Part 5
Un cane squittì dal più fitto. Un uomo gridò all’erta. Succedettero due minuti di un silenzio ansioso, quasi spaventato; poi un tafferuglio, un diavolìo: gli uomini urlavano a squarciagola, i cani latravano tutti insieme con orribil modo, le frasche stormivano come agitate da una gran ventaggine. Alla fine l’aria rimbombò d’archibugiate, che l’una non aspettava l’altra: e dopo s’alzò un chiasso di battimani e di voci trionfali.
— Ecco fatto! — pensò Biagino, mordendosi le mani. — Il mio orso è bell’andato. Me l’hanno ammazzato a furore di popolo... Quanti sono? Un’armata. Quei di Cavalermaggiore, quei di Cavalerleone, quei delle cascine... Tutti contro quella povera bestia! Uh, mi vergogno per loro!
Si rizzò, raccattò l’archibugio, spense rabbiosamente la miccia, e s’incamminò dalla parte per cui era venuto.
Attraversato il bosco, passati i terreni incolti, cominciò a vagare senza direzione certa per luoghi coltivati ma ineguali e frastagliati. Di quando in quando si soffermava e minacciava con la mano come se facesse un proposito di vendetta. Poi si pentiva e si rincamminava, dicendo tra sè: — E perchè mi dovrei vendicare? Marchioto è più bello di me; ben veduto, ben voluto, il più gentil galante di tutto questo vicinato. In coscienza non gli posso dar colpa se vuole sposar Clara: ognuno cerca di fare il fatto suo in tutti i modi che può. Non posso pigliarmela con Tomaso. Non ci mancherebbe altro!... Ah, se mi fossi potuto sfogare con l’orso! — Si mordeva il dito, lo alzava iratamente e sollecitava il passo.
E continuando a camminare, ora si proponeva di farsi soldato e passare i monti; ora si risolveva di passare il mare, d’andar lontano lontano, in parte dove non fosse conosciuto, dove nessuno più trovar lo potesse. Sospirava la venuta della notte, senza sapere perchè; e gli era d’un certo sollievo volgere gli occhi verso occidente, donde veniva una gran nuvola procellosa, che s’opponeva al sole, nascondeva le montagne, e gettava sulla pianura un’immensa ombra sinistra.
Dopo un altro po’ di strada, oppresso da un senso di desolazione, di solitudine infinita, si lasciò andare sulla proda d’un campo; e stette inerte, con le gomita sulle ginocchia e il capo nelle mani.
Passò mezz’ora, un’ora forse. Di subito s’avvide che l’aria si oscurava; e sbigottito dal pensiero del padre e della madre che dovevano stare in angustia non vedendolo tornare, balzò in piedi, risoluto d’andare diviato a casa.
Va e va, piegando senz’accorgersene un poco a diritta, dopo parecchi andirivieni, riuscì in una strada maestra. Vide un piccolo tabernacolo mezzo rovinato, e riconobbe il luogo; seguitando ad andare avanti in poco d’ora, si sarebbe trovato alla Rivarola. La cascina era laggiù, coperta dagli alberi e dalle macchie che rivestivano le rive tortuose del piccolo Arian.
Il giovine stette fra due: il dovere voleva, ch’egli non tardasse a rassicurare i suoi, d’altra parte avrebbe dato la metà del suo sangue per riveder Clara. — Vederla — pensava, — anche di nascosto, anche alla sfuggita; poi sarà quel che sarà. — Titubava ancora, quando gli balenò in mente un altro pensiero: — Ella è là fuori, a sedere come al solito, e c’è Marchioto! — Gli entrò nell’anima lo spasimo della gelosia, e non potendo più resistere, pigliò la corsa.
Arrivò all’Arian; sopra vi era un ponticello di legno; e a destra e a sinistra certi olmi bassi, annosi e frondosi che formavano una gran vôlta buia. Da quel buio venne subitamente una voce, la voce di Clara:
— Chi è? chi è là?
Il giovane fissò gli occhi da quella parte, distinse la snella figura appoggiata alla pertica che serviva di parapetto, e rispose quasi timidamente:
— Sono io, sono Biagino Ghiliestra.
Clara fu per mettere un grande strido, si rattenne, fece un segno di croce, e domandò:
— Siete proprio voi? Siete vivo? Marchioto vi ha veduto morire!...
— Ah, l’ho scampata bella! l’ho scampata grossa! Posso attaccare il voto alla Madonna degli Orti che un’altra così non la scampo più!
Ella si staccò dalla pertica, si accostò e riprese:
— O Gesù benedetto! e Marchioto ha giurato e spergiurato che vi aveva veduto morire! Mio padre appena ebbe tanta pazienza che lo lasciasse finire; alzò la voce contro e glie ne disse tante e poi tante. Gli disse questo: — Poichè tu sei solo bravo al mondo, dovevi adoprare la tua bravura in difesa del povero Biagino. Sei un can traditore. Levamiti d’innanzi. — Marchioto rispose, cercò di scolparsi, non vi riuscì e andò via tutto arrabbiato e minaccioso con la testa. Allora mio padre partì per i boschi di Macra con gli uomini della cascina. E ora sono là che vi cercano. Io m’ero buttata ginocchioni in un canto e avevo principiato un po’ di rosario. Poi, rimasta sola, non ho più saputo che fare di me, son venuta qui e stavo sull’aspetto... Gesù vi ringrazio che colui ha giurato il falso!
Si mossero tutti e due, passo passo, concordemente.
Clara ripigliò:
— Avrete bisogno di ristorarvi?
Biagino rispose:
— Non ho più nè fame nè sete in questo momento. E poi a casa troverò bene qualcosa.
— Siete ferito?
— Una graffiatura sulla spalla sinistra. A casa mi farò ungere con grasso di carne secca o con olio di noce, e domani sarò bell’e guarito.
Giunti dinanzi alla Rivarola, ella mise adagino il braccio dentro al braccio di lui, e glielo strinse un poco. Così, a braccetto, voltarono, traversarono l’aia, entrarono nella stanza terrena vuota e oscura.
Clara si scostò subito e disse:
— Biagino, mi date una mano a ravvivare il fuoco?
— Volentieri! — esclamò il giovine. E appoggiato l’archibugio in un canto, andò a tentoni verso il focolare dove traluceva un po’ di brace.
— Dopo metteremo il paiuolo — prosegui la fanciulla, — e faremo la polenta. Cacio, ricotta e buon cuore non ne manca. Appena mio padre sarà di ritorno, e non può tardare, manderò a chiamare i vostri e ceneremo tutti insieme in santa pace. Voi racconterete quello che vi è accaduto...
— Volentieri.
Tacquero e stettero immobili nelle tenebre, incerti l’un dell’altro, e come sgomentati dal martellare che facevano i loro cuori. A un tratto Biagino riudì la voce di Clara, armoniosa, soave ma un po’ risentita:
— Ma ooh! non avete niente da dirmi? Nemmeno stasera? Nemmeno così... da solo a sola?
A queste parole, Biagino fu preso da tal commozione che non seppe se non balbettare:
— Che volete che vi dica? che volete che vi dica?
— Quel che avete nel cuore.
— Allora vi dirò che sono contento di trovarmi qui con voi... Una contentezza così, dopo quello che ho sofferto in questi due anni, non me la poteva mandare che Dio. Due anni in cui non ho veduto altro, non ho sentito altro, non ho pensato a nessun’altra cosa fuori che a voi, Clara. Vi avevo sempre davanti agli occhi di giorno: vi sognavo di notte, tutte le notti... E anche in questo momento mi par di sognare. Se sapeste che momento è questo per me!... Vi amo proprio infino alla tomba... Siete tutta la mia speranza al mondo...
— Basta!... Meno male che avevo indovinato! Ma vedendovi indugiar tanto, cominciavo a dubitare. In certi casi, vedete, l’indugio porta danno. Mancano modi? Belle cose! Insomma è stata una gran tribolazione. E poi, e poi, sentiamo un po’, come vi è saltato il grillo d’andar a cercare l’abbraccio di un orso, quando...
Non finì la frase, gli gettò le braccia al collo, lo strinse con tutta la sua forza; poi si scostò di nuovo, impetuosamente, e soggiunse così da lontano:
— Mio padre lo sa che ci vogliamo un ben dell’anima! Dunque...
DUE SPAVENTI
(Novella).
Verso la fine d’aprile dell’anno 1836, il mio amico e fratello d’armi Paolo Gagliardi mi scrisse di venire a tenergli un po’ di compagnia alla Vernea, presso Lombriasco, dove viveva ritiratamente, vigilando le faccende campestri di tre o quattro contadini.
Non essendo occupato, potevo partir subito; se non che era una stagionaccia incostante, bisbetica, ora primaverile, ora autunnale; in cui si passava dal vento piovoso al nevischio, da questo alla gragnuola.
La mattina di lunedì, 2 maggio, fui preso d’impazienza, e benchè il tempo fosse chiuso, la gola del Moncenisio, e le falde delle Alpi biancheggianti di neve, feci attaccare, montai nel mio legnetto e uscii di città.
Nel viaggio fino a Carignano, non mi accadde nulla di particolare. A Carignano mi fermai più del solito per dar riposo al cavallo, chè le strade erano guaste e faticose. E ripartii.
Il tempo si era andato sempre più rabbuiando; balenava e brontolava. Vennero pochi goccioloni, e subito dietro una pioggia che in un momento diventò diluvio. Il mantice del legnetto e la mia coperta da campo mi riparavano molto bene, il cavallo trottava come niente fosse, eppure andavo avanti mal volentieri. Il rimbombo del tuono mi urta i nervi, promuove in me inquietudine, irritazione, direi quasi una avversione d’istinto. Invece il rimbombo delle artiglierie, in guerra, ha sempre raddoppiato il mio spirito marziale e infusa la volontà di assalire braveggiando il nemico; in pace, quando è segno di salute e di gioia, mi fa provare un misto di desiderio e di malinconia, un senso di nostalgia bellicoso. Andavo avanti contro voglia; e come i lampi a zig-zag, sinuosi, ramificati, diffusi, ora bianchissimi, ora rosseggianti, si riflettevano nella strada già allagata e mi accecavano; come lo strepito orrendo echeggiava nelle nuvole basse e mi assordava: maledicevo il momento in cui mi ero messo in cammino, e mormoravo tra i denti, a mo’ di giaculatoria, la famosa frase del maréchal Ney: «_Je voudrais bien savoir quel est le Jean-f... qui dit n’avoir jamais eu peur!_».
Di repente una scintilla immane, un globo di fuoco, scoccò da nube a nube, turbinò veementissimo a mezz’aria, esplose dentro un albero che s’alzava con maestosa chioma a destra della strada, e lo guastò da cima a fondo.
In quel subito vidi tutto color di sangue, mi credetti incenerito, annientato; e, senza sapere quel che facevo, menai una violenta frustata ai cavallo esterrefatto. La povera bestia s’impennò, voltò corvettando e saltabeccando in un viale a sinistra, andò a dar di cozzo in un portone serrato.
Smontai: ma ero così abbacinato, così intronato, che invece di picchiare e chiedere ricovero, mi diedi a strigare le guide, che mi ero lasciato scappar di mano.
In quella che mi affannavo, tremando convulsamente, il portone si spalancò, un contadinotto tirò sotto il portico il cavallo e il legnetto: un uomo attempato, in mezza livrea, mi porse un ombrello aperto, dicendo premurosamente:
— Entri, entri, Gesù e Maria, ero all’ultimo piano e ho visto tutto! Sono io che ho avvertito monsù e madama. Venga, venga. Vuole appoggiarsi ai mio braccio? Passi, passi...
Così dicendo, stava lì, senza avvedersi che m’impediva il passo. Alla fine se ne accorse, si mosse, e io gli andai dietro.
Traversato un cortile, che in quell’ora, con tutta quell’acqua, pareva un lago in burrasca, arrivammo alla porta di casa. Il padrone e la padrona mi aspettavano ritti sulla soglia. Lui, era alto, asciutto, con una capigliatura di splendida candidezza, che faceva parere più bronzina la faccia rasa e rugosa. Lei anzi piccola che no, e un po’ pingue, aveva conservato essa pure molti capelli, e due folte ciocche castagne tirate indietro, le ornavano la faccia pallidetta, ove traspariva una bellezza passata, sfiorita, ma non ancora senile. Tutti e due portavano il bruno grave, e la loro presenza dimostrava una dignità riposata, un po’ malinconica, che moveva a venerazione insieme e a simpatia.
Non si perdettero in parole di complimento, mi condussero in un salotto vicino, mi fecero sedere dinanzi al caminetto, e prendere una buona fiammata e una tazza di caffè. Io dissi il mio nome, il vecchio signore mi disse il suo: Pietro Francesco Gindri. Si parlò del più e del meno. Tanto il marito che la moglie mostravano quell’urbana disinvoltura di modi che è propria delle persone sfranchite nel conversare con tutti. L’uno amava la pittura, l’altra la musica. Di faccia al caminetto vi era un pianoforte; e alle pareti, come tappezzeria, un chiaroscuro in cui erano figurate la quattro stagioni: un vecchierello tutto intirizzito, con le braccia ficcate fino ai gomiti in un gran manicotto, simboleggiava l’Inverno; una vispa forosetta, emergente da una rigogliosa fioritura, la Primavera; l’Estate era un adulto seminudo che percoteva le biade con coreggiato; l’Autunno una venditrice di frutta con una pezzuola annodata intorno al capo e un po’ di scialluccio.
Il signor Gindri mi disse che quella tela, eseguita sul luogo, era opera di Antonio Amaretti, da Pancalieri, un giovane che attendeva con molto profitto alle bellezze dell’arte e agli studi che si competono a un artista giudizioso.
S’avvicinava intanto l’oscurità della notte; la pioggia continuava alla dirotta, scrosciando più rovinosamente che mai.
Il padrone chiamò il servitore perchè accendesse il lume, poi si rivolse a me:
— Come si fa a viaggiare con questo tempaccio? Il diavolo non andrebbe per un’anima.
E la padrona con una gentilezza che veniva direttamente dall’animo:
— Faccia della necessità virtù, e per questa sera, accetti di stare con noi.
E poichè rimanevo sospeso, non per dubbio ma così per cerimonia, il signore riprese:
— Parlo sul serio, sa. Sono pratico delle strade: a quest’ora devono essere assolutamente impraticabili. Le acque dei fossi rigurgitano e allagano. E poi, e poi... Badiamo di non fare qualche imprudenza.
Si cenò in una stanza dipinta tutta a fresco, rappresentante un pergolato fatto di pampini, ricco d’uva, sparso di augelletti variopinti che rallegravano l’occhio. Però la cena non fu lieta. Il contegno dei due ospiti verso di me continuava ad essere correttissimo, ma a momenti vedevo divenire più intensa, più cupa quella malinconia che quasi sempre stava sul volto del marito; vedevo la moglie abbassare mollemente la testa e rimanere come assorta in un pensiero nascosto, famigliare alla mente e più forte su quella che la mia presenza. Poi si cambiavano, sorridevano a fior di labbra e riprendevano il discorso.
Da queste e da altre cose che vedevo e sentivo, cominciavo a comprendere che i signori Gindri vivevano tutto l’anno in quel luogo appartato e solitario. Essi dovevano avere idee e opinioni particolari, ben radicate nel cervello, modi di operare divenuti per lungo uso ordinari e abituali: mi proposi quindi di non contraddirli, di fare il possibile per non riuscire noioso o importuno, per non recar loro il minimo incomodo.
Dopo cena si tornò nel salotto delle quattro Stagioni, dinanzi al caminetto.
Qui bisognava indovinare come i coniugi usassero passare la serata: se giocando, se sonando, se leggendo. Mentre stavo facendo qualche congettura, la signora Gindri disse:
— Oggi è giorno di posta. Fortuna che è arrivata prima del solito, se no ci mancherebbe la _Gazzetta Piemontese._
— Sarebbe un inconveniente — mormorò il signor Gindri; e soggiunse volgendosi a me: — La gazzetta è una gran bella invenzione. Siamo qui, lontani dalla città, quasi segregati dal genere umano, eppure ogni giorno corrispondiamo in certo modo con tutti i popoli della terra!
— Penso anch’io così — risposi. — La sera, dopo passeggiato, me ne vado al caffè. Lì combino tre o quattro amici, leggiamo le gazzette, poi c’ingolfiamo nella politica: e ognuno, secondo la propria opinione, ordina eserciti, allestisce navigli, apre arsenali, sottoscrive alleanze o bandisce asprissime guerre.
Il signor Gindri aveva già preso e spiegato un foglio che stava sul caminetto, vicino al lume; e la signora s’era rigirata sul suo seggiolone e spingeva innanzi la faccia, come chi si dispone a sentir cosa che assai gli prema.
— Permette? — mi domandò ancora il vecchio signore accomodandosi gli occhiali.
— Si figuri! — esclamai. — Anzi, mi fa un favore.
E così egli cominciò a leggere, tralasciando certi passi, fermandosi su certi altri:
— Dunque vediamo un po’:_ America Settentrionale. (Dai fogli di Nuova York del 24 marzo). Il generale Gaines ha fatto il seguente accomodamento con gl’indiani della Florida: — Gl’indiani ed i loro capi si ritireranno al di là di Wildocooclui..._ Me ne rallegro moltissimo. _Impero ottomano._ Niente. _Grecia. Leggesi nella Gazzetta d’Augusta: «Scrivono da Larissa che le truppe turche quivi concentrate cominceranno quanto prima le loro operazioni contro le bande dei malandrini..._ E va bene, facciano pure. _Una lettera da Lamia, in data dell’11 di marzo, parla di un combattimento accaduto coi clefti._ Devo leggere? No, eh? Tiriamo via. _Impero Russo._ Niente d’importante. _Alemagna, Berlino, 15 aprile. Dappertutto si attende a piantar fabbriche di zucchero di barbabietole_... Oh gioia! _Gran Bretagna. Londra, 22 aprile. Nessuna nuova politica è corsa stamattina alla Borsa_... Uhm! _Portogallo... Spagna... Francia... Notizie d’Algeri. Il_ Moniteur _stampa un lunghissimo ragguaglio del generale Rassatel al maresciallo Clauzel sulla recente spedizione di Medeah_... Ah, ah! — s’interruppe, percorse con l’occhio tutta la pagina e riprese: — Insomma i cabaili combattono da eroi, ma che vale? Oh, oh! _Dicesi dagli arabi che Abd el Kader, abbandonato dai suoi, si è ritirato verso Marocco._ Possibile? Ehm! sarà un inganno militare, uno stratagemma. _Notizie posteriori._ Vediamo le notizie posteriori... _2 maggio. 11 antim. Il corriere del Moncenisio di questa mattina è tuttavia in ritardo_... Al solito. _Oggi perdura il freddo_... Infatti! _Il Journal de Paris reca, che il 21 Iriarte con un battaglione sostenuto dal presidio di Pamplona, assalì i carlisti trincerati a Balascoin_... Se la facessero finita? E qui? Non avevo veduto! _Il dissapore fra Mendizabal ed Isturitz finì con un duello alla pistola: niun dei combattenti rimase ferito: essi si separarono a mediazione dei padrini: ma più nemici che mai._ Bella riuscita!... _Sua Maestà l’arciduchessa di Parma è arrivata il 28 aprile a Milano da Piacenza, scendendo col suo seguito all’I. R. palazzo di Corte._ Amen! _Interno. Genova, 27 aprile. Notizie marittime. Notizie commerciali._ Questo non fa per noi. _Torino. Osservazioni meteorologiche... Annunzi — Avvisi... Spettacoli_...
— Appunto — disse la signora; — che cosa si rappresenta al Carignano?
— Ecco qui: _Teatro Carignano... Ballo Sofia di Moscovia; composto e diretto dal Coreografo Monticini. Teatro D’Angennes. Compagnia Drammatica al servizio di S. S. R. M. La Fiera. Circo Sales_ (alle ore 5.30). _Esercizi di cavallerizza eseguiti dalla Compagnia Guillaume._
Domandai alla signora se le piacesse il teatro. Ella si scosse un poco, a guisa di chi è colto da un’interrogazione imbarazzante, poi accennò di sì, e stette a capo basso, quasi la sua anima, sollevata un momento, ricadesse ad un tratto in un abbandono estremo.
— Se le piaceva il teatro? — esclamò il signor Gindri. — Altro! L’opera seria, l’opera buffa, l’opera-ballo; il dramma, la commedia... Ma poi è venuta la tragedia, la catastrofe. E addio!
Un lungo silenzio successe a queste parole.
Marito e moglie guardavano fisso fisso il fuoco, immobili come due statue. Io pensavo: — O mi diranno ciò che fu questa catastrofe, e mostrerò di condolermi; o non mi diranno niente, e io rispetterò il loro segreto.
Non mi dissero niente. A un punto il marito pigliò le molle come per rattizzare o ravvivare il fuoco: tramestò la cenere, scompigliò tizzi e carboni, e riprese, riponendo lo strumento al suo posto: — Mutiamo discorso, parliamo d’altro. Adesso rileggerò la gazzetta, la spedizione di Tencah, di Medeah... Tanto per far tardi. Poi voltandosi meno afflitto, meno crucciato, e con una specie di rammarico d’aver parlato in quel tono e in quel modo, mi disse: — Ma lei dev’essere stracco morto? Senza complimenti...
E la moglie con una voce ancora un po’ alterata, ma quanto mai si può immaginare dolce e persuasiva:
— Senta: se mai la camera è pronta...
Accettai volentieri quell’offerta opportuna e cordiale: dal canto mio avevo sonno, e probabilmente dal canto loro i miei ospiti non vedevano l’ora di rimaner di nuovo soli a pascersi di malinconia.
La signora scosse un campanello e al servitore che entrò, disse:
— Giacomo, accompagnate questo signore alla camera gialla.
Ci augurammo scambievolmente la buona sera e la buona notte, e ci separammo.
Giacomo mi fece lume su per una scala di pietra, fino al primo pianerottolo, m’introdusse nella camera che mi era destinata e disse:
— La sua sacca da viaggio è già lì sul sofà. Se ha bisogno di qualche altra cosa?...
— Grazie, non ho bisogno di nulla.
— Oggi ha passato un brutto quarto d’ora. Si ha un bel dire. Uno può aver più coraggio di Napoleone, ma, cospetto! col fulmine non si scherza. Basta, il dormire le farà bene... Mi comanda?
— Andate pure.
Il servitore mi porse il candeliere e se ne andò.
La camera gialla era molto grande e sfogata, parata con carta canarina, simile nel colore alla stoffa un po’ sbiadita che soprastava alle finestre, al letto e ricopriva i mobili. Questi erano tutti di mogano, di classico disegno, eccetto una consolle alla rococò, sopra la quale stava uno specchio con la luce tutt’un pezzo e la cornice a fogliami.
Cavai dalla sacca la biancheria da notte, posai sul comodino, accanto all’orologio e all’anello, il tomo decimo di _Lo spettatore Italiano_, mi spogliai ed entrai in letto.
Siccome per solito non posso addormentarmi senza scorrere qualche pagina, presi il volume, lo aprii a caso, trovai un articolo intitolato _Filosofia_, e lessi quanto segue:
«_Mercè della filosofia, i vampiri sono iti fuori di moda. Perchè dir non possiamo lo stesso degli spettri e delle fantasime? Tuttavia, se la fede alle apparizioni non è ancora morta del tutto, essa almeno più non vive che nelle menti ristrette e nel volgo pusillanime e rozzo._
_Nel libro di Flegone, liberto dell’imperatore Adriano, in mezzo a mille racconti da veglia, trovasi la seguente storiella ch’ei dice avvenuta in Ipate, città di Tessaglia. È dessa una delle poche favole di questo genere, trasmesseci dagli antichi, che molto si rassomigli alle superstiziose invenzioni moderne._
_Filinnione, unica figlia di Demostrato e di Carito, morì in età da marito: gl’inconsolabili suoi genitori fecero seppellire insieme col suo cadavere gli ornamenti e gli arredi che la fanciulla aveva avuto più cari mentre viveva. Alcun tempo dopo ch’ella fu morta, un giovane signore, per nome Macate, venne ospite in casa di Demostrato, ch’era suo amico. Una sera, essendo Macate in sua camera, Filinnione, di cui questi non sapeva la morte, gli apparisce, gli dichiara il suo nome, e lo induce con mille vezzi a corrisponderle. Macate in pegno di affetto, regala a Filinnione una coppa d’oro, e si lascia trarre di dito un anello di ferro che usava portare. Filinnione dal canto suo, gli fa dono del suo monile e di un anello d’oro; indi prima dell’aurora sen parte._