La straniera

Part 3

Chapter 33,998 wordsPublic domain

Accorgendosi Pagano che il cavaliere era dei migliori combattenti del mondo, disse con fervente cuore:

— Gesù crocifisso aiutami! — Ciò detto, si ristrinse in sè, poi di tutta sua forza e possa colpì l’avversario sopra l’elmo, sì che glielo partì; e, passato il cappuccio, gli fece schizzare il sangue per il naso e per la bocca, e percuotere il mento sull’arcione. Della quale gran piaga nella testa il cavaliere di subito morì.

Allora il signore di Malavasio rivoltò il destriero e corse addosso ai pedoni a guisa di fiero leone selvaggio fra bestie basse e minute. Gridava come ruggendo: — Rendetevi prigioni! Arrendetevi per morti! — E feriva e feriva: e quanti ne scontrava, tutti li veniva abbattendo.

Quelli prima si volsero alla loro difesa: poi gli diedero il passo: poi cominciarono quanto potevano a fuggire.

Quando la straniera vide il compagno disteso sul cammino, non si gettò a terra ad abbracciare quel corpo, facendo pianto e lamento e immaginandosi di morire quivi con lui: ma stette quasi avesse il cuore di diamante: e solo abbassò la testa e la tenne chinata come se pensasse una grande sottil cosa.

Avendo Pagano in poco d’ora sbaragliata o morta quella gente di fuori via, si pose a bocca un corno e lo suonò a ciò che la sua compagnia venisse tutta a lui.

E allora gli uomini cominciarono a legare quelli che gettate giù l’armi s’erano arresi; ripigliarono e rimenarono il cavallo dello straniero e i muli da bagaglio che se n’andavano fuggendo. Il sire vincitore fece sua la spada del vinto, la quale era tanto bella e tanto buona: bella, perchè fornita ad argento nobilmente con alcune pietre di ricca valuta; buona, perchè ben trinciante e di finissima tempera. Comandò ai villani, accorsi da quei luoghi intorno, di seppellire a grande onore quelli dell’una parte e dell’altra ch’erano stati tratti a fine. Appresso venne alla dama e le parlò molto umanamente:

— Dama, non sono ora in tempo di vantarmi, ma la battaglia è stata leale e di grande pregio. Molto mi sono sforzato d’averne l’onore, e Iddio mi ha donato tanta grazia che voi siete rimasta nelle mie mani, conquistata per virtù e forza d’arme. Io vi dico che le cose che si fanno in avventura d’arme non si debbono tenere a onta nè a disonore. Voi avete perduto un cavaliere, e n’avete guadagnato un altro. Sappiate che io sarò sempre apparecchiato al vostro comando, pronto ad ogni cenno, e di me potrete fare la vostra volontà. Ora io vi consiglierei che al presente voi ve ne veniste con me... Dama, mai non fui desideroso di tanta cosa, quanto di questa...

Ella stava come donna uscita di sè, cioè fuori d’ogni pensiero e d’ogni intendimento. E quando Pagano si mosse e andò innanzi secondo signore, mutamente si accompagnò con lui.

Gli uomini, chi sano e allegro per la vittoria avuta, chi doglioso delle percosse ricevute e per l’affanno durato, presero in mezzo i prigionieri: e tutti insieme affrettarono lor ritornata.

Tornati che furono dentro la rocca, il signore dismontò, aiutò la straniera a dismontare, e la fece condurre e riserrare nella camera della torre, comandando che fosse bene servita di ciò che le faceva mestieri, e ben onorata. Appresso mandò i cavalli e i muli alla stalla; e, poichè s’era fatta preda, si accinse a dividerla secondo il modo, l’usanza e l’ordine di Malavasio.

In quel punto, Grisagonnella, guardatore della rocca, ch’era ragionevole e risparmiante, venne verso di lui e disse:

— Monsire, di quello che oggi vi è intervenuto, io sono gioioso, imperò che voi potete dire d’aver avuto buona ventura. Ma perchè salvare la vita ai vinti? Or che faremo noi di coteste bocche inutili?

Pagano rispose:

— Vassal, vassallo, non darti impaccio di cosa che non ti tocca.

E s’accostò ai prigionieri.

Uno di costoro, che aveva lo cuore ardito e la fronte giuliva, si fece avanti, e disse in suo linguaggio come si chiamasse Barthoumiou, e fosse di Marsiglia, tenuto un finissimo cantatore e sonatore, e facesse di belle canzoni e il suono e il motto; e cominciò una canzonetta quanto seppe il meglio:

«_Aissi co’l sers que cant a fait lone cors_ _Torna murir als crit del chussadors_».

Ma Pagano, che per aver fatto tanto d’arme in quel giorno era scaldato d’allegrezza e uscito fuori d’ogni misericordia, li fece spogliar tutti nudi, salvo che di mutande; e alzata la spada del cavaliere ucciso, la quale teneva tuttavia in mano, voltò le punta dove mancavano sette pali della palificata, precipitati per corrosion del terreno. E tantosto Mascher e Durcogno presero Barthoumiou e lo menarono in quella parte.

Il cantatore, come si vide in proda della grande ripa, stette con peritosa faccia e temenza grandissima; poi cominciò a divincolarsi ed a scontorcersi, a dare tratte per rompere i suoi legami, facendo gran lamento di sua vita. Durcogno diceva a Mascher:

— Buttalo di sotto, buttalo di sotto.

E Mascher rispondeva:

— Anzi buttalo tu.

E Pagano, fiero e crudele, dette a Barthoumiou un pesante colpo della spada in piattone sopra la testa, che lo stordì e lo mandò in profondo.

I buoni uomini tirarono avanti un altro, così trangosciato e fuori di sè, che in niuna maniera poteva parlare. E Pagano lo piattonò e precipitò.

Il terzo, ch’era ginocchioni a gran divozione, si levò in piedi, alzò gli occhi al cielo e si lasciò cadere.

Allora tutti gli altri prigionieri, riconosciuta la diritta via di ritornare a Colui che li aveva fatti venire in questo mondo, s’inabissarono insieme e uscirono di tanta langura.

Appresso Pagano entrò nella torre, si disarmò di tutte sue arme, salvo che di spada; ed essendo i suoi raunati, disse:

— Le tavole sono messe, se a voi diletta, possiamo mangiare.

Gli uomini risposero ch’erano apparecchiati.

Portata e data l’acqua alle mani, si posero a sedere: _dominus_ Pagano in capo di tavola, e ciascuno per sè in suo luogo ordinato.

Leggesi di monsignor lo re Filippo I di Francia ch’era rottamente goloso _des hures de sanglier farcies de grives_: il visconte di Auriate voleva le teste di cinghiale piuttosto ripiene di storni amaretti e gustosi. Quando la vivanda prediletta venne, egli che nel pensiero impedito si mostrava svogliato, prese a mangiare fortemente, e a bere di molto possente e buono vino senza nulla acqua. A poco alla volta la potenza del vino gli montò nella testa, e cominciò a favellare assai assai:

— Sappiate che io ero fermo di non prendere mai donna, perchè ho sempre tenuta vita cavalleresca e continuamente mi sono dilettato in cani ed in cavalli, e d’essere molto molto libero di mia persona. Ma già da qualche tempo io veggo che d’ogni vera allegrezza questa mia vita è priva. E voglio mutare. Per la qual cosa intendo che mia moglie sia la dama vedova, la quale è ora in nostra balìa. Costei è colei che fa per me. Io non so di che paese si sia, nè di quale gente: ma mi pare di gran parentado. E anche mi pare che mai non formò natura tanto bella femmina quanto è questa. Per la mia fè ch’io la lascerò pensare ai casi suoi tutta questa semmana, e appresso le dirò: — Berta, Adila, Immilla. Ageltruda o come diavol ti chiami, mi vuoi tu per marito? — A cui ella risponderà saviamente: — Signor mio, sì. — E adunque vi saranno le nozze grandissime e belle; e al tempo debito ella metterà alla luce un figliuolo maschio, che sarà il mio erede, il vostro natural signore dopo di me: e di bellezza, di prodezza, di cortesia passerà tutti i signori del mondo... Ma innanzi il dì della sua nascita, noi ci partiremo di qui, e passeremo foreste e monti, terre ed acque, e ci ritroveremo nel paese di mia dama. E secondo che m’è venuto in visione, io riceverò la signoria di quel paese; che appresso manterrò in pace e con amore e giustizia. E voi che farete? Giurate voi di ubbidire sempre ai miei comandamenti? Se mia mogliera fosse lignaggio di re, come ventura può portare, e m’ìncoronasse della metà o di tutto un reame, starete voi a ubbidienza di mia corona?

E Olivenco rispose:

— Monsire, voi siete padre, signore e governatore di me e di tutta vostra gente: imperò fate e comandate tutto quello che a voi piace. Con voi e per voi trarremo a fine la più alta impresa che mai fosse in questa contrada.

E perchè il mangiare e il bere tengono l’uomo allegro, i valenti uomini parlavano e ridevano molto fortemente; e quando ebbero fatto una moltitudine di parole e le maggiori risa del mondo, presero commiato e andarono ai loro luoghi ciascuno.

Non rimase se non Pagano; il quale, come li vide andati via, spense tutti i lumi ch’erano nella stanza, salvo che un torchietto, e quello prese per salire in camera. Ma saliti quattro o cinque scalini, ritornò in sua memoria; e, come colui ch’era costumato, discreto e riguardoso, pensò un poco dicendo fra sè: — Nella mia camera sta serrata la mia dama novella. Che le dirò presentandomi a lei? Le dirò soavemente: — Deh voi siate la benvenuta... Cristo, nostro Sire, vi doni la buona notte... In cortesia io vi domando che voi mi perdoniate il disagio e la gran manchevolezza di questo mio luogo. — E dette queste parole, che mi risponderà? Che interverrà? Delle due cose sarà l’una: o mi discaccerà, o mi lascerà dimorare. E dimorando, come mi dovrò portare? Io non posso richiederla d’amore perchè mi pare molto onesta donna, perchè devo tenere suo onore in piè, perchè non la voglio in disordinato modo. Come mi dovrò portare? Certo che se io fossi stato più grande amatore di dame e damigelle, ora non sarei così impacciato e impedimentito. Sire Amore, sire Amore, donami aiuto e consiglio!

Non sapendo che si dovesse fare, spense il torchietto, poi chetissimamente rammontò a guisa di letto la paglia fresca sparsa sul pavimento, e si pose adagiato.

Ma ebbe una molto pessima notte.

Passata che fu la notte e venuta l’alba, Pagano si levò, chiamò due servi e comandò loro che discendessero giù nella valle, e cercassero e prendessero una donna giovane e piacente, che potesse fare da cameriera alla dama. Innanzi mezzogiorno i due servi tornarono alla rocca, menando una guardiana di pecore, la quale aveva nome Gisla. Questa Gisla fortemente strideva, pregando il nostro Signore che la dovesse aiutare.

Pagano la disciolse e l’andò confortando, fin che fu presta a fare ciò che lui comandava. E allora le diede un paniere di delicate vivande confortative e ristorative, buon confetto _aquicelus_ fatto con pinocchi e miele, un’anguistara di finissimo vino vermiglio; appresso l’accompagnò pianettamente all’uscio della camera dov’era la straniera.

La giovane rimase nella camera fino ad ora di vespro: e, quando venne fuori, il signore le domandò come stava la dama. Gisla rispose che la dama stava come persona muta, ma non turbata nè smarrita.

Pagano notò le parole, fu molto allegro e le donò largamente.

Venuto l’altro giorno bello e chiaro, il signore stava provando di molte saette nuove. Olivenco gli era dalla destra parte e Grisagonnella dalla sinistra. Glabrione, ancora ferito nel braccio manco d’un colpo di scure d’arme, batteva la febbre seduto in terra, con la schiena appoggiata alla palificata.

Or mentre Pagano tendeva l’arco e vi poneva suso una saetta, eccoti apparire la straniera sulla soglia della gran torre. Non portava più la bianca benda, e il suo viso pareva una rosa novella; e i capelli, più biondi che l’oro, le andavan per le spalle a grande abbondanza. Non portava più il paoneggiante mantello, ma un bel bliaud di drappo cilestrino, a pieghe fitte e minute sul busto, lunghe e diritte dalla cintola in giù.

Stata che fu un poco, discese il ponticello e si avanzò.

Pagano e i suoi compagni, vedendola tanto leggiadra quanto dire si potesse, rimasero tutti istupefatti; poi la inchinarono e salutarono, come fare dovevano.

Ella rese graziosamente il saluto e passò oltre. Come fu davanti a Glabrione, il fece rizzare in piè, gli sfasciò il braccio dolorante, e vide ch’era piaga da guarire. Lo rifasciò morbidamente, mostrando molta conoscenza in su le fasciature.

Appresso si diede diporto per quel recinto, fin che il giorno venne mancando: allora rientrò nella torre.

Ma riapparve la seguente mattina, e prese a curare Glabrione di sua ferita, e a medicare tutti quelli che avevano magagne o sostenevano dolori. Così si vide che non era dama al mondo che sapesse più di medicine e conoscesse meglio le erbe medicinali.

Non parlava niente: ma ogni sera, essendo nella camera presso la finestra, cominciava a cantare una dolce dolce melodia, ch’era maraviglia a udire. Gli uomini, udendo il canto, si raccoglievano a piè della torre, e ciascuno stava cheto e in grande diletto. Ma Grisagonnella diceva a loro:

— A dolcezza di canto si perdono le vertudi.

Il signore, tutto soletto, andava per il recinto in qua e in là; e spesso se ne veniva a un parapetto, lo quale era a capo l’apertura, e riguardando la valle tenebrosa, dove non si vedeva niente, gli pareva di udire romore d’armi e nitrire di cavalli, come se schiere grosse e cavalieri di gran paraggio, venissero contro di lui, per prendere alta vendetta.

Nel seguente tempo, tanto Pagano continuò a mirare e rimirare la dama del fresco colore e ad immaginare quelle sue grandi bellezze, che uscì d’ogni altro pensiero. Il giorno poco mangiava e meno beveva, la notte non dormiva; e, non trovando requie nè posa, sempre sospirava; — Ahi bella, bella, bella dama, quanto per voi è tristo il mio cuore! — Il capo e la barba si faceva più bellamente apparecchiare che non era avanti; vestiva d’una roba vermiglia, lavorata ad aquile ispessissime d’oro, e a vederlo da lontano faceva gran comparita, ma da vicino era giallo, magro e di malvagio sembiante. Parlava chiuso, perchè diventato cruccioso ed arrogante per amore. Niun diletto gli pareva niente, e non voleva più prendere arme; ma alcuna volta andava fuori quasi per disperamento, e stava come uno lasso e tralunato, e il cavallo lo portava a suo modo e dove voleva; o vero scorrazzava ora innanzi ora indietro, di luogo in luogo, devastando i campi, calpestando i seminati, gettando a terra i lavoratori, cacciando e predando gli animali domestici come fossero fiere. E niuna persona osava per nulla maniera pararsi davanti al forsennato signore.

Di ciò grande mormorio n’era per la rocca e per quei contorni. Grisagonnella ch’era savio per natura e stava molto in sugli auguri: cioè quando il fuoco fa rombo, quando gli uccelli s’azzuffano, quando l’uomo vede il corvo nell’aria o trova la donnola nella via, diceva alla gente:

— Più vale malizia che forza. E io tengo per fermo che se il nostro sire ha la testa piena di tafani, questo avviene per opera d’incantamento. La dama di lontano paese, la quale dimora tra noi, è la più saputa dama del mondo, e molto sa delle sette arti della negromanzia. E sì vi dico che i nemici capitali dei negromanti sono i romiti. Rivolgetevi al Romito giovane, egli vi donerà consiglio santo e giusto.

Questo Romito era giovane forse di ventotto anni: d’alto sembiante bronzino, gagliardo e bene intagliato di sue membra. Andava con il capo scoperto, e scalzo, e portava grossa schiavina: ma pareva veramente cavaliere di scudo, travestito di sua persona.

Abitava una grotticella, formata dalla natura nel monte un poco più in su di Malavasio: una grotticella dove si poteva a fatica distendere; e mangiava radici d’erbe e pomi salvatici, e beveva acqua di fontana. Non stava giorno e notte in orazione davanti alla croce, alla clessidra e al teschio, come i mortificatissimi anacoreti della Tebaide, ma sempre e d’ogni tempo, come che piovesse o nevicasse, andava vagando per la campagna con passo di pellegrin frettoloso. A volte, quando ventura lo portava, saliva alla rocca, ed era usato sedere sur un poco di pratello, vicino all’apertura. I buoni uomini, per volontà di sapere alcuna novella, si ponevano in cerchio. Ed egli, parte in suo, parte in loro linguaggio, parlava dell’alto mare, del gran diserto, di lioni, serpenti, cristiani e saracini. Contava della città di Gerusalem, dov’è perdonanza di colpa e di pena: come gl’infedeli vituperassero i fedeli, e li costringessero a fare brutture sulla pietra dove Cristo fu posato, unto con l’unguento prezioso e involto nel panno oglientissimo; come Foulques le Noir, comte d’Anjou, avesse pigliato a gabbo quegli oltraggiosi spandendo sulla pietra una vescica di vino bianco del migliore del mondo; come le comte de Blois, mentre inginocchiato baciava tre volte il Santo Sepolcro, avesse saputo distaccare coi denti una scheggia, che ora portava chiusa nel pomo della spada a guisa d’una molto santa reliquia.

E i valenti uomini fremevano e si adiravano; volevano armarsi ciascuno di gran vantaggio, e passare oltremare, e fare dei cani saracini una maravigliosa uccisione.

Perseverando adunque Pagano e nello amore e nelle sue matte bestialità, parve tempo ai villici di ripararsi da tanto dannaggio. Si fece l’adunanza di notte. Si formò la quistione. Molte parole v’ebbe. Finalmente si deputarono Bruno bifolco e Girelmo bergiere, che andassero molto cautelosamente al Romito. E come fossero davanti a lui, lo pregassero di parlare al signore di Malavasio, perchè signoreggiasse più a cheto, cioè senza storpiare la gente, senza guastare e rompere le cose altrui.

Bruno e Girelmo andarono; e, giunti dove trovarono il Romito, dissero come ai villici piaceva che dicessero.

Il Romito rispose che farebbe molto volentieri; e preso suo grosso bordone si mise in cammino.

Pagano, poi che aveva desinato, stava sotto un pino ch’era di contro alla torre.

Olivenco, Manfredone, Quosa e Durcogno, riposavano sopra l’erba, più qua e più là dove non poteva il sole.

Il Romito entrò nel recinto; e, quando fu al cospetto del sire, lo salutò cortesemente. Ma Pagano, che con l’animo era altrove, non degnò di rendergli suo saluto. Allora il Romito, molto uomo superbo che niente ridottava, cominciò a rampognarlo in favella latina:

— _Si quis agricolarum, caeterorumve pauperum praedaverit ovem, aut bovem, aut asinum, aut vaccam, aut capraeum, aut hircum, aut porcos, nisi per propriam culpam; si emendare per omnia neglexerit, anathema sit._

Dette che il Romito ebbe queste parole, Pagano lo mirò in traverso e molto odiosamente, e disse:

— Servo di Dio, servo di Dio, la coscienza mi riprende di farti onta e villania. Per la qual cosa io ti dono questo consiglio: esci di mia rocca e torna a tua via.

Disse il Romito:

— Mi farai tu forza?

Rispose Pagano:

— Certo se tu stai in mia forza! Che poca ira che tu mi facci, io non ti guarderò nè per schiavina nè per bordone; anzi te lo aggrapperò di mano il tuo bordone: e tanto l’adopererò sulle tue spalle, che soperchio ti parrà. Va a tua via, va a tua via.

E il Romito latinamente:

— _Si quis sacerdotem, aut diaconum, vel ullum quemlibet clericum arma non ferentem, quod est scutum, gladium, loricam, galeam; sed simpliciter ambulantem, aut in domo manentem invaserit, vel coeperit, vel percusserit._

Pagano favellò furiosamente, e disse:

— Ahi mal romito dello mala ventura, che mala perdita ti doni Iddio! Come hai tu ardire di parlar così a migliore che tu non sei? Donde vieni? Chi furono gli antichi tuoi?

E il Romito:

— Sappi ch’io sono stato nobile e potente signore, ch’io ebbi la maestria e lo ardire del combattere. Sappi ch’io m’innamorai senza misura d’una donzella, che non credo nascesse in questo mondo ma fosse formata nel paradiso. Ella non si curava del mio amore, non per odio nè per mala volontà, ma perchè ancora non sentiva niente d’amore. Io tutto mi consumavo per lei; e non potendo più soffrire mio dolore, mi convenne lasciare tutti i miei beni, ogni cavalleria e ogni diletto, e andare tapinando per mare e per terra, per Cristianità e per Saracinia; e poi divenire romito in luogo foresto.

Pagano non ascoltava niente, guardava il Romito minuto minuto, pensando una sua gran crudeltà. Poco gli pareva impenderlo, decollarlo, arderlo o smembrarlo: avrebbe voluto fargli un pertugio nell’ombelico, cavar fuori il capo di un budello, legar quel capo a un palo; e appresso frustare duramente il buon uomo, sì che corresse in tondo, fin che tutto il budellame gli si fosse estirpato dal corpo.

Il Romito così proseguiva:

— Secondo ch’io conosco, sei innamorato anche tu. E l’uomo innamorato s’egli era allegro, diventa tristo; s’egli era savio diventa folle. Iddio creò l’uomo a immagine sua; l’uomo ma non la donna. Ed è per via della donna che la prevaricazione è venuta sulla terra. Eva donò ad Adamo tal mangiare che sempre mai fu tristo. Non t’impacciare d’amore, Pagano, non t’impacciare d’amore! Pensa a ragionevolmente signoreggiare: che lo signore sicuro fa sua gente sicura; lo signore liberale fa sua gente leale, lo signore non crudele fa sua gente fedele...

Mentre il saggio parlava in tale maniera, Pagano non udiva niente, era tutto in estasi e mirava molto molto verso la torre.

Il Romito, accorgendosi di tale mirare, si voltò indietro, vide venire avanti una dama, e troppo bene raffigurò la chiarità del viso, le mani bellissime, il corpo adorno di quella che cotanto l’aveva fatto languire. Non parvegli vero, credette sognare, si sentì fallire gli spiriti; poi le andò incontro gridando:

— Richilde! Richilde!

Questa voce mise gran maraviglia nell’animo di Richilde _aux beaux cheveux_; che fiso guardato colui il quale pellegrin forestiere credeva, e già già riconoscendolo, disse:

— Raymond? Raymond?

E incontanente cominciò nella sua natural lingua a raccontare di sè: come dai prieghi di quei del suo lignaggio costretta di prender marito, avesse preso missire Raoul del Pojet, _gentils castellans de Proensa_, ma senza mettere suo cuore in amore; come essendo passata di qua dai monti con Raoul per visitare la badia del Villar san Costanzo, di gran nomea, disfatta già tempo dal saracini e rifatta con grandissima spesa della contessa Adalaida, si fossero scontrati in un signore selvaggio e predace, che aveva disfidato a morte Raoul, sbarattati i suoi, e lei presa e imprigionata dentro quella rocca, non però ch’ella avesse mancanza di nulla cosa.

Allora Ramondo ciò che avvenuto gli era dal dì della sua partita infino a quel punto narrò, e intanto si batteva lo volto con le mani, si travagliava di parole, diceva molte cose di suo amore: ora tutto insuperbito, giurando che se il passato era stato tempo di gran dolore, voleva che il presente fosse tempo di vendetta e di crudeltà; ora raumiliandosi verso di lei e rimettendosi nella sua mercè.

Richelda pensava e nel pensamento apprendeva il vero: come Ramondo era stato il più fedele cavaliere del mondo, e l’aveva amata non di folle ma di leale amore; e cominciò a pentirsi di quella sua gran freddezza, a sospirare, a lagrimare per compassione dei passati infortuni. Conchiudendo, disse in suo cuore: — Questi veramente sarà il mio signore. — E senza aver riguardo a quelli che quivi erano, con le braccia aperte corse al collo del Romito e lo baciò in segno di pace e di buono amore.

E così stando Ramondo e Richelda in tale parlamento, Pagano erane molto gramo e geloso, e veniva dicendo:

— Oh come, che parole son queste che dite voi? Che parole son queste?

E finalmente, perduto il lume degli occhi, tirò fuori un appuntato coltello per ferire quei due. Ma la schiavina non toglieva però lo ardire del cuore nè la forza del braccio al Romito; il quale, impugnato il bordone, menò a Pagano un colpo nella mano diritta, sì che il coltello andò in piana terra.

In su quel punto, Pagano molto odiava Ramondo, e Ramondo odiava lui, e volentieri l’uno avrebbe tratto a fine l’altro. Ma gli uomini che riposavano sopra l’erba, si levarono, entrarono in mezzo ai due mortali nemici e li fecero dispartire.

Pagano, infiammato dall’ira, era la più violenta cosa del mondo a vedere: diceva tutto quello che a bocca gli veniva; tutto quello che a mano gli veniva stracciava e squarciava. Ogni poco metteva un grande grido: — L’arme! l’arme! — e menava tale tempesta, che i suoi in nulla guisa non lo potevano tenere. E il sangue tanto ribollì e si ragunò dentro al celabro, ch’egli cacciò un mugghio come un toro, e tantosto cadde come fosse al tutto morto.