La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note
Part 13
CRÒB. (_voltandosi con ispavento alla voce di Mìrtala_) (Mia moglie! son morto!) (_cercando ricomporsi dalla paura, e uscirne, alla meglio, con accento garbato_) Niente!... direi che la sposa di Mènecle ha dato a Cròbilo una prova di stima e di fiducia che lo onora... (_a denti stretti_) (Questa non me l'aspettavo!) Cara Mìrtala, sai... (_tenta parlarle con fare sciolto e sorridente, ma lo sguardo minaccioso di Mìrtala, fisso su di lui, lo sconcerta_) (Che occhiacci! Giove me la mandi buona!)
MÌRT. (_con voce lenta e severa, squadrandolo_) So... E spero che l'incarico lo adempirai... (_abbraccia Aglae_) Grazie, buona Aglae! Non dubitavo di te.[210] Eh, pur troppo noi donne siam sempre circondate di insidie!... Quanto a questo Alcibiade sbagliato... (_squadrando Cròbilo_) regoleremo i conti a casa...
AGL. A tempo sei giunta, cara Mìrtala. Ma sii buona con Cròbilo. Io gli chiesi un favore che egli meglio d'altri può rendermi... fui forse indiscreta... ma la sua bontà fu maggiore della mia indiscrezione... (_a Cròb. cordialissima_) Grazie, Cròbilo! (_velatamente ironica, affabile_) Oh, sì, gli Dei ti hanno data una ben nobile missione! Troverai la sventura, la soccorrerai;... le mogli abbandonate... ai lor mariti le renderai...
CRÒB. (_con ismorfie_) (Nella mia missione questo non c'era...)
AGL. Sicuro, Mìrtala, ei m'ha promesso di rendermi il mio Mènecle... è un'anima bella, il tuo Cròbilo... Sii buona con lui.
MÌRT. Non dubitare, non dubitare. Se non fossi buona, gli avrei portato quattro talenti di dote...
CRÒB. (_premuroso, tentando ingraziarsela_) E la possessione di Egìna... terreni aratorî di prima qualità...
MÌRT. (_fissandolo severissima_) Precisamente. E che i colòni trascurano e abbisognano molto di sorveglianza. Ci andremo insieme...
CRÒB. (_con esclamazione comica di angoscia_) (Ohimè!... l'esilio!... come Aristide... ma almeno Aristide era solo!...)
MÌRT. Frattanto, in attesa di parlar con Mènecle, ti rincrescerebbe accompagnarmi?
CRÒB. Ma eccomi!... (_fra sè, ripetendo dolorosamente_) (L'esilio!... come Temistocle!)
MÌRT. Addio Aglae...
AGL. Addio Mìrtala. Grazie, Cròbilo...
CRÒB. (_con uno sforzo sopra di sè_) Nulla, nulla, mio dovere... (Decisamente... era proprio una canzonatura!...) (_ad Aglae_) Nulla!... (_a Mìrtala_) Eccomi... (_con comica angoscia_) (L'esilio!... come Alcibiade!)
(Si lascia macchinalmente condurre via da Mìrtala, con aria di suprema dolorosa rassegnazione).
SCENA XII.
AGLAE _sola_.
(_Seguendo Cròbilo dello sguardo_) Imparerai meglio un'altra volta la missione del consolatore... (_pausa; poi fattasi triste, pensierosa, sospirando_) Eppure, soltanto la povera Aglae lo sa, se il suo cuore avrebbe oggi bisogno davvero di conforto!... Coraggio!... Fra breve egli sarà qui a dirmi addio... Povero Elèo! (_leva dallo strofio un piccolo papiro e legge_)
Te fuggo com'esule che disse l'addio... Ma volge la testa tornando a guardar!... E fugge... ma il segue più lungo il desio... E fugge... ma indietro vorrebbe tornar! Mia triste, mia triste battaglia del core! Scrutarla non cerchi pupilla di uman! Lasciatemi questo mio povero amore! Per viverne solo, lo porto lontan!
Egli è qui!... Venere santa, dammi forza tu!..
SCENA XIII.
AGLAE _ed_ ELÈO.
AGL. (_con effusione triste_) Elèo!...
EL. Aglae! Ebbi la tua. (_commosso, cercando padroneggiarsi e parer calmo_) Grazie... Reco gli addii a Mènecle e a te.
AGL. (_triste, commossa_) E tu parti...
EL. Stanotte.
AGL. (_vivamente inquieta_) Per dove? con chi?
EL. Con Pelopida tebano e i compagni suoi. (_esclamazione di Aglae_) Tebe accolse mio padre esule al tempo dei tiranni: è giusto che nell'ora delle sue sventure, il figlio paghi il debito dell'ospitalità...[211]
AGL. (_vivissimamente_) E tu...
EL. E io seguirò i fuorusciti nella più santa delle imprese.
AGL. (_dolorosamente esclamando_) O Dee!
(Si abbandona sur un sedile, sopraffatta dall'emozione e piange).
EL. Avresti preferito sapermi vivere, da te lontano, una vita oscura, ignava, ingloriosa? Ignavia per ignavia, tanto allora varrebbe la colpa!...
AGL. (_asciugandosi gli occhi e cercando padroneggiarsi_) No, no! Perdona... hai ragione... Ma tu sei eroe, figlio di eroi, ed io, dopo tutto, non sono che una fanciulla. Perdona. Vedi. Sono forte ora. (_parla con voce rotta, reprimendo i singhiozzi_) Ti guardino i Numi! Oh nessuna preghiera sarà mai loro salita più fervida delle mie! Ti guardino i Numi! E ricordati di Aglae!..
EL. Ricordarmi?! La tua lettera verrà meco come la voce del buon genio mio. Le tue parole mi han fatto triste insieme e superbo. Tutta la mia esistenza, dissi a me stesso, mi parrà spesa bene, se sarà spesa a meritarmele. Quando le ore mi passeranno più tristi, dirò: Coraggio!... la stima di Aglae è con te. Quando la lontananza mi parrà più incresciosa, penserò che è per Aglae che l'affrontai: e che, se al mio nome, tra i Greci, verrà qualche gloria, Aglae lontana lo saprà. Così avrò una ambizione nella mia vita, una luce sulla mia via. E se un giorno sentissi le forze mancarmi, e farmisi uggiosa la luce cara del dì... vorrà dire che Aglae m'avrà dimenticato...
AGL. Oh Elèo! sei cattivo! e non dovresti esserlo con la povera Aglae in quest'ora!... Ecco, io avevo preparato un bel ricordo che avrebbe fatto qualche volta sovvenire ad Elèo la sua piccola sorella d'infanzia: così Aglae, pensavo, fida restando al dover suo, potrà viaggiar senza rossore in compagnia dell'amico de' suoi primissimi dì... (_mentre Aglae parla, come fra sè, con voce carezzevole, infantile, ha nelle mani un piccolo ritratto all'encausto, che si è levato dallo strofio, e che va guardando_) vedrà con lui altro cielo ed altre città della Grecia: e come egli la vedrà sempre sorridergli così... dello stesso sorriso, fissarlo sempre con lo stesso sguardo, come uguali rimarran sempre queste dipinte sembianze, così uguali per Elèo rimarranno la memoria ed il cuore di Aglae...
EL. (_vivissimamente, facendo atto di prenderle il ritratto dalle mani_) Il tuo ritratto!... Oh grazie!
AGL. (_con umore_) Grazie niente. Mi hai detto quelle brutte parole...
EL. Aglae!
AGL. Ho fatto male a dirti di venire. Era meglio non vederci... Va... lasciami...
EL. Ma non prima di aver meco questo pegno, che non darei (_glie lo toglie con affettuosa violenza: Aglae se lo lascia togliere, senza guardar Elèo_) pei tesori della terra! non prima di averti detto che Elèo parte, ma la sua mente e la sua anima rimangono qui:... qui, presso al piccolo domestico altare, dove orfano appresi ad amare i soli esseri che mi amarono al mondo e ad accettare per essi il dolore... a comprendere, per essi, il sacrificio!... (_con trasporto vivissimo_) Oh andassi fino agli ultimi confini del mondo ed agli Espèridi... lascierà prima Pallade la nostra rupe, che queste soglie, ove tu vivi, il mio pensiero!...
AGL. No, no, Elèo!... capisco di chiedere troppo... troppo più che io non deva, al tuo cuore ed alla tua memoria... Tu sei bello, sei giovane, e non potrai, non dovrai vivere sempre solo...
EL. (_con rimprovero_) Aglae!...
SCENA XIV.
_Detti e_ MÈNECLE.
(Mènecle si è affacciato dalla porta nel fondo, mentre Elèo ed Aglae proseguono il lor dialogo sul davanti della scena. Rimane muto, le braccia conserte, il volto tra pensieroso e sorridente, sulla soglia a guardarli).
AGL. No... lasciami dire... Non ti accuso... Il tempo non muterà la tua tempra, ma muterà molte cose intorno a te... Mènecle vivrà, e glielo auguro, buon vecchio! molti anni...
EL. (_melanconico_) Oh... anch'io...
AGL. ... e il giorno che io sarò libera di nozze, io non sarò più una ragazza per te. Breve è la stagion della donna — e s'ella non la coglie — passata quella, se ne sta seduta a consultar gli auguri[212]. Le rose della giovinezza in quel dì saranno svanite, e a te, nel fior degli anni, non resterebbe a sposar che la memoria e l'ombra di colei che fu un tempo la bella Aglae... una brutta vecchia grinzosa... Oh, sarebbe troppo pretendere...
MÈN. (_di dietro, tentennando il capo_) (Infatti...)
AGL. ... e faresti la figura di Cròbilo. Direbbero che m'hai sposata per godere la mia dote, la eredità di Mènecle. No, no, promettimi solo che il giorno in cui il tuo cuore sarà stanco di attendere... rimanderai ad Aglae questo ricordo...
EL. Fino a che tra i viventi mi rischiari il sole, questo ricordo starà con me. Verrà con me nella pugna, poserà con me sotto la tenda. Oh gli anni possono involarci la cara giovinezza, spegnere le febbri, i delirî dei sensi, ma non ispegneranno un affetto reso puro e santo dal sagrificio...
MÈN. (È nato per far l'oratore!...)
EL. (_con forza_) ... prima che io rinneghi la fede di questo affetto, possa Nettuno farmi morire come Ippolito... e casto come lui!...
MÈN. (Povero ragazzo! te ne accorgeresti!...)
AGL. (_buttandosi al collo di Elèo_) Oh... lasciamo questi giuramenti...
MÈN. (To'! ha più giudizio di lui!...)
AGL. Sia dell'avvenire e del cuor tuo quello che gli Dei vorranno. Io ti ringrazio del conforto che m'hanno dato le tue parole. Esse mi renderanno più forte in questa prova... Che se vi avessi a soccombere... (_con voce triste, infantile_) dirò a Mènecle che mi faccia un bel sepolcro tutto bianco... bianco... e tu ci verrai...
EL. Oh taci! Non parlar di morire; dimmi che in te la memoria di quest'ora non morirà... Me lo prometti?
AGL. (_volgendosi all'altare domestico_) Qui all'ara del Dio che ci ascolta...
EL. E mi giuri che se Mènecle...
AGL. (_senza guardar Elèo, esitante, gli occhi a terra_) ... il buon vecchio Mènecle...
MÈN. (Poverina! ci ha aggiunto anche il buono!..)
AGL. (_arrestandosi e riprendendo premurosa_) ... che noi dobbiamo amare, finchè vive, come fosse nostro padre, n'è vero?
EL. (_triste, a capo basso_) Oh, sì... come un padre...
AGL. (_riprendendo esitante il filo della frase_) ... se il buon vecchio Mènecle ci venisse un giorno rapito dalla Parca triste...
EL. ... inesorabile!...
AGL. ... scellerata!...
MÈN. (_c. s._) (Si sfogano colla Parca... meno male...)
EL. ... e che io fossi vivo...
AGL. E io anche...
EL. E tutti due...
AGL. E tutti due quella perdita... amara... (_appoggia la voce sull'amara, quasi volesse correggere un pensiero colpevole: Elèo assente col gesto_) ci trovasse ancor giovani... in età da marito...
(Sempre esitante, a occhi bassi, come avesse paura o rimorso di compier la frase)
MÈN. (Giustissimo!... a maritarsi vecchi, ecco ciò che succede...)
EL. Quel giorno dunque...
AGL. Che il buon Mènecle...
(Mènecle si avanza fra i due giovani).
MÈN. (_proseguendo la frase, a voce alta_) ... andrà all'altro mondo...
EL., AGL. (_sgomentatissimi entrambi al vederlo_) Ah!...
MÈN. ... speriamo, neh, figlioli, che sia lontano — quel giorno piangeremo prima amaramente la sua partenza e poi potremo sposarci senza scrupolo. Ma sentite, neh! (_picchiandosi lo stomaco_) che polmoni e che cassa di stomaco! Ce n'è ancora per trent'anni!... Se aspettate me state freschi!
AGL. (_buttandosi alle sue ginocchia_) Oh perdono, Mènecle!...
EL. (_idem_) Perdono... padre mio...
AGL. Ti giuro, per le Dee, che...
MÈN. (_rialzandoli entrambi con affabilità affettuosa_) Su, su, ragazzi!... ma che giuramenti e che perdoni! So tutto... Grazie a te, Elèo, della tua lealtà; grazie, Aglae, della tua fedeltà al tuo dovere. Soltanto, speriamo (_con bonarietà comica_) non mi farai più dell'altre scene di gelosia...
AGL. (_mortificata chinando gli occhi_) Mènecle!...
MÈN. No, no — non ti rimprovero... benchè, per Giove, lo meriteresti, per insegnarti a frugare nelle carte del marito e a leggerne le lettere...
AGL. (_sorpresa, mortificata_) Ah!...
MÈN. ... e a scriverne dell'altre ai giovinotti, a sua insaputa...
AGL. (_mortificata_) Come... tu...?
MÈN. (_con bonarietà comica e imperiosa_) Silenzio!... Sappiamo tutto. Se la moglie fa la curiosa, il marito ha diritto di fare il curioso... (_a Elèo_) Neh, ricordalo bene anche tu, una volta che sii suo marito...
AGL. (_supplichevole_) Oh... Mènecle!...
MÈN. Silenzio!...
EL. (_interpretando anch'egli come ironia le parole di Mènecle_) Mènecle, punisci me... ma risparmia a me ed a lei le tue ironie...
MÈN. Ma che ironie?!! Le _tue_ vuoi dire. È una moglie divisa in due — a me in corpo, a te in effigie — non è un'ironia? E cosa credi, che Mènecle sia feroce come Teseo, da lasciar morir casto il povero Ippolito? Cosa credete (_ad entrambi_) che Mènecle sia così egoista, così disonesto, così imbecille da accettar la elemosina del vostro sagrificio? (_Mènecle, stando in mezzo ai due giovani, ha proferito queste parole con impeto e voce brusca; i due giovani, sotto la sfuriata del vecchio, tengono mortificati la testa e gli occhi bassi; quando al finir delle sue parole s'attentano a levarli furtivamente verso di lui credendolo in collera, s'accorgono che Mènecle sorride del loro inganno, e li guarda affettuoso facendo lor cenno, delle due braccia, di appressarglisi_) Voi altri siete così matti che lo avreste anche mantenuto... ma poi... poi, neh? (_si volge ad Aglae affettuosamente canzonandola e rifacendole la voce_) le forze mancavano... e ci voleva il sepolcro bianco... tutto bianco... (_con rimprovero comicamente brusco_) farmi far di queste spese!... Ohibò!... Tu... (_sempre ad Aglae_) in castigo della burla che m'hai fatto, — e tu in castigo (_ad Elèo_) del non avermi mai detto niente — quando si ama la moglie si avvisa il marito — vi mariterete... E così imparerete.
AGL., EL. (_gettandosi entrambi commossi al collo di Mènecle_) Ah Mènecle, mai!
MÈN. (_con voce grave, liberandosi dall'abbraccio dei due, piangenti di commozione_) Preferireste vivere, aspettando senza volerlo, senza saperlo, la morte mia?... (_ad Aglae_) Oggi tu ed io andremo dall'arconte, a deporre la scritta del divorzio insieme: e ci verrai a fronte alta, perchè tu rimani nella mia famiglia... (_movimento di Aglae e di Elèo_) già, nella mia famiglia... tu sposi mio figlio adottivo...[213].
AGL., EL. Ah!...
MÈN. (_proseguendo, ad Elèo_) ... se non ti rincresce passare dalla tua nella mia tribù,[214] verrai meco dai fràtori del borgo di Alopéce, e sarai iscritto nel registro della fràtria mia, come mio figlio, — erede con lei (_accennando Aglae_) delle mie fortune, partecipe delle cose sante e sacre[215]. Porterai in nome Làmaco: il nome di mio padre caduto da valoroso a Samo... e nella famiglia di Mènecle al nome non si mente...
EL. (_abbracciandolo commosso_) Padre! padre mio!...
(Aglae piange col volto nelle mani. Elèo vorrebbe dir qualcosa. Mènecle indovina il suo pensiero e lo previene).
MÈN. Quanto al tuo partire... c'è tempo...
EL. (_sorpreso_) Che?
MÈN. Pelopida... gli ho parlato io. Non ne vuol seco più di undici. (_con inflessione grave e seria_) Li ha scelti già... (_gesto vivo di protesta di Elèo_) Non temere! Verrà il tuo giorno...
AGL. Oh Mènecle, la tua generosità...
MÈN. No, no, adagio, a parlare di generosità. In questo mondo la si scambia con la imbecillità; ed io invece, andate là, che i miei conti li ho fatti bene. Povero vecchio abbisognante, per i miei tardi giorni, di un affetto che li consoli, dovrei amareggiarmelo col pensiero che il mio vivere impedisce la vostra felicità? E che questa idea vostro malgrado si inframmetterà tra me e voi, vi renderà a vostra insaputa l'affezione a Mènecle un peso? Scambierei questo affetto vostro, così sincero e così puro, col bel conforto di sapere che il dì quando la Parca (_sorridendo ad Aglae_) — _la scellerata Parca!_ — mi farà quel tal servizio, un sospiro non confessato di sollievo sfuggirà dai petti delle due sole persone che mi voglion bene? E mentre è sì dolce il nome di padre, dovrei vivere tutti i dì fra il dolor di non esserlo... e la tema di divenirlo!... scambiar la paura di avere un figlio con la gioia tranquilla di lasciarne, partendo, qui... due?
EL., AGL. (_vivissimamente_) Partendo?
MÈN. (_ad Aglae con voce affettuosa_) Non sei più sola... Che resto a far qui? Ricordi le tue parole? «Quando fu il dì del bisogno, ci vollero questi vecchioni per liberare la città e le sue donne!» Laggiù a Tebe ci è bisogno. (_con inflessione mesta, solenne, ai due giovani che fan per trattenerlo e lo guardano attoniti, commossi_) Ci vogliono questi!... Vivere liberando donne, morire liberando città!
(Quadro).
CALA LA TELA.
NOTE
[204] Dopo che il tebano Pelopida ebbe persuasi i suoi compagni di esilio all'impresa di partirsi da Atene per muovere alla liberazione di Tebe «mandaron essi nascostamente a Tebe ad avvertire dei loro disegni gli amici ch'eran ivi rimasti: tra questi Carone ed Epaminonda..... Stabilitosi quindi il giorno dell'impresa, parve bene ai profughi che l'un d'essi, Ferenico, raccogliendo gli altri, facesse sosta in Triasio, e che pochi de' più giovani arditamente si arrischiassero di entrare in città: e se a questi incogliesse mai qualche sinistro dalla parte de' nemici, gli altri tutti aver cura dovessero de' figliuoli e de' padri loro. Il primo che si esibì ad andarci fu Pelopida, e poi Melone e Dàmocle e Teopompo, stretti fra loro co' vincoli d'amicizia e di fede, ed emuli sempre della gloria e del valore. Essendo _dodici_ in tutto, dopo aver abbracciato quelli che restavano addietro, e mandato innanzi un messo a Carone, si incamminarono succintamente vestiti... _ecc. ecc._» PLUTARCO, in _Pelopida_.
[205] Cfr. nell'arringa di Lisia per _la uccision di Eratostene_, il racconto del marito Eufileto: «Tornato a casa, ordinai alla fantesca di seguirmi in piazza; e condottala ad uno de' miei famigliari, le dissi che sapevo tutto quel che succedeva in casa mia. A te, quindi, soggiungevo, sta lo sceglier fra i due: o passata per le verghe esser condannata a rigirar la mola, tra patimenti senza fine, o confessando la verità andar illesa, e aver da me il perdono de' tuoi delitti. E quella sulle prime negava fermamente e diceva facessi pure di lei quel che volevo; lei non saper nulla: ma quando nominai Eratostene, e dissi che costui era il frequentatore di mia moglie, allora si sbigottì, giudicando che io sapessi tutto. E cadendo alle mie ginocchia, e fattasi da me promettere che non le avrei fatto del male, confessò...» — _Uccis. Erat.,_ 18-20.
[206] Cfr. EURIPIDE, _Ippolito_, 645-650.
[207] Cfr. ARISTOF. _Rane_, 130 seg. — Dalla torre alta del Ceràmico buttavano la face per dare il segnale della _corsa delle lampade_: di che nelle note all'_Alcibiade_.
[208] Cfr. LISIA, _Uccis. di Eratost._, 21.
[209] PLUTARCO, _Vite dei X Oratori_, in _Antifonte_.
[210] Cfr. ALCIFR., _Lett._ 1, 29. Glicera, di Menandro gelosa, scrive a Bacchide: «Conosco, o Bacchide, la reciproca amicizia che passa tra di noi due: ma d'altra parte, o carissima, temo non tanto di te, che ti so di costumi onesti, quanto di lui stesso: chè egli è donnajuolo al sommo. Ma tu mi taccierai di ombrosa... Deh, scusa, diletta amica, simili gelosie da amanti...».
[211] Furono gli Ateniesi benevoli ai profughi Tebani, «ricompensar volendo i Tebani: perocchè questi principalmente contribuito aveano a ristabilirsi in Atene il governo popolare e avean decretato che se alcuno portando l'armi contro i tiranni passasse per la Beozia, nessuno di quelli che ivi abitavano mostrar dovesse di sentire o veder cosa alcuna». PLUT., in _Pelopida_. Cfr. SENOF. _Elleniche_, lib. II.
[212]
τῆς δέ γυναικὸς ὁ καιρός, κἂν τούτου μὴ ’πιλάβηται οὐδείς ἐθέλει γῆμαι ταύτην, ὀττευομένη δὲ κάθηται. ARISTOF., _Lisistrata_, 596-7.
[213] Frequenti e legittime erano nel dritto attico le adozioni — permesse però solo a quelli che non avean figli propri (ISEO, _Ered. d'Aristarco_, 9) — a fine di preservare da estinzione il casato. «Dopo ciò (cioè dopo collocata in matrimonio ad altri la moglie) pensava Mènecle al come evitare la mancanza di figli e aver chi lo curasse nella vecchiaja, e morto gli rendesse le esequie e i sagrifici dovuti in avvenire. Aveva bensì un nipote, il figlio di costui: ma essendo figlio unico, ritenea disdicevole privar di prole mascolina il fratello. E così essendo non vide altri più prossimi di noi... E in questo modo Mènecle mi ebbe figlio ed erede suo». ISEO, _Ered. Mènecle_, § 10-12. «Tutti quelli che son per morire si preoccupano di ciò, che le loro case non restino solitarie, ma vi sia chi renda ai loro Mani i sacrifici funebri, e le altre giuste cose: per il che se si trovino senza figli, procurandosene per adozione, ne lasciano. Nè già privatamente così stabiliscono, ma la stessa repubblica questo sanci: mandando all'arconte di _aver cura che le case non restino solitarie_». ISEO, _Eredità di Apollodoro_, § 30. Lo che voleva dire che se uno moriva senza figli nè proprî nè adottivi, e senza testamento, pensava l'arconte a istituirgli tra i prossimi congiunti, un figlio adottivo ed erede.
Pel rimanente, le adozioni si facevano o appunto per testamento, o _inter vivos_. In questo secondo caso (ch'è quel del nostro Mènecle e di Elèo) l'adottante procedeva, così come usavasi pei neonati, alla presentazione del figlio nella propria confraternita (_fratria_) e all'iscrizione sul registro della stessa, formante il documento di legittimità.
«Venuta la festa Targelia, mi introdusse innanzi all'altare tra i fratori. A questi è legge che chiunque introduce un figliuolo o proprio o adottivo, fa fede, in nome delle cose sacre, ch'egli introduce un figlio d'una cittadina, legittimamente nato ed adottato. Compiuto ciò, nullameno i fratori fan lo squittinio: e se essi giudicano alla stessa maniera, allora solamente lo iscrivono nel registro pubblico». ISEO, _Ered. di Apollodoro_, § 15-16.
[214] Il figlio adottato non poteva più tornar nella sua famiglia paterna (così Mènecle nell'arriga d'ISEO, ha scrupolo adottando il nipote di privar del figlio il fratello, IS., _Ered. Mèn._, 10), ed entrava a far parte della tribù dell'adottante, che gli imponeva a suo piacimento nuovo nome. (Ordinariamente, poi, i figli portavano il nome dell'avo paterno: lo stesso avveniva per gli adottati). «Se uno t'interrogasse: Dimmi, Beoto, come sei venuto nella tribù Acamantide e diventato del demo di Torisio e figliuolo di Mantia ed erede delle sostanze da lui lasciate? Non altro potresti dire, fuorchè: _Mi adottò Mantia_. E se soggiungesse: dov'è la prova o la testimonianza? — Mi menò tra i fratori — risponderesti. — Con qual nome? — Con quello di Beoto. — Chè con questo fosti introdotto. Ora se il padre tornando a vita ti mettesse al partito o di conservare il nome che ti diè o di non ritener lui per padre, non sarebbe discreto?» DEMOST., _C. Beoto_, per il nome, § 30, 31.
[215] Τῶν πατρώων ἒχεις τὸ μέρος. ἱερῶν, ὁσίων μετέχεις DEM., _C. Beoto_, per il nome, § 35.
PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI-TIPOGRAFI FORZANI E C.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, in particolare per quanto riguarda gli accenti, alquanto variabili nell'originale. Sono stati corretti senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's La sposa di Mènecle, by Felice Cavallotti