Part 15
SAB. Com’è vostro fratello? Vi somiglia? No! Non ditemi niente. Vedrò io... Sarei solo curiosa di sapere se, incontrandolo per istrada... Non ditemi niente! (_dopo una brevissima pausa_). Vittorio Bermond! (_ripetendo con compiacenza_). Bermond... Bermond... Un bel nome, sapete. A me mi par bello (_subitamente più seria_). Chi m’avesse detto, quando l’ho visto sotto la lettera... terribile che dopo avrei conosciuto voi, e che... Cos’è il destino, eh? Cos’è la vita!
AMEDEO (_cercando di distrarla_). Amica mia, adesso siete voi che divagate.
SAB. (_come trascinata dai suoi pensieri_). Quando penso a quei giorni...
AMEDEO. Sabina, vi prego...
SAB. (_senza ascoltarlo_). Passai ore, traversai angoscie, che prego Dio di non mandar mai più a nessun’anima umana. No, non credevo di poter tornare quella di prima! (_alzandosi_). Eppure, che volete? le impressioni vennero perdendo vivacità, a poco a poco mi acquetai, mi rimisi, e.... eccomi qui, eccomi qui, eccomi qui.
AMEDEO (_fissandola stupito_). Contessa... Sabina... Che c’è adesso? Che cosa avete? (_Si alza, ma non osa accostarsi_).
SAB. (_sempre agitata_). Questo però era inevitabile. Ditemi voi. È quel che accade ai giovani, eh?
AMEDEO. Santo Dio, è quel che accade a tutti!
SAB. Ma è un brutto lato della nostra natura! Un brutto lato! Un brutto lato! (_rimane immobile, con la testa china sul petto_).
AMEDEO (_avvicinandosi dolcemente, sempre più sorpreso e addolorato_). Ma che idee! Perchè mai questi... come devo dire?... questi scrupoli. E proprio oggi! Proprio adesso che dobbiam pensare a... a tutt’altro. È la prima volta che vi vedo così. È una cosa nuova per me, nuova e dolorosa. Che avete, Sabina? Vi prego, ditemi, che avete?
SAB. (_con le lagrime nella voce_). Ma se non so! Ero così gaia, così gaia, e a un tratto m’è venuta addosso una inquietudine, un malessere... Non v’è capitato mai di sentire all’improvviso farsi come un gran silenzio tutto intorno, e dentro di voi anche?... Non credevo di doverla provar più questa sensazione paurosa... Quest’informe presentimento... Quando avevo Carlo lassù, continuamente esposto al pericolo... Ma ora? Perchè ora? Oh ma mi passa, mi passa.
AMEDEO. Ma che ubbie! Che sogni! Avete fatto paura anche a me, sapete! (_attirandola verso il canapè_). Venite, torniamo qui. E pensiamo a noi. Pensiamo al nostro amore, alla nostra dolce intimità, che a me pare ch’abbia sempre, sempre esistito (_con passione_) Lasciamolo stare il passato. Tutto quello che è stato deve sparire dalla nostra memoria. Le nostre due vite devono unirsi, formarne una sola. E adesso raccogliamo le idee. Sabina, Sabina mia...
SCENA SESTA.
Amedeo, Sabina, Gaudenzio.
GAUD. (_sull’uscio_). Il signor conte Bermond chiede di vedere la signora contessa D’Aldengo.
SAB. Venga.
GAUD. (_Via_).
AMEDEO. Lui!
SAB. (_pensosa_). Sì.
AMEDEO. È naturale però?
SAB. Sì, sì, è naturale.
AMEDEO. Avrà qualche cosa da dirvi?
SAB. Non so...
AMEDEO. Vi lascio.
SAB. No!... Sì! Fate come volete.
AMEDEO. Sabina...
SAB. Silenzio!
AMEDEO (_s’incammina come per muovere incontro al fratello, poi quasi senza accorgersene si mette un po’ in disparte_).
SAB. (_si alza e si volge all’uscio_).
SCENA SETTIMA.
Amedeo, Sabina, Vittorio, Gaudenzio.
GAUD. (_introduce Vittorio e si ritira_).
VITT. (_in abito civile, nero, si avanza e s’inchina_).
SAB. Signor conte... Sapevo già il suo arrivo, ma non avrei osato sperar mai che si sarebbe ricordato così subito di me.
VITT. Lei sapeva il mio arrivo? E come mai? (_s’accorge che Sabina guarda altrove, si volta e vede Amedeo; con un atto di stupore_) Tu! Tu qui?
AMEDEO. Sono io che l’ho avvertita. Ho fatto male?
VITT. No.
AMEDEO (_inchinandosi_). Contessa...
SAB. Ve ne andate? A rivederci.
AMEDEO (_con intenzione_). Domani...
SAB. (_parlandogli anche con gli occhi_) Domani, stasera, quando vorrete. È ancor presto. Se all’ora in cui venite al solito non saprete come impiegar meglio il tempo, mi troverete in casa.
AMEDEO. Siete mille volte troppo gentile. Addio Vittorio (_via dal fondo_).
SAB. (_a Vittorio_). Lei non sapeva ch’io conoscessi suo fratello?
VITT. Infatti! E, a quanto vedo, viene qui molto spesso?
SAB. (_suonando il campanello_). È un giovane serio, garbato, e la sua compagnia è piacevole a tutti.
GAUD. (_entra_).
SAB. Avvertir la contessa.
GAUD. (_via a destra_).
SAB. (_a Vittorio_). Non voglio privar mia madre del piacere di trovarsi subito con lei.
SCENA OTTAVA.
Sabina, Vittorio, Ortensia, Gaudenzio.
GAUD. (_rientra e via dal fondo_).
ORT. (_entrando, molto affabilmente_). Conte! Quanto le dobbiamo esser grate di questa sua gentile premura! Abbiamo parlato tanto di lei! Se sapesse com’era vivo in noi il desiderio di conoscerla!
SAB. Per ringraziarla...
ORT. Sì, per ringraziarla di quanto ha fatto per il nostro povero...
SAB. Di questo, sì, e della sua lettera così piena di commiserazione, di benevolenza, di bontà. Ha ricevuta la mia risposta?
VITT. L’ho ricevuta, l’ho ancora e la conserverò sempre.
SAB. Davvero? (_con espressione_). Lei immagina come dovevo trovarmi in quei giorni!... Temevo di non aver saputo, di non aver potuto esprimerle tutta la mia riconoscenza. E m’era rimasto come un rimorso! Però prevedevo, anzi ero sicura, che, o prima o poi, lei sarebbe venuto. Nella chiusa della sua lettera accennava anzi a un colloquio che avrebbe dovuto aver luogo fra noi.
VITT. È vero... Ed ho pensato molto a questo incontro. E lei non può credere con quanta ansietà!
SAB. Oh! Non comprendo il perchè! Doveva pur sentire come l’avremmo accolto! (_come raccapezzandosi_). Ah! forse il timore che la sua presenza potesse riuscirmi penosa? È questo forse? Ebbene, no, no, no! (_dopo una pausa, lentamente, con sentimento_). Lei deve sapere che la memoria di Carlo mi ritorna serena, sempre mestamente serena... È il ricordo d’un amico lontano, d’un amico smarrito, ma non perduto.
VITT. (_con effusione_). Grazie! La ringrazio di parlarmi così! (_cambiando tono, porgendole una scatoletta di ricco lavoro_). Ecco: qui sta quanto le devo rimettere.
SAB. (siede, apre la scatola, la considera in silenzio).
ORT. (avvicinandosi a lei dietro le spalle). Gli anelli, eh? L’orologio, i capelli...
SAB (commossa). Sì, mamma: le sue reliquie...
ORT. (dopo un poco, togliendole dolcemente la scatola dalle mani). Adesso basta. Riguarderemo queste cose quando saremo tra noi.
SAB. (ancora commossa, accostandosi a Vittorio). E adesso mi dica... E lei? Non ha ritenuto niente? Non le resta alcuna memoria di lui?
VITT. Quella che ho nel cuore.
SAB. Dunque tocca a me... Si compiaccia d’aspettarmi un momento (via a sinistra).
SCENA NONA.
Vittorio, Ortensia.
VITT. (_in atto di chi pensa_).
ORT. (_respirando_). Ah! Creda che avevo il cuore stretto in modo da non si dire. (_Dopo una pausa, cangiando tono_). Lei ci favorirà ancora, non è vero? Verrà spesso a trovarci?
VITT. (_scotendosi_) Riparto domani, signora.
SCENA DECIMA.
Vittorio, Ortensia, Sabina.
SAB. (_entra tenendo in mano un piccolo ritratto, che porge a Vittorio_). Ecco: questo è uno dei primi doni che ho ricevuto da Carlo. — È per lei, lo tenga.
ORT. È una miniatura, fatta proprio benino.
VITT. Grazie! Ma io non vorrei privarla...
ORT. Io ne ho un’altra copia, che darò, com’è giusto, a mia figlia. Per tutte e due poi, c’è un bel ritratto al naturale di là nel salone (_a Vittorio che contempla la miniatura_). Com’è lui!
VITT. Sì, sì, è lui (_quasi tra sè_). È lui, ancora tranquillo, ancora felice...
ORT. (_a Sabina_). Il conte ci lascia, sai: parte domani.
SAB. (_con accento di meraviglia dolorosa_). Oh! (_a Vittorio_). Lei parte? Ma perchè?
VITT. L’andare o lo stare non dipende sempre dalla mia volontà.
SAB. Mi concederà ancora qualche momento? Almeno questo.
ORT. Almeno questo, sì! La prego anch’io. Non è possibile che non abbia più niente da dire a mia figlia. Li lascio en tête-à-tête (_porge la mano a Vittorio e via a destra_).
SCENA UNDICESIMA.
Sabina, Vittorio.
SAB. (_andando al canapè e accennando a Vittorio di sederle vicino_). Sa perchè l’ho trattenuta?
VITT. In verità... (_siede_).
SAB. Perchè spero d’indurla a restare.
VITT. Son soldato, contessa.
SAB. Come mi risponde!
VITT. Mi perdoni; voglio dire che devo fare di necessità virtù.
SAB. Se penso a insistere, è unicamente perchè mi rincresce che lei vada via (_con forza_). Sì, sì, è così: la sua partenza m’affligge.
VITT. (_sorridendo_). Possibile! Lei vuol vedermi confuso...
SAB. (_seria_). Non rida... Speravo tanto d’aver acquistato un amico!
VITT. (_serio anche lui_). Lo sono.
SAB. Sì, ma lontano da domani in poi, ed io lo vorrei vicino, sempre vicino. Mi sento sola...
VITT. (_stupito_). Oh! Lei però ha sua madre...
SAB. Guai se non avessi la mamma! È buona, indulgente, mi vuol bene, tanto, troppo bene. Vede coi miei occhi, pensa con la mia testa, e mi dà sempre ragione. Io avrei bisogno d’una persona che, occorrendo, mi sapesse dar torto.
VITT. E lei crede ch’io avrei questo coraggio?
SAB. (_con brio_). Diamine! Un soldato! Se mai si può provare.
VITT. La conosco da un’ora.
SAB. Rimanga, e la difficoltà si appiana. E poi che importa, se a me par d’averla sempre conosciuta? Se mi sento disposta, inclinata, spinta a confidare in lei? E viene a tempo, sa; capita in un momento opportuno. Mi spiego. (_Blandamente_). Ho vissuto un anno... come dovevo vivere. Adesso l’anno è finito. Mettiamo pure ch’io non avessi alcuna intenzione di tornare al mondo, il mondo verrebbe a me. Capisce perchè vorrei vicina una persona di buon consiglio?
VITT. (_che ha tenuti gli occhi fissi su di lei, mostrando attenzione profonda_). Sì.
SAB. A meno che non mi risolvessi a cercar un luogo di sicurtà e di scampo... Che mi direbbe di fare?
VITT. (_pensoso_). Non so...
SAB. Scusi, ma lei è altrove!
VITT. Perchè!? No!
SAB. (_con vivacità_) Ma dunque ci sarebbe mai dubbio? Mi vede lei chiusa in qualche vecchio castello, o rifugiata sulla cima d’un monte? E per la vita, s’intende. Mi meraviglio! Ho vent’anni!
VITT. (_perplesso_). Mi perdoni...
SAB. (_sempre lieta e disinvolta_). Ci sarebbe anche il convento, eh? Ma la vocazione, la vocazione, dove la piglio?
VITT. Prenda la vita come viene, si abbandoni.
SAB. Già! E le par semplice questo?
VITT. No, nè semplice, nè facile. Ma perchè voler prevedere, prestabilire? S’ottiene così di rado quel che si spera! E, per fortuna, anche non sempre accade quello che si teme! E poi, guai se si conoscesse il futuro! Dunque, si affidi a Dio, a sè stessa... e (_alzandosi_) si ricordi di me.
SAB. (_restando seduta_). Almeno, mi dica: posso contar su di lei?
VITT. Sì. Mi scriva, mi scriva spesso: io le risponderò.
SAB. (_insistendo_). Posso contar su di lei come sopra un fratello?
VITT. (_baciandole la mano_). Senza dubbio.
SAB. Quando ci rivedremo?
VITT. Chi sa! (_si scosta da lei_).
SAB. Non abbiamo proprio più nulla da dirci?
VITT. Per ora...
SAB. Le scriverò presto, sa... (_con significato_). Forse prima di quello che crede.
VITT. (_colpito_). Oh! (_fissandola_). Io non posso immaginare di che si tratti; però mi dica la verità: lei ha già in mente quello che mi comunicherà poi?
SAB. (_con grazia_). Eh sì, press’a poco. Ma non so ancor bene. Forse la pregherò semplicemente, ma caldamente, di tornar qui. Forse no... forse sì... Insomma vedremo.
VITT. (_studiando di contenersi_). E non vuole, e non può dirmi nulla?
SAB. (_ridendo_). Quando ci dicono che siamo curiose!
VITT. (_tornandole vicino d’un balzo_). La supplico di rispondermi!
SAB. (_un po’ stupita_). Ma, signor Iddio! Vi sono cose che non si possono dire nè in due, nè in quattro parole. Lei è lì per andarsene; domani sarà lontano... Non mi resta che scrivere.
VITT. (_risoluto_). Disponga liberamente di me, del mio tempo. Non so se lei parlasse sul serio dianzi, quando ha detto di volermi considerar come un fratello: ma suo amico lo sono, amico vero, fino alla morte. Mi raccomandò questo colui che non è più.
SAB. Ah! E lei si dimenticava di dirmelo? Vede? E se ne andava!
VITT. (_turbato_). È giusto! Mi perdoni. E mi perdoni pure se, in conseguenza appunto di questa raccomandazione, mi trovo come obbligato a rivolgerle una domanda. Le parrà strana; indiscreta, ma la prego di rispondermi.
SAB. (_inquieta_) Avanti, dica.
VITT. (_con mal repressa ansietà_). Avrei indugiato, aspettato ancora... rispettando scrupolosamente non solo un segreto, ma anche, ma anche...
SAB. (_sempre più inquieta, con impeto_). Ma non vede che questi preamboli mi fanno rabbrividire!
VITT. (_fissandola_). Quello che non mi voleva dire per mancanza di tempo, quello che intendeva di scrivermi, riguarda... riguarda forse il suo avvenire?
SAB. (_angustiata_). Sì. — E poi? Adesso tocca di nuovo a lei a parlare. Io ho risposto. Non le basta? Ebbene, ecco: penso che posso essere ancora felice, e lo vorrei esser presto. Ecco tutto. Vedo che ha capito. Non mi guardi così: potrei indovinare. E non voglio. Non voglio indovinar niente! Voglio sentire, voglio sapere da lei. Ecco!
VITT. (_addoloratissimo_). Come avevo ragione di pregar Dio che tenesse lontana l’ora in cui avrei dovuto compiere intero il mio mandato!
SAB. (_atterrita_). E io!... Io sentivo bene intorno a me un non so che d’avverso, d’occulto, d’insidioso... È l’avviso interno di poco fa! Oh! (_risoluta_). Presto! Dunque, c’è un ostacolo? È questo, eh? Cos’è? Cos’è? Abbreviamo il supplizio.
VITT. Il desiderio di Carlo.
SAB. (_quasi inorridendo_). Ah!... Mio marito è morto desiderando che io... Possibile? Sì, questo si può desiderare, ma dirlo? Che cosa! Dirlo!... (_scattando._) E adesso voglio tutto. Voglio le sue parole, una a una, per ordine, come le ha pronunziate. Devo poter pesare il loro significato, giudicar della loro portata. Può andarne la vita! Che ne sa lei! M’han voluta legare: ho il diritto di veder la catena. A noi, a noi: desiderio o volontà?
VITT. (_sommessamente_). Volontà.
SAB. Ah! (_come sollevata_). Sta bene. Non devo passar a nuove nozze, perchè l’ultima volontà di mio marito vi si oppone. Son questi i termini esatti? Possiamo parlar chiaro quanto ci piace, oramai. La volontà! La volontà! La volontà! (_a Vittorio_). E lei... Lei ha ricevuto l’incarico di farla eseguire? (_amaramente_). S’è preso un bell’assunto, lei!
VITT. (_tristamente_). Lo so: l’ho visto subito; è più d’un anno ch’io penso a questo. Oramai, non mi può fare un’obbiezione ch’io non abbia fatto cento, mille volte a me stesso. Non potrei ribatter pur una delle sue ragioni. Son disarmato nel campo della logica, la vittoria è sua. Perciò non mi rivolgo alla mente, io, mi rivolgo al cuore. Mi secondi, signora; torni indietro con me, venga al giorno in cui si è separata da Carlo... Rammenti l’angoscia dell’ultimo addio!... E poi, e poi, e poi... io vorrei aver modo d’esprimere ciò che quell’infelice pativa diviso da lei. L’acerba ed intensa tristezza che l’opprimeva, lo spasimo di certe ore, le ribellioni insensate... Vivevo con lui nella stessa capanna: so tutto, le posso dir tutto. Sempre così, sempre turbato da uno stesso pensiero, sempre con quell’immagine sola, che non si spostava mai dalla direzione del suo sguardo, che non lo lasciava mai, nemmeno fra i rischi, le ansie, le spietate fatiche di quei giorni. La vedeva nel cielo, nella nebbia; nel candor della neve, nell’ombra dei burroni. Lei, lei, lei! Sempre lei!
SAB. (_Immobile, muta, lo guarda, come affascinata dalle sue parole_).
VITT. (_dopo una breve pausa, con gran forza_). E quello che deve aver provato quando sentì che stava per lasciarla per sempre! Ero là. Soffriva, e non pensava che a lei. Non vedrò cosa più orrenda in mia vita! Un’anima disperata in un corpo straziato (_con grandissima forza_). Come potevo negargli il conforto che implorava a mani giunte? Non era possibile lasciarlo partire così!
SAB. (_si lascia andar seduta: ha le palme strette ai due lati del volto, gli occhi spalancati, come se vedesse realmente ogni cosa_).
VITT. (_accostandosi ancora, ripetendo con voce soffocata le parole di Carlo_). Dirai a Sabina che ti parlavo tanto, tanto di lei; sempre di lei. Che son morto col suo nome sulle labbra... (_cambiando tono_). Spirò tra le mie braccia: fu così! (_Dopo una pausa, intenerito_). Povero amico! Poveri morti! Voi non mutate: l’amore che ci avete portato è un fatto sempre vero e reale. Perchè dobbiamo mutar noi? Perchè piangervi oggi, e fra mesi, fra un anno, ridere, scherzare, dimenticar tutto...
SAB. (_sopraffatta nasconde il volto tra le mani_).
SCENA DODICESIMA.
Sabina, Vittorio, Gaudenzio, Amedeo.
GAUD. (_introduce Amedeo e si ritira_).
AMEDEO (_entra, fa due passi, poi vede, si ferma attonito_).
VITT. (_correndo a lui, con voce bassa, concitato_). La contessa non può riceverti. Non è il momento. Va via!
AMEDEO (_sbigottito_). Cos’è successo?
VITT. (_spingendolo verso la porta_). Taci! Saprai poi. Vattene.
AMEDEO (_resistendo_). Perdonami! Così no! È inutile: non vado via così. (_Alzando la voce_). Sabina...
SAB. (_si scuote, balza in piedi_). Voi!
AMEDEO (_angosciato_). Cos’avete?... Che hai? Sabina, che hai?
VITT. (_con un grido_). Tu?!... Dunque sei tu che... Oh! (_afferrandolo_). Via, via, via!
AMEDEO (_impetuoso, dibattendosi_). Lasciami!... Voglio una parola... Sabina!
SAB. (_piegata a lui, con le mani protese_). Va! Adesso devi andare... Va! (_con uno scoppio di passione e di pianto_). Ma spera, sai! Spera ancora! Spera! spera! spera!
CALA LA TELA.
ATTO TERZO.
_Stanza in casa dei fratelli Bermond. Due porte laterali: quella di destra serve d’ingresso comune; quella di sinistra mette agli appartamenti interni. Caminetto acceso nel fondo. Tavola, sedie, poltrone. — È sera: la scena è scura._
SCENA PRIMA.
Vittorio, Amedeo, poi Michele.
VITT. (_immobile, seduto sur una poltrona davanti al caminetto_).
AMEDEO (_apre l’uscio di sinistra, dà una rapida occhiata all’intorno, non vede Vittorio e s’avvia a destra_).
VITT. (_con voce tranquilla, senza voltarsi_). Amedeo!
AMEDEO (_trasalendo_). M’hai chiamato?
VITT. (_alzandosi_). Oh guarda: non m’accorgevo d’essere al buio! E anche tu, di là, eh? (_gli passa davanti e va all’uscio di destra_). Michele!... lume, presto! (_ad Amedeo_). Tu stai con me.
AMEDEO. Perchè?
VITT. Mi fai piacere.
MICHELE (_entra con una lucerna che posa sulla tavola, e via_).
AMEDEO. È un desiderio, od è un ordine?
VITT. (_non risponde_).
AMEDEO. Perchè, se mai... di là son più tranquillo.
VITT. (_blando_). Però te ne andavi.
AMEDEO (_aspro_). Se sono tuo prigioniero, dimmelo. Lo devo sapere!
VITT. Sentiamo: è la mia presenza che ti è uggiosa?
AMEDEO (_prorompendo_). Non dovevi promettere.
VITT. T’ho detto tutto. Mi hai chiesto tempo per riflettere. Te l’ho accordato. Ora...
AMEDEO. Non dovevi promettere.
VITT. Quello che è fatto è fatto.
AMEDEO. Sei spietato.
VITT. (_porgendogli la mano_). Vieni qui, senti...
AMEDEO. Lasciami stare.
VITT. (_con dolcezza_). Soffro, sai, nel vederti così... Tu rendi l’obbligo mio mille volte più imperioso ed amaro. Sei mio fratello! Devo fare per te quello che farei per me. Devo contrastarti la felicità più severamente, più duramente che a qualunque altro. Ecco.
AMEDEO. La tua promessa è assurda, assolutamente assurda. Non la dovevi dare.
VITT. (_calmo e grave_). T’ho detto e ti ripeto che non ho potuto sottrarmi. Che vuoi? Nella vita si dànno questi casi urgenti, queste circostanze che vincolano implacabilmente tutto l’avvenire... Momenti terribili, che non si possono stornare, nè con ragioni, nè con pianti, nè con alcun mezzo umano. Tu dici che quello che ho fatto è assurdo? Che ne so io? Che me ne importa?
AMEDEO. Tu ti sei attaccato a un’idea, ne hai vissuto, l’hai nel sangue (_con forza_). Ma io posso, io voglio discutere!
VITT. Non devo considerar nulla. Eh già, lo so, è un sentimento. Non è che un sentimento!... Non si spiega, non si afferra, non si definisce. Prova a mancarvi. Prova a esitare in fatto di lealtà, di generosità, di coraggio; prova a non respingere un insulto; prova a non pagare i debiti che la legge non tutela; prova a non considerar come sacra qualunque promessa! (_severamente_). I doveri di noi gentiluomini verso Dio, verso il prossimo, e verso noi stessi, non si contano e non si pesano.
AMEDEO. Ma una promessa vincola chi la fa! Io sono libero! Sabina è libera! E poi, senti, mi hai detto tu stesso che D’Aldengo era ferito, morente. Puoi tu affermare ch’egli fosse ancor sano di mente? Eh? Vedi? La stranezza della sua richiesta è una prova chiara, lampante ch’egli non lo era più. E mi vuoi sacrificare a un delirante, a un demente? Ti par giusto?
VITT. (_angustiato, tra sè_). Fa quel che devi, e avvenga quel che può (_percorre la scena accigliato, col capo basso_).
AMEDEO (_addoloratissimo_). Ma questo è un sogno d’inferno! Non posso, non posso, non posso romper così col passato!
VITT. Affidati a me.
AMEDEO (_amaramente_). Oh!
VITT. Ti guarirò. Farò tutto al mondo per renderti la calma, per farti felice.
AMEDEO. Taci, taci, mi fai male! Oppure no; senti: son calmo. Mi calmerò anche di più. Lascia ch’io torni a lei, ch’io la veda ancor una volta...
VITT. (_accenna dolcemente di no_).
AMEDEO (_implorando_). Chi sa? Forse trovandola tranquilla, persuasa... Lei stessa mi dirà... Ragioneremo. Sai, alle volte una parola può far un gran bene. Mi lasci andare, eh?... No? Perchè così soffro troppo, vedi: soffro proprio troppo!... Non conviene nemmeno a te pretendere tanto, spingermi così. Son tuo fratello, Vittorio, son tuo fratello!... (_fa l’atto di lanciarsi all’uscio_).
VITT (_si frappone_).
AMEDEO (_indietreggia e si getta singhiozzando sopra una seggiola_). (_Un silenzio_).
(_Si sente picchiar sommessamente all’uscio di destra_).
VITT. (_a Amedeo_). Su, su! Presto, che nessuno ti veda!
AMEDEO (_alzandosi_). Chi sarà? (_pieno di speranza_). Chi può essere? Chi credi che sia?
(_Si picchia ancora_).
VITT. Avanti!
SCENA SECONDA.
Vittorio, Amedeo, Michele.
MICHELE. Il signor conte Di Pranero, il signor cavaliere La Torretta.
AMEDEO (_si allontana lentamente, cupo, e va a porsi davanti al caminetto_).
VITT. (_a Michele_). Dirai loro che... (_dopo aver pensato_). No: falli entrare.
MICHELE (_via_).
SCENA TERZA.
Vittorio, Amedeo, Di Pranero, La Torretta.
LA TOR. (_entrando, seguito da Di Pranero_). Deo gratias!
VITT. Venite, venite.
LA TOR. (_vedendo Amedeo_). Oh guarda! Bermond iuniore! Quanto tempo è che non ci vediamo! (_avvicinandosi_). Si sta bene, eh, vicino al fuoco?
VITT. Sedete, vi prego.
LA TOR. e DI PRAN. (_seggono intorno al camino_)
AMEDEO (_si scosta, si avvia verso l’uscio di destra: d’un tratto si volta titubante a guardare Vittorio_).
VITT. (_lo fissa, lo ferma con lo sguardo_).
AMEDEO (_siede vicino alla tavola_).
DI PRAN. Dunque si parte o non si parte, domani?
VITT. Si parte. Non eravamo rimasti intesi così?
DI PRAN. Eh altro! Ma non avendoti visto in tutta la giornata...
LA TOR. Che diavolo hai fatto?
VITT. Che volete... gli affari...
DI PRAN. Noi abbiamo girata la capitale in cerca di notizie.
VITT. Ah sì? Ebbene?
SCENA QUARTA.
Vittorio, Amedeo, La Torretta, Di Pranero, Michele.
MICHELE (_entra portando un vassoio con bottiglie e bicchieri_).
LA TOR. (_vedendolo_). Bravo!... Come ti chiami?
MICHELE. Michele, signore.
LA TOR. Bravo, Michele.
DI PRAN. (_a Vittorio_). È La Torretta, sai, che s’è preso la libertà...
LA TOR. Di domandar del vino, dopo che tu avevi ordinato i liquori.
VITT. Avete fatto benissimo (_a Michele_). Mesci e va pure.
MICHELE (_eseguisce e via_).
LA TOR. (_prima di bere_). Viva la guerra! eh?
DI PRAN. E viva l’amore!
LA TOR. Lascialo stare, l’amore! Non c’è tempo adesso. Non si può bere e fischiare a un tratto. Non parlerei così, se qui ci fossero dame, ma... (_rivolto ad Amedeo_) cavalierino, e voi?
AMEDEO. Grazie, non bevo vino.
LA TOR. Cospetto! Si vede.
AMEDEO. Perchè?
LA TOR. Siete pallido.
DI PRAN. Avete brutta cera.
VITT. Dunque, e coteste notizie?