La spada di fuoco

Part 5

Chapter 53,809 wordsPublic domain

— La tua leggerezza, perbacco! Ti troverà leggero, e dirà che non meritavi di esser pianto. Ora, mio caro Massimo, per giungere a questo fine, non mi par necessaria una bugìa così grossa.

— Ma pietosa; — soggiunse Massimo.

— Pietosa, ma grossa; — ribattè Almerico. — E son io che debbo dirla! So bene che si calmerà; con me, poi, fingerà di calmarsi anche prima, non dolendosi d’altro che della tua perdita al giuoco, se pure vorrà prestar fede al racconto. Ma io, quando saprà il vero, che figura ci avrò fatto?

— Ebbene, — disse Massimo, — io ammetto che la cosa vada come tu prevedi. Ma qualcheduno ci vuole, per aiutarmi. Quanto a me, non posso andarci. Fossi matto! Ho parlato tanto, che non saprei come liberarmi dal viluppo delle mie parole.

— C’era il miele, nelle tue parole! — esclamò il Montegalda. — Il miele è appiccaticcio.

— Bella scoperta! Ma tu che la fai, devi anche intendere che io non posso più presentarmi. La fuga è il minor male; ma la fuga non salva ancor nulla, se un amico non s’intromette e non parla per me.

— Sì, con la bugìa! — disse Almerico. — Perchè non puoi caricartene tu? scrivendo, per esempio?

— Scrivere! che cosa?

— Quello che hai detto a me. —

Massimo stette alquanto sovra pensiero; poi disse risoluto:

— Si può farlo. Dammi un foglio di carta.

— È tutta con le mie iniziali. Scriverai domattina. Intanto, la notte porta consiglio, e penserai meglio alla sciocchezza che vuoi fare.

— Oh, ci ho pensato abbastanza. Tieni bene in mente ciò ch’io ti dico. O tu mi rendi il servizio da amico che ti chiedo, aiutando le cose a cader dolcemente; o io le fo cadere rumorosamente, e penso in cuor mio che tu, per essere un amico d’infanzia, potevi trattarmi un po’ meglio. È un inferno, caro mio, continuare così, ed io non ci posso durare.

— Bada, Massimo, bada! non rinunzierai tu al paradiso?

— Di’ quel che vuoi. Per me è l’inferno. Son fuori di me; ho perduta la testa.

— E dove andrai, si può sapere? — domandò il Montegalda.

— A Napoli.... per ora.

— Come? I Lockwood vanno a Napoli?

— Sì; — mormorò Massimo, chinando gli occhi vergognosi; — tra pochi giorni. Non si son fermati tanto a Roma, che per assistere alla prima dell’Apollo.

Almerico di Montegalda chinò la fronte anch’egli e rimase un istante pensoso.

— Povero Massimo! — esclamò. — Sei bene impaniato!

— Ah sì! ci ho le penne maestre.

— E poi durerà come l’altro! — riprese il Montegalda. — Anzi, durerà meno, perchè qui non ci hai nemmeno le circostanze in aiuto. È una ragazza, la Lockwood: o si fanno le nozze, o s’infila l’uscio.

— Oh, non sarà il caso, — replicò Massimo, inalberandosi. — Che vuoi, che mi dicano di no? Miss Madge mi vede volentieri; è lei che mi ha parlato di Napoli, manifestando il desiderio di avermi per guida. La madre, dopo che ho ballato con lei, non vede altri che me. Figùrati! dice che gl’italiani non sanno ballare, e che io solamente so. A dirtela in confidenza, così asciutta come pare, è una foca, ed io ci ho preso un dolore al braccio, per farla girare. Quanto al padre, che ti dirò? L’americano è felice, perchè farà la figliuola contessa. Io, da ultimo, vorrei esser re, per farla regina. Vedi dunque che l’accordo è perfetto.

— Egregiamente! — disse Almerico, che si sentiva stanco di quella lunga chiacchierata. — Come scriverai?

— Come vorrai tu, — rispose Massimo.

— Io, caro amico, ti prego a credere che non vorrò nulla. Sei tu che crei questo nuovo mondo, per liberarti dal vecchio.

— Hai ragione. Scriverò dunque press’a poco in questi termini. Una disgrazia.... son rovinato.... debbo partire sul momento. O salvarmi, se ci riesco, o sparire. Il conte di Montegalda che ha il mio segreto....

— È troppo, — interruppe Almerico. — Io non ho altro segreto se non questo: che la tua è un’invenzione. Cambia, te ne prego.

— Ebbene, — ripigliò Massimo, — diremo così: il conte di Montegalda, a cui ho narrato queste cose, potrà dirgliene più lungamente. Io non potrei farlo, nello stato in cui sono. Eccoti dunque il concetto; — concluse Massimo, — scriverò la lettera domattina, la manderò, e sparirò.

— Ci penserai prima, non è vero, — disse Almerico, — ci penserai ancora due volte? —

Massimo di Riva era ostinato; gli pareva di avere architettata una favola stupenda. Conosceva il Montegalda per un savio giovanotto, per un amico buono e compassionevole. «Egli aggiusterà tutto» concluse Massimo tra sè, prendendo congedo dal suo compagno d’infanzia.

IV.

Buon avvocato e causa cattiva.

Almerico di Montegalda era rimasto pensoso. Che stravaganza, quella di Massimo! E così, come i bovi, quando li ha pinzati l’assillo, così gli uomini, dunque! Un bel caso per la scienza moderna, che riduce tutte le azioni degli uomini ad una maggiore o minor quantità di pazzia! Amato da una delle più belle donne di Roma, che era per giunta una donna notevole per altezza di pensiero, per delicatezza di sentimento e per dignità di carattere, vicino a raccogliere il premio legittimo di una corte assidua che lo aveva tanto onorato, il conte Massimo di Riva, mutato da un giorno all’altro, se ne andava sulle orme di una bionda straniera, che gli aveva detto: «veramente?» a denti stretti, e della cui famiglia non conosceva niente più dell’albergatore che le aveva affittato il quartiere sul Corso, o del banchiere presso cui era accreditata? Ah sì, davvero, un bel caso di pazzia! E come aveva ragione la scienza moderna a concludere che non ci sono teste sane per tutti i trecento sessantacinque giorni dell’anno!

Questo era, se è lecito di chiamarlo così, il pensiero filosofico di Almerico di Montegalda. Per solito, filosofiamo sui casi degli altri; ma non ci è dato di filosofare egualmente sui nostri. Almerico provava tutte le ripugnanze della difficoltà, o, se volete meglio, tutte le difficoltà della ripugnanza, ad eseguire la commissione di Massimo. Si può e si deve render servizio ad un amico, accompagnandolo in una congiuntura solenne, assistendolo in un momento critico, e magari coprendolo discretamente in un giorno felice. Ma andar per lui da una dama, e dire a questa dama: «badate, egli è partito, ed ecco qua le ragioni che debbono consolarvi», è un.... che so io? un altro paio di maniche. Dirle una bugìa sarebbe ancora il meno. Ma doverla dire, con aria di compassione, ad una donna come la duchessa di San Secondo, non era solamente un altro paio di maniche; era addirittura un abito nuovo, e non tagliato per lui.

Almerico andava in casa della duchessa, ed anche con una certa assiduità, come sapete; ma non aveva altrimenti confidenza con lei. Le persone educate, nelle loro relazioni sociali, si somigliano un po’ tutte; e le signore, che si vedono soltanto nelle loro ore di ricevimento solenne, hanno tutte una medesima figura morale. Chi può dire di conoscere una donna, dopo averla veduta cinquanta volte in società? È facile ad un uomo, in società, di mostrare i propri difetti; la donna sa nascondere molto bene anche quelli, ed anche quando lascia scorgere i minori, i più comuni, che sono poi come gli spiccioli della sua moneta, destinati ai bisogni della conversazione, ella non mostra mai il suo intimo carattere, nè quel complesso di linee, di angoli e di sottosquadri, che formano la personalità vera, sotto la maschera gentile ma fredda, sorridente ma inanimata, della gran dama pel consorzio de’ suoi pari, che potrebbero anch’essere i suoi inferiori. Come avrebbe accolti la persona vera i discorsi ch’egli, povero Almerico, doveva fare alla donna da lui conosciuta, cioè alla dama di tutti i giorni di ricevimento, alla superficie, alla maschera?

Almerico di Montegalda ci pensò una notte e un giorno, senz’altro risultato fuor quello di lasciare senza i promessi aiuti l’amico. Aveva tradito tanto l’amore, il signor Massimo di Riva, che l’amicizia poteva tradire un pochettino anche lui. Almerico non andò quel giorno, nè il giorno seguente, a visitar la duchessa. E non era mica colpevole di mancata parola. Due volte si era incamminato; ma, giunto davanti al portone, aveva dovuto ritornarsene indietro.

— Ah, perdio, non me la sento! — esclamò egli, la seconda volta che fu appunto il secondo giorno dopo il suo colloquio con Massimo. — Ho promesso più che le mie forze non permettessero. Ho poi veramente promesso? Sì, mi pare, gli ho detto, per farla finita con le sue sollecitazioni, che avrei appoggiata coi miei discorsi la sua lettera. Ma è proprio necessario che vada io incontro alle difficoltà? Mettiamo che la duchessa non mi dica niente di averla ricevuta, che non mi parli nemmeno di lui; dovrei io, in questo caso, parlare? No, di sicuro. Dunque, è chiaro che non sono neanche obbligato a correre da lei. Veramente, per esser giusti, non si tratta più di correre, poichè un giorno è passato, e l’altro s’incammina a tenergli dietro. Ma infine, e che per ciò? Massimo ha scritta ieri la sua lettera. Io andrò domani.... o doman l’altro. Tanto, diciamo le cose come stanno, io non so ancora la parte. —

Con questi ragionamenti aveva messo lo spirito in pace. Una pace relativa, come tutte le paci di questo mondo! Il terzo giorno, andando al Ministero, trovò sulla scrivania del suo studio una lettera, che gli fece inarcare a tutta prima le ciglia. La busta era di carta greggia, di filo, coi margini diseguali ed intatti, vera carta a mano, secondo lo stile antico, rimesso oggi in onore; ma, per dar tono di eleganza all’anticaglia, quella busta portava sul capo del suggello un gonfaloncino in rilievo, che i suoi nobili possessori avevano inalberato, come parte dell’arma di famiglia, dopo una certa battaglia navale contro i Turchi, in cui uno dei loro ascendenti aveva combattuto al fianco di Marcantonio Colonna. Sul gonfaloncino era posto «in abisso» lo stemma di rosso, al leone rampante d’oro, addestrato dalla mezzaluna d’argento. Arme parlante, se altra fu mai. E parlante sopratutto agli occhi di Almerico, che riconobbe lo stemma dei signori di San Secondo.

Tremò, il giovanotto, e aperse la busta con un’ansia indescrivibile. Pochi versi erano scritti nel foglio, e si leggevano presto; ma egli si fermò un istante a considerare il caratterino nervoso della duchessa Serena, che nel momento in cui aveva scritto non era certamente in uno stato d’animo pari al suo nome.

Ed ecco, mentr’egli considera, io vi riferisco, senz’altri ragionamenti e supposizioni, la lettera della signora duchessa:

«_Signor conte_,

«Mi hanno scritto che voi sapete una cosa utile a conoscersi, e che potrete riferirmene i particolari un po’ meglio che non mi siano stati accennati. Quando vi vedrò? Sono in casa tutti i giorni, e vi aspetto. Potendo aiutarmi a fare un’opera buona, verrete con la maggior sollecitudine, non è vero?

«Saluti amichevoli.

«SERENA DI SAN SECONDO.»

Almerico lesse, rilesse e poi tornò a leggere, rimanendo anche un po’ istupidito, davanti a quei caratterini nervosi.

— E adesso, che si fa? — aveva l’aria di dire. — Non c’è più da rimandarla da oggi in domani. Io so.... quello che so, pur troppo; ma apparentemente non posso saper niente più di quello che hanno scritto a lei. Basta, ci penseremo; ora lavoriamo. Sua Eccellenza non tarderà molto a venire, e bisognerà avergli finita la relazione. —

Il ministro non ci aveva Camera, poichè, se ricordate, si era nelle vacanze di Natale e Capo d’anno; perciò lavorava e faceva lavorare. Ma quel giorno si avvide che faceva lavorare senza buon frutto il suo segretario particolare. Almerico ci aveva messa tutta la sua buona volontà, ma era facile d’indovinare che il poveretto aveva la testa a tutt’altro.

— Conte, — gli disse il ministro, — oggi avete le lune.

— Le mezze lune, — fu per rispondere Almerico; ma si trattenne in tempo, e balbettò qualche parola di scusa.

— Bene; — ripigliò il ministro; — quando non si può, non bisogna sforzare la mente. Anch’io mi sento i nervi in trambusto. Se vorrete, andremo a fare una scarrozzata.

— Eccellenza.... — rispose Almerico, — quest’oggi in verità.... qualche faccenda di famiglia....

— E perchè non dirlo subito? — interruppe il ministro. — Se è cosa in cui un amico possa servirvi, son qua, fate assegnamento su di me. Se non posso servirvi, come mi par d’intendere dalla vostra mimica, mio caro conte, non voglio trattenervi; andate.

— Grazie! — disse Almerico, respirando. — Vostra Eccellenza ha un gran cuore!

— Ah! — gridò il ministro, ridendo. — Come vi vorrei deputato di opposizione! I miei avversari non me ne dànno mai, di queste consolazioni.

— Per questo, Eccellenza, ci sono gli amici.

— Parlate dei politici? Povero me! Quelli non hanno che favori da chiedere. Voi lo sapete pure, mio caro Almerico, che cosa domandano al ministro i suoi amici politici. I tribunali condannano, e tutti gli amici non fanno altro che domandar grazie, condoni, esenzioni. Se si concede, si è deboli; se si nega, si è crudeli, e valeva meglio l’antecessore. Oh l’antecessore! Quello era un uomo di cuore! amico per i suoi amici! come meritava di essere sostenuto! Del resto, a farlo apposta, non lo hanno sostenuto; l’hanno aiutato a cascare. Benedetto voi, conte, che lavorate tanto per me, senza domandarmi mai nulla!

— Sono qualche cosa di più di un amico politico, Eccellenza! — rispose Almerico, inchinandosi.

— Lo so, e vi ricambio con tutta l’anima, sapete? — disse il ministro, stendendogli la mano. — Ora andate, mio buon amico; andate alle vostre faccende. —

Erano le tre dopo il mezzodì, quando Almerico di Montegalda escì dal ministero, avviandosi verso il Pantheon e di là proseguendo verso il Gesù. Strada conosciuta! l’aveva fatta due volte inutilmente, in due giorni, e forse l’avrebbe fatta inutilmente una terza. Ma per quella volta c’era una lettera, una chiamata, e l’educazione da una parte e l’invito di una bella signora dall’altra, cospiravano a fargli di quella visita un obbligo. Ci son cose da nulla, che bastano a muoverci più delle cose importanti, avendo più forza, su noi, di tutte le nostre ripugnanze. Si va come la biscia all’incanto; ma infine, si va, e questo è l’essenziale.

La duchessa di San Secondo abitava un palazzo nelle vicinanze del Campidoglio: uno di quei palazzi alti e robusti, in cui il travertino e il peperino, con le tinte scuricce, correggono le immani storture architettoniche del Borromini e del Maderno; palazzi di nobile aspetto, e pur così malinconici nella loro grandezza fastosa. È questo, infine, il guaio di tutta l’arte barocca. Vorrebbe attenuare il pesante delle forme con lo spezzato dei contorni, e riece in quella vece al mostruoso. Tutte quelle cornici mozze, tutti quei fregi contorti, tutti quei profili fuor di squadra, vorrebbero essere allegri, e sembrano intanto avvertirci che tutto è caduco nel mondo, anche uno dei loro aggetti, una delle loro volute, che potrebbe cascare da un momento all’altro, e sfondarvi assai più che il cappello. L’arte barocca sogghigna, non ride; sopratutto non sorride.

Non sorrideva neanche Almerico Montegalda, entrando nel portone del palazzo San Secondo. Passò, riconosciuto e salutato da un portiere enorme quanto l’ingresso, e troppo incappellato del pari. Salì al secondo piano, entrò in una vasta anticamera, inchinato da un servitore in alta livrea, e fu introdotto in una gran sala di ricevimento, donde passò in un salottino. Non so che uso sia questo, di ricevere la gente nei salottini. Non siamo noi dunque più fatti per le grandi linee prospettiche? In mezzo alle grandi si va come paurosi, in fretta, seccati del rumore che ci fanno i nostri medesimi passi; non si vede l’ora di esser giunti al porto di rifugio, dove si respira tanto più liberamente, quanto più il porto è ristretto. I nostri nonni non erano già più della statura dei nostri arcibisnonni (parlo al figurato, s’intende), e ad essi le grandi sale incominciavano a parer troppo vaste; tuttavia ci restavano, usando l’arte di tagliare a spicchi l’ambiente, facendo con mensole, paraventi cinesi, canapè ed altri arnesi consimili, tanti piccoli ridotti nel grande, che li comprendeva tutti sotto un medesimo padiglione. Il cavaliere, o l’abate, quando aveva detto nel suo angolo una cosa molto arguta, poteva arrovesciare la testa sulla spalliera del seggiolone, e vedeva in alto un trionfo d’imperatore romano, un banchetto di Dei, un’Aurora in tiro a sei, e ciò lo riposava dallo sforzo. Nei salottini d’oggidì, quando si è detta una cosa arguta, si può essere modesti quanto si vuole, ma si ha sempre timore che scoppino le pareti, o salti in aria il soffitto. Forse per questo tanta brava gente dà un tuffo nello scimunito. Non è debolezza di mente, credetelo; è compassione per i padroni di casa.

Io ho sempre pensato che i padroni di casa siano in questo particolare più infelici che colpevoli. Anche la moda è governata dal tornaconto, e il tornaconto, in questo caso, ci consiglia senz’altro la mano del tappezziere. Forse anche tutti questi rimpianti non sono altro che sottigliezze di spirito infermo, che anela ai vasti orizzonti, e sarà molto più bello di una gran sala seminuda il salottino fiorito, imbottito, partito a quadrelli, a losanghe, pieno zeppo di belle cosine d’ogni forma e d’ogni stile, che son lì pigiate, accatastate, perchè non facciano a pugni tra loro. Sia bello o brutto, poi, è forse meglio di seguire l’andazzo, come faceva la duchessa Serena: anche per cansare il rischio di sentirsi dire da un’amica: — Come puoi stare così al largo? Io ci morirei dal freddo in estate! —

Non era giorno di visite, quello; ma tutti i giorni può capitare l’amica intima, che si annunzia con un bigliettino, o viene alla ventura, per una cosa o per l’altra, magari per nulla, che è il motivo più importante e il più giusto delle visite. Le amiche intime sentono ancora qualche volta il bisogno di portarvi una notizia e un conforto; se si tratta di un dispiacere, non vogliono che vi sia dato da altre che da loro, perchè esse ci hanno più grazia, e sanno all’occorrenza addolorarsi con voi.

Almerico di Montegalda, affacciandosi sulla soglia del salottino, temeva già di doversi trovare da solo a sola con la duchessa Serena. Per fortuna, c’era compagnia: non molta, poichè si trattava di una dama soltanto, ma che faceva per molte, poichè era la baronessa Coselli, quell’amabile chiacchierina che sapete, o che potete immaginarvi, se non avete pratica della società romana. La baronessa Coselli era venuta a vedere perchè mai la sua buona amica Serena mancasse la sera innanzi al famoso concerto dello Zskotche (pronunziate come vi pare, ma sternutando); un concerto maraviglioso, che pur troppo sarebbe stato l’unico, essendo il celebre pianista aspettato in settimana a Parigi.

— Anche voi mancavate, Montegalda; — disse la baronessa, volgendosi al nuovo venuto.

— Baronessa, io non conto, e dove sono mi contento di far numero; — rispose Almerico. — Spesso il lavoro mi trattiene allo scrittoio, e questi giorni, per l’appunto, il mio ministro....

— Era più nervoso del solito? — interruppe la baronessa.

— Non saprei dirvi; — rispose Almerico. — Non so neanco che sia tanto nervoso, da esser citato come un caso patologico.

— Ma, lo dicono tanti!

— I suoi nemici, baronessa, e voi non potete esser tra questi.

— No, davvero; anzi tutt’altro. È un uomo d’aspetto molto simpatico, il vostro ministro.

— E d’animo altrettanto gentile; — riprese Almerico. — Per nessuna ragione al mondo egli direbbe una parola spiacevole a chicchessia.

— Bella cosa! — esclamò la baronessa. — Gli vorrò bene anch’io al vostro ministro.

— Debbo dirglielo, baronessa? — domandò il giovanotto, sorridendo.

— No, per carità! — gridò la baronessa, simulando uno spavento che non sentiva affatto. — Voi non siete uomo da fare di queste ambasciate, neanche per celia. Sebbene, — soggiunse, con una sospensione malignamente lunga, la graziosa signora, — è voce universale che voi, conte Almerico, vi teniate troppo volentieri in seconda linea, dove potreste coi meriti vostri esser primo. Non siete l’eroe di nessun romanzo, voi! siete l’amico, il fratello, il consigliere....

— Dite pure il confidente da tragedia! — aggiunse Almerico, accettando lo scherzo.

— No, confidente no, — riprese la baronessa; — ma c’è per esempio nella «Corinna» della signora di Stael un principe siciliano, che vi somiglia tanto tanto. A proposito, che ne avete fatto del vostro lord? del conte di Riva? L’avete lasciato partire così solo soletto per Napoli? —

La duchessa Serena sorrideva a quella piccola scherma di motteggi, come si sorride in società, anche quando non se ne ha punto voglia, per semplice convenienza e per essere dispensati dal prendere nella conversazione una parte più viva. Ma a quell’accenno di Napoli la duchessa non sorrise più, e volse uno sguardo pieno di stupore ad Almerico, quasi volesse dirgli: — che novità sono queste? —

Almerico intravvide il lampo di quegli occhi; ma non era più tempo di confondersi. La domanda incalzava, e a quella bisognava rispondere.

— Baronessa, — incominciò egli, facendo bocca da ridere, — voi capirete che io non posso sostenere una parte così bella fino all’ultimo. Non sono il principe siciliano, io; sono segretario particolare al ministero di grazia e giustizia, con obblighi d’orario quotidiano, ai quali non vorrei mancare, se anche il mio ministro me ne concedesse licenza. Se non fossi suo segretario, andrei sostituto procurator generale presso qualche Corte d’Appello. Vedete che lunghezza di titolo! E se anche mi sbalestrassero a Napoli, avrei il dolore di non ritrovarci l’amico mio, che non è andato laggiù.

— Davvero? Ed io che avevo sentito!... Anzi, guardate, lo avevano veduto partire. Chi me l’ha detto? Non so più, ora; ma certamente ieri l’altro, in una conversazione delle cinque ore. Per dirvi tutto, si voleva anche vedere nella partenza del vostro amico.... e nella sua coincidenza con un’altra partenza....

— Ahi! — disse Almerico. — Ci siamo. —

Capirete, per altro, che disse dentro di sè, meditando le parole, senza lasciarle sfuggire di bocca. Alla baronessa Coselli diceva in quella vece, inarcando le ciglia:

— Coincidenza!... Non capisco.

— Sì — rispose la baronessa — coincidenza di una certa miniera d’argento, che andava a Napoli anch’essa.

— Diamine! Una miniera!... — balbettò Almerico, costretto a seguitare un discorso che gli dava una noia maledetta.

— Una miniera viaggiante; — replicò la baronessa. — Vi fa forse maraviglia?

— Eh, vi confesso ingenuamente che me ne fa, e molta! — diss’egli. — Se si trattasse della Valigia delle Indie, meno male. Quella, oramai, c’è avvezza a viaggiare; ma una miniera....

— Americana e bionda; — aggiunse la baronessa Coselli.

— Allora, — disse Almerico, sforzandosi tuttavia di sorridere, — una miniera d’oro.

— No, bionda e d’argento. Contraddizioni, che volete! Ma non vi parranno più tali, quando saprete che è miss Lockwood.

— Tombola! — fu lì lì per esclamare Almerico.

Ma si trattenne anche qui, e fingendo una tranquillità di spirito che non gli soccorreva davvero, rispose:

— Ah, sì, ho capito: una metafora! Mi avevate già spaventato, baronessa, con le miniere viaggianti. Ma che relazione vedete voi tra il mio amico e.... e quella miniera?

— Non la vedo io; l’hanno veduta altri, dopo aver veduto, scusate la ripetizione! dopo aver veduto il conte Massimo in visita da miss Lockwood al teatro Apollo. Voi già ve lo figurate, conte: si chiacchierò subito. Si chiacchiera tanto, nel mondo! —

Almerico avrebbe voluto dirle: «Parlate per voi, baronessa». Egli disse invece, mettendosi sul grave:

— Signora, io non intendo come e perchè il mondo voglia ingannarsi con così pochi argomenti. Ma ognuno ha suoi gusti, e si contenta a suo modo. Lasciatemi dire, per altro, che questi sono gli effetti di una informazione erronea. Si crede che quella informazione sia vera; si ravvicina ad un fatto che per sè stesso sarebbe insignificante, e lì, come da due brave premesse, si trae una conseguenza....

— È proprio così! — disse la baronessa Coselli.