_). Silenzio, voi altri!
VITT. (_aspro_). Lasciali cantare; che male ti fanno?
DI PRAN. (_ai soldati_). Alla buon’ora: cantate fin che volete.
VOCI (_ripigliano e si allontanano_).
CARLO (_si lascia andar sulla panca_).
VITT. (_riprende il suo lavoro_).
DI PRAN. (_brontolando_). Bei cantanti! Farebbero una bella figura sur un teatro; gialli, irsuti, magri come il cavallo dell’Apocalisse... Fortuna che i sans-culottes hanno poco da invidiare ai nostri. Ho visto i prigionieri di ieri. Barbe e facce! Oh siamo allegri tutti, amici e nemici!... E la Volpianina se n’è andata stanotte.
VITT. Chi! La vivandiera?
DI PRAN. Già. E la baracca è chiusa, e ci toccherà star senza acquavite.
VITT. (_attristato_). Morta! Povera donna! E di che?
DI PRAN. Della febbre maligna che ci ammazzerà tutti quanti (_brontolando_). Quella lì poi era una brava ragazza: cuciva e lavava le nostre robe, dava il bicchierino a credito ai soldati, e...
VITT. (_dopo aver aperto l’uscio e data un’occhiata al di fuori_). Ohe, mi par tempo d’andare.
DI PRAN. Per me son pronto; ma la Torretta cosa fa?
VITT. D’Aldengo, a te.
CARLO (_senza muoversi_). Son di gran guardia domani.
VITT. (_duramente_). Su, su; non c’è tempo da perdere.
CARLO (_alzandosi, con sarcasmo_). Mi parli come superiore, eh?
VITT. Per Dio!
CARLO (_va lentamente a prendere un bastone nell’angolo, e si dispone a uscire_).
DI PRAN. (_munito anche lui d’un bastone_). Posso parlare? Bada che presto non avremo più legna.
CARLO e DI PRANERO (_escono_).
SCENA QUARTA.
Vittorio, un Soldato.
VITT. (_segue Carlo e Di Pranero fino alla soglia, di là alza la voce, accennando_). Olà? uno di voi.
SOLDATO (_con un fazzoletto annodato sotto il mento, viso ed atti esprimenti gran freddo, entra e si mette sull’attenti_).
VITT. Portami una bracciata di legna.
SOLDATO (_esita, crolla il capo_).
VITT. Cosa c’è?
SOLDATO. Aspettiamo la distribuzione da ieri.
VITT. Sta bene; va.
SOLDATO (_saluta e via_).
SCENA QUINTA.
Vittorio, poi La Torretta.
VITT. (_rimane un momento immobile, pensieroso in mezzo alla scena; poi scuote il capo come per cacciare un’idea molesta_).
LA TOR. (_entra, guarda intorno_). E... Cospetto! E Pranero? Non è ancor venuto, o non mi ha aspettato?
VITT. (_grave_). Hai fatto tardi. D’Aldengo è andato in vece tua. Tu lo sostituirai domani. Per questa volta si rimedia così.
LA TOR. (_mortificato_). Diavolo! mi rincresce per D’Aldengo. Non è piacevole andar fuori. Senza contar le schioppettate, c’è di che buscarsi un’oftalmia, o rimetterci la pelle del viso. La nebbia è andata via; adesso tira un vento che pela; chi sa cos’avremo più tardi! E lui, D’Aldengo, la deve tener da conto la sua persona. Cospetto! Se torna a casa sfigurato, la sposina si rifarà con un altro. Ti pare?
VITT. (_freddo_). Non è argomento da scherzi, questo.
LA TOR. Tutt’altro! Cose serie. Povero D’Aldengo! Ha il corpo in montagna e il cuore in pianura (_ride_).
VITT. (_un po’ infastidito_). Che c’è di nuovo nel campo?
LA TOR. Niente. Si dànno le verghe a un soldato.
VITT. (_scotendosi_). Oh! E perchè?
LA TOR. Non so, non ho domandato.
VITT. (_va per uscire_).
LA TOR. Toh! Vai a vedere?
VITT. Sì, a veder se posso impedire il supplizio. (_Disgustato_). Queste punizioni barbare, odiose, io le vorrei assolutamente abolite.
LA TOR. Corri, allora, perchè quando son passato io, il plotone era già formato.
VITT. (_via rapidamente_).
SCENA SESTA.
La Torretta, poi San Vito.
LA TOR. Chi lo capisce! Tanto cane con noi altri ufficiali, coi soldati... latte e miele. (_Siede davanti al fuoco tentennando la testa_).
SAN VITO (_affacciandosi_). Tenente.
LA TOR. (_alzandosi salutando_). Avanti, avanti.
SAN VITO (_entrando_). Brrr... Chiudiamo fuori il vento, eh! (_chiude l’uscio con cura_).
LA TOR. Lei chiude fuori anche il maggiore, sa!
SAN VITO. Busserà. Qui quanti siete?
LA TOR. Quattro, sor quartiermastro.
SAN VITO. Quattro?!... Quattro qui e tredici nella catapecchia vicina! Tredici ufficiali che lavorano, mangiano, dormono, cantano tutti insieme, nella stessa stanzuccia! Troppi là, pochi qui. Penso io.
LA TOR. Senta...
SAN VITO (_chetandolo col gesto_). Zitto! (_calcolando_). Quattro e tredici: diciassette. Perciò: nove là e otto qui, oppure nove qui e otto là.
LA TOR. (_seccato_). Scusi, non vede quanto siamo stretti?
SAN VITO. Cari voi, guadagnerete in calore quello che perderete in spazio. Sicuro. E Sua Altezza Reale vuole che i suoi ufficiali stiano al caldo. Positivamente. S’è degnato di farmelo sapere. Penso io (_presentando la sua tabacchiera a La Torretta_). Gradite?
LA TOR. (_imbroncito_). No, grazie.
SAN VITO (_con modi insinuanti, guardando intorno_). E voi... Non avete niente da offrirmi?
LA TOR. (_indicando il focolare_). S’accomodi: aggiungo un pezzetto di legno.
SAN VITO. Nè vino, nè acquavite, nè rosolio? Un po’ d’anisetta, per esempio? No? Ah non bisogna stare sprovvisti! Non per offendervi: un buon militare deve aver sempre modo di mostrarsi cortese coi suoi camerati (_dopo una pausa_). Vi annoiate, eh?
LA TOR. Peuh! tanto o quanto.
SAN VITO. Caro voi, se l’ozio è il padre, la noia è la madre dei vizi. Saprete almen qualche gioco? Dadi, carte, tarocchi. Giocate a tarocchi?
LA TOR. (_con un sospiro_). Giocavo, ma adesso...
SAN VITO. Penso io. (_Toglie di tasca un mazzo di tarocchi_). Una partitina?
LA TOR. (_rasserenato_). Cospetto!
SAN VITO (_si mette a cavalcioni sulla panca_). A noi!
LA TOR. (_imitandolo_). A noi!
(_Giocano. Dopo un poco due colpi all’uscio_).
SCENA SETTIMA.
La Torretta, San Vito, un Sergente.
LA TOR. Ehi?
SAN VITO. Sarà il maggiore.
LA TOR. (_alzando la voce_). Chi va là?
SERG. (_dall’esterno_). Sergente Chiodo, signore.
SAN VITO. Mandatelo via.
(_I colpi si ripetono affrettati e più forti_).
LA TOR. (_balzando in piedi_). Ma cosa diavolo c’è?
SERG. (_dall’esterno_). Disgrazia grossa; un capitano ferito!
LA TOR. (_correndo ad aprire_). Cospetto! (_al sergente_). Chi è? Su, parla, di’ subito...
SERG. (_trafelato, con gli abiti in disordine_). È il signor conte D’Aldengo.
LA TOR. Misericordia! Oh poveri noi! È grave? Dov’è ferito? Dove l’hai lasciato?
SERG. Lo portano qui.
SAN VITO. Qui? E perchè non all’ambulanza? Per che cosa è fatta l’ambulanza?! Questo non è regolare.
SERG. È lui che vuole...
LA TOR. (_affannato_). Andiamo! Lasciamo!... Il chirurgo maggiore è già avvertito?
SAN VITO. Penso io. (_Via_).
LA TOR. Bravo! Pensateci voi... (_al sergente_). E noi... Noi accomodiamogli il letto. Dammi una mano (_eseguendo_). Così... Adesso va bene, cioè meno male. All’ambulanza, no: muoiono come le mosche. Adesso va a pigliar un po’ d’acqua. La brocca è là... Ah! E manda un uomo a cercare il maggiore Bermond: e che corra, che corra...
SERG. (_via_).
LA TOR. (_camminando agitato per la scena_). Oh poveri noi! Poveri noi!...
(_Mormorio e calpestio all’esterno_)
SCENA OTTAVA.
La Torretta, Di Pranero, Carlo, alcuni Soldati, il Sergente.
(_Carlo avvolto nel mantello è portato da due soldati. Altri soldati si affollano confusamente all’uscio. Il sergente ritorna coll’acqua_).
DI PRAN. (_a La Torretta_). Siamo qui... Brutta faccenda, sai, brutta faccenda (_ai soldati, indicando il saccone di Carlo_). Mettetelo giù, pian pianino... così, così.
CARLO (_pallidissimo, con gli occhi chiusi, si abbandona come svenuto_).
I SOLDATI (_dopo averlo deposto si ritirano verso il fondo_).
DI PRAN. Non vi allontanate: si può aver bisogno di voi. Accostate l’uscio.
LA TOR. (_considerando Carlo_). Par morto.
DI PRAN. Ssst!
LA TOR. (_sottovoce_). Ma come mai?...
DI PRAN. Cosa vuoi! Si attraversava il gran piano, su due file, lui ed io in testa, cheti, cheti... A un tratto: boum! da un’altura, un colpo di spingarda: e me lo vedo là sulla neve...
LA TOR. Nella gamba?
DI PRAN. Quattr’once di palla due dita sopra la noce del piede.
LA TOR. Ahi!
DI PRAN. Ssst!
CARLO (_senza aprir gli occhi_). Bere.
LA TOR. (_al sergente_). Acqua, presto!
DI PRAN. (_togliendo la brocca dalle mani del sergente ed accostandola alle labbra di Carlo_). Adagino, eh, non ti far male...
CARLO (_dopo aver bevuto, girando gli occhi torbidi all’intorno_) Il maggiore?... Non c’è Bermond? Voglio vederlo. Chiamate, cercatelo...
LA TOR. Quieto! Quieto! Sarà qui a momenti. L’ho fatto avvertire.
CARLO. Voglio vederlo! Ho bisogno di lui, subito!
DI PRAN. Calmati... (_vedendo Vittorio che entra_). Eccolo! Vedi!
SCENA NONA.
La Torretta, Di Pranero, Carlo, Vittorio, San Vito, il Chirurgo maggiore, il Sergente, i Soldati.
VITT. (_accostandosi rapido_). Ah Carlo, amico mio!...
CARLO (_con un sorriso spasmodico_). In che stato, eh?
LA TOR. Sarà niente, vedrai.
_Carlo_ (_subitamente irritato, agitandosi come per sciogliersi dal mantello_). Niente? Con una piaga così? Guarda!... Sarai sempre uno sventato!
VITT. Calmati, via. Vedi, qui c’è il nostro chirurgo.
CARLO. Grazie.
CHIRURGO. Mio dovere. Dunque, mi dica: cos’abbiamo buscato?
LA TOR. Un po’ di piombo nella gamba sinistra.
CHIRURGO (_si abbassa ed esamina con molta attenzione_).
CARLO (_con voce fioca_). Non ho sentito niente. Volli guardare chi aveva tirato e mi trovai in terra.
CHIRURGO. L’osso è rotto, spezzato. Già qui abbiamo un piede un po’ malconcio.
CARLO (_fissandolo_). Oh dica, dica pure.
CHIRURGO. Bene. Lei non si oppone a che io... a quel ch’io dovrò fare?
CARLO. No... Ma è finita.
VITT. Non devi creder questo!
CARLO. Se lo sento! Se lo so!
CHIRURGO. Si calmi (_esitando_). La gamba già... temo assai di non poterla salvare. Voglio dire che bisognerà aver pazienza.
CARLO (_interrompendolo_). Parli chiaro. Cosa importa oramai!
CHIRURGO. Dobbiamo deciderci...
CARLO (_interrompendolo ancora_). Son deciso, son pronto a tutto. Ma sarà inutile. Sono un uomo morto io (_dopo una pausa, cambiando tono_). Bermond, ho bisogno di te. Lasciatemi... lasciatemi tutti vi prego.
(_Escono tutti, meno Vittorio_).
SCENA DECIMA.
Carlo, Vittorio.
CARLO. Mettiti qui, vicino, molto vicino a me. Ho bisogno di te, dell’amico. L’amico d’una volta... di prima della guerra.
VITT. (_mettendosi accanto_). Sì, sì, sono quello. Cosa vuoi? Di’ pure.
CARLO. Non ho altri che te... (_Colpito da un’idea subitanea_). Bisognerà avvertire il cappellano!
VITT. Se sarà il caso... Sta tranquillo. Ma io spero...
CARLO. No, no, no, non dirmi niente d’inutile. Non abbiamo tempo da perdere. Piuttosto rispondimi: ti pare ch’io abbia sempre fatto il mio dovere?
VITT. Ma sì...
CARLO (_con intenzione_). Anche... anche in questi ultimi giorni?
_Vitt._ Ma sì, ma sì, senza dubbio.
_Carlo._ Non m’inganni, eh? Sta bene. Lo dirai a mia moglie. Tu la vedrai (_animandosi_). Le dirai pure ch’io ti parlavo di lei, tanto, tanto, sempre... e che sono morto col suo nome sulle labbra... Sarà così.
VITT. Non dimenticherò niente. Adesso riposati.
CARLO (_dopo breve pausa_). Non ho finito. La pregherai sopra tutto di ricordarsi di me. Ah su questo bisogna insistere! È l’essenziale. Non vi è parola che possa esprimere quanto l’ho amata. (_esaltato_). Guarda, penso a quel che potrebbe accadere dopo la mia morte, e soffro. Soffro più di quel che soffrirò tra poco, a momenti, quando...
VITT. (_angustiato_). Non pensare, non pensare.
CARLO. Una cosa orrenda! Patirei ancora anche morto. Non posso credere che dopo sia tutto finito. Porterei con me il mio tormento; e allora, e allora, e allora...
VITT. (_raccogliendo tutta la sua energia_). Basta! Fida in me, che son tuo amico. Adesso voglio vederti tranquillo. Tu non te ne accorgi e aggravi il tuo male.
CARLO. Non parlarmi (_col capo tra le mani_). Vedi, vengono adesso le idee! Le cose importanti! Vengono, vengono. Aiutami tu a fermarle (_tornando al pensiero di prima_). Ma sarai là, eh? Conto su di te, come su un altro me stesso. Ricordati questo, nel nome di Dio: se è possibile, se le condizioni dell’altra esistenza mi lasciano libero, io t’ispirerò, ti guiderò, ti darò forza, coraggio... e... e tu ti opporrai!
VITT. Oppormi? A che? A che vuoi che mi opponga?
CARLO (_con ira_). Oh! ma bada a quel che dico! Sta attento: fa di comprendere mentre i pensieri mi obbediscono ancora. Non voglio che Sabina mi dimentichi. Ecco. Non voglio. È stata così poco mia! Così poco! E non voglio che appartenga ad un altro. Pensa! È questo che mi devi promettere.
VITT. (_sbalordito_). Io?!
CARLO. Le ripeterai semplicemente ciò che ti ho detto. Mi fido di te. E ti opporrai. Non voglio che diventi moglie di un altro.
VITT. (_con dolcezza_). Ho capito. E adesso non pensar più a questo; ne riparleremo.
CARLO. No, no, no! È adesso che mi devi dir sì: adesso, sull’atto.
VITT. (_con calma_). Perdonami, ma bisogna ancor ch’io ci pensi... Il mandato è difficile, molto difficile. Mettiti un po’ nella mia condizione morale; dove prendo il diritto? Dove prendo la forza? Come troverò le ragioni? Rifletti, rifletti, ti prego.
CARLO (_con un singhiozzo furioso_). Vittorio, tu non devi lasciarmi morire così!
VITT. Bada che è la febbre che ti fa preveder certe cose. La febbre e forse un po’ di delirio. Passerà e discorreremo. Adesso mettiti giù, sta fermo, sta quieto.
CARLO (_smaniando_). Lasciarmi andar nella tomba senza questa promessa! Lasciarmi morir disperato!
VITT. (_accorato_). Carlo, mio povero amico...
CARLO. No, no, no, no, non lo sei mio amico!
VITT. Pensa a Dio! Rimettiti in lui!
CARLO (_agitandosi convulsamente_). Guarda come soffro! Ho male, ho male nel corpo e nell’anima e tu mi neghi il conforto!... A un uomo che muore!... L’ultima consolazione! Puoi e rifiuti! (_a mani giunte, con accento straziante_). Aiuto, Vittorio! Aiutami presto! La tua parola che farai quel che t’ho detto! La tua parola! La tua parola!
VITT. (_vinto, con la mano sul petto_). La mia parola!
CARLO (_ricade indietro, rovesciando la testa_).
VITT. (_va rapidamente all’uscio_).
(_Entra il chirurgo, seguito da un garzone che porta una cassetta_)
CALA LA TELA.
ATTO SECONDO.
_Sala nel palazzo D’Aldengo. Una porta in fondo che serve d’ingresso comune; due altre laterali. Canapè, sedie, poltrone, altri mobili ricchi ed eleganti disposti per la scena. È giorno._
SCENA PRIMA.
Gaudenzio, il Cavaliere Amedeo Bermond.
GAUD. (_introducendo Amedeo_). Sì, signore, la contessa Sabina è uscita.
AMEDEO. Ne sei sicuro?
GAUD. Sì, signore. Se vuole, avviso la signora contessa madre.
AMEDEO. Sta bene, avvisala.
GAUD. (_via a destra_).
AMEDEO (_passeggia un po’ nervoso_).
SCENA SECONDA.
Gaudenzio, Amedeo, la Contessa Ortensia, Datis.
GAUD. (_rientra, traversa la scena ed esce dalla porta comune_).
ORT. (_affabile_). Buon giorno, Bermond. E così?
AMEDEO (_inchinandosi_). Contessa...
ORT. Voi avete qualche cosa da dirmi?
AMEDEO. Io? Come fa a saperlo?
ORT. (_con malizia fine_). Capita così di rado che domandiate di me!
AMEDEO (_confuso_). Oh! Lei non mi deve dir questo. Al solito non domando di lei, perchè la so occupata...
ORT. (_sorridendo_). Via, via, non cercate di giustificarvi, fate peggio! Dunque che c’è di nuovo?
AMEDEO (_lietamente_). Ieri sera è arrivato mio fratello.
ORT. Ah!
AMEDEO. È a Torino con altri ufficiali, venuti per veder le famiglie. Quest’anno i granatieri reali passan l’inverno in Asti.
ORT. Una cara improvvisata, eh? Siete contento?
AMEDEO. Oh! sì, felice! È maggiore di me e mi ha sempre fatto anche un po’ da padre. Mi ama tanto! Io poi gli voglio un bene dell’anima.
ORT. Si fermerà molto?
AMEDEO. Non so. È arrivato tardi, stracco morto; mi abbracciò, mi baciò, e andò a riposare. Stamattina uscì presto per presentar certe sue note al generale. Suppongo che questo l’abbia trattenuto a colazione, perchè a casa non è più tornato. Cosicchè appena posso dir d’averlo veduto.
ORT. (_seria_). Egli non ripartirà senza farci una visita, ne son certa. (_Dopo una breve pausa_). Fu lui che chiuse gli occhi al povero D’Aldengo; lui che ce ne annunziò la morte...
AMEDEO (_piano, a capo basso_). Lo so, lo so.
(_Un silenzio_)
ORT. (_cambiando tono_). Perchè state in piedi?
AMEDEO. Non vorrei trattenerla, incomodarla...
ORT. (_benevola_). Mia figlia non starà molto a tornare; volete aspettarla, o preferite andarle incontro?
AMEDEO. Ma da che parte? dove trovarla a quest’ora?
ORT. Alla passeggiata della Cittadella, semplicemente. Sabina non voleva saperne d’andare, ma la baronessa Milliet ha tanto insistito!
AMEDEO (_rannuvolato_). La baronessa, eh? Avrà avuto con sè suo fratello?
ORT. (_con un sorriso fine_). Naturalmente!
AMEDEO (_per congedarsi_). Allora vado. Anche per non disturbarla di più.
ORT. (_ridendo_). Ma non sapete dir altro! Vi ripeto che... (_s’interrompe e porge l’orecchio_). Ecco una carrozza che entra nel portone. Non possono che esser loro. Buon per voi che non siete andato! (_ascoltando ancora_). Sentite, sentite la voce di Sabina.
SCENA TERZA.
Amedeo, Ortensia, Sabina, la Baronessa Sofia Milliet, Il Marchese del Cerreto.
SAB. (_entrando allegra, vivace_). Eccomi, mamma! Oh! Bermond!... Come va?
AMEDEO (_dopo aver fatto un inchino alle dame e ricambiato freddamente un saluto col marchese_). Non volevo venir che più tardi, ma poi...
SAB. Avete fatto benissimo a venir presto. Anche noi, eh, siamo andati e tornati con una prestezza!...
SOF. Cara, prima di far a questo modo, valeva meglio non muoversi.
MAR. Una passeggiata? — Un sogno è stato, un fugacissimo sogno! (_come improvvisando, ma senza caricatura_):
Oh! quanto mai fu rapida La mia ridente scena!...
SOF. (_al marchese_). Vogliamo andare?
MAR. (_seccato_). Oh, Dio! Così, subito?
SAB. Infatti! Poichè vi siete preso l’incomodo di salire le scale perchè non volete sedervi, star ancora un po’ con me?
SOF. Voglio trovarmi a casa per le quattro. Vien sempre qualcuno.
ORT. Non sono ancora le tre.
MAR. Io poi ho promesso alla contessa Sabina di recitarle i miei nuovi versi «_Amor sovrano nelle moderne politiche agitazioni_». E come si fa?
SAB. Vedete un po’. È vero. Se ve n’andate, come si fa?
MAR. Stasera infallibilmente devo declamarli nell’adunanza dei Pastori della Dora (_con sussiego_). Capirete che il pastor Mirtillo non può mancare a un impegno. D’altra parte vorrei che la contessina fosse la prima a sentirli. È un omaggio... (_continua a discorrere con Ortensia_).
SOF. (_sottovoce a Sabina con un po’ di stizza_). So perchè hai voluto tornar subito a casa!
SAB. (_con semplicità_). Ignoravo affatto che Bermond fosse qui, te lo assicuro.
SOF. Non te l’hai a male se non ti credo?
SAB. Figurati!
MAR. (_sempre a Ortensia, ma alzando un po’ la voce_):
Mentre il gallico sistema Mette il mondo in iscompiglio, E vorrebbe ogni diadema Orgoglioso conculcar, Anche amor, che ha scettro e regno...
SOF. (_interrompendolo_). Scendi dalle tue nuvole, fammi il piacere! Andiamo, che è tempo. (_A Sabina_). Mi dai un bacio?
SAB. Due, cara!
(_Si baciano_).
SOF. Contessa Ortensia... Cavaliere... (_si avvia_).
MAR. (_a Sabina, baciandole la mano_):
Quanto fu la mia gioia instabil breve!
I miei ossequii, contessa Ortensia (_s’inchina_). Bermond, vi saluto (_segue Sofia_).
SCENA QUARTA.
Amedeo, Ortensia, Sabina.
ORT. (_a Sabina, avviandosi a destra_). Bada che Bermond ti deve dar una nuova. Io la so già. (_Prima di uscire, bonariamente_). E non bisticciatevi, mi raccomando. (_Via_).
SCENA QUINTA.
Amedeo, Sabina.
SAB. Una nuova? Buona o cattiva? Cos’è? Presto!
AMEDEO. Speravo di trovarvi, di vedervi subito e invece...
SAB. Ecco! L’avete con me perchè sono uscita con Sofia! Ma se esco quasi tutti i giorni!
AMEDEO. Sì, ma oggi era con voi anche il marchese. Quel poeta!
SAB. (_ilare_). Ah! ah! sicuro, il poeta mi fa la corte. E Sofia lo incoraggia, e vorrebbe che lo incoraggiassi anch’io (_con sentimento, con grazia_). Ma questo a voi deve importar così poco... La nuova, la nuova, fuori la nuova!
AMEDEO. Vittorio è qui.
SAB. Oh! Il conte? Da quando?
AMEDEO. Da ieri sera.
SAB. E non siete venuto a dirmelo subito!
AMEDEO. Ma è arrivato tardi, tardissimo.
SAB. Bisognava venir stamattina! E poi? Vi sarà altro: vi sarete parlato, mi immagino?
AMEDEO. Sì, al momento dell’arrivo. Oggi non l’ho ancor veduto. Spero di star con lui un po’ a lungo stasera... Appunto son venuto per sapere, per concertar con voi...
SAB. (_come se non avesse capito benissimo_). Concertar che?
AMEDEO. Quello che gli devo dire a proposito di... A proposito del nostro... (_si ferma titubante_).
SAB. (_con freddezza simulata, fingendo di raccapezzarsi_). Ah! Sì, sì, ho capito. Ma c’è tempo, eh? Che ve ne pare?
AMEDEO. Oh!
SAB. Siete d’un altro parere, voi?
AMEDEO (_timidamente, quasi sottovoce_). Il lutto è finito.
SAB. Questo non significa niente.
AMEDEO (_attristato_). No?! Credete di dover aspettare? Aspettiamo pure. Sapete che la vostra volontà è tutto per me. Ma vi avverto che non rispondo di nulla (_animandosi via via_). Mio fratello può ripartire quando che sia, da un momento all’altro. Non avete voluto mai ch’io gli scrivessi; adesso sarò io che non vorrò più. E per una buona ragione. Potrebbe rispondermi: — Perchè non hai parlato mentr’ero a Torino, con te? Segno che non avevi fiducia. Adesso aspetta; ne riparleremo quando tornerò. — E chi sa quando tornerà! (_cambiando tono, con tenerezza_). Io non mi stancherò d’aspettare: ma voi?... io non mi stancherò, perchè vi amo, vi amo, vi amo... Vi adoro, io!
SAB. Ecco! Parlatemi così. Questo sì ch’è un argomento stringente! (_gaia_). Che fatuo! Non si può scherzare? Non avete capito che fingevo? Basta così (_andando al canapè_). Qui, venitemi vicino. Parliamo sul serio, concertiamo, combiniamo. A voi. Cosa intendete di fare?
AMEDEO (_rasserenato_). Non so quel che mi direte.
SAB. (_con gravità_). Bisognerà tener conto di tutto; delle nostre condizioni rispettive; della mia particolarmente. Agir con prudenza, con delicatezza, per non far cattiva impressione alla prima. Non conosco personalmente il conte Vittorio, ma so che è un uomo serio, austero: ne avrò suggezione... e voi non dovrete dire a vostro fratello spiattellatamente: — Io amo, eccetera, eccetera; e voglio eccetera, eccetera. Ci vorrà qualche riguardo, qualche cautela. Pensiamo un momento.
AMEDEO (_le prende la mano e fa per baciarla_).
SAB. (_ritirandola con grazia_). No, non divaghiamo! Animo, concentratevi in voi, cercate, studiate, calcolate... (_dopo un silenzio, con qualche impazienza_) E dunque?
AMEDEO. Ci penso.