Part 8
— È il principe Borghese che m’ha fatto la grazia: il principe Borghese, governatore generale del Piemonte in nome di Napoleone,_ mon empereur!_ Dovete sapere che il signor Della Villa, _secrétaire des commandements_ di Sua Altezza, non entra mai nel gabinetto dove si trattano gli affari di Stato dopo le tre pomeridiane. Quel tal venerdì entra alle cinque sonate, così, casualmente, senza sapere il perchè. Vede sulla scrivania _une dépêche_, un dispaccio giunto allora allora, e lo apre. _Sacredieu! un soldat, qui avait dérobé quelques effets, devait être fusillé le lendemain même à Gênes, à l’heure de midi_. Legge e rilegge, pensa e ripensa, e si persuade _que le conseil de guerre de la_ 28e _division militaire_ ha fatto le cose alla leggera, ha giudicato a sproposito, pronunziando _dans une affaire que certaines circonstances plaçaient sous la juridiction des tribunaux civils_. Una bagatella! Che fare? Ricorrere al principe. Ma il principe dorme. Il segretario piglia la cosa sopra di sè e lo fa svegliare. Quel bravo signore salta giù dal letto, dà udienza subito, e va sulle furie — Come! fucilare Tonello per la miseria di pochi stracci? Razza di porci, v’insegnerò io a far di queste belle prodezze! Ma, _tonnerre de Dieu!_ l’esecuzione si deve fare a mezzogiorno in punto, fra diciotto ore, _dix-huit heures! et il y a cinquantesix lieues de Turin à Gênes, et la Boquette a passer!_ Presto, presto, chiamate Camillo. — Camillo, il famoso corriere, è lì, pronto a tutto. Il principe gli promette una gratificazione coi fiocchi se arriva in tempo. Quel demonio inforca la sella, corre che vola, e alle nove e mezzo si trova sul luogo!... È lui, Camillo, che mi raccontò come andò il fatto. La sentenza fu cassata, e la pena di morte commutata in qualche mese di gabbia. Ma che caso, eh? _A quoi tient donc la vie d’un homme!_
— Bravo! — esclamò uno dei banchettanti. — Parli francese come una vacca spagnuola.
— E cosa farai adesso che sei rimasto scapolo? — domandò un altro, ghignando. — Andrai a fare il bandito, come Maino della Spinetta?
— Nemmen per sogno! — gridò Tonello, spianando la destra per aria, e mettendosi sempre più in attitudine di oratore. — Ho già un’altra idea. Il principe Borghese conosce il mio nome, e con un tal protettore non tremo più. Andrò a trovarlo e m’intenderò con lui. E poi e poi e poi, voi altri vivete qui rintanati, e non sapete i casi straordinari che succedono fuori via. _Mon empereur_ mette in combustione tutta l’Europa. _L’Europe, une des quatre parties du monde!_ Sicchè oggi viene la notizia d’una gran vittoria, domani d’un’altra; qua si racconta d’un regno cangiato in repubblica, là d’una conquista fatta con cento colpi di fucile. C’è la gloria dell’armi, la decorazione del valore, mille diavolerie da far andare in visibilio i soldati. Un uffiziale, un sotto uffiziale, un fantaccino comune può rivolgersi direttamente all’imperatore, e dirgli: — Sire, ho meritato la croce. — Lui domanda, strizzando un occhio: — E in che maniera? Fatemi un po’ la storia del vostro affare. — Poi fa registrare il nome e il grado del richiedente, e se ha detto il vero, la faccenda è subito aggiustata. Così si può diventare in pochi giorni comandante, maresciallo, principe, duca, vicerè. Io tornerò in Piemonte general d’armata, e metterò a fuoco e fiamma tutto il paese. _Quart de conversion, par le flanc gauche_, e che il diavolo vi porti quanti siete!
Ciò detto, dibattè i pugni in aria, raccattò il fagotto, e fece atto di partire.
— Senti — gli gridò dietro Bongiovanni: — non sei nato su quel d’Asti, tu?
— Altro! — rispose Tonello fermandosi.
— Allora non puoi andartene senza bere.
— Sono tuttavia digiuno.
— To’, mettiti qui in capo di tavola.
— Io a tavola con quelli che m’hanno assassinato nell’onore? Siete matto, voi. Mangerò un boccone lì, sulla pietra del pozzo.
— Come ti piace. Olà, da sedere al generale Tonello; servite il generale Tonello!
Il ragazzo accostò al pozzo una panca, sulla quale si mise Tonello, mandando un auf! che parve un ruggito!
Il cielo era tutto una nuvola bassa e cenerognola; nell’aia, cinta di muri quasi fosse una stanza, l’aria stagnava, impregnandosi più che più d’un odor misto di vivande e di concime. I commensali mangiavano e bevevano con gran rumore di voci discordanti e disordinate. Bongiovanni scalcava con le sue mani stempiate un tacchino badiale. Marta tagliava a fette squisitamente sottili un tartufo bianco, grosso come la testa di un bambino. Lucia _la sorda_ condiva l’insalata.
Tonello, pur stando in contegno, gettava frequenti occhiate alla tavola; e sentiva venir l’acquolina in bocca, e un moto come di contrazione, di raggrinzamento allo stomaco. A un tratto, s’avvide che Maddalena lo sogguardava. Fece cipiglio e un cenno con la mano, che voleva dire: — Me l’hai fatta grossa, strega che non sei altra! — Ella inarcò le ciglia, si restrinse nelle spalle e rispose tacitamente: — Eh! ti sei fatto aspettare un po’ troppo. — Poi staccò una coscia di quel tacchino, colorita e sugosa, lo mise in un piatto, e aggiuntovi una buona porzione di tartufi, disse sotto voce a Rosalia: — Io non posso lasciare il mio posto senza dar nell’occhio: fammi il piacere, porta tu questa roba a Prospero Tonello. Piglia qui. — Le diede il piatto, le diede nell’altra mano una bottiglia di quel buono, e soggiunse: — Fa che mangi con buon appetito.
Rosalia, bianca e rossa e pienotta, s’avvicinò al pozzo, mise il piatto e la bottiglia sulla sponda, davanti al nuovo convitato, strisciò una riverenza leggermente canzonatoria, e se ne tornò alla compagnia.
Tonello tirò a sè la pietanza con un cert’atto trascurato, con un volto tra distratto e disdegnoso: ma poi, divorato com’era dalla fame, s’attaccò per bene, e prese a macinare a due palmenti. E mangiando e bevendo, sentiva scomparire la stanchezza, farsi più leggera la gravità delle cose e svampare in gran parte la sua ira bestiale. Quel tacchino era proprio eccellente, un tacchino imperiale, ecco. Doveva essere stato alimentato con granturco e con pastoni caldi di crusca. Forse era una femmina: da che mondo è mondo, la carne della femmina è più gentile di quella del maschio. Mentre faceva il soldato non aveva mangiato niente di così succolento, non aveva bevuto niente di così generoso. E il vino, il tacchino, i tartufi erano prodotti genuini dei suoi colli, di quei colli che voleva disertare, di quel paese che voleva incendiare!
Rosalia si riavvicinò con gli occhi vivaci, le labbra ridenti, e una gran fetta di pan di Spagna.
— Uhm! — fece Tonello. — Il dolce non è confacente alla salute, ma lo assaggerò per non ricusar le vostre grazie. Questo dev’esser fatto con zucchero fino, farina finissima e rossi d’uovo, eh? Buono. Da brava, Rosalia, fatemi un po’ di compagnia. Eccomi qui afflitto e derelitto. Maddalena m’ha piantato... E sì che eravamo proprio fatti l’uno per l’altra! _Ah! misère des misère!_ Mettetevi qui.
— Ma io voglio stare allegra! — rispose la ragazza, schermendosi.
— Staremo allegri.
— Poh, con quella faccia!
— Vi dirò un monte di belle cose.
— Ma giù le mani, eh!
— Fidatevi di me. Mettetevi qui, vicino vicino.
Rosalia si mise a sedere sulla panca, e Tonello rispose:
— _Tudieu!_ come vi siete imbellita! Volete che ve lo dica? Nella capigliera voi ricordate la marchesa.
— Che marchesa?
— Una marchesa che mi aveva preso a benvolere laggiù in riva al mare. Dovete sapere che le donne di alto bordo vanno pazze per gli astigiani, sicchè questo inverno mi sono trovato a una certa avventura...
— Raccontatemela un poco.
— Ma ci vuol prudenza. La mia marchesa ha le braccia lunghe, e quando mi fosse toccata una stilettata in mezzo al cuore, voi me la levereste?
— Eh! le stilettate non si dànno via come le castagne. Dite su, dite su.
Tonello incominciò a dire. Rosalia stava attenta a udirlo, e ora sorrideva, ora aggrottava le ciglia, ora increspava la fronte e pareva compresa da gran meraviglia; a un certo punto le vennero le fiamme al viso e si rizzò come per fuggire; ma l’ex-soldato la prese per il braccio e la fece sedere di nuovo.
* * *
Il banchetto era per finire. I due sposi si guardavano da vicino, con compiacenza e desiderio; si parlavano nelle orecchie, dandosi l’un l’altro di spalla, amorosamente. Giovanni Bongiovanni prese a sedere sulle ginocchia Lucia _la sorda_, alla presenza di tutti, si divertiva a pizzicarla più qua e più là. Marta aveva posato il braccio sulla tavola, posata sul braccio la fronte, e si appisolava. Intorno intorno, era una babilonia di parole avventate, di sghignazzamenti clamorosi, di canzoni intonate e tralasciate. Chi ingozzava tuttora, chi tracannava, chi girellava tripudiando.
Altra gente entrava nell’aia a coppie, a brigatelle: erano giovinotti e ragazze, tutti col vestito delle feste, ma succinti e ristretti al possibile. E finalmente arrivarono due suonatori, con un piffero e un chitarrone; e s’arrampicarono sur un tavolato posticcio, rizzato in un canto.
Rosalia vide Casimiro e Maddalena che si facevano avanti, tenendosi per la mano, e si levò in piedi, con una faccia tutta animata, come di chi non può stare alle mosse.
— Mi piantate anche voi? — brontolò Tonello, facendole gli occhiacci.
— Non sentite che sonano! — esclamò la ragazza, accomodandosi il fisciù sul seno, e fermando ai fianchi la gonnella fina.
— E lasciateli sonare!
— Non ci mancherebbe altro! Su, allegro, ballate anche voi: quand’uno fa tanto d’entrare in ballo bisogna che balli.
— Ma, _sacredieu!_ non ho ancora fatto la pace!
— La farete con me: alò alò!
— Un momento! cos’è questo? La monferrina?
— Una correnta.
— Non so più... Dio sa quant’è che non ho ballato!
— V’insegnerò.
— Allora a noi, Rosalia. _Vive l’empereur!_
— _Vive l’appereur! vive l’appereur!_
UN VACCARO
Era un intervallo tra guerra e guerra, un breve intervallo di tranquillità. Sulle torri e sulle mura di Carmagnola, armate di bertesche e di ventiere, rafforzate da battifolli e da bastite, si vedevano scolte, non difensori; davanti alle porte aperte, sui ponti abbassati custodi, gabellieri, pedaggieri, gente pacifica che andava e veniva; le bicocche di legno inalzate sui rialti, collocate sugli alberi a una certa distanza dallo steccato e dal fosso, non avevano vedette. E la campagna circostante era verde, fiorita e quieta; gorgheggi e ronzii in tutte le siepi; per i campi e per i prati canzoni, chiamate, latrati, muggiti.
Diverse vaccherelle chiare pascolavano sparsamente in un’ampia pastura disuguale; i guardiani, ragazzi e ragazzuoli, facevano il chiasso, vociando e scavallando sul ciglione della strada maestra.
Tutt’a un tratto ecco un nuvolo di polvere alzarsi poco discosto, ecco un luccicar d’armi. I vaccari si aggrupparono, pallidi alcuni, altri accesa la faccia; chi parlava di rimpiattarsi, chi di lasciar lì le bestie e darla a gambe, chi di andar incontro, chi di star a vedere.
Intanto gli armati vennero avanti, allentarono il passo, fecero alto dove batteva un po’ d’ombra, sulla sponda d’un torrentello che traversava la strada.
Era un venturiero tendasco col suo tamburino, i suoi tre valletti, la sua compagnia; compagnia piccola ma buona: dieci balestrieri e otto pavesari, tutti validi, svelti, bene arnesati con barbute e cappelli di ferro forbiti, giachi di maglia, giubboni imbottiti e corazzine, cioè giustacuori di tela grossa a più doppi, forniti d’una specie di fodera di lamelle rettangolari d’acciaio; più d’uno aveva pure gli spallacci, le cubitiere e i ginocchielli. Lui, il capitano di ventura, uomo d’atletiche membra, incassato tra gli arcioni della sella con i due piedi ben saldi nelle staffe, portava il bacinetto a visiera e a camaglio, l’armatura bianca intera, coperta d’una cotta di velluto cremisi corta e scinta; anche il suo destriere, buono da battaglia e da cammino, era guernito di piastra e di maglia: aveva la barda compiuta di tutto punto, messa in uso in quel torno da Alberico di Barbiano.
I vaccari s’erano avvicinati, strisciando l’un dietro l’altro lungo il ciglione, e stavano lì nel bel mezzo della strada, guardando a bocca spalancata quei bei soldati che si cavavano la sete alla corrente, si asciugavano il sudore, riprendevano fiato.
Il capitano, che non sentiva la fatica, aspettava con una specie di pazienza muta, incurante; e andava sbirciando, così da lontano, le buone opere di muramento e di legname che rendevano quasi inespugnabile la grossa terra piemontese. A un punto, vedendo che i suoi erano all’ordine e pronti ad ogni cenno, si voltò ai vaccari.
— Via! — diss’egli — sgombrate la strada, o vi sprono addosso.
I ragazzi riscossi, spauriti, si sparpagliarono a destra e a sinistra. Uno rimase: un giovinetto cencioso, meschino a vedere, ma con occhi vivi di falco, naso un po’ adunco, bocca stretta ed arcuata; una fisonomia strana, di una stranezza nativa, da cui traluceva un gran vigor d’animo.
— Via! — ripetè il venturiero, con quella sua voce che metteva paura. — A chi dico?
Il giovinetto stette ancora un momento come estatico, poi si accostò passo passo, giungendo supplichevolmente le mani:
— Messere, io non ho mai visto un cavaliere pari vostro. Permettete che vi guardi ancora, e un po’ più da vicino. Che belle armi! Lancia, mazza, spada... Avete tutto, voi. Felice voi!
L’uomo di ferro che guardava il vaccaro come avrebbe guardato un sorcio o un ranocchio, spianò gli archi delle ciglia, e fece un sorriso a fior di labbra.
Il giovinetto, incoraggiato da quel sorriso, proseguì fervidamente:
— Felice voi che potete maneggiar queste cose! S’io avessi una lancia o una spada, saprei cacciarmi anch’io senza paura tra altre lance e altre spade. Ma in casa non ci son che strumenti rugginosi. Alle volte mi sento dentro come una forza che mi porta via, che mi spinge a dar di piglio alla falce, alla scure, a un randello e pormi dietro al cavallo del primo uomo d’armi che incontri alla campagna.
Il venturiero domandò col tono di chi è più avvezzo a fare che a dire:
— Dunque ti pare una bella vita la nostra? Ti sentiresti portato a farla anche tu?
— E come! — rispose il giovinetto pieno d’ardore.
— Sei magro, pare che tu mangi le lucertole, ma dalla faccia si può sperar bene. Che sei tu buono a fare?
— So rotare il bastone contro i cani, so frombolar sassi molto grossi...
— Come ti chiami?
— Francesco di Bartolommeo Bussone.
— Dove sta tuo padre?
— Là dove la strada fa un gomito. Vedete quella casupola scura, da cui si alza una colonnetta di fumo?
— Tira via, che ho fretta.
Così dicendo, il venturiero si mandò innanzi il ragazzo; e si avviarono tutti verso la casupola.
In questo mentre Bartolommeo Bussone tornava a casa. A veder da lontano il figliuolo con quel guerriero, con quella gente d’armi, sollecitò il passo e arrivò tutto trafelato.
— Galantuomo, ho da parlarti — gli disse bruscamente il venturiero. — Sta attento e non m’interrompere.
— Messere, non v’è pericolo — rispose il contadino; — non dubitate...
— Devi sapere ch’io vado ad Alessandria per unirmi a Facino Cane...
— L’ho sentito nominare...
— Un condottiero che adesso fa abbassare il cimiero a tutti gli altri. Passa di paese in paese, assalta, invade, conquista; sicchè presto sarà signore d’un gran principato. Egli tiene la fortuna per il ciuffo; cercherò di acciuffarla anch’io. Piglio con me tuo figlio. Non ch’io abbia bisogno di far gente, ma perchè mi par nato soldato. Vuoi?
Dopo un istante di stupida maraviglia, il contadino squadrò ben bene il suo Cecco, come per accertarsi che la cosa era vera; poi prese a grattarsi il capo che non la finiva mai.
— Presto, che ho fretta — disse il venturiero.
— Messere, il sole è ancor alto...
— Come c’entra il sole?
Bartolommeo fece l’atto di chi ha preso una risoluzione ed esclamò:
— Tant’è: mi consiglierò con la moglie.
— Dov’è tua moglie?
— In casa.
— Chiamala e sbrigati.
All’udir la proposta, la donna raccolse con paurosa tenerezza nelle sue braccia il figliuolo; poi si raccapezzò, intravvide una buona occasione che non bisognava lasciarsi sfuggire, e con una risoluzione che sarebbe parsa crudele, se la voce non fosse venuta come un gemito di fondo al cuore, disse:
— Va, figliuol mio, e che il Signore sia con te in codesto viaggio, in guerra, e sempre.
Padre e madre si misero tosto ad apparecchiare ogni cosa per la partenza del garzoncello. L’uno gli raccomandava l’obbedienza al capitano; l’altra diceva, lacrimando:
— Mi rincresce di vederti partire, ma se è per tuo bene, non voglio guastare quello che fa Iddio. Ch’Egli ti accompagni e ti faccia tornar sano e salvo. Se piango, se dico tutte queste cose, è perchè sono donna. Pensa: da questa sera in poi non ceniamo più insieme, chi sa per quanto tempo! Va, va; tu puoi pensare a me anche da lontano. Benchè separati da tanto paese, noi saremo sempre uniti col pensiero. E quando ritornerai?
— Non lo so; ma ho speranza di tornar presto — rispondeva Cecco ad occhi asciutti, ma col viso convulso di chi ricaccia dentro l’anima un sentimento naturale, pronto a manifestarsi.
— Ricordati di me. Io mi figurerò d’averti meco. Avrò la compagnia di tuo padre. Va e ritorna. Appena sarai stanco di correr dietro alla boria... alla gloria dell’armi, torna nelle braccia della tua vecchia mamma. Se me li serrerai tu gli occhi, morirò più contenta.
Quando si diedero l’ultimo addio, quando s’abbracciarono senza poter più articolare una parola, anche il venturiero, che pure continuava a tempestare: — Lesti, lesti, che ho fretta! — si sentì gonfiare gli occhi, che forse dall’infanzia più non conoscevano le lacrime, ed ebbe quasi rimorso d’essere cagione di tanto spasimo a quella povera gente.
Cammina, cammina; ben presto Cecco non scorse più la casupola, neanche volgendosi da lontano; allora il pianto proruppe; pianse i suoi genitori, la sua mucca, la pastura, il torrentello. Un lungo sfogo di pianto, poi non ci pensò più. Passò con rapida fortuna per tutti i gradi della milizia. Venne un giorno in cui anche lui s’armò di nitido ferro battuto a freddo, inforcò un cavallo grande e possente, brandì imperiosamente il bastone di comando; prese un nome di guerra e portò titolo di conte; fra stipendi, feudi, possessioni, una cosa e un’altra ebbe un’entrata di quarantamila fiorini; salì a militari onori ben alto, ben alto...
Il conte Carmagnola fu accusato, torturato con corda e fuoco, e decapitato a Venezia nel giorno 5 di maggio del 1432.
IRREPARABILE
SCENE.
_PERSONAGGI_
PAOLA LANFRANCHI. MAURIZIO FERRIGNI. LUDOVICO RIAMONTI. CESARE BROCCARDO. GIORGIO ORENGO. COSTANZO.
_Stanza in casa di Maurizio — Porta d’ingresso nel fondo; porte laterali. Caminetto con fuoco; orologio a pendolo; scrivania; divano; mobili disposti per la scena. È notte._
SCENA PRIMA.
Costanzo, Maurizio, Giorgio, Cesare, Ludovico.
_Si sentono voci animate dietro la portiera del fondo. Un uscio che si richiude violentemente sbattuto. Costanzo accorre e rialza la fiammella d’una lampada che sarà sulla scrivania. — Maurizio, Giorgio, Cesare irrompono in scena gesticolando: Ludovico li segue lentamente._
MAUR. (_Stravolto, gesti a scatti, febbrili_) Fate voi, fate voi. L’importante è ch’io lo ammazzi; che lo ammazzi come un cane.
GIORG. Faremo noi. Sta tranquillo, vedrai.
MAUR. Sì, sì, sì. (_Posa il cappello sulla scrivania, vi getta i guanti, spoglia il soprabito_). Vi ringrazio.
COST. (_Raccoglie tutto e si ritira_).
LUD. (_Siede indietro, in aspetto grave, costernato_).
CES. Adesso calmati.
MAUR. Son calmo.
CES. Ti sei sfogato...
MAUR. Sfogato?... Vedrete come mi sfogherò.
GIORG. Eh diavolo!... Un’offesa così, con vie di fatto...
CES. (_a Giorgio_) Tu non soffiare nel fuoco.
GIORG. (_Piccato_) Va bene, va bene, parla tu.
CES. (_a Maurizio_) Conciliazioni no?... Neppur nel caso...
MAUR. (_con impeto_) Ma che!
CES. Intendiamoci...
GIORG. Eh giusto! Che storie! Tutto è così chiaro. Maurizio ha urtato ed ha torto di non aver fatto subito le scuse. Ma l’altro gli ha preso il braccio sull’atto... Ciò che giustifica la parola di Maurizio; la quale, va bene, è energica ma non vale il ricambio. (_Fa il gesto di chi dà uno schiaffo_).
CES. (_Con impazienza_) Sì, sì, sappiamo. (_A Maurizio_) Dunque senti...
MAUR. Niente, non c’è altro; mi rimetto in voi, siete miei amici e basta. Fate solo che sia presto.
GIORG. Vedrai.
MAUR. All’alba se fosse possibile.
GIORG. Euh!
MAUR. Vorrei che la città sapesse il fatto, la riparazione tutto d’un colpo.
CES. Non hai altro da aggiungere? (_Gli stringe la mano_).
MAUR. Vi aspetto.
GIORG. A quest’ora troveremo gli altri al convegno. A rivederci.
MAUR. (_Seguendoli di qualche passo_). Fate presto, fate presto, vi prego. (_Giorgio e Cesare partono rapidamente_).
SCENA SECONDA.
Maurizio, Ludovico, Costanzo.
MAUR. (_Passeggia nervosamente un momento, poi batte il timbro_).
COST. (_Entra_).
MAUR. Da bere.
LUD. Sì... Vedi di calmarti.
MAUR. Ah... sei tu? Non ti aveva veduto.
LUD. Sono rientrato con te, con gli altri... Ero là.
MAUR. Ah.
COST. (_Porta da bere, e via_).
LUD. (_Va al vassoio_) Cognac?... Kummel?
MAUR. No, no, acqua. (_Beve_) Ah c’eri? Hai visto? Va bene, eh? Capisci che...
LUD. Chi è?
MAUR. Chi?
LUD. Il tuo avversario.
MAUR. Non lo so. Mi ha dato il suo biglietto, l’ho passato a Cesare senza leggerlo. Non l’ho visto mai in vita mia. Per ammazzarlo non occorre sapere il suo nome... Tu lo sai?
LUD. No. Era in un palco, con una signora che tu conosci.
MAUR. Sì, mi pare.
LUD. C’è stato due buone ore.
MAUR. Non ho notato.
LUD. Hai notato benissimo. Io l’ho visto appunto perchè tu lo notavi; fu il tuo cannocchiale ad indicarmelo... L’avrai guardato cento volte. Al principio del 2º atto, al levar della tela, sei rimasto in piedi, in mezzo alle poltrone, col cannocchiale puntato là, immobile. Ti ho tirato per la falda dell’abito, perchè si cominciava a rider di te.
MAUR. Non me ne sono accorto.
LUD. Lo so bene. (_Dopo una pausa_). Già... non ti accorgevi di nulla, stasera; fuori che d’una cosa... Val proprio la pena di serbare così bene un segreto... per tradirlo poi intero, in un momento... Perchè deve essere un pezzo che... Pensare le tragedie che può fare una donna, che è forse indegna...
MAUR. (_bruscamente_). Ma che donna! Salivo le scale... ci siamo urtati con uno sconosciuto... Quello mi afferra un braccio. Io gli dò di villano... egli fa l’atto... Che c’entrano donne?
LUD. Sei sicuro di non averlo urtato apposta?
MAUR. Sicurissimo! Ne sono sicurissimo. Non l’avevo veduto; salivo di furia... Salivo... poichè lo vuoi sapere, poichè potrei restarci domani, poichè mi sei amico vero e buono... e uomo giudizioso... Salivo sì per andare in quel palco. Finchè colui ci era rimasto non avevo voluto metterci il piede. Avevo avvertito fin da quando erano entrati insieme il loro accordo perfetto, illimitato; volevo vedere fin dove arrivavano! Lei mi sapeva in teatro, mi ha guardato, mi ha sorriso, mi ha fatto con gli occhi quel leggiero cenno di salire che aspettavo febbrilmente ogni sera, che ogni sera mi faceva trasalire di gioia... Ma poi si voltava a quell’altro, e le sue labbra, e i suoi occhi prendevano una dolcezza che non le conoscevo, che a me non aveva dato mai... E così, allora, quando lo vidi uscire dal palco, mi slanciai per salirvi, per sapere. Sullo svolto del ripiano ci urtammo... Lui scendeva... Oh se l’avessi veduto avrei fatto lo stesso, più forse. Ho levato gli occhi: solo nella rapidità dell’offesa l’ho riconosciuto. Ah, come lo ammazzerò!
LUD. Eh... gli taglierai la faccia, basterà.
MAUR. (_Con violenza_). No, no, no. Ah no! O lui o me, uno ci resta.
LUD. Alla spada?
MAUR. Alla pistola.
LUD. (_Dopo un momento_). Ti posso servire a nulla?
MAUR. Grazie, no.
LUD. Vuoi ch’io stia con te?
MAUR. Lasciami. Ho molte cose da fare.
LUD. Vai a dormire, credi a me.
MAUR. Sì, sì... Va, va, caro mio vecchio amicone... O se vuoi, mettiti là, vicino al fuoco, e lasciami fare... Così?
LUD. Preferisco.
MAUR. Va bene, sta lì....