La straniera

Part 4

Chapter 43,944 wordsPublic domain

Allora Manfredone e Durcogno lo presero l’uno per le spalle e l’altro per i piedi, lo portarono dentro la torre, e lo posarono sul letticello, che s’era fatto fare nella stanza di sotto.

Or mentre tutti quelli della rocca si assembravano dov’era il loro signor tramortito, e non sapevano nè che si dire nè che si fare: Grisagonella e Olivenco si trassero a consiglio.

Grisagonella disse:

— Io temo forte l’augurio. Credo che il prendere vengianza del Romito porterebbe mala ventura a tutti noi. Adunque bisogna che noi gli perdoniamo ogni maltalento. Per liberare nostro sire dallo incantamento, che dobbiamo fare altro se non rendere alla dama il palafreno, sì ch’ella vada a suo viaggio?

E definita tale questione, Olivenco andonne alla stalla e menò fuori il palafreno sellato e cinghiato.

Ramondo non fu tardo, staffa non richiese, ma di colpo saltò su dicendo: — Ah mia bella e buona e forte ventura! — E tantosto presa Richelda per il braccio e per la vita, se la pose davanti a l’arcione e se la portò via con grande allegrezza e con ebbrezza d’amore.

Pagano stette senza alcun sentimento di vita più e più giorni: era nel viso come uomo trapassato, e non si trovava persona che rimedio gli potesse dare. Dopo cominciò a guardare per la stanza: vedeva sì com’egli giaceva in un letto, ma non sapeva dove; vedeva sì il guardatore della rocca, lo scudiere e tutti gli altri, ma non li conosceva, e si rammaricava in sè medesimo, pensando: — Come sono io qui? Chi sono io? Chi sono costoro?

Però un giorno tornò repentemente in sua memoria, si risovvenne della straniera, e voltandosi verso Grisagonnella, gli domandò dove fosse andata.

Grisagonnella trinciò l’aria con la mano distesa per significare che se n’era andata in lontane provincie.

E Pagano cominciò a piangere amaramente nel suo cuore, dicendo fra sè: — Oh bella, bella, bella e malvagia mia dama, come t’ho io perduta? Perchè mi ti hanno tolta? Ecco che al presente tu dimori col tuo amante in grande libertà ed esultanza! Ecco che avete a compimento ogni vostra gioia; e io sono rimasto in pianto e in dolore; e per poterti riavere darei per patto il contado di Auretite, il contado di Bredulo e il più gran reame del mondo.

E rinvenendo sempre più in sè, gli pareva di essere molto travisato e contraffatto di sua persona, d’avere vituperosamente perduta sua signoria. Ed essendogli venuto meno tutto l’orgoglio, spesso abbassava la testa e un gran pezzo la teneva chinata, ragionando così: — Io sono ancora vivo, perchè è determinata l’ora che l’uomo deve morire. Ma il mio amore è morto, e io sono sì come fosse morto tutto il mondo.

Ora avvenne una volta tra l’altre ch’egli si drizzò in piedi e disse con oltremirabile senno:

— Amici miei, non vi maravigliate s’io mi tribolo e fo lamento. Mentre l’uomo è in gioventù ed in sanità, non si cura di cosa che addivenire gli possa; e in ciò falla molto, imperò che tutto muta nel mondo. Ohi mondo errante ed uomini incauti! Incauto sono stato anch’io, e tutto rovina dintorno e sopra me. E questa è la cagione per cui non conosco altra miglior via, che di servire a Dio. Adunque vi perdono; e prego voi che perdoniate a me ogni offesa che io contro voi avessi fatta.

E sì tosto domandò sue armi, che si voleva armare e andar via.

I suoi fedeli stavano tutti coi loro cappucci in su gli occhi, e uno si fece innanzi e disse:

— E come, monsire, andrete a vostro cammino così soletto? Come prenderete voi battaglia che siete quasi come uomo balordo?

Ed egli rispose loro aspramente, dicendo:

— Grisagonnella, Olivenco e voi tutti, io vi comando sotto pena del cuore e dell’avere, che voi non siate tanto arditi di farmi impedimento. L’arme! l’arme! scudiero; e sì ti dico che questo sarà l’ultimo servigio che il tuo signore ti debba mai domandare.

Dopo, di altero ed aspro si fece umile e dolce; si armò e montò a cavallo. Il tempo s’era turbato: ecco baleni e fulgori e tuoni, poi una gragnuola venne che pareva globetti d’acciajo. Ma Pagano non ne aveva cura; e cammina cammina, per la via piemontana arrivò alla badia del Villar san Costanzo dell’ordine di san Benedetto.

L’abate e i frati lo ricevettero con grande onore, presero il suo cavallo e lo menarono a una bella stalla, e lui disarmarono.

Allora egli guardò e riguardò assai teneramente suo elmo, suo scudo; trasse fuori dal fodero la spada un poco spuntata, e disse:

— Ahi lasso! o care mie armi, care mie compagne, oggi è quel giorno che voi vi partite da me e io da voi: ma per mia buona fè, non verrete più alle mani di nessun combattente.

E suo elmo, suo scudo e sua spada fece appiccare nella grande chiesa; e dopo, confesso e pentito dei suoi peccati, diventò umile fraticello a servire Iddio.

L’ORSO

(Novella).

«18 aprile 1582, sabato. Fu veduto un gran orso sopra le fini di Cavallermaggiore, qual fece pagura a molti...»

(_Memorabili di Giulio Cambiano di Ruffio. Dal 1542 al 1611_).

Veniva la sera. Biagino Ghiliestra uscì dalla cascina della Torre, prese la stradicciuola che faceva capo, allora come adesso, alla strada maestra, voltò a diritta, s’avanzò fino alla chiudenda che cingeva l’aia della Rivarola; e, messo un occhio a uno spiraglio, vide quel che manco avrebbe voluto vedere.

Il fittabile Tomaso Giusiana e la sua bella figlietta Clara erano a sedere sur una panca dinanzi all’uscio di casa; presso di loro, a cavalcioni sur un panchetto, stava Melchiorre Gadano detto Marchioto.

— Lo dicevo io! — esclamò Biagino dentro di sè. — Quel diavolo è già qui. Ha anticipato d’un buon poco. Anticipa tutte le sere...

E stette lì a sbirciare e a rosicchiarsi le unghie.

Erano già due anni che Biagino voleva a Clara tutto il suo bene e desiderava di mettersi con lei; ma vedendola selvatichella, sdegnosetta e di pochissime parole, non aveva mai saputo risolversi a farle la sua brava dichiarazione.

Intanto nel febbraio del 1591 erano ritornati di Provenza in Piemonte diversi gentiluomini d’arme e molti soldati del duca di Savoia. Tra questi Marchioto, già cavalleggere, poi archibugiere a cavallo. Egli aveva preso dimora ai Tetti; e la sera traversava i campi e se ne veniva a veglia alla Rivarola. Era ben formato, buon compagnone, cantava _La bella Malgarita_ e _La bella Franceschina_, ballava alla spagnuola, contraffaceva questo e quello, e raccontava un monte di cose sbalestrate vedute e udite girando il mondo. Oltre a tutto questo faceva la corte a Clara e dava in burla a Biagino. E Biagino, timido, modesto e un po’ malinconico, dissimulava più che poteva, ma soffriva.

Soffriva maledettamente anche quella sera, vedendo il padre, la figlia e il corteggiatore in ragionamenti che gli parevano più serrati del solito; e tutt’a un tratto gli spuntò un’idea: — Fanno un gran parlare, un gran parlare: ci dev’essere per aria qualcosa. Che Marchioto tratti il matrimonio con Clara?! — E non potendo più stare alle mosse, rasentò la chiudenda, giunse all’apertura, entrò nell’aia.

Vistolo apparire, Tomaso fece un saluto brusco ma amichevole. La brunetta Clara aggrottò le ciglia e si ravviò i capelli. Marchioto squadrò il giovine, e ghignato un pochetto, disse:

— Uhei! come ti sei fatto bello! Giubbone di tela fina, lattughette alla camicia, tre penne nuove al cappello!

Biagino diventò rosso e rispose:

— Non sono nuove: le ho comprate alla fiera di Racconisio un anno fa.

— Ah ah! — riprese il soldato; — tu stai sulle eleganze? Aspetta aspetta; domani sera ci abbiglieremo anche noi. Io mi vestirò alla militare e Tomaso alla civile. Non è vero, Tomaso?

Il fittabile, che stava accigliato per effetto di meditazione, si scosse un poco, e borbottò tra i denti che quelli non erano tempi da mettersi in gala. Poi continuò:

— Dove si rimase col discorso?... Ah! sicuro, il 92 risica d’esser peggio del 91. L’altr’anno è apparsa una stella cometa la notte del 12 aprile, venerdì santo. E quindi abbiamo avuto maggio piovoso: maggio ortolano molta paglia e poco grano. Quest’anno si è sentito un gran terremoto la sera del 7 marzo. E adesso le querce si vanno coprendo di bruchi scuri e pelosi, segno di guerra guerreggiata sul luogo.

— Sarà vero di certo — disse Biagino, che si era messo a sedere sur un ceppo; — ma, senz’offesa, non capisco come c’entrino i bruchi; come i bruchi possano far nascere una guerra!

Marchioto, che rideva quasi continuamente, e dì nonnulla, dette in una gran risata:

— Vedi, è perchè tu non hai comprendonio.

— Non capisco nemmeno io — disse Clara, un po’ seccamente.

Tomaso si ristrinse nelle spalle:

— Questi sono misteri, come dice il prevosto: cose oscure, delle quali non si comprende nè la cagione nè la ragione, ma che non si possono negare. Un giorno dell’85, per modo d’esempio, è piovuto sangue a Pancalero. Che è che non è, questo denotava la morte dei due fratelli di Savoia Racconisio laggiù nella Spagna!

Cominciava a imbrunire. I polli erano già andati tutti a pollaio. Un cane, nero quanto una mora, girondolava solo per l’aia; d’improvviso trottò verso la strada e abbaiò.

Un uomo, rinvolto e serrato in una cappa scura, passava dando di piede a un muletto.

— È Poirino — disse Tomaso: — quel mercante che ha tanta paura degli assassini.

— Poveraccio! — esclamò Marchioto.

— Eh! — fece Biagino: — è già stato assaltato tre volte; una in fra l’altre, ferito con una pistolettata nel collo e lasciato per morto.

— Diavolo! e dove?

— Nel bosco di Monasterolo.

Il cane fece un’altra abbaiata.

Un omacciotto tarchiato, con un cappello di paglia grossa, un giubbone di panno fratesco, una gran paniera al collo, entrò nell’aia gridando con accento forestiero:

— Passa via, cagnaccio; vuoi tu mangiare il _marsé_, il _marzarolo_?... Buona sera, bella compagnia.

— Cuccia giù, Barucco! — disse il fittabile a tutta voce.

Il merciaiuolo si avanzò, si fermò, volle scoprir la paniera per mostrare la sua merce:

— Pettini, bella compagnia, specchi, fibbie, collane, coltelli, bottoni, aghetti e spilletti, nastri e stringhe, cuffiotti...

— Niente — interruppe ruvidamente Tomaso, — non abbiamo bisogno di niente.

— Pazienza.

Alcuni uomini, una donna, due ragazzotti che avevano finito di accudire alla cascina, s’erano avvicinati, e consideravano curiosamente il soprarrivato.

— Si fa notte — riprese costui: — mi dareste un boccone e un po’ d’alloggio per l’amor di Dio? chè sono stracco morto e al paese non ci posso arrivare.

Clara si alzò snella, entrò in casa, tornò di lì a un momento con una scodella di minestra e un bicchier di vino, e li diede al merciaiuolo.

— Dio vi mantenga sana, che bella siete! — esclamò questi; e messosi a sedere in terra, mangiò avidamente.

Saziato che fu, posò la scodella e diede un’occhiata in giro.

Il fittabile, senza aspettar la domanda, alzò la mano e indicò a sinistra:

— Il fienile è là: c’è la scala a piuoli.

— Va bene — rispose il merciaiuolo. — Ah, stasera non ho bisogno di culla: sono stracco finito! Quello del _marsé da cavagna_ è il mestiere più miserabile dell’universo. Una vita da cani. Quando penso che ho moglie e figliuoli che m’aspettano al paese, di là dalle montagne! Sette figliuoli, dico, che uno non può portar l’altro. Oggi poi è giornataccia. Non ho fatto niente per ragion dell’orso.

I circostanti si guardarono l’un con l’altro. E il forestiero continuò:

— Oggi fu visto un grand’orso tra Cavalermaggiore e Cavalerleone. Le donne si sono chiuse in casa coi bambini, di uomini hanno tenuto consiglio e preparata la caccia. Sicchè domani la bestia sarà stanata, ammazzata e divisa in chi sa quante parti... Che peccato!

— Perchè? — domandò più d’uno.

Il forestiero si voltò a Marchioto e strizzò un occhio:

— Se fossi giovane e avessi l’amorosa, vorrei fare un colpo da maestro. Mi leverei alla punta dell’alba, piglierei le buone armi, e me ne andrei diritto diritto ai boschi di Macra, dove fu visto l’orso... Ah, ah, un orso è un bell’aiuto per chi ha da metter su casa! La pelle si vende bene, e c’è il grasso, c’è la carne! Separate il grasso dalla carne mediante una giusta cottura; aspergetelo di sale; mettetelo così purificato in una buona pentola; dopo otto giorni, dieci al più, troverete a galla un olio sopraffino, e sotto un burro da leccarsene le dita.

— Dev’essere una caccia ben pericolosa! — esclamò ingenuamente Biagino.

— Spaventosa! — rispose Marchioto. — L’orso, come prima vede l’uomo, gli salta addosso che il maggior pezzo restan gli orecchi.

— È così gagliardo — aggiunse Tomaso, — che stringendo con le sue branche un cavallo, lo fa crepare; che prendendo un sasso ben duro, lo riduce in polvere e lo sparge sfarinato per l’aria.

— Oibò! — fece il merciaiolo: — queste sono fanfaluche da ignoranti. Non bisogna attaccarlo quando c’è abbondanza di sorbe, ecco, perchè questo frutto gli allega i denti e gli dà la bramosia del sangue. Del resto l’orso è un gentiluomo: come dire che se non lo molestate, non vi degna d’uno sguardo; se lo molestate, vi stronca. Io posso parlare con cognizion di causa, che anni fa, quand’ero più in gamba, cacciavo nei boschi di Villar-de-Lans, La Ferrière, Palanfrey, Saint-Barthelemi. Tutti i boschi saran boschi, ma quelli!... E mi son trovato a certe avventure!

Non aspettò che gli dicessero — racconta; — incominciò subito. I presenti si misero in attenzione; e Marchioto, svelto, cambiò posto e si pose a sedere proprio accanto a Clara.

Allora Biagino prese a indagare i loro movimenti; e a quel che gli pareva di vedere così al buio, diceva tra sè: — Come sono d’accordo! Qualcosa per aria c’è di sicuro. Se la intendono che è un piacere. Ecco, lui la punzecchia col gomito. Lei gli soffia una parolina in un orecchio. Tutti e due fanno a ginocchino. Fanno all’amor segreto, e credono che nessuno se ne accorga!... E io mi mangio il cuore. Io per me dico che uno strazio così non deve mai esser toccato a nessuno! — E non potendosi frenare per la grande impazienza che lo agitava, si alzò, girò inosservato intorno al pagliaio, strisciò lungo la chiudenda, si trovò sulla strada.

Dopo pochi passi provò rammarico, provò una voglia accesa di tornare indietro, ma fece forza a sè stesso e tirò via.

Non era lume di luna, ma uno stellato che faceva bel chiarore. La campagna sterminata pareva tutta piena di grilli canterini; la civetta errava per l’ombre notturne, gettando il suo _tuttomio! tuttomio!_ lugubre e rapace.

Biagino, assorto, non vedeva e non udiva nulla attorno di sè. Gli tornava in mente il discorso che aveva sentito; e gli pareva d’essere in tale stato d’animo e di corpo da poter fare qualche cosa di gran momento con l’armi. Precorreva i fatti con l’immaginazione, superava con la fantasia tutte le difficoltà e si figurava già di far l’entrata nell’aia della Rivarola, glorioso e trionfante, con dietro un carro su cui stava l’orso morto, morto da lui. Il fittabile, la figlia, tutti gli abitanti della cascina gli correvano incontro, lo attorniavano, lo interrogavano senza dar tempo a rispondere. Poi, mentre si facevano feste grandissime, egli traeva Tomaso da parte e gli chiedeva arditamente in moglie la fanciulla adorata.

Giunto tra il ribollimento di questi pensieri alla cascina della Torre mise pian pianino la chiave nella toppa, entrò in punta di piedi per non destare i suoi vecchi che dormivano nell’altra stanza più interna, e spogliatosi in fretta andò a letto.

Passò la notte senza mai dormire; gli pareva mill’anni che si facesse giorno, per mandare a effetto il proposito fatto quasi inconsciamente. Al primo albore indossò certi non troppo buoni panni da cacciare, calzò scarponi da fango, si mise al collo il fiaschin del polverino, ad armacollo la fiasca della polvere e il sacchetto delle palle, pigliò l’archibugio e uscì.

Essendo di domenica, pensava di non trovar persona in quell’ora, ma girando lo sguardo sulla campagna vaporosa e guazzosa, scorse a sinistra, poco distante, un uomo armato come lui, che come lui andava nella direzion di levante. Riconobbe Marchioto, e subito si rimpiattò dietro un tronco.

Ma colui venne speditamente alla volta sua gridando:

— Olà, Biagino! vuoi fare a rimpiattino? Dove vai così per tempo?

Il giovine, fortemente crucciato ma tuttora timido, rispose che andava a far due passi.

Marchioto fece una risata per mostrare che non ci credeva:

— Ah ah ah! e perchè hai preso il tuo archibugio?

— Così... per compagnia.

— Bugiardo che non sei altro!

— Ebbene vado a una mia faccenda segreta, importantissima, che da un pezzo ho in animo di fare...

— Vai a cercar l’orso, nega se puoi! Fegato non te ne manca davvero! Ma ci vuol altro. Se vuoi andar sicuro, devi venir con me; quando che no, tu porti pericolo dello vita. Eh, so bene che mi manderesti alle forche molto volentieri! Ma questo non fa. Una mano lava l’altra e tutte e due lavano il mostaccio. Ci aiuteremo scambievolmente...

Biagino fece una scrollatina di testa.

Marchioto prese un’impostatura autorevole:

— Hai da sapere che l’orso dorme così profondamente che non sente nè voci nè ferite nè percosse. Se abbiamo la fortuna di trovarlo addormentato, lo leghiamo come niente. Se lo troviamo desto, io lo ammazzo al primo e tu mi aiuti a strascinarlo. Orsù, è inutile che tu stia sull’onorevole, hai da venir con me.

Marchioto parlava con una tale energia, con tanta persuasione di sè, che Biagino non potè più nemmeno supporre la possibilità di resistere: e prima gli andò dietro come un cagnolino, poi si accompagnò con lui.

— Ah ah! — continuava Marchioto, sempre ridacchiando: — te ne andavi tutto solo contro la bestia feroce? Con quell’archibugio che non finisce mai. Pare una pertica. Dimmi un po’: ti serve ad abbacchiare le noci, eh? Scommetto cento contr’uno che non cogli in un pagliaio. E cosa c’è dentro? Un pugno di piselli? Il mio è caricato a doppia palla. Guarda: è uno schioppetto di buona mira, che ho tolto a un soldato a cavallo di quelli detti _les carabins_, lassù a Barzeloneta... E perchè non hai preso una daga, una squarcina, un coltellone? Vedi questo ch’io porto accanto? È un vero pistolese: lama corta, larga, a un filo e mezzo, a tutta tempera e a tutta prova... Ah ah ah! e tu volevi andar solo, con quell’armaccia che non è buona a niente? Queste a casa mia si chiamano baggianate...

E così, mentre traversavano campi, prati, vigne, saltavano fossi e passavan palancole, Marchioto non restava dal chiacchierare; e or bravava Biagino, or lo beffava, ora gli diceva una cosa, or un’altra da fargli rinnegare il mondo.

Giunsero in certe bassure selvagge dove la terra non era lavorata, non era segno di via battuta, e i pruni e le erbacce qua contrastavano, là chiudevano il passo. Messe in ordine le loro armi, s’inoltrarono guardingamente. Poi girarono un bosco per lungo e per largo. E finalmente videro luccicar la Macra fra tronco e tronco.

Marchioto disse:

— Sai com’è? Io comincio a perdere la pazienza. E poi dev’essere giusto l’ora della fame. Mangiamo un boccone. M’offende il digiuno così che mi farebbe cader in terra svenuto.

Uscirono sul greto scabro, ondulato, pieno di vetrici e di virgulti, sparso di sterpacchi e di seccumi lasciati dall’ultima piena. Marchioto andò a sedere sopra un arginetto, presso la corrente, e tirò fuori un bel tocco di pane. Ma Biagino, ch’era rimasto indietro, mise una voce di stupore, lo richiamò con un cenno, e gli additò un tratto più renoso che ghiaioso, impresso da certe strane orme larghe e potenti.

— Lasciami un po’ vedere — disse Marchioto. — Uhei! quest’è proprio una traccia. E che traccia!

— Seguitiamola! — esclamò Biagino.

— Seguitiamola pure. Ma qui bisogna altro che baie! Sta a buona guardia, se vuoi bene alla vita tua; e lascia fare a me.

L’orso, molto bruno e di terribil forma robusta, stava acquattato sur un poco di rialto erboso. Aveva fiutato ben da lontano i due che lo cercavano, ma non se ne dava per inteso; e solo quando vide che giravano lungo l’acqua cheti e chinati, come per prenderlo nel fianco, cominciò a fare mal grugno e a mandar fuori certe voci porcine, che forse volevano dire: — Cristiani di Dio! badate a quel che fate.

Biagino, quando fu presso a cinquanta passi, vide che l’orso arruffava il pelo e puntava puntava come fanno i cani prima di dare addosso. Subito, lasciandosi vincere troppo dall’impazienza, si pose a viso il suo archibugio, strinse la manetta, fece abbassare il serpentino, e diè fuoco alla carica. Poi, lesto, si curvò sotto il fumo per veder se aveva colpito.

— Troppo presto! — urlò Marchioto. Ma sparò precipitosamente anche lui, e riurlò: — Scappa che l’orso è ferito!

L’orso veniva a saltacchione, rugghiando e digrignando. Di botto si rizzò, massiccio e violento, come volesse fare alle braccia.

— Ah me! — esclamò Marchioto; e sfoderato il pugnal pistolese, si fece innanzi per investire la belva alla vita e metterle una pugnalata nella trippa. Ma urtato nelle narici da una tanfata, da uno sbuffo di fiato atroce, si sentì correre un gelo dai piedi ai capelli, un gelo che gli penetrò nell’ossa, gli passò nel cuore, lo soverchiò. Rimase ancora un istante immobile, col braccio teso, in atto bravo; poi la testa gli si empì di paura e via di galoppo.

Biagino si vide perduto; afferrò l’archibugio per la canna e misurò un colpo disperato al muso dell’orso. Il colpo cadde a vuoto e l’arma andò in terra. Allora, sul punto d’aver la stretta, indietreggiò come potè; poi si cacciò sotto a chius’occhi e combattè a pugni, a calci, a corpo a corpo. Tutt’a un tratto ecco che gli si sfondò sotto il sabbione; cadde rovescio; e l’orso addosso. Dettero in un tonfano, fecero due gran rivoltoloni e si separarono: la belva si slontanò a nuoto, il giovane diguazzò tanto che si ritrovò all’asciutto.

Stette egli come svenuto qualche tempo, chè aveva bevuto assai e si sentiva soffocare il cuore; poi a poco a poco riebbe gli spiriti vitali; e, sollevatosi alquanto, guardò intorno.

L’orso era di là dall’acqua; e un po’ si scrollava tutto e spruzzava in giro, un po’ si aggomitolava per leccare uno sdrucio che aveva nella coscia.

— L’hai avuta? — mormorò Biagino. — Ti sta bene. Anch’io mi dolgo tutto da questa parte e butto sangue per una tua unghiata che mi lascerà il ricordo finchè campo. Ma voglio la rivincita. Ora com’ora no, perchè l’acqua m’ha bagnata la polvere e non posso ricaricar l’archibugio. Ci rivedremo domani. Va pur là che ci rivedremo!

D’improvviso l’orso levò il muso e stette a orecchi ritti come per distinguere un rumore lontano; poi girò gli occhietti, che or sembravano argento vivo or carbon di fuoco; e sospettosamente, gatton gattoni, si mosse verso un macchione folto e profondo che costeggiava quella parte del greto.

L’acqua intorbidata dai tuffi, era tornata limpida e bionda; ogni poco un pesciolino lucente dava un guizzo e spariva. E Biagino rimaneva lì con la testa bassa, sdraiato più che seduto, e molle e stracco e scontento. Cominciava a entrare in uno stato come di sonnolenza, nel quale veniva perdendo il sentimento della realtà, quando gli parve di udire un calpestìo affrettato; e, alzato il viso, scorse alcuni uomini, tutti con armi da fuoco, i quali zitti zitti, si appostavano qua e là, dove finiva il macchione.

Subitamente scoppiò in lontananza, dalla parte opposta, un gran rumore di suoni insieme confusi. Il frastuono crebbe crebbe e si avvicinò: squillavano trombe e corni, rullavano tamburi, pareva un campo in movimento, un esercito in marcia. E di lì a poco comparve la caccia affaccendata. Una frotta d’armati, con spiedi, spuntoni, mezze picche e partigiane, veniva innanzi quasi in ordinanza, fiancheggiando quelli che si sentivano ma non si vedevano. Era un interrogare dal di fuori, un rispondere dal di dentro, un vociare, un sonare, un frascheggiare alla maledetta.

Biagino, attento e concitato, mormorava tra i denti: — Ecco, i cacciatori si sono messi alle poste; gli altri vanno scorrendo e strepitando per scacciar l’orso alla volta dei compagni. Oh beatissima Vergine degli Orti fate che non lo trovino! Fate in modo che io lo possa pigliare, io solo, io solo!