Part 6
— Ma una conseguenza erronea, — soggiunse Almerico, — una conseguenza strampalata. Questa poi, è la più strana di tutte! Massimo di Riva, il mio amico Massimo, che lascia di fare il gentiluomo per buttarsi al minatore!... Permettete, baronessa.... permettete che io rida un pochettino del mondo.
— Ebbene, che male ci sarebbe? — domandò la baronessa. — Si può essere gentiluomini come il conte di Riva, e non ricusare una miniera.
— Non ricusarla, passi; — replicò Almerico — ma andarla a cercare!... Massimo di Riva può in certi momenti aver bisogno di una miniera d’oro, non che d’argento; ma proprio allora sdegnerebbe di averla, sotto forma di dote.
— Il principe siciliano, l’ho detto! il principe siciliano della «Corinna»! — esclamò la baronessa Coselli. — Siete un amico impareggiabile. Ma infine, sarà come voi dite; e frattanto il vostro Massimo è partito.
— Sissignora!
— Per Napoli.
— Prendendo la direzione di Padova. Non so se sia tutta strada.
— No davvero! — disse la baronessa dando in uno scoppio di risa. — E siete ben certo che il vostro amico è andato a Padova?
— L’ho accompagnato io alla stazione di Termini; — rispose Almerico.
Era una piccola bugìa, ma si sentiva di dirla, poichè egli non rispondeva ad una domanda della duchessa Serena. Intanto il povero Montegalda faceva la mano alle altre, che avrebbe dovuto dire, o convalidare più tardi.
La baronessa Coselli non aveva più niente da opporre a quella testimonianza. Rivolse un’occhiata a Serena, fece un atto delle labbra, come se volesse dire: «mi avranno ingannata, meglio così!» poi, dopo qualche altra chiacchiera vana, prese commiato.
— Ah, finalmente! — mormorò la duchessa, quando quell’altra se ne fu andata con Dio, o col diavolo, che bene non saprei dirvi quali fossero le sue preferenze.
— Ora, poi, ci siamo a capo fitto! — disse Almerico tra sè. — Vorrei essere mille miglia lontano.
— Vedete che allegrezze, Montegalda! — ripigliò la duchessa Serena. — Neanche un giorno di tregua ci dànno!
— La baronessa ha molto spirito; — disse Almerico.
— E aggiungete pure altrettanta cattiveria! — rispose Serena.
— Signora, poichè voi me ne date licenza — disse di rimando il giovanotto — vi manifesterò tutta la mia maraviglia, la mia ingrata maraviglia, per quel lungo e insistente discorso che la baronessa non ha dubitato di fare.
— Oh, questo sarebbe il meno. Lo aveva già fatto a me, quantunque con tutte le più delicate reticenze. Foste annunziato voi, Montegalda, mentre si parlava appunto delle chiacchiere di Roma; ed io stessa le diedi facoltà di ripeterle a voi.
— È stato un interrogatorio in tutta regola; — osservò Almerico, tentennando la testa.
— Perdonate! — rispose Serena. — A tante altre domande dovete rispondere ancora! Con voi, conte, non ho, non debbo, non voglio avere segreti. Sapete già tante cose, e tutte da potersi confessare a fronte alta! Siate sincero con me.
— Voglio esserlo, sicuramente; — disse Almerico.
— Ma non troppo sollecito, nella vostra amicizia! — replicò la duchessa, con accento di dolce rimprovero. — Perchè non venire ier l’altro da me? Perchè non venire almeno ieri?
— Ve lo confesserò; — rispose Almerico. — Sono stato vile. Due volte, in questi due giorni, ho fatto la strada; due volte mi è mancato il coraggio di entrare. Credo anzi che alla seconda io fossi già tanto presso alla soglia del portone, che lo svizzero si era perfino tirato indietro, per lasciarmi passare. Signora! sono così triste anch’io, se sapeste!...
— Ma ditemi dunque, che c’è egli di vero? — domandò la duchessa.
Almerico non sapeva donde incominciare.
— Massimo vi avrà scritto; — balbettò.
— Ecco che cosa mi ha scritto; — rispose ella aprendo il cassetto d’un tavolincino di lacca giapponese. — Avevo riposta qui la sua lettera, per farla leggere a voi. —
Almerico prese la lettera e lesse. Pochi versi di scritto: niente più di quello che era stato concertato in casa sua. Correggiamo, per altro; c’era qualche cosa di più, che Almerico non avrebbe mai consigliato, nè ammesso: un’aridità spaventosa. Massimo aveva pensata la sua grande bugìa, ma non l’aveva altrimenti circondata di nessun fiore d’eloquenza. Almerico tremò. — «È impossibile, — pensava egli, leggendo, — è impossibile che ella si persuada, con queste ragioni. Se egli ha creduto che i fiori dovessi aggiungerli io, s’è ingannato. Mentire, quando non si può far altro, pazienza! Ma mentire anche artisticamente, e per gli altri, no, mille volte no!» —
Trasse un sospiro, poichè fu giunto alla fine, e rese la lettera alla duchessa.
— Ma sapete che è orribile, quello che il vostro amico ha fatto! — esclamò la signora. — Giuocar la sua fortuna a quel modo!
— Pur troppo! è orribile! — mormorò tristamente Almerico.
— E dove, poi? — ripigliò la duchessa. — Ho chiesto, come si possono chiedere queste cose, ma senza venire a capo di nulla. Ci sono tante brave persone, a questo mondo, così felici, così contente, quando possono darvi un dispiacere, che io mi maraviglio come m’abbiano risparmiata, in questa occasione. Neanche la baronessa Coselli sapeva niente di ciò; lei che sa tutto! Mi son confidata, ier l’altro.... non vedendovi giungere!... mi son confidata al cavaliere Buonsanti; ed egli, molto discretamente, ha cercato d’informarsi. Inutilmente! In nessuno dei circoli conosciuti di Roma, frequentati dal conte Massimo, in nessuno il vostro amico era più stato da molti giorni; in nessuno si aveva notizia di grosse perdite al giuoco. Che vuol dir ciò, Montegalda? Che cosa debbo pensarne?
— Signora mia.... sono tanti, in ima grande città, i luoghi infami, dove si può essere svaligiati!
— Infami, voi dite, ed egli ci andava? —
Almerico voleva dirle ancora: «Non son io che debbo rispondere a questa domanda». Ma la duchessa non aspettò nemmeno ch’egli girasse in altra forma la risposta.
— E non venire a dirmi nulla! — continuò. — Si sarebbe potuto provvedere in qualche modo, senza dare un dispiacere ai suoi parenti. Sapete che i suoi zii di Padova son molto ricchi, ma saprete ancora che hanno altri congiunti, a cui potranno lasciare le loro sostanze, vedendo ch’egli è sulla via di farne mal uso. Ha fatto male, assai male, il signor Massimo. Doveva parlar prima, parlar subito a me. Che amicizia è la nostra, se queste cose si tacciono?
— Duchessa, vi pare? — esclamò Almerico. — Ad una donna?...
— Fatemi il piacere! — interruppe Serena. — Che cosa vuol dire, ad una donna? Non ero una donna per lui; avrei potuto invece essere.... la donna! — soggiunse con accento di sublime orgoglio. — Per intanto, ero un amico. Un amico, mi capite?
— Lo so, signora, lo so, — rispose egli volentieri. — E un amico in miglior condizione di me.
— Infine, che male c’era? — proseguì la duchessa. — Io sarei stata un giorno o l’altro la contessa di Riva. Si possono dire a voi, queste cose, senza arrossire. Si sarebbe salvato l’onore in faccia ai parenti, e non si sarebbe obbligati a vendere la casa dei padri. Anche queste son cose brutte, Montegalda; brutte e vergognose, davanti al paese in cui si è nati. Sapete? dice la gente. Il signor conte ha venduto il castello. Ed anche per poco: cinquantamila lire, mentre ne valeva dugento. E perchè? Col coltello alla gola; un debito di giuoco; debito d’onore. Sì, bell’onore! valeva meglio non giuocare. Che malattia li ha presi, tutti questi gran signori, che vogliono finire così male, con un suicidio morale, in attesa dell’altro? Vi parrà strana, Montegalda; ma io ci penso, a queste cose, quantunque donna, e non madre. Son brutti esempi che si dànno al mondo, e la vecchia nobiltà mostra veramente di non servire più a nulla, se non crede nemmeno più di giovare alle nuove generazioni con l’esempio della sua dignità.
— Come avete ragione, signora! — gridò Almerico, infiammato. — Come avete ragione!
— Anche poveri si può essere, — continuò la duchessa, — ma con lo stemma pulito e lucente, senza macchia e senza paura. E queste son parole vane, oramai! Si può sapere almeno a che somma ascende questa perdita al giuoco? —
Almerico era colto alla sprovveduta. Nella sua ultima conversazione notturna con Massimo di Riva, non aveva pensato più che tanto alla somma che questi poteva aver perduto al giuoco, e forse gli era passato per la mente che Massimo dovesse ancora meditarci su, e fissarla egli, quella somma benedetta, nella lettera di commiato che avrebbe scritto alla duchessa. Soltanto allora il nostro Almerico rammentava che la lettera di Massimo non diceva nulla in proposito. Certamente, il buon Almerico, per far servizio all’assente, avrebbe potuto inventare lì per lì un bel numero, con quattro zeri di costa, e magari con cinque; ma che volete? non seppe. Non è mica sempre lì, pronta alle invenzioni, la fantasia dell’uomo; sia egli poeta, come generalmente nasce, o avvocato, come ordinariamente diviene.
— Non so, signora; — rispose egli adunque, confuso.
— Come? — gridò la duchessa. — Non lo sapete? Non ve l’ha detto?
— Signora no. Ed è naturale, naturalissimo; — replicò il giovanotto. — Avrà temuto di spaventarmi, dicendo la somma, e pensato ancora di far cosa inutile, sapendo benissimo che io, uomo di modeste fortune, e figlio di famiglia per giunta, non avrei potuto in alcun modo giovargli. So bene che mi ha parlato di una somma ingente, favolosa... cioè, intendiamoci, favolosa in proporzione delle sue forze; — soggiunse tosto Almerico, per mettere un limite all’esagerazione dell’epiteto, che aveva incontrato per via e afferrato senza scegliere.
— È strano! — osservò la duchessa. — È strano! — ripetè. — E allora, che cosa sapete voi, signor conte? —
Almerico sentì la bottata, e vacillò. Ma non poteva difendersi.
— Niente più di quello che m’ha voluto dir egli, e che brevemente ha scritto a voi; — rispose Almerico alla duchessa. — È venuto l’altra mattina da me, piangente, disperato, parlando a frasi interrotte, accennando più che non raccontasse; nè io, confuso com’ero, ho pensato a domandargli di più. Forse, nel suo turbamento, egli ha creduto di dirmi ogni cosa.
— Ed è partito! — esclamò la duchessa. — Il giorno dopo l’apertura dell’Apollo, dov’era andato, dove non era venuto a vedermi, e dove aveva potuto fare altre visite, lasciando credere, immaginare Dio sa che, architettare dei romanzi... che gli fanno il massimo torto! —
Era un appiglio, e Almerico lo colse.
— Vedo, signora, — diss’egli — che qui almeno voi giudicate con giusta severità, come il mondo tutto. E ne ho piacere, per il caso generale, in cui poc’anzi non mi sembravate persuasa di certe ripugnanze. Nel caso particolare, poi, il mondo si è ingannato, mi pare, mandando il nostro amico alla conquista d’una miniera d’argento; ed io non ho tralasciato di dirlo alla baronessa Coselli.
— Ma allora, — domandò Serena — perchè andare nel palco dell’americana? Che significa quella visita?
— Credo che possa prestarsi ad una interpetrazione onorevole; — disse Almerico. — Egli aveva una questione d’onore da risolvere, due amici da rappattumare.
— Da miss Lockwood?
— Lasciatemi finire, vi prego. Padrino con lui era il Mattei. Era andato a cercarlo in teatro, per intendersi con esso. Il Mattei era in visita dalla Lockwood. Mettete che gli bisognasse vederlo ad ogni costo....
— Ve lo ha detto? — chiese Serena.
— No, ma me lo immagino. È naturale, è probabilissimo. Non vedo, del resto, altre ragioni che possano giustificare il suo atto, che altrimenti sarebbe inconcepibile. Notate che egli escì subito dal teatro. E là, sicuramente, nella gioia di aver composta amichevolmente la questione del Riccoboni col Savelli, avrà ceduto all’invito di uno dei contendenti, forse di tutti e due. Sono stati a cena? Io non lo so. Ma una cosa è sicura, che andò con amici, che erano in parecchi, e che sono andati a finire davanti ad un tappeto verde.
— Ve lo ha detto? — tornò a chiedere Serena.
— No, ma è facile immaginarlo; — cascò da capo a rispondere Almerico.
— Infatti, — ripigliò la duchessa, — egli vi ha parlato di una grossa perdita, che aveva fatta in quella notte al giuoco.
— Per l’appunto; — disse Almerico.
— Ebbene, Montegalda, — conchiuse la duchessa, — voi ora mi sollevate da Un peso terribile.
— Io? in che modo?!
— Vi dico che mi sollevate, — replicò ella. — Temevo il peggio, e ora non temo più.
— Ma che cosa, di grazia? — ridomandò Almerico, che non capiva affatto quel mutamento improvviso.
— È presto detto; — rispose la duchessa, parlando con nervosa volubilità, e ridendo di un riso che sapeva di convulso. — Non vi parlo già di me. Io non conto. Il mio dolore non è nulla. Gran che, una donna che soffre! Colpa sua, se soffre!
— Ma signora... io non v’intendo più, ora.
— M’intenderete poi. Ricapitoliamo, prima di tutto. Il conte Massimo di Riva, quella sera aveva da sciogliere, da comporre, tutto quel che vorrete, la questione del Riccoboni col Savelli. Qualcheduno mi aveva pur detto che fosse sciolta, composta nella giornata, e che del resto nessuno temeva di vederla finire altrimenti. Ma passiamo su ciò; passiamo anche sulla visita all’americana. Non franca la spesa che ci fermiamo, una miniera d’argento! Gentiluomini veri, lo avete detto voi, conte! non s’inchinano, non si umiliano a raccattare in questa guisa i milioni.
— E lo sostengo; — disse Almerico.
— Ciò vi onora; — ripigliò la duchessa. — Passiamo dunque, tiriamo un velo. Resta il fatto che quella medesima notte si cena con gli amici della famosa questione, o con altri, sconosciuti per ora, e si fa baldoria, per finir poi in un luogo infame, davanti a un tappeto verde, di quelli che ognuno conosce e che nessuno denunzia, e che bastano, senza arricchir mai i loro tenitori, a mandare in rovina i puntatori. Massimo non è ricchissimo: ha da vivere, e non gli mancano le speranze di meglio. Ha giuocato, ha perduto; voi non lo sapete, egli non ve l’ha detto, ma ha perduto una somma ingente, favolosa... in proporzione, lo so, in proporzione con le sue sostanze. Diciamo centomila lire. Vi par troppo? Diciamo cinquanta. È troppo poco? Mettiamoci in mezzo: settantacinquemila! E allora che succede? Non si ha la somma, e bisogna trovarla. Si domanda tempo, per correre a casa, a far saltare il patrimonio, o farsi saltar le cervella, altra eredità dei padri, che non si è saputa far fruttare, nè custodire. Non è così? E si tenta la via di salvezza; si va a vendere... si fugge.... Ebbene, Montegalda, tutto ciò è un romanzo, un volgare e sciocco romanzo; e mi stupisco come voi, sostituto procurator generale....
— Non lo sono, duchessa.
— Lo sareste, uscendo dal vostro segretariato; lo avete detto voi. E mi stupisco, — soggiunse la duchessa Serena, — come voi, che dovreste aver pratica delle indagini giudiziarie, non abbiate veduto, non abbiate trovato il difetto di questa favola sciocca.
— Ma io, signora, vi prego di credere... — balbettò Almerico. — Io, infine, non avevo obbligo di vedere, di indagare nulla, di sceverare il falso dal vero, come nei processi criminali. Non era un’istruttoria, che dovessi condurre, non una dichiarazione che dovessi vagliare, non una prova che dovessi cercare: bensì il racconto di un amico stimato, che dovevo accogliere tal quale.
— Ah, bene! — esclamò Serena. — E vi lasciate raccontare di queste favole, dai vostri amici? Vedete me, che son donna e non ho l’esperienza vostra di magistrato. Anch’io potevo credere a ciò che il conte Massimo aveva scritto; ma il dubbio mi assaliva, la improbabilità del racconto mi saltava agli occhi da tutte le linee. Volevo sentir voi, per credere, o non credere. Perchè, in verità, troppe cose mi dicevano di non credere. Voi siete venuto, voi avete dato il tracollo ai miei dubbi, voi che non conoscete a qual somma ascenda la perdita fatta dall’amico, mentre sapete il quando e il come egli ha giuocato e perduto. Conte Almerico, io posso darvi una buona notizia. La notte, di cui parlate, egli l’ha passata dall’una alle cinque con otto o dieci amici, al Circolo delle Cacce, ma senza giuocare neanche al più innocente dei giuochi, e discorrendo allegramente, di musica, di cavalli, di scherma, e di tante altre bellissime cose. Alle cinque, o poco dopo, è uscito, ma non aveva sonno, ed è andato ancora a passeggio. Volete che vi dica dove, fino a che ora del mattino, e con chi?
— Signora, — disse Almerico — non sento il bisogno di questi particolari. Ciò ch’egli mi ha detto io vi ho riferito; non altro io so, non altro debbo sapere. —
E dentro di sè, il giovanotto soggiungeva:
— Testa sventata! Ed io sciocco, a tenergli bordone! Che bisogno c’era di andare al Circolo, a farsi vedere da tutti? Egli è fuori del tiro, oramai: io sono qua nei pasticci per lui, e ci rimetto ancora la mia riputazione d’uomo serio. —
A volte giova più il silenzio che la parola, per levar dagli impicci un galantuomo. Almerico taceva, restando a capo chino, con un’aria tra severa e contrita, che il lettore certamente s’immagina. La duchessa Serena si avvide forse di essere andata troppo oltre; fors’anche ebbe compassione dello stato in cui le sue acerbe parole avevano posto il Montegalda.
— Se vi ho offeso, perdonate! — diss’ella, con accento mutato. — Ma sono stata offesa io tanto crudelmente!
— Mi duole, signora; — rispose Almerico. — Ma voi non crederete già che io....
— No, conte, no; — interruppe Serena. — Voi non avete colpa. Voi, poveretto, non venivate da me, forse immaginando che la mia fede non sarebbe stata pari alla vostra. —
Almerico fece un gesto che voleva escludere quella supposizione sul conto suo. Ma la duchessa non badò a quel gesto, e proseguì:
— Son io che vi ho chiamato, io sciocca, che in mezzo ai miei dubbi, avvalorati da tanti ragguagli di amici e di amiche, serbavo ancora un’illusione, un filo di speranza.
— E forse, signora... — disse Almerico. — Chi vi assicura che tutti questi ragguagli non siano falsi e troppo facilmente raccolti, fino a parere una prova contro la sincerità dell’amico? Chi vi assicura che tanti dubbi accumulati contro di lui, non abbiano a svanire, come un miraggio, quando egli sarà ritornato? —
Almerico parlava, studiandosi di tessere un’apparenza che ella aveva accennato. La duchessa rimase un istante pensosa, con gli occhi immobili, fissi in quel punto dello spazio, dove si guarda tanto più, quanto meno ci si vede. Finalmente si scosse e rispose:
— È doloroso, conte Almerico, che voi abbiate più fede di me, tanta fede e così forte, da resistere alle prove più certe! A me un presentimento aveva già detto: è una bugìa! A voi una certezza d’animo onesto e leale.... —
Almerico pensò alla sua famosa certezza, e tentennò involontariamente la testa.
— A voi una certezza d’amico onesto e leale — proseguiva la duchessa, — persuade il contrario. Chi ha ragione, tra noi? chi ha più merito? Una cosa io vi prometto, Montegalda; — diss’ella, sospirando — che se voi avete ragione, io farò la più umile ammenda. Cercate, indagate, persuadetemi, se vi riesce di trovarne argomento. Io chiederò perdono a lui.... e a voi! —
Almerico s’inchinò, e tristamente le disse:
— Che posso cercare e indagar io? Voi non avreste da chieder perdono a me, quand’anche io avessi ragione, poichè a me non avete detto nulla che potesse particolarmente spiacermi. Sono un amico onesto e leale per voi, come per il conte di Riva. Mi sento onorato della schiettezza con cui avete parlato in questa occasione con me. Poi, dove sarebbe l’amicizia, se non fosse lecito di fare uno sfogo, di dire all’amico tutto ciò che può venire alle labbra, in un impeto di dolore? Non mi dite dunque altro, signora. Piuttosto, consentite che io non cerchi e non indaghi più nulla. Mancherei all’amicizia, facendolo. Non posso e non debbo dimenticare che son debitore al conte di Riva dell’onore di esservi stato presentato. —
La duchessa di San Secondo intese che Almerico di Montegalda aveva ragione. E non gli rispose più altro.
V.
Il consiglio dei vecchi.
Sollevato da un grave peso, ma tuttavia molto triste, Almerico di Montegalda escì dal palazzo San Secondo, a respirare l’aria fresca di piazza Venezia. Ne aveva bisogno, per isnebbiarsi il cervello. Era come ubbriaco, per quello sforzo lungo che aveva fatto, di tenersi in bilico sulla corda tesa: di non dire alla duchessa se non quel tanto di bugìa che non potesse essergli rimproverato più tardi: frattanto, di sentire come ella avesse veduto giusto in mezzo a tante invenzioni, e come fosse impossibile che altri ragguagli non la conducessero a vedere anche più giusto in processo di tempo. Ah, povera signora! e come avrebbe sopportata la doppia offesa recata dal conte di Riva all’amor suo, al suo giusto orgoglio di donna? Egli, Almerico, lo aveva pure veduto, l’attacco di nervi! Ma quelli sono i punti in cui una donna si sente più forte, e quasi non è da far caso di uno sdegno in cui la fibra si esalta, parendo anzi meglio adatta a resistere. Ma alle esaltazioni seguono tosto gli abbattimenti. E allora, che sarebbe avvenuto? Almerico non ci voleva pensare, e ci ritornava sempre col pensiero, come porta qualche volta la necessità, più forte di tutte le nostre ripugnanze, di tutte le nostre risoluzioni.
Ci sono i momenti, ed anche lunghi, se Dio vuole, che le nostre relazioni sociali non ci dànno altro che piaceri. L’uso delle visitine, a mano a mano più frequenti e più lunghe, i grati incontri, le gaie conversazioni, i piccoli servigi scambievoli, e via via tutte le bellezze di una intimità di secondo grado, consolano l’animale socievole, che gode di tutte le eleganze, di tutte le raffinatezze, delicatezze ed armonie della vita. Qualche filosofo sostiene che siamo al mondo solamente per questo; ed anche quelli a cui sembra che ci siamo per altri uffizii, godono ciò non ostante di queste bellezze, fino a tanto che dura la gioventù, come in Almerico di Montegalda, o se ne fanno una cara abitudine anche nell’età matura, come nel caso del commendatore Buonsanti di Carpigliano. Ma viene il momento che questa dolce intimità vi regala le sue noie; quando, per esempio, si rovesciano su voi, consolatore preparato, i dolori della intimità di primo grado, a cui non avevate aspirato mai. E allora vorreste non esserci, a quel posto di fiducia; vorreste esser rimasti nel terzo, dove non giunge l’eco di certe afflizioni, e dove, quando pure si tratti di una sventura domestica, siete facilmente sciolto da ogni obbligo, e liberato di pena, con un biglietto di visita. Maraviglioso, stupendo, salutare biglietto di visita! Un giorno, tant’anni fa, venne la moda di stampare sugli angoli le quattro formole d’uso: «per visita, per congedo, per condoglianza», e.... non so bene che altro: forse «per augurio». Si faceva un corno, un orecchino, là dove occorreva, e così, senza bisogno di scrivere, l’obbligo della cortesia era adempiuto. La moda durò poco. Parve orribile, e non era che ingenua. Il biglietto di visita aveva detto in quel giorno il suo segreto: il segreto d’Arlecchino.
Almerico aveva promesso di ritornare, e presto, ma non aveva detto quando, e indugiava. Che cosa sarebbe andato a dire? Peggio, poi, per quello che sarebbe andato a sentire, delle gesta di Massimo! Notate che a lui Massimo non aveva scritto da Napoli, neanche per fargli sapere a che albergo fosse smontato. Tanto aveva paura di ricevere una lettera sua!
Due giorni dopo la sua visita alla duchessa Serena, il nostro giovinotto era seduto nel suo gabinetto, quando giunse l’usciere e gli disse:
— Signor conte, chiede di lei il commendatore Buonsanti. —
Per una volta, l’amico si serviva della commenda, e rinunziava al cavalierato, che poteva prestarsi a più ristrette interpetrazioni.
Almerico andò nel salotto, dove il Buonsanti aspettava.
— Buon giorno, amico! — gli disse il commendatore. — È dunque vero?
— Che cosa? — domandò Almerico.
— Che sei guardasigilli. Stai tanto a guardarli, i tuoi sigilli, che non ti curi più se ci sono degli amici a questo mondo, o se son passati nell’altro, cosa che dovrà pure un giorno accadere, e tu non te ne darai per inteso!
— Io? — disse Almerico. — Che discorsi son questi?