La straniera

Part 2

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La prima edizione della _Bufera_ andò esaurita, con poco aiuto di pubblicità sui giornali, mentre Edoardo attendeva agli altri lavori che via via, per un bisogno invitto, compose negli ultimi dieci anni: _La falce_ (1902), _A guerra aperta_ (1906), _Juliette_ (1909): tutte opere sorelle, che di quella maggiore ritengono e confermano i pregi. Esse attestano una volta di più la verità della sentenza, che il meglio della letteratura narrativa è dato in Italia dagli scrittori paesani, pittori dei costumi tradizionali e provinciali. Il Calandra è tra essi degli ottimi, dei più sinceri e originali: perchè ritraendo con religioso amore di verità i caratteri e gli aspetti del caro paese subalpino, mostra intera nelle sue visioni della vita la personalità propria d’uomo superiormente probo e pensoso.

Fu detto che la _Bufera_, che tutti i lavori del Calandra, commedie e racconti, mentre con sì delicata giustezza rendono l’immagine riconoscibile della verità, contengono uno spirito di mistero che inquieta il lettore e lo affascina, un senso indefinito di rapporti oscuri, ma certi, fra la vita e la morte, un’idea non espressa dell’universale coesione e continuità dell’essere, un intuito, più che un concetto, di qualche cosa d’ulteriore che si cela nella realtà definita. _La bufera_ sarebbe una narrazione mirabilmente chiara dei turbamenti recati nella società piemontese dai casi occorsi fra il 1798 e il 1799, tra la partenza di Carlo Emanuele IV e l’invasione degli Austro-Russi; ma non sarebbe un romanzo, non sarebbe il bellissimo romanzo che è, senza quella invenzione della scomparsa del dottor Ughes. Parte nascostamente una mattina, lasciando la sposa amatissima, e non torna più. È andato lontano, è carcerato, è stato ucciso? Non si sa, non se ne sa più nulla. Ma questo assente è sempre presente, incombe su tutta l’azione, la domina, la precipita, protagonista occulto, anima di dramma che fa tremare tutto il libro, nel suo candido stile. Così il poeta, sincero sovra ogni altro, trovò espressioni reali e oggettive a quel sentimento del mistero che lo governava, fuor d’ogni affermazione religiosa o filosofica, e che è poesia appunto perchè è sentimento, non dottrina.

Benedetto Croce, che non conobbe mai di persona il Calandra, studiandone l’opera in un saggio critico ancor recente, scriveva fin dalle prime linee: «A leggere i suoi romanzi e le sue novelle si prova la confortevole impressione di aver da fare con un galantuomo». E concludeva: «Anche il suo stile mi sembra da galantuomo». Impressione giustissima, e direi infallibile, perchè il Calandra nello scrivere traduceva l’essere, e non avrebbe potuto fare altrimenti. Gli infingimenti letterari, anche i più usuali e veniali, gli ripugnavano come menzogne, come quelle mediocri menzogne che sono. Bastava conoscerlo per comprendere che tutto quanto in arte è fittizio, retorico, ciarlatanesco, fatto senza sincerità di sentimento per conseguire un certo effetto, era cosa estranea a lui, precisamente come le male azioni sono estranee al pensiero dell’uomo onesto. Così basta leggere le cose sue per comprendere la tempra e il tipo umano di chi le scrisse.

Lasciate da gran tempo le eleganze mondane, egli viveva e vestiva con semplicità quasi rustica. Ma chi lo avesse incontrato pur fra i campi, così dimesso ma nitido, come il rustico bastone mondato dalle sue stesse mani, non avrebbe mai potuto sbagliare, avrebbe subito riconosciuto un «signore», di sangue, un essere fine e superiore, al quale affetto e rispetto erano tributi immancabili. Il titolo di cavaliere gli veniva da natura. Non lo descrivo, perchè le descrizioni di persone non servono a nulla. Dico soltanto che la sciolta nobiltà del portamento, la dignità gentile di tutta l’alta asciutta persona, l’aria dolce e arguta del viso che fu bello sempre, anche nell’età cadente e tormentata, il fare aperto e signorilmente corretto, davano dell’uomo una impressione divenuta rarissima a questi nostri tempi, nei quali l’umanità cosmopolita tende mirabilmente a incanagliarsi. Alla sua mano ogni mano si stendeva sicura, perchè si vedeva ch’egli era ignaro d’ogni viltà, puro e schietto come un eroe nella sua semplicità tranquilla. Direi, se la parola _virtù_ può essere intesa ancora nel suo alto senso antico, ch’egli era uomo di virtù, tanto più amabile e onorevole quanto più aliena da qualsiasi considerazione del giudizio altrui e quasi inconscia della sua nobiltà. Era insomma di quei pochissimi uomini la cui amicizia, come si dice, riconcilia col genere umano, e che ciascuno deve reputarsi fortunato d’avere incontrato nel mondo.

Parlava con lo stesso spirito con cui scriveva, vario e piacevole, ricco di aneddoti con circostanze ben precise, pieno di buon senso, volentieri faceto, alla francese; e giudicava la gente e le cose da conoscitore, con la serenità del saggio che ha viaggiato così nei tempi come nei paesi lontani, e che da tanto vedere ha imparato un’indulgenza non scettica ma rassegnata, una coscienza quasi stoica del male inevitabile e dei contrasti anche acerbissimi per cui vivere è vivere, non campare. Ma quando quella dignitosa coscienza e netta si ribellava a un’iniquità troppo vergognosa, nessuno aveva più di lui recisa e ferma l’espressione dello sdegno. Il disprezzo, scrisse il Foscolo, è sentimento di cui rari, assai rari mortali sono veramente capaci. Edoardo Calandra era uno di quelli.

Parrebbe che un autore di tanta sincerità, il quale non scriveva se non di ciò che per elezione e per affetto avesse fatto suo, e rifuggiva da qualsiasi studio di virtuosità tecnica e ostentazione di eleganze formali; parrebbe che un tale scrittore, non descrittore, a cui lo stile era diretta espressione del pensiero, non decorazione sovrapposta, dovesse comporre con facilità e spontaneità, magari alla buona, appagandosi di fare a modo suo. Invece no: qualunque opera, anche piccola, gli costava inestimabili tormentose fatiche, prima per incontentabilità d’artista, a cui difficilmente piaceva oggi quello che aveva fatto ieri; e poi perchè questa terribile arte dello scrivere italiano gli dava una soggezione immensa, la soggezione che chiunque di noi, se ha coscienza, prova davanti alla carta bianca, con di più la soggezione propria del piemontese mal sicuro della sua italianità idiomatica: la preoccupazione linguistica, di cui l’esempio più famoso è Vittorio Alfieri, di cui fu trattatista il Galeani Napione, di cui soffrirono, qual più qual meno, tutti i moderni subalpini, e il D’Azeglio e il Balbo e il De Amicis e l’Abba, timorosi del proprio sapere e del proprio gusto e perciò indotti ad eccedere nello studio della buona lingua e nel culto del vocabolario. Il Calandra, a vederlo lavorare, dava l’immagine compiuta di tutti que’ suoi predecessori conterranei che, paurosi d’esser poco italiani, finirono col non essere più piemontesi: male anche questo, segnatamente negli scrittori di cose famigliari e locali. Così avviene che la sua prosa ho talvolta un che di stentato, risente il dizionario, lo sforzo di rendere genuinamente caratteri e discorsi piemontesi, senza incorrere in idiotismi piemontesi. Inutilmente qualche amico gli consigliava di abbandonarsi un poco, di lasciare che i suoi racconti tenessero dal paese dove si svolgono anche il colore idiomatico, quale si nota senza biasimo, quando non trasmoda, nella Serao, nel Rovetta, nel Fogazzaro, nel Verga. La sfiducia nel proprio senso d’italianità era in lui troppo grande e continua. Si aggiunga lo scrupolo storico, per il quale, senza punto proporsi di scrivere storia od anche romanzo storico, egli era incapace di citare pur fuggevolmente una circostanza di fatto, una data, un nome, un particolare genealogico o militare o topografico, senza essersene bene accertato sui documenti, consultando con infinita diligenza critica le fonti.

Non avrebbe mai perdonato a sè stesso un’inesattezza: gli sarebbe parso di tradire insieme l’opera sua ed i lettori, ai quali, come a qualunque persona, non avrebbe mai voluto dire cosa che non sapesse vera. Scrupolo di galantuomo anche questo, non diverso dal vivere allo scrivere, secondo un dovere che troppi trascurano, credendo sul serio che siano lecite e naturali nell’arte le trasgressioni morali di cui non si vorrebbe essere rimproverati nella pratica quotidiana.

Così, tra dubbi e scrupoli ed esigenze eccessive verso sè stesso, Edoardo scriveva con infinita pena e si logorava fuor di misura. Non se ne accorgono i lettori de’ suoi libri; se ne accorgevano bene gli amici, che vedevano peggiorare con tante ostinate fatiche la salute malferma dell’artista, già estremamente sensibile di complessione, e negli ultimi tempi tormentato da’ disturbi della circolazione, fatali annunziatori, che egli credeva segni di nevrastenia. Cercava ristoro nello stare all’aria aperta e nel lavoro manuale, beneficio inestimabile, privilegio che ogni studioso gli invidiava, perchè non disforme dai soggetti del suo studio nè dai modi dell’arte sua. Dal padre, credo, e da una pratica non mai abbandonata, teneva una singolare abilità febbrile in restaurare mobili ed armi, anticaglie di cui a poco a poco s’era adorna tutta la casa, dove non è forse uno stipo, una cornice, un oggetto da tavola o da ornamento che non abbia avuto il compimento della sua bellezza attuale dalle mani del padrone. Sapeva scovare nelle botteghe degli antiquari e fin nelle case dei rustici le cose trascurate che il suo lavoro rifaceva mirabili. Pochi anni addietro vide per caso nella fucina di un fabbro un fascio di piastre di ferro informi: le considerò, le comprò, ne cavò un bellissimo arnese di guerra, l’armatura completa di un ufficiale francese del Cinquecento. Trattava da maestro i legni e i metalli, che trovava men duri della parola scritta. E aveva il buon gusto delle cose materiali, come aveva il buon gusto morale, ancor più difficile a trovarsi. Nelle sue stanze di Torino e di Murello è gran semplicità, ma non vi è cosa che sia brutta o volgare.

Negli ultimi tempi le sofferenze sempre più frequenti lo avevano reso un po’ selvatico: di rado usciva, nelle parti centrali della città non andava quasi più. Tardi, troppo tardi, aveva avuto compiacenze tanto più grandi quanto men cercate. _Juliette_ era piaciuta molto. In tutta Italia, i critici più riputati si occupavano finalmente di lui, tutti con lode, qualcuno con ammirazione profonda. Mentre attendeva alla seconda edizione della _Bufera_, che non fu ristampa, ma risoluto e delicato rifacimento dell’opera intera, fatica indicibile di un anno e mezzo, senza una giornata di tregua, si confortava leggendo gli articoli de’ suoi lodatori non richiesti nè conosciuti, e le testimonianze del favore che le cose sue acquistavano in Francia, dove si prendevano a tradurre e a pubblicare nelle riviste in voga. Non aveva mai scritto nè detto parola per attirare l’attenzione altrui: tanto più grati gli giungevano gli omaggi inattesi. Quando il Croce spontaneamente gli scrisse chiedendogli i libri suoi che non trovava a Napoli, Edoardo non glieli voleva mandare, per non mostrar di aspettarsi alcun che dall’autorevole scrittore della _Critica_. Bisognò sforzarlo, persuaderlo che il Croce avrebbe saputo ben comprendere l’animo suo discretissimo, come seppe infatti. Era troppo riguardoso, troppo signore, per questo nostro mondo della _réclame_, del _bluff_ e del _boum_, fiorenti industrie. Così era schivo di cariche e uffici pubblici: l’idea di un impiego, per quanto nobile, gli era assolutamente inaccettabile e nemica. Nemmeno la successione onorifica di Vittorio Avondo nella direzione del Civico Museo di Torino avrebbe accettata, nemmeno se avesse goduto di miglior salute. Tanto ritroso senso d’indipendenza era il riscontro legittimo della sua discrezione verso la gente e l’autorità, a cui nulla aveva mai chiesto.

Visse e lavorò libero, supremo bene, e non si lagnò della vita perchè seppe accettarne virilmente i travagli, senza la ridicola pretesa della felicità. Morì, per sua ventura, fuor di coscienza, dopo mezza giornata di patimenti seguìti da un sonno senza risveglio. Otto giorni prima la signora Calandra gli aveva fatto vedere il suo anello nuziale che, perduta la saldatura, appariva spezzato. Edoardo, che pur non era superstizioso, le disse: — Sono io che me ne vado... — Ci aveva pensato sempre, massime negli ultimi tempi, senza alcun tremore. I suoi sapevano bene ch’egli voleva essere seppellito in una umile bara, nell’umile terra di Murello, fra le zolle e le piante che gli pareva di conoscere ad una ad una, non da quando era nato, ma da tutta l’antichità de’ suoi padri, ai quali spiritualmente si ricongiungeva.

Di quella terra fu il poeta, di quell’antichità l’evocatore. Il suo amoroso tributo al vecchio Piemonte assume nell’arte valore nazionale, e a lui assicura onorato luogo fra gli scrittori moderni. Nella letteratura del nostro paese onusto di tanto passato, superstite di molte vite, le forme miste di storia e d’invenzione, l’arte nudrita di memorie, son cose naturali e necessarie. Da noi non è possibile dimenticare, e vivere solo del presente. Scrittore veramente italiano è chi, come Edoardo Calandra, illustra con l’arte sua la continuità vitale dello spirito patrio, e lascia libri in cui a questa sola legge obbedisce il franco e disinteressato ingegno.

(_Nuova Antologia_, gennaio 1912).

DINO MANTOVANI.

LA STRANIERA

(Novella).

A UGO OJETTI.

Nella vera storia si legge che il contado di Auriate, o sia Auretite, si estendeva per quella dilettosa parte del Piemonte che sta fra la Stura, le Alpi e il Po.

Al tempo di Adalaida, famosissima contessa, duchessa, e marchesana delle Alpi Cozie, era viceconte di Auriate _dominus_ Pagano, detto _lo Casto_. Questo Pagano fu nobilissimo signore, _vir magnificus_: ed è opinione per alcun maestro delle più antiche e strane leggende, che somigliasse alcun poco a Guglielmo, duca di Normandia, quale è ritratto nel _roman du Rou_:

«_Guillaume Longue Épée fu de haute estature;_ _Gros fu par les épaules, greille par la chainture:_ _Jambes eut longues, droites, et large la forcheure;_ _Oils droit et aperts eut, et douce regardeure:_ _Mais à ses ennemis semble moult fière et dure:_ _Bel nez et belle bouche, et belle parleure;_ _Fort su comme jehans, et hardi sans mesure_».

Pagano lo Casto abitava la rocca di Malavasio, fornita di ogni vettovaglia e di tutte cose; e fortissima per la qualità del sito scosceso e dirupato sur un’acqua molto rubesta e strepitosa. Niuna persona vi poteva andare se non per una strada a giravolte, tra aspri pietroni e piantature spinose. Un’apertura, fatta a regola d’arte, metteva in un grande spazio, intorniato e fortificato con una gagliarda palificata. Nel diritto mezzo, situata sopra una prominenza circondata da un fosso, era la torre, quadrata e massiccia, tutta di buon legno indurato e stagionato, con rade e piccole finestre, e piccola porta, alla quale si saliva per un ponticello volante. Dentro il recinto, dalla parte che più guarda a mezzogiorno, stavano gli alloggi degli uomini, la stalla dei cavalli e i magazzini.

A quel tempo, sulle vette ignude del monte Vesulo saltavano stambecchi e camosci di stupenda velocità, e balzellavano quelle lepri che d’inverno si cibano di neve; nelle foreste di pini, nelle selve di castagni, nei boschi di querce vagavano orsi irsuti e zannuti cinghiali di molto terribile ferocia; nelle praterie e nei campi del piano scendevano le damme e i cavriuoli a pascolare.

Pagano andava a cacciare in compagnia dei suoi buoni uomini, con bracchi e levrieri, e prendeva molta selvaggina. Di quando in quando, per dare a sè ed ai suoi altri piaceri e diletti, si acconciava di buone armadure e d’un bello e forte destriere e cavalcava in avventura per lo contado. Cercava i ladroni di strada, stanava gli scherani della selva Laubiera, e li metteva al taglio delle spade; o, come fanno i paladini nel romanzo di Gérard de Nevers, ne infilava parecchi a un tratto _dans le dur bois de sa lance, comme si c’étaient oiseaux friands à embrocher_. Alcuna volta, per trarre bel tempo, s’imboscava presso a qualche buona strada e correva addosso ai mercatanti, ai pellegrini, ai monaci, agli ebrei e li depredava di forza o si faceva pagare grosso pedaggio.

Ora avvenne una notte che, dormendo, gli parve in sogno di essere in un nobile e ricco palagio, anzi in una sala tutta dipinta e storiata. A un punto si faceva là dentro una grande oscurità, una grande contesa, con colpi di spade e saettamento; poi subito uno splendore ch’era a vedere come un regno celeste. Ed ecco per la sala venire una donzella, che portava il viso velato, ma molto bella di suo corpo; addobbata di drappi tutti chiari, lucenti e trasparenti; con una corona d’oro e di pietre preziose che più valeva che tre ricche castella, e una cintura e due guanti che valevano bene una ricca città. La donzella si metteva con lui in soave parlamento d’amore; lo prendeva per la mano e lo faceva sedere in una sedia reale e trionfale di bello avorio e di puro cristallo; lo incoronava soavemente di quel suo reame. E la sala si empiva di duchi, conti, marchesi, baroni, principi, varvassori e varvassini, tutta gente di grande nominanza, che mostrava grandissima allegrezza.

Venuto il mattino e aperti gli occhi, egli cominciò a guardare per la camera; e, non vedendo che il suo letto, un deschetto e il forziere, stette un poco crucciato e malinconioso. Poi si levò e si fece alla finestretta. Essendo l’alba chiara e appressandosi la bella stagione e il bel mese di maggio, gli uccelli andavano cantando per la verzura. Allora, senz’altra dimoranza, uscì dalla camera di sopra, discese nella stanza di sotto, dove erano le pertiche delle armadure e i fornimenti da cavaliere. Mise la sua _broigne_, tutta coperta d’anelli di ferro fortemente cuciti; si allacciò l’_helme_ a nasale, si cinse le _branc_: e così armato e _fervestu_, uscì dalla stanza, andò giù per la scaletta, e passò il ponticello. Quivi montò sul destriere forbito ed acconciato; si fece dare il forte scudo e la lancia del pennoncello verdazzurro. Ed essendo tutti gli uomini armati ed assembrati, volle con sè Olivenco scudiero, Glabrione, Manfredone, Durcogno, Quosa e Mascher. Lasciò nella rocca Grisagonnella e i famigliari di cui si poteva ben fidare, raccomandando di fare buona guardia. E poi uscì dalla apertura e prese la scesa.

E andando con la sua compagnia, arrivò a uno sbocco della valle, e lì ritenne il destriere, guardando d’intorno, come fa chi non sa da che parte gli convenga rivolgersi. E a quel punto gli si parò innanzi una donna scapigliata, e molto rea di sua persona.

Il signore disse:

— _Masca_, in qual parte troverò io la buona ventura?

E la strega rispose:

— Tenete a mano destra, e troverete la più alta ventura del mondo.

Pagano di tali parole fu assai allegro, e le gettò un marabutino d’oro.

E appresso, volendo a man destra tenere alla speranza di Dio, si mise coi suoi per un sentiero tortuoso, e in poco tempo pervenne in un bel piano dove erano due vie: l’una moriva nei campi; l’altra, più battuta e antica, aveva nome _strata magna communis_, e, passando per la valle donde scende la Stura, riusciva in Provenza. In quel piano era una bellissima fonte d’acqua chiara e un rio d’acqua viva, e torno torno molta erba verde e grande. Sentendo un soave venticello venire, Pagano dismontò, appoggiò sua lancia a un pioppo, e diede il destriere a Olivenco perchè lo abbeverasse. Anche gli uomini posero giù lor lanciotti e lor targhe, e si misero a sedere. E mentre ciascuno stava cheto, udirono a un tratto un gran calpestìo. Per la qual cosa rizzatisi in piedi, videro venire per la _strata magna_ un polverone sollevato da gente in cammino; e il sole alto or sì or no feriva sopra l’armi e facevale tutte lustrare e rispondere, sicchè era bella cosa a vedere.

Pagano disse:

— Per la mia fè, io credo che quello sia Aymo di Roccabruna con sua compagnia.

E Olivenco rispose:

— Certo, monsire, ma potrebbe medesimamente essere Magnifredo di Roccasparviera, o Gosso di Montemale, o Morderio di Montefalcone...

Ed a tanto, ecco comparire un cavaliere armato di tutte armi e bene in sulla persona che pareva una maestà. Ecco accanto a lui, seduta sopra un ricco palafreno, una dama addobbata come se da lontane e strane parti venisse: una benda, bianca come neve o più se più si potesse dire, le avvolgeva il capo e il collo, per modo che non si vedeva niuna cosa altro che gli occhi; la inviluppava un grande mantello di drappo, che guardato da punti diversi, mostrava diversi colori, tutto cangiante e iridescente come coda di superbo paone. E dopo loro venivano alcuni famigliari; due muli carichi di roba: e una schiera di forse 20 pedoni da battaglia, con piastroni di cuoio cotto e imbusti di canavaccio armati di squame.

Come Pagano vide che costoro portavano i capelli tonduti sopra la fronte e spioventi sopra le spalle, e tutti, chi più chi meno, vestivano di corto, conobbe ch’erano di nazion meridionale. Cominciò a pensare alla visione che gli era apparsa la notte, a ciò che dianzi gli aveva profetizzato la _Masca_; e gli parvero due fatti alti e maravigliosi, collegati misteriosamente tra di loro e tendenti a grandissimo fine. Voleva pensare ancora, ma il momento stringeva, perchè la comitiva passava oltre e andava a suo viaggio. Rimontò a cavallo, e tutto solo si fece verso il cavaliere, e lo salutò bonariamente:

— Sir cavaliere, io ti domando in cortesia che tu mi conti tuo nome e di qual parte tu vieni.

Lo straniero a ciò non rispose; e Pagano tenne il non rispondere a grande disdegno:

— Cavaliere, cavaliere, bene mi devi intendere, se tu non sei sordo. Mentre puoi aver pace, non volere aver guerra. Io ti consiglio che tu non ti metta in avventura di morte.

Il cavaliere non parlava niente e drittamente andava a sua via.

Allora il signore di Malavasio fece vista di essere molto crucciato, e lo prese per il freno, dicendo:

— Ahi quanto tu sei villano cavaliere! Per mia buona fè, io saprò tuo nome piacciati o non piaccia. Or qui fa mestieri di mostrare tua oltramaravigliosa prodezza. Qui va ardire contro ardire, forza contro a forza, ferro contro a ferro. Non sia più parole in fra noi: prendi del campo, ch’io ti appello alla battaglia.

Allora il cavaliere, intendendo ciò che voleva dire, cominciò alquanto a sorridere, e imbracciò lo scudo e impugnò la lancia.

E tantosto, l’uno si dilungò dall’altro quanto può gettare un arco; poi abbassarono le lance e si vennero incontro. Nello scontrarsi si diedero due grandissimi colpi, che le aste volarono in pezzi, e quasi si spezzarono anche gli scudi; ma niente li mutò d’arcione e rimasero più fermi che due torri bene fondate. Fornito il corso, misero mano ai loro taglienti brandi. Lo straniero, ch’era di molta lena e finissimo schermidore, cominciò a fare certi atti maestri, come chi a battaglia dimostra suo sapere e valore, menando colpi a destra e a sinistra, e mandritti e manrovesci: avvolgendo Pagano così che l’elmo gli risonava in testa, l’armadura gli si affalsava indosso, le carni si facevano livide, tinte di sangue e di sudor sanguigno.

La dama, vedendo quel combattimento tanto forte e tanto pericoloso, non si sbigottì niente, e solo si ritrasse alquanto indietro. E stavano a vedere anche gli uomini di Pagano e quei dello straniero.

Pagano veniva gridando:

— Cavaliere, guardati da me! Sire san Vittore e san Costanzo e san Ponzio, soccorrete, soccorrete! Datemi aiuto e consiglio!

Avvenne che anche il cavaliere gridò:

— _Aur! aur!_

Al grido i suoi risposero:

— _Or a jaus! or a jaus!_

E quei di Malavasio:

— A lor! a lor! Corri accorri! Piglia, piglia!

E tutti trassero a ferire molto vigorosamente, e cominciò la mislea. Ed erano sì grandi le strida, lo scontrare degli scudi, il romore dei ferri, che se fosse tonato non si sarebbe udito; tanta era la polvere, che faceva nell’aria come una nebbia, sì che appena l’uno con l’altro si potevano vedere.