La spada di fuoco

Part 3

Chapter 33,817 wordsPublic domain

La duchessa Serena represse un piccolo moto del suo cuore. Massimo a teatro? Ah, tanto meglio! Ogni pericolo era svanito, e il conte di Riva sarebbe venuto a vederla. Ma perchè non era egli ancor giunto?

— Ne sono contentissima; — rispondeva frattanto a Nino Mattei. — Sono sempre cose dispiacevoli, questi dissapori tra amici! —

Almerico di Montegalda si era alzato, per prender congedo.

— Ve ne andate, conte? — diss’ella.

— Sì, duchessa, e il perchè ve l’ho detto; — rispose Almerico, sorridendo.

— Vi vedremo qualche volta? — ripigliò, stendendogli la mano.

— Sicuramente! Grazie! — rispose Almerico, inchinandosi di bel nuovo. —

E stretta la mano gentile che gli era proferta, e ripetuto l’atto e il saluto per la marchesa Flora, Almerico di Montegalda prese commiato.

— Guardasigilli, ti saluto; — gli disse il Buonsanti, prendendo l’ultima stretta di mano.

Anche il Mattei non si trattenne più molto. Aveva da fare almeno una dozzina di visite, il poverino. Così, nel palco della duchessa non rimase altri, del sesso forte, che il commendatore... scusate, volevo dire il cavaliere Buonsanti di Carpigliano. Nè per un pezzo capitarono più visite. Almerico, in verità, si era troppo affrettato a dire: ci sarà piena. C’erano tutti, in teatro, i conoscenti della duchessa, gl’inevitabili delle sue veglie e dei suoi pomeriggi; ma tutti stavano ai loro posti, come inchiodati, guardando estatici il bottoncino di rosa, miss Madge Lockwood. Dal bianco della sua semplicissima abbigliatura esciva fuori, come da una candida spuma, quella carnagione rosea, periata, a cui dava risalto la bocca vermiglia, ingenua nella espressione del labbro superiore un tal po’ rialzato, e l’occhio vellutato, spesso attonito, donde qualche volta si sprigionava un lampo d’intelligenza. La bellezza, si sa, è quasi sempre intelligente; bellezza e ricchezza lo sono poi sempre; c’è una miniera di spirito, accanto ad una miniera d’argento. Del resto, miss Madge meritava tutte quelle ammirazioni. Il collo di ninfa, condotto in una linea purissima fin sotto a quell’orecchio fine di cammèo, le ciglia lunghe, i capegli d’oro, il busto che sporgeva bianco dal velluto del parapetto, snello e timidamente rilevato nel timido rigoglio della prima gioventù, quali tesori di bellezza nascente! Entro quella candida spuma l’occhio vagheggiava la forma ascosa, e vedeva una statua di Cleomene, figlio d’Apollodoro, come dice la scritta. L’occhio è un grande indiscreto, e il pensiero è più indiscreto di lui: ma la statua di Cleomene è una immagine che dice e non dice, e la impresto io, per l’occasione, senza essere il padrone legittimo, e neanche il custode della Galleria degli Ufizi.

— Miss Madge, che nome! — mormorò la marchesa Flora. — Margherita non andrebbe egualmente bene, anzi di più? Mi figuro che Madge suoni in inglese come Ghita in italiano. Ma vedi un po’! detto in inglese non è più volgare, per orecchi italiani. Osserviamola un pochino, questa ottava maraviglia. In verità, non pare neanche la figlia di sua madre.

— Per ora; — disse il Buonsanti; — ma poi!...

— Come? credete voi, cavaliere, che abbia da somigliare un giorno a quella... come chiamarla, sua madre?

— Donna Flora, chiamiamola pure giraffa, o manico di granata, — rispose il Buonsanti. — Tanto, non c’è nessuno a sentirci. Quanto a ciò che avverrà, ne son certo. Vedete il collo dell’ottava maraviglia; è un pochino più lungo del necessario. Vedete la testa; è piccina, più lunga che larga. Le spalle non mi paiono neanche alte abbastanza. Date tempo al tempo, e vedrete.

— Ahimè, cavaliere! — esclamò la vecchia marchesa. — Noi non ci saremo più, per vedere. Ed è il presente, che vale; il presente, a cui bisogna guardare. —

Serena sospirò. È il presente che vale! E per il presente, quella fanciulla era la regina del teatro.

La marchesa Flora aveva dato di piglio al binocolo, e lo puntava verso quella figurina di fanciulla, col dorso della mano in fuori, secondo la vecchia costumanza, incomoda ma graziosa tanto, che permetteva di mostrare quella mano al pubblico e di far vedere la pozzetta al gomito, quando il braccio era bello. Abitudine, oramai, in Donna Flora, e non atto premeditato, poichè da un pezzo la marchesa portava il braccio coperto. Ma, lo sapete, anche quando veste il braccio e le spalle, una donna che è stata bella non perde mai la vecchia abitudine.

— È carina, sai! — ripigliò donna Flora, dopo aver minutamente osservata la giovane americana.

— Sì? — disse di rimando Serena, levando anch’essa il binocolo, per guardar la fanciulla.

Era bella come un bel fiore, miss Madge Lockwood; e la duchessa Serena n’ebbe una stretta violenta al cuore. Perchè? C’è egli qualche cosa che ci avverte, vedendo una persona, come se volesse dirci: questa ti farà soffrire? Non andiamo tant’oltre. La duchessa soffriva già fin d’allora, pensando che se la bellezza di miss Madge era molta, non era altrimenti nuova, nè strana; che ella pure, la duchessa Serena, era stata un giorno così, un bel fiore appena sbocciato. Non l’avevano paragonata alla rosa, che dieci anni addietro non era più, o non era ancora ritornata alla moda; l’avevano paragonata alla «Vergine di Colle beato», che era tuttavia la regina delle camelie, ahimè prima che per essa e per tutta la sua numerosa famiglia si mutasse, insieme con la moda, il gusto del pubblico. Ed era una festa, dovunque ella apparisse, e i cuori volavano a lei, visibili immagini entro una atmosfera vermiglia, ardente del fuoco di mille desiderii. Così era stata ancora da sposa, e forse di più, perchè più fatta, più rigogliosa e fiorente. Le ammirazioni erano cresciute, i cuori volavano più numerosi, più ardenti, e tra quelle vampe più fitte fremevano le prime audacie della giaculatoria, della invocazione, della preghiera, mormorata con accento profondo, quasi singhiozzata, tra i versetti dell’inno. Ahimè, quanto era durato l’incantesimo, per cui aveva potuto credersi una divinità scesa in terra? Dove era andata quella dolce illusione che non dovrebbe nascer mai, o non morire mai più?

L’illusione aveva fatto capolino, per un istante, al primo riapparire della duchessa Serena in teatro. Di quelle ammirazioni, come di un grato aroma, aveva aspirate le più sottili fragranze, e dentro di sè ne aveva fatto omaggio, come suole una donna amante, al diletto del cuor suo. Ed egli frattanto non appariva; ed ella provava intorno al cuore come una sensazione di freddo. Le vampe non salivano più a lei, non la circondavano più; quella colonna di fuoco, visibile agli occhi dello spirito, andava su su ad involgere quella fanciulla bionda e rosata; d’ogni parte a miss Madge lunghe occhiate d’invidia, lunghe occhiate di desiderio. Invidia o desiderio, ammirazione o gelosia, che importano i nomi? Una sola è la cosa: il trionfo.

E Massimo non appariva ancora. Come si sentiva sola in quella moltitudine! Tutto ad un tratto si aperse l’uscio del palchetto. Oh, finalmente! era lui? La duchessa volse gli occhi a guardare. No, non era lui: erano i due fratelli Siamesi. Vogliate scusarmi, il nome non l’invento io. So bene che quei due giovani personaggi si sarebbero potuti chiamare più nobilmente i Diòscuri, Castore e Polluce, anzi, poichè si era in Roma, a dirittura i Càstori. Ma che ci volete fare? Siamo in tempi prosaici, e a chi aveva imposto un nome ai due personaggi inseparabili era parso di dire una cosa meglio intesa da tutti, chiamandoli i fratelli Siamesi. Non erano già appiccicati da un muscolo comune; ma il legame morale che li univa era ancora più visibile di ogni vincolo materiale.

Non erano nati ad un parto; eppure si erano avviati a scuola nel medesimo giorno. Il maggiore aveva aspettato un anno il minore, per andare con lui ad attingere alle fonti del sapere; insieme avevano fatte le medesime classi, e ricevuti perfino i medesimi premi. «Pares merito», come si diceva nelle antiche scuole! Fosse per giustizia assoluta, o per giustizia relativa, o perchè meritassero il premio tutt’e due, o perchè non si volesse aver aria di commettere parzialità a danno dei terzi, i maestri solevano dare un premio di diligenza a tutt’e due; era l’ultimo, e non faceva nascere invidie troppo forti. All’università si erano laureati il medesimo giorno. Spettacolo commovente per la famiglia! due tesi stampate, due corone di lauro, due avvocati, in quel giorno, nella medesima casa! Ma non si spaventi nessuno; non mi dica nessuno che due avvocati sarebbero già abbastanza per un rione. I nostri due laureati erano ricchi, e non dovevano patrocinare. Dio buono, se avessero mai dovuto cogliere le medesime palme alla sbarra, polverizzare due volte in un giorno il faticoso edifizio dell’accusa! No, no, questi pericoli erano fortunatamente evitati. Ci sarebbe stato quello che prendessero la stessa moglie; ma erano avvocati, e non avevano durato fatica ad intendere che la cosa non sarebbe stata legale. Per altro, si rifacevano di quel piccolo guaio, restando scapoli ambedue. Marciavano sempre in pariglia; facevano insieme le stesse visite, dicevano le medesime cose; o più veramente, uno diceva e l’altro ripeteva. Se eran cose da dover ridere, ridevano insieme, o alternamente, secondo i casi.

Erano baroni tutti e due; ma, perchè viveva il babbo, li chiamavano anche i baroncini. Biondi, rosei di buccia, come due mele appiole; uno aveva molta barba, e l’altro un po’ meno; per pareggiare, portavano ambedue la faccia rasa. IL più alto andava a capo chino, il più piccolo a capo diritto, ed anche in questo riescivano a far pari. Uno si chiamava Pietro e l’altro Paolo, sicchè il loro onomastico ricorreva nel medesimo giorno: il ventinove di giugno, salvo errore.

La duchessa Serena fu costretta a godersi la conversazione di tutti e due per una mezz’ora buona. Povera «Aida», se a quell’ora la bella e malinconica dama avesse ancora avuto desiderio di ascoltare la musica!

— E così, duchessa, si diverte? — diceva Pietro.

— Le piace lo spettacolo? — soggiungeva Paolo.

— Una bella mostra di fiori in teatro, le pare?

— C’è da scegliere, non è vero?

— Dite barone, — interruppe la marchesa, per introdurre qualche novità nel discorso, — quale scegliereste voi? —

Paolo rimase un po’ sconcertato, e si volse a Pietro, che rispose per lui, sorridendo:

— Si capisce, marchesa... non c’è da domandare.

— Non c’è da dubitare nemmeno, — soggiunse Paolo, sorridendo anche lui.

— Lasciamo i presenti, — disse la vecchia marchesa, che ci si divertiva mezzo mondo. — I presenti non contano.

— Se è per obbedirla! — disse Pietro.

— Se è per contentarla! — soggiunse Paolo.

— Obbedite e contentate, — replicò Donna Flora. — Che vi pare della Polidori?

— Non c’è male.

— È passabile.

— Non vi riscaldate molto, a quel che pare. E della Santangeli?

— Bella, sì, ma infine....

— C’è di meglio, marchesa!

— Ah, bravi! Avete dunque una preferenza? Meno male. E tutti e due per la stessa?

— Perchè no? Quando si ammira!...

— Quando si ha da dire la verità!

— Avanti dunque! che cosa preferite? Sentiamo.

— Marchesa, ci sono certi raggi filati! — rispose Paolo.

— Raggi filati, marchesa! — ribadì Pietro.

Per quella volta la marchesa Flora dovette tener bordone a quei due, e ripetere la stessa frase anche lei.

— Raggi filati! — esclamò. — Che roba è?

— La novità della serata; — rispose Paolo.

— L’ultimissimo figurino; — soggiunse Pietro. — Veda qui presso, tre palchi dopo questo.

— Ah, davvero? L’americana?

— Sì, per l’appunto.

— E dite raggi filati!

— Perchè no? — rispose Pietro. — Non si dice aria tessuta? Non si dice capegli d’oro? Non si dice anche oro filato?

— Qui, — soggiunse Paolo, — è un oro filato, che risplende come il sole. Si potrà dir dunque raggi filati. —

E rise, il baroncino Paolo, e gli fece la terza il baroncino Pietro.

— Benissimo! — disse la marchesa. — E l’avete trovata voi, signor Paolo?

— No, marchesa, — rispose questi, facendosi rosso, — è mio fratello Pietro!

— Complimenti a voi, dunque!

— Oh, non è il caso, — disse Pietro. — A me era venuta senza pensarci; è mio fratello Paolo che l’ha osservata.

— Nobile gara tra fratelli! — esclamò Donna Flora. — Diciamo dunque raggi filati. È carina, la frase, carina tanto! Non pare anche a te, Serena? —

La duchessa rispose con un leggero movimento di labbra. Ella oramai non poteva più sorridere. Poco dopo, offrendole la marchesa di cambiar posto, accettò; ma, com’ebbe ceduto il suo all’amica, ella si ritirò in fondo al palchetto, pregando uno dei Diòscuri di far riscontro a Donna Flora.

— Che hai? — domandò questa all’amica.

— Niente; — rispose Serena. — Mi dà un po’ noia la luce.

— Già! — disse il Buonsanti. — Con tanti raggi filati!

— Oh, ci son quelli del gas, che stasera sono più molesti del solito; — replicò la duchessa, non volendo sentir l’allusione, del resto involontaria, del cavaliere degnissimo.

E rimase nel suo angolo, all’ombra, felice in apparenza di aver cansato il riverbero di quella gran luce; mentre i due fratelli si offrivano il posto buono a vicenda.

— Vada Pietro; — disse il Buonsanti, per far finire la scena; — Pietro è il principe degli apostoli.

— Grazie; — rispose Pietro. — Ma Paolo è l’apostolo.

— Già, per antonomasia! — soggiunse Paolo.

— Bravi, bravi! — esclamò la marchesa. — Gareggiate sempre; non vi sorpassate mai. Se tutti facessero così, non ci sarebbero più gelosie, nè invidie, nel mondo. Non ti pare, Serena? —

Serena rispose con un altro cenno del capo. Non sorrideva più, non coglieva più il senso. Povero regno finito! il regno effimero, il regno della luce, dei raggi, degli ardori! Quanti madrigali, una volta, quante ammirazioni e quante frasi per lei! Ora non più; la gran folla aveva un altro argomento alle sue ammirazioni; per altre bellezze torniva le sue frasi, cesellava i suoi madrigali. E Massimo era comparso in teatro, e non era salito da lei.

Dieci anni dopo! Dieci anni! Triste cosa, quei dieci anni dopo, nella bellezza, nella gioventù di una donna!

III.

Servizio da amico.

Escito dal palco della duchessa, Almerico di Montegalda aveva fatto due altre visite, e, dopo aver fumata una spagnoletta nell’atrio, se ne ritornava dentro, per andare a prendere posto nella sua poltrona, volendo sentire a suo bell’agio i due ultimi atti dell’opera. Ma aveva fatti i conti senza l’oste, il nostro bravo Almerico. Entrato a mala pena nel corridoio, s’imbattè nel conte di Riva.

— Oh, Massimo, buona sera! — gli disse.

— Buona seral — gli rispose quell’altro, un po’ seccato dell’incontro e desideroso di proseguire la sua via.

Almerico non aveva nessuna ragione per trattenerlo; ma credette necessario di dirgli:

— Sei stato dalla duchessa di San Secondo?

— No, — rispose Massimo.

— E non fai conto di andarci?

— No, stasera non posso.

— Bada! — disse Almerico. — Non ti avevo fatto una domanda per sapere che non puoi, bensì per raccomandarti... di potere.

— Raccomandarmi! E perchè?

— Perchè ci sono stato io, tra il primo atto e il secondo. La signora non era molto tranquilla, per quella certa questione d’onore, in cui eri impegnato come padrino.

— È finita, oramai, con una stretta di mano; — rispose Massimo.

— E gliel’hanno detto, me presente; — replicò il Montegalda. — E le hanno detto ancora che tu eri a teatro. —

Massimo fece un gesto di stizza.

— Ah, maledette lingue! — esclamò. — C’è egli bisogno di andare attorno, per raccontare a questo e a quello chi s’è visto e chi non s’è visto? Tessere il discorso con gli affari degli altri è un mostrar chiaramente che non se ne hanno di proprii; non ti pare?

— Così penso ancor io; — disse Almerico. — E con tutto ciò, sono stato lì lì per fare lo stesso. Veramente, non era per un moto spontaneo; — soggiunse il giovanotto. — La duchessa Serena mi aveva chiesto se sapevo niente della questione tra il Riccoboni e il Savelli.

— E tu?

— Ed io lo dissi che la credevo finita. Ma mi balenò alla mente che a te potesse premere di non farla finita così presto, e soggiunsi che non sapevo nulla di certo, che manifestavo solamente una mia speranza, che esprimevo anzi un mio desiderio. Ma che vuoi? gli altri, sopraggiunti a far visita, non furono così discreti come il tuo povero amico.

— Grazie! — disse Massimo. — Grazie a te, per la buona intenzione. Avevo bisogno di un po’ di tregua... nella mia felicità! E le hanno detto ancora che io ero in teatro?

— Sì, ed anche in principio di spettacolo. Capirai! Perciò ti ripeto, va a far la tua visita.

— Non posso.

— Non puoi?

— Non posso, non devo e non voglio.

— Ah, diamine! Un caso grave, adunque! — osservò il Montegalda. — C’è qualche nube per aria? Gelosie, forse? Avresti il torto, perchè non ne vedo argomento. —

Massimo rispose a quella riflessione dell’amico con una crollata di spalle.

— Oh Dio! — mormorò. — Vuoi proprio saperlo?

— No, non voglio, io; — disse Almerico. — Perdonami, anzi, se sono stato indiscreto con la mia domanda, e forse imprudente con la mia buona intenzione. Non c’è amicizia, lo capisco io per il primo, non c’è amicizia che giustifichi la spontaneità di certi servizi.

— Senti, — rispose Massimo, vedendo che quell’altro si metteva sul grave, — fammi il piacere di non ritirarti ora nel castello delle cerimonie. Ti ho ringraziato poc’anzi; ho dunque ammesso implicitamente la buona intenzione tua e il servizio che mi hai reso. Ora, se io te ne chiedessi un altro?...

— Sarei qui pronto a’ tuoi ordini; — disse Almerico.

— Sì, — mormorò Massimo, — sei capitato in buon punto. Ma bada, sarà un discorso lungo, e tu dovresti sacrificarmi questa ultima parte dello spettacolo. Hai da fare, tu?

— No, mio caro, son libero, e di testa e di cuore.

— Beato te!

— Come lo dici!

— In quel modo che si dicono queste cose. Ti pare strano che io t’invidii? Ho il cuore in fiamme, la testa fuori di squadra, e un diavolo per occhio.

— Povero Massimo, quante disgrazie in una! Vieni dunque, e lasciamo «le foreste imbalsamate» per un’altra sera. Dove vuoi che andiamo? Da te?

— No, — rispose Massimo, — è troppo lontano, dai Santi Apostoli. Non abiti tu qui presso?

— Eh! — disse Almerico. — Qui presso, non tanto! a Fontanella Borghese. Ma perchè ad ogni modo bisognerebbe passare di lì o molto vicino, andiamo pure a casa mia. —

Erano scesi, frattanto, e avevano presi i loro pastrani dal custode.

— Anch’io ero sciocco, — borbottava Massimo — a credere di poter dare una capatina in teatro, senza essere veduto e annunziato alle turbe.

— O perchè venirci, allora?

— Non te l’ho detto? ero sciocco.

— E perchè poi esser sciocco?

— Perchè... perchè sono innamorato.

— Questo lo sapevo, — disse Almerico. — Ma è sempre bene sentirlo dalle tue labbra, perchè già incominciavo a dubitarne.

— T’inganni, — mormorò Massimo. — Io non ti parlavo... di lei.

— Allora, — replicò Almerico, — io non capisco più nulla.

— Vieni, ti dirò tutto quando saremo a casa tua, — disse Massimo. — Tu sei un vero amico; tu puoi rendermi un grande servizio. Non so ancora quale, o in che modo; ma tu vedrai, giudicherai, e con la tua esperienza troverai quel che bisogna. Perchè, vedi, è necessario trovarla, una via; altrimenti, io sono un uomo perduto. —

Almerico di Montegalda incominciò a spaventarsi. Veramente, il linguaggio di Massimo era sempre un po’ esagerato; ma, anche a voler fargli la tara, il turbamento del conte di Riva, quella sua medesima ripugnanza a recarsi nel palco della duchessa di San Secondo, indicavano già che il caso era grave. Dopo quella chiusa tragica: «sono un uomo perduto», Almerico non ebbe più coraggio di ridere.

— Andiamo, via! — diss’egli, mettendo amorevolmente una mano sulla spalla di Massimo. — Non veder le cose tanto brutte. Se una via si ha da cercare, si cercherà e si troverà. Eccoci intanto a casa. Vieni con me, sono a mala pena tre scale. —

Massimo di Riva seguì l’amico, senza far altre parole. Giunto al secondo piano della casa, fu introdotto nel quartierino tranquillo, dove Almerico di Montegalda aveva raccolti i suoi vaganti penati. Era scapolo, il nostro Almerico, ma era anche avvocato, e in quel piccolo quartierino di tre stanze il salotto si era tramutato in uno studio, dove, scambio di sofà, di cantoniere, di quadri, si vedevano scansìe piene di libri. Unica eleganza, sulla tavola rotonda che stava in mezzo alla sala, sorgeva un minuscolo cavalletto da pittori, e su quel cavalletto era posto un ritratto.

Al primo raggio di luce che Almerico aveva ottenuto, accendendo un torchietto di cera, Massimo vide il ritratto, chiuso in una bella cornice di velluto, e non seppe resistere alla tentazione di guardarlo da vicino. Niente donne, in casa di Almerico! Quello era il ritratto di Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia.

— Ah, meno male! — esclamò Massimo. — Credevo già che tu pure dovessi cedere al capriccio di far vedere a tutti la vera e miracolosa effigie di Nostra Signora del perfetto amore. Son pur curiose, le donne, con la loro manìa di far sapere certe cose!

— Non mi pare che abbiano poi tutti i torti; — disse Almerico. — Se regnano nel cuore di un uomo, è giusto che vogliano regnare nella sua casa; non foss’altro, per discacciarne le altre, o per tenerle lontane.

— Eppure, tu non ce l’hai in mostra, il ritratto della tua bella; — replicò Massimo che voleva aver sempre ragione. — C’è invece il ritratto del tuo ministro.

— Me lo ha regalato; — disse Almerico. — Non potevo fargli il torto di chiuderlo in un cassetto.

— E quello di Madonna?

— Caro mio, quello non c’è, perchè Madonna mi manca. Hai tu mai veduto il ritratto di una donna che non esiste?

— Eh via! Tu non l’hai, proprio, l’innamorata?

— Non ho innamorata; — rispose Almerico.

— E come vivi? alla tua etàl

— Miracoli, amico mio, miracoli che facciamo noi. Non credere per altro che al ministero di grazia e giustizia siano tutti così. Ti parlo per me, e solamente di me. Alla mia età, non ho innamorata, e la cosa, che ti par triste, ha ancora i suoi piccoli vantaggi. Vedi, per esempio: non mi procuro occasioni di pentimento.,

— Ah, sì! — gridò Massimo allora. — Se tu sapessi come son pentito io! Perchè, infine, queste son sempre catene. Paiono di rose, da principio; e poi, quando uno si prova a spezzarle....

— Sono di ferro, non è vero? — disse Almerico. — Ma bisognerebbe guardarci prima: e vedere se convengono.

— Sì, tu hai un bel dire, tu che hai il cuore tranquillo! Prova a innamorarti, e vedrai se ti basta il tempo di studiare, di prevedere certe cose! Intanto, eccomi qua, come tu mi vedi, capitato male. Compiangimi!

— Scusami, non me ne verrebbe voglia; — disse Almerico. — Una donna così bella!... E così innamorata, poi!...

— Anche tu! — esclamò Massimo. — Anche tu? Caro Almerico! se tu sapessi come le apparenze ingannano! Senti; comunque possa soffrirne la mia dignità, voglio dirti ogni cosa, e davvero sarai costretto a compiangermi. Prima, viveva lui; dunque, come puoi immaginarti, doveri! Lui morto, altri doveri; anzi, doveri più che mai. Queste cose non si dicono, naturalmente; s’indovinano, si sentono nell’aria; e quando non si sentissero, quando non si indovinassero, te n’accorgeresti egualmente, alla prima parola un po’ calda che ti escisse dal labbro. Il dovere è sempre lì, guardia armata, che ti esorta a star cheto, e che al bisogno potrebbe far uso delle armi. L’intimazione, tre squilli.... I regolamenti della pubblica sicurezza son chiari. Nel fondo, una donna fredda, una donna gelata. I francesi hanno scoperto le donne di marmo. Inezie, caro mio! Del marmo si fa ancora la calce, con l’aiuto del fuoco vivo. Ma la donna di neve! ma la donna di ghiaccio! Che se ne fa? A me, per tutti i diavoli, è capitata una di queste. Vedi tu il caso mio. —

E si fermò, il conte di Riva, si fermò con l’aria disperata della donna biblica. «O voi che passate per questa via, fermatevi e vedete se c’è dolore che s’agguagli al mio».

— Sia pure; — disse Almerico gravemente. — Ma la vedovanza è finita.