La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note
Part 6
MÌRT. ... allora, ah sì, non c'era pericolo che mio padre tornasse a casa dopo il tramonto e facesse a sua moglie il muso scuro con tanti pretesti di tabelle e palle nere e leggi e processi per la testa... Adesso, a furia di decreti e novità mandano la Repubblica a soqquadro; e guardali lì, che par tornino dall'averla salvata a Maratona!... Ah se governassimo noi donne...
CRÒB. (Poveri noi...)
MÈN. (_ironico_) ... gli uomini filerebbero la lana...
MÌRT. ... e la lana ci scapiterebbe, ma le leggi ci guadagnerebbero. Già anche oggi (_parla con Mènecle_), al solito, avrete tirato colle vostre unghiaccie delle gran righe lunghe sulla cera[140] e data qualcun'altra delle vostre sentenze storte...
MÈN. Tranquìllati... oggi è vacanza...
MÌRT. Se non è oggi, sarà stato ieri...
Come s'è detto, durante questo dialogo, Aglae è seduta intenta al suo lavoro.
MÈN. Ah, ieri sì...
MÌRT. Sentiamo!...
MÈN. Oh, una causa molto semplice. A Fillide, la giovinetta moglie del vecchio Fràstore Egilièo, è morto il padre due mesi fa. Malgrado tutto l'amor figliale, gli occhi per troppo piangere la ragazza non se li è sciupati, e questo è quel che capita ai padri, quando maritano, per interesse, a controgenio le figliuole. È andata ai funerali col suo vecchio marito, senza troppo graffiarsi il viso, con lui è intervenuta al banchetto funebre dei novendiali,[141] quel tanto insomma che la legge ordina ai figliuoli, e niente più. Che è, che non è, salta fuori un bel pezzo di giovine, certo Màntia, ammogliato alla vecchia Pànfila: e asserendosi solo superstite parente dell'orfana fanciulla, invoca il diritto dalla legge, di pigliarsela in isposa...[142]
CRÒB. To' che felice idea!...
MÌRT. Oh, il birbante! già, sarà stato d'accordo con quella civettuola...
MÈN. Fosse d'accordo o di suo capo, vattelapesca. Il fatto è che la ragazza, messi in un piatto di bilancia i sessant'anni del consorte vecchio, nell'altro i ventitrè del cuginetto nuovo, trovò la domanda di quest'ultimo immensamente ragionevole. Non così il venerando marito di lei e la veneranda mogliera del nostro giovanotto: ai quali proprio non entrava in testa che s'avessero a disfare due matrimonî per cavarne fuori un terzo a loro spese...
MÌRT. Per Venere! Se avean ragione!...
MÈN. ... e per farla valere, appunto, si misero insieme, poichè il giovine stette duro a far la lite...
MÌRT. ... quella sfacciatella avrà soffiato sotto...
MÈN. (_aderendo_) — ... la sfacciatella soffiava sotto — e chiesero all'arconte che la domanda dell'improvvisato cuginetto fosse respinta, contestandone la parentela. Ma sì! il cuginetto era assistito da un avvocato coi fiocchi, il vecchio Isèo, il quale squadernò davanti ai giudici un albero genealogico, in linee rette, oblique, laterali e trasversali, che risaliva sino a Codro per via di femmine e per via di maschi sino a Teseo: un albero rispettabile. Di più, esibì la testimonianza dei servi, i quali, posti ai tormenti,[143] dichiararono aver una volta udito il padre della fanciulla, nel contrattar la compera di un asino, chiamar parente il padre del giovine. Di più, la ragazza interrogata, abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica, confermò anch'ella questa circostanza...
CRÒB. Dell'asino?
MÈN. (_confermando e battendogli sulla spalla_) Dell'asino.
MÌRT. (_impaziente_) Insomma... la conclusione...
MÈN. La conclusione — ecco... l'albero, veramente, era un po' imbrogliato... ma il vecchio Isèo ci mise tanta eloquenza — «_giudici, guardate questo! considerate quest'altro!_»...
MÌRT. Che i corvi se lo mangino!...
MÈN. ... e quei due giovani, a vederli, lì insieme, tutti e due, biondi, rosei, mandandosi certe occhiate — dritte, laterali e trasversali — come quelle dell'albero, pareano così fatti l'una per l'altro...
MÌRT. (_furiosa_) E quindi...
MÈN. E quindi Isèo, in uno slancio oratorio, imposte le mani sulle due giovani teste, le avvicinò (_mentre sta dicendo questo con inflessione espressiva di voce, getta occhiate verso Aglae, come volesse fermarne l'attenzione. Aglae infatti, alta la testa, e sospeso il lavoro, pur senza guardar Mènecle, mostra di essere molto attenta_)... e citò il verso di Omero che _Giove vuol congiunti i simili coi simili_; e il tribunale per non far torto nè ad Omero nè a Giove, giudicò ch'eran proprio cugini autentici e che il giovine avea diritto di divorziar dalla vecchia, e di portar via al vecchio la giovanetta. I due vegliardi cascarono ululando nelle braccia uno dell'altro, la giovanetta abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica rivolse all'antico sposo un commovente sguardo d'addio, e sospirando... si rassegnò.
MÌRT. (_indignata_) E tu o Giove, che cosa fai là sopra, che non punisci queste infamie commesse in tuo nome?
MÈN. (_pacatissimo_) Vedi, hai torto d'invocar Giove. Forse in quel momento era occupato anche lui colla piccola Ebe... a far dei torti alla veneranda Giunone. Son cose che succedono in cielo e in terra..
MÌRT. Ma tu, tu, come hai votato?
MÈN. Ecco... io ci vedo poco... ma mi hanno assicurato che proprio le linee trasversali andavan bene,[144] e quindi per non guastarle — mancando un voto alla maggioranza — ho dato il mio.
AGL. (_con iscatto repentino, vibratissimo di voce_) Bravo Mènecle!...
CRÒB. (_contemporaneamente, sottovoce per non farsi udir da Mìrtala_) (Bravo Mènecle!)
MÈN. (_udendo Aglae, con un sospiro_) (Volevo dire!...)
MÌRT. (_ad Aglae_) E tu lo lodi, tu lo lodi! Mettiti nei panni di quella povera moglie abbandonata...
AGL. Mi metto nei panni di quell'altra.
MÈN. Ma che abbandono! che abbandono! Cosa credi, che i giudici abbiano cuor di macigno? Quando Isèo s'accorse che il suo albero sui giudici faceva un effettone e che i due vecchi rischiavano restar soli, per ultimo argomento, tirò fuori... (_pausa, segni di attenzione_) un altro albero...
CRÒB. Ma era una foresta questa arringa!
MÈN. Proprio così... un altro albero, dal quale appariva come qualmente il vecchio abbandonato fosse parente in quarto o quinto grado della vecchiarella derelitta: onde Isèo concluse, e il Tribunale accolse, i lor precedenti matrimonî doversi sciogliere anche per ciò: che la settantenne Pànfila essendo... orfanella, la legge obbligava il vecchietto a sposarla per la perpetuazione della stirpe. E stese le mani sulle due teste venerande, ripetè il verso di Omero: che _Giove ama congiunti i simili coi simili!_... Ah che oratore! che oratore!
MÌRT. (_mal frenando la stizza_) Aglae, nei processi di tuo marito ci son troppi alberi... e a viaggiar pei boschi si incontrano i malandrini... Se credi, son da te...
AGL. (_alzandosi_) Come vuoi...
CRÒB. (_ad Aglae sottovoce, mentre questa, prima d'uscire, sta mettendo a posto qualcosa sul suo tavolo_) Mi raccomando... non le mostrar tutta la guardaroba... perchè poi a me tocca di portarla... e... vesti chiuse... vesti chiuse... riparano dai freddi...
AGL. (_a Mènecle, nell'andarsene con Mìrtala_) Tu sei a casa oggi?
MÈN. (_asciutto_) No.
AGL. Sei via a cena?
MÈN. (_c. s._) Sì.
AGL. Tornerai presto?
MÈN. Forse. (_Aglae s'allontana senza dir parola. Quando ella è già sull'uscio, Mènecle la richiama_) A proposito, è stato qui Elèo?
AGL. (_ferma sull'uscio, dopo una pausa, come risovvenendosi_) Ah... sì!
MÈN. Perchè non dirmelo...?
AGL. (_fredda_) Non me l'hai chiesto.
MÈN. Ha detto ove andava?...
AGL. No.
MÈN. Tornerà?
AGL. (_imitando il forse precedente di Mènecle, con accento espressivo_) Forse! (_esce con Mìrtala_).
SCENA IX.
MÈNECLE _e_ CRÒBILO.
CRÒB. (_comicamente, a parte_) (Che tenerezze!) (A MÈNECLE) Non si può dire che tra marito e moglie sprechiate eccessivamente il fiato... Vi parlate sempre così?
MÈN. Quasi sempre.
CRÒB. Non vi anderà giù la voce. E, dimmi, il giorno che l'hai sposata, l'hai almeno avvertita delle tue abitudini di... eloquenza domestica?...
MÈN. Non ci ho pensato.
CRÒB. Eppure, scusa sai, ma mi sembra... era forse il caso di pensarci... essendo tu quel galantuomo che sei... che tutta Atene conosce...
MÈN. (_vivissimo_) E chi, chi ti dice ch'io non lo sia?...
CRÒB. Lo sei! lo sei! per Ercole! l'han fino scritto col carbone sui pilastri del Ceràmico...[145] Appunto...
MÈN. Appunto... se si è galantuomini e si è fatta una minchioneria, non si seguita a sospirarne tutto l'anno e ingrassarci sopra... (_parlando, fissa l'occhio su Cròbilo_)... Si fa di meglio... Ci si ripara...
CRÒB. Eh?
MÈN. (_energicamente incalzando_) Altrimenti sui pilastri del Ceràmico potrebbero scrivere... di me... o di te... anche questo: Mènecle... o Cròbilo, il tal giorno è stato un imbecille... e adesso ci trova il _tornaconto_ a rimanerlo... E questo, per mio conto, non voglio che lo si dica... _non voglio_... intendi...
CRÒB. Intendo un bel niente.
MÈN. Intenderai con comodo.
CRÒB. Quando?
MÈN. Prima della luna nuova.
Dette queste parole appoggiandovi sopra con accento vibrato, s'avvia ad uscire.
CRÒB. (Che diamine sta mulinando?) Te ne vai?...
MÈN. Ho da fare... alla cancelleria dell'Arconte. (_si fruga indosso cercando qualcosa che non trova_) (Dove l'ho messa?) (_torna verso Cròbilo_) Però ti avverto di una cosa. Sai che Aglae per via di madre vien dalla famiglia dei Brìtidi;[146] io per via di padre dagli Almeònidi...
CRÒB. Lo so...
MÈN. Il padre suo poi era cugino di Cimone, la madre mia cugina di Pericle: il suo proavo paterno combattè insiem col mio a Salamìna... le linee laterali si estinsero...
CRÒB. (_lo guarda stupìto, senza comprendere_) Eh?...
MÈN. Era solo per dirti che le nostre genealogie rispettive sono perfettamente in chiaro: e non c'è pericolo che ci spuntino intorno cugini nuovi, come i funghi sui fusti delle piante...
CRÒB. E così?
MÈN. E così... io non sono il vecchio Fràstore che fece giudizio senza suo merito: io sono Mènecle, che so far giudizio da me — e il merito sarà mio — _tutto mio:_ — e non occorreranno cugini in ritardo (_lo fissa in volto_) che abbiano bisogno di sbarazzarsi di qualche moglie avanzata dal diluvio di Deucalione. E se i vecchi stanno male con le giovani, i giovani che han le vecchie... se le tengano!... (_lo saluta e se ne va: durante l'ultima parlata, Mènecle ha continuato a frugarsi in dosso: nell'andarsene, fruga sempre e borbotta fra sè_) (Dove l'ho messa, per Ercole!... Ah... che l'abbia lasciata là...) (_s'avvia, poi torna bruscamente verso Cròbilo e gli ripete battendogli sulla spalla_) I giovani che han le vecchie... se le tengano!... (_borbottando sempre esce_).
SCENA X.
CRÒBILO _solo_.
(_Facendo gesti e segni d'uomo che è riuscito a comprendere_). La morale della favola, si direbbe quasi che sia per me... Non importa!... Ah, ah, ora comprendo!... Così... per modo di dire... l'amico Mènecle prepara alla sordina un bel divorzio!... Peuh!... È una soluzione come un'altra... Non è molto onorifica per Aglae, ma è abbastanza onesta per lui... Meglio che farla vivere in quel modo!... E Aglae, si vede, non ne sa ancora niente!... Per quanto sì... non le debba riuscire un complimento, scommetto non le parrà vero di ricuperare la libertà!... E con la dote di Mènecle,[147] e con quel visino, e quei due occhioni, non le sarà difficile trovare chi la faccia discorrere un po' di più. Perchè, infine, è una gran bella ragazza!... Che occhi! che linee! che curve!... Pare la Venere degli Orti! To'! io non ci avevo mai fatto attenzione, ma proprio... più la si guarda dappresso, più è bella!... Mènecle, ad ogni modo, poi che s'è deciso a questo passo, dovrebbe almeno prepararvela. Quasi, quasi, se non fosse... (_passeggiando, si ferma, come venutagli un'idea_) Ma sì... per Bacco!... e perchè no?
(Aglae e Mìrtala, in questo mentre, rientrano).
SCENA XI.
AGLAE, MÌRTALA, CRÒBILO, _un momento_ TRATTA.
AGL. (_rientra discorrendo con Mìrtala_). Oh, trattienla quanto vuoi!...
MÌRT. (_con un involto in mano_). Grazie!..
AGL. (_a Cròb._). È già uscito Mènecle?
CRÒB. Or ora... (_senza por mente a Mìrtala che sta raggiustando il suo involto, contempla di sottecchi Aglae e parla fra sè_). (Quel nasino grazioso che guarda in su!).
AGL. Niente lasciò detto?
CRÒB. No... Parea cercar delle carte... (_continuando a sbirciar Aglae_). Che bei capelli biondi!... Con quella acconciatura oggi par fin più bella del solito!... Sicuro!... è più bella del solito!... Che boccone per quello a cui tocca!...
(Nel volgersi, mentre è immerso in queste riflessioni, si trova faccia a faccia con Mìrtala, che gli pon su le braccia l'involto da portare).
MÌRT. Mi fai piacere di tenermelo...
CRÒB. (_con una smorfia e un lungo sospiro_). E a me ecco che cosa tocca!...
MÌRT. Bada a non la sciupare...
CRÒB. No, no... (_annasando l'involto_) Hu!hu! che profumo!... Ma di' un po', Mìrtala, la ti andrà poi bene?
MÌRT. (_accennandogli Aglae_). E non vedi, orbo, che abbiam la stessa taglia?
CRÒB. Ah sì!... (orbo, quando t'ho preso!) Hu! hu! che odor d'ambrosia!... Che profanazione!...
AGL. (_passata presso il tavolo a cui Mènecle era seduto sul cominciar dell'atto, e visto un rotolo caduto per terra, lo raccoglie sorridente_). To'!... nel grande accalorarsi per la mia felicità, ha dimenticato fin le sue carte!... Che mi dicevi Cròbilo? che Mènecle cercava delle carte?...
CRÒB. Appunto... frugava...
AGL. E allora saran queste che gli son cadute o ha dimenticato qui. Sai dove andava?...
CRÒB. Alla cancelleria dell'arconte.
AGL. Le darò a Blèpo che glie le porti...
(Fa per chiamare).
MÌRT. È inutile. Dà qui. Passiamo ora di là noi.
AGL. Grazie allora...
(Le passa il rotolo con indifferenza).
MÌRT. Così gli dirò anche, a quel rusticone, che non è questo il modo di andarsene...
AGL. Non gli dire nulla. È il suo carattere.
MÌRT. Bel carattere!... Anche gli Sciti lo hanno così:[148] ma non isposano donne d'Atene. Se fosse mio marito... vedrebbe! Già, tu sei troppo buona... Vorrei veder io che Cròbilo stesse su la notte a consumarmi l'olio della lucerna, senza neanche saper quel che scrive... E tu ti fidi?...
AGL. Completamente.
MÌRT. (_scrollando il capo_). Basta!... contenta tu!... (_a Cròbilo, maliziosa, mostrandogli il rotolo_). Neh, Cròbiluccio, che avessimo senza saperlo, a far la parte... tu di Mercurio... e io di Iride?...
CRÒB. (O Dei! che vaga Iride!) Peuh! Mercurio portator di fagotti...
MÌRT. Vieni dunque. Addio Aglae.
AGL. Addio.
CRÒB. (_sbirciando sempre Aglae_). (Che cara creatura! Eh, se sapesse!...)
MÌRT. (_a Cròbilo_). Vieni?... (_nell'avviarsi ad uscire con Cròbilo, va curiosando nell'interno del rotolo; d'un tratto si ferma esclamando_) Oh, cara Venere!... (_si volta verso Aglae_) Ma voi altri due fate all'amore di nascosto? e invece di parlarvi, vi scrivete?...
AGL. (_non comprendendo_). Eh?
MÌRT. Ma le carte degli affari non saran queste. Questa è per te.
AGL. (_sorpresa_). Che cosa?...
MÌRT. Ma sì!... qui nell'angolo dice: _Mia cara Aglae!_... guarda! guarda!... (_Aglae osserva dove Mìrtala le indica_). Ma allora, poi ch'è per te, puoi aprirla in coscienza: gli risparmi la fatica...
CRÒB. (_a parte, avendo seguìto la scena_). Volevo ben dire! Capirai prima della luna nuova! È la lettera di partecipazione. Ora ho capito...
AGL. (_indifferente, prende il rotolo, lo esamina un minuto esternamente, poi senza aprire lo torna a deporre_). Leggerò poi... (_fra sè_) (Sarà la ripetizione dei discorsi allegri di stamane!)
CRÒB. (_inquieto, a parte_). Ma se non legge... bisognerebbe...
MÌRT. (_ad Aglae maliziosamente_). Ho capito... segreti fra coniugi... Rispettiamoli!... Vieni, Cròbilo?...
CRÒB. Vengo!... (_segue lentamente Mìrtala; mentre ella esce, s'appressa rapido ad Aglae e le dice affrettato, sottovoce, con accento drammatico_). So tutto. Coraggio. Sei giovane, sei bella. Venere ti proteggerà... (_allontanandosi, la torna a guardare_) (Che nasino! È più bella del solito!)
MÌRT. (_mentre Cròbilo, già avviato ad uscire, si indugia di soppiatto nella contemplazione di Aglae, Mìrtala sulla soglia si volge amorosamente al marito, e ad un tratto lo abbraccia scoccandogli un sonoro bacio e ripetendo con caricatura amorosa il verso di Crìside_). «_T'amo!..... È la nova parola ch'io so_».
(Cròbilo, strappato improvvisamente alla sua contemplazione dal bacio di Mìrtala, con una smorfia comica lo subisce, e mandando un sospiro di rassegnazione disperata, si lascia da Mìrtala trascinar via).
SCENA XII.
AGLAE _sola_.
AGL. (_Ha accolto con un movimento di dispetto e di fierezza le ultime parole di Cròbilo_). Che ha inteso dire?... Ah, già!... qui tutti han preso il vezzo di compiangermi!... Perfin le vecchie! Una vera gara di pietà! Grazie! non so che farne!... (_torna lentamente, pensierosa, al suo lavoro e riprende in mano la corona_). Qui metteremo i narcisi di Elèo... Povero Elèo!... Fino a Colòno... là sulla rupe... me li è andati a prendere... Dunque la piccola Aglae non è del tutto dimenticata... E voleva fingere! Serbarmi rancore!... Perchè fingere con Aglae?... Che colpa ne ho io?... Ah Mènecle, Mènecle, co' tuoi benefici ti sei preso tutto, è tua la mia vita... ma la memoria del cuore... di questa neppur gli Dei mi possono chiedere conto. Quanto alla mia felicità, di cui Mènecle si prende scrupolo e mi parla e mi scrive... (_prende in mano il rotolo e lo svolge macchinalmente_) glie ne domando conto forse io?... (_spiega e legge_) È diretta proprio a me. (_la scorre dapprima sbadatamente e indifferente, poi si fa più attenta_) Che cos'è questo?... (_legge:_) «Di casa, la notte al nove della luna calante di Ecatombèo, anno IV della 99ª Olimpiade.» L'ha proprio scritta stanotte! «Mia cara Aglae!... Il giorno che leggerai questa mia, i tuoi rapporti meco saran mutati da quelli dell'ora in cui la scrivo...» (_fra sè, interrompendosi_) Eh... peggio di quel che sono!... «e forse in quel giorno non ti dorrà il poter dare della condotta di Mènecle giudizio meno amaro di quello che oggi parla segretamente in cuor tuo». Che ne sa? «Il cancelliere ti darà questo scritto, dopo la sentenza dell'arconte che avrà disciolto le nostre nozze... per domanda tua!...» (_esclamazion di stupore_) Che!... mia domanda?... io domandarlo?... «Depositato da ora presso lui, ti sarà allora documento della verità delle mie parole...» (_s'arresta sempre più stupita_) Che vuol dir ciò?... (_scorre rapidissimamente il resto della lettera, con segni di crescente sorpresa e commozione: terminato, rimane assorta, la testa fra le mani, asciugandosi una lagrima_). Povero vecchio!... povero vecchio!... (_si alza vivamente e passeggia concitata_). Così... io avevo l'orgoglio di credermi generosa verso Mènecle... ed è lui che mi soverchia in generosità!... Tutti, tutti, mi umiliano! Soverchiare Aglae!... Ah! la vedremo!...
(Rinchiude, e va per riporre al posto di prima il rotolo, ma in quel punto si affaccia Tratta).
SCENA XIII.
AGLAE, TRATTA _ed_ ELÈO.
TR. (dalla soglia) Elèo!...
AGL. Ah!... (_momento di pausa, di perplessità e lotta interna vivissima. Poi risolvendosi_) Passi.
EL. (_entra vivacissimo e reca dei corimbi di narcisi_). Aglae!... li ho colti là... dove tu sai... (_Aglae non risponde, è triste, pensierosa — Elèo, interdetto, depone i fiori_) Che hai?
AGL. (_mesta, chinando lo sguardo_). Nulla. Leggevo una lettera... di Mènecle... per me. La puoi leggere anche tu... Leggi.... continua pur forte!...
(Elèo, guardandola tra sorpreso ed esitante, prende lentamente la lettera, che ella gli stende, la legge e poi ripiglia a voce forte la lettura al punto che Aglae gli ha segnato. Aglae segue la lettura, profondamente commossa).
EL. (_leggendo_). «Quando tuo padre morente affidavati a me, tu eri fanciulla quattordicenne appena. Accorrevano, allettati dalla dote ch'io t'avrei fatto, i concorrenti: ma pel tuo cuore di fanciulla l'ora della scelta non era suonata: e libera e felice bramavo la tua. Ed io dissi fra me: che tre o quattro anni a te restavano prima d'affacciarti alle soglie vere della vita, e non più di tre o quattr'anni — ero anche malfermo di salute a que' dì — mancavano a me per abbandonarle. Pensai che sposandoti a un estraneo in quell'età, io rinunziavo in mani ignote un incarico sacro; che la mia casa poteva offrirti, pei tuoi anni verdissimi, asilo, fino al dì che la mia morte t'avrebbe trovata, giovane e bella, erede delle mie fortune, padrona della scelta del cuor tuo, e in grado di porne le condizioni...»
AGL. (_ad Elèo_). Che ti sembra?
EL. (_triste e serio_). È leale. (_prosegue la lettura_) «... Se in quel mio desiderio sia entrato anche un desiderio egoistico: veder consolata la mia vecchiaia dal tuo sorriso, lo squallore del mio inverno da un ultimo raggio di sole, oh Aglae, io non oso domandarlo a me stesso: non oso cercar tra le pieghe del mio cuore più nascose, in quell'unico mesto desiderio, l'unico mio torto verso di te...»
AGL. (_asciugando una lagrima_) Povero vecchio!...
EL. (_prosegue a leggere_). «Ve lo hai letto tu forse? Non so. So che in queste nozze il cuor tuo volle scorgere un debito verso l'ombra paterna: le accettasti prima colla ingenuità della gratitudine; le subisti poi colla abnegazione del sagrificio... Non volli disingannarti. Per la educazione del tuo animo quella prova era troppo bella. Nella Parca liberatrice confidavo perchè fosse breve. Ma ecco, l'ora che io pensavo è suonata; e trova te fatta donna, nello splendore dei doni di Venere; e trova me vecchio e vivo e senza il diritto di prevenire la Parca.[149] Sciupar con un vecchio il tuo aprile, invecchiar senza gioie nè di sposa, nè di madre, non era questo ch'io promisi, non può essere questo il premio alla tua virtù.[150] Ma s'io ti dicessi ora ciò, se pregandoti di recar teco delle mie fortune quel che in mia mente è già tuo, io ti offrissi di sciogliere di mutuo accordo le nozze, la tua fierezza, resa dall'idea del sacrifizio più altera, rifiuterebbe sdegnosamente».
AGL. (_a sè_). Certo!...
EL. (_segue a leggere_). «... Valermi della legge, e liberar te col ripudio? triste felicità la tua sarebbe, comperata a prezzo del peggior degli affronti.[151] Sola una via mi restava. Scioglierti dagli scrupoli verso di me: obbligarti a ricorrere all'arconte tu medesima. Sei nervosa, impaziente, irascibile: pensai di stancare la tua pazienza. Sei virtuosa e leale: il giorno che il tuo cuore sentirà prepotente il bisogno di vivere, tra l'abbandonarmi lealmente a fronte alta e l'ingannarmi, il tuo cuore, ne sono certo, nella scelta non esiterà. Quando leggerai queste righe avrai scelto, e mi perdonerai questi giorni di tedio e l'inganno dell'esserti parso egoista, duro, scortese. Me lo perdonerai pensando alla triste solitudine che m'attende[152], e in cui non avrò altro conforto che di saperti felice, e aver sciolto la mia promessa alla cara ombra del padre tuo.
«MÈNECLE».
AGL. (_Elèo lascia cadere il foglio, mestissimo in volto. Aglae ha da qualche minuto in mano e sta contemplando i fiori di Elèo: alle ultime parole della lettera, se gli è già venuta accostando: nel punto in cui egli termina, con atto dolce e amorevole gli ripresenta i ramoscelli di narciso. Elèo vorrebbe rifiutare, ella insiste con gesto muto, amorevole di preghiera; Elèo riprende i fiori ad occhi bassi, senza dir parola. Aglae prosegue con voce lentissima e dolce_). Vedi bene che a quell'ombra non potrei più offrirli... (_lunga scena muta fra i due_). Non sarebbe bello!... Non sarebbe bello!...
(Saluto lungo e silenzioso. Elèo si allontana lentamente ed esce. Aglae ricade sulla sedia, celando il volto nelle mani).
CALA LA TELA.
NOTE