Part 2
La duchessa Serena pianse adunque il marito. Ma il cuore ha i suoi diritti, che non è dato di sopprimere, comprimendolo. Al cessar delle lacrime, la pupilla riappare scintillante come la faccia del sole tra le ultime gocce del nembo. Cessate le strette angosciose della pietà, il cuore riprende i suoi battiti, il sangue scorre vivace e richiama il pensiero ai sogni giocondi della vita. L’uomo che ha saputo misurare e dividere il tempo come lo spazio, ha pure assegnato un termine equo al dolore, come un freno decente agli impeti della gioia. E si obbedisce alla legge, e si contengono quegli impeti, quelle impazienze del sangue. Il nero non è più nell’anima nostra, ma è tuttavia negli abiti; aspettiamo. Il grigio è appena sottentrato al nero, che già l’anima è in festa: aspettiamo ancora. La triste crisalide è presso a rompere i suoi involucri; la farfalletta bianca libererà le sue ali, spiegherà presto il suo volo nella verde allegrezza dei prati. La donna non aveva ancora che le sue passeggiate, in atteggiamento composto, in aspetto severo; rieccola alle feste, ai balli, ai teatri. Il sogno della vita ripiglia il corso interrotto.
Sarà poi quello di prima? senza nulla di mutato? Una piega invisibile, o inavvertita da prima, non darà un altro indirizzo alle cose? Pensando al caso suo, la duchessa Serena poteva sperare di no. Vedeva immutato il suo dolce imperio sugli occhi; doveva crederlo immutato sui cuori. Sopra un cuore, almeno; chè poco, anzi nulla, le premeva degli altri.
Lo spirito più grave ha le sue fanciullaggini, come il più leggero, e si compiace qualche volta di giuocare la sua posta sui capricci del caso. «Se la tal cosa mi va in questo senso — si dice — è segno che la tal altra riescirà intieramente secondo il mio desiderio». Anche la duchessa Serena aveva giuocata la sua posta, e si consolava della sua vittoria. Ammirata con la solita costanza da tutti i suoi vecchi astronomi, probabilmente invidiata da tante nemiche intime, i cui occhi e le lenti si volgevano a lei così spesso, come non doveva ella prendere buon augurio dal fato? Come non doveva esser certa del cuore di Massimo?
Il conte di Riva, lo sapete, non era quella sera a teatro: cosa strana abbastanza per una prima rappresentazione all’Apollo. Ma che volete? c’era di mezzo ima questione d’onore, nella quale Massimo entrava come padrino. Si trattava di rappattumare due vecchi amici, se la cosa era possibile; di stabilire le condizioni dello scontro, se di pace non avessero voluto sapere. Massimo non aveva accettato l’ufficio, che a patto di tentar tutte le vie onorevoli, per giungere ad un lieto fine. Era lodevole l’intento, e giustificata la intromissione di lui. Ma queste buone intenzioni non poteva averle anche un altro? Perchè andava egli a ficcarsi in quei ginepreti? Quando si ama una donna, non si ha forse tutto quel che bisogna, per la felicità del cuore e per la pace dell’anima? E c’è mestieri di altre occupazioni, le quali, alla stretta dei conti, potrebbero guastare quella felicità e turbar quella pace?
Ah! nei primi giorni dell’amor loro, quando ella, dovunque andasse, era sicura di trovare il conte di Riva, e lo vedeva tanto da dolersene, da offendersi quasi della sua insistenza, allora il conte di Riva non aveva amici da condurre sul terreno, o da rappattumare in un camerino di trattoria! Non aveva neanche vecchi zii da visitare e da accarezzare, come qualche volta pur gli accadeva, in quegli ultimi tempi della vedovanza di lei.
Ma non s’ingannava ella forse, dubitando così? Animo, via, un pochettino di ragionamento; bisognava andare al fondo delle cose. Anche quel vivere solamente per lei, dei primissimi tempi, poteva dirsi una bella impresa di Massimo? E non doveva credersi invece che egli avesse danneggiati in qualche modo, con la sua trascuranza, i più gravi interessi? A questo bisognava por mente, non fermarsi alla superficie, alla prima buccia delle cose. Allora, per farsi scorgere da lei, per averne uno sguardo, per dirle con la sua presenza: «vi amo» quanti sacrifizi non aveva egli fatto? Domandarne di nuovi non era egli forse un chieder troppo alla vita di un uomo? La società, infine, ha i suoi diritti anch’essa, come il cuore di una donna; chi vive in società deve rispettarne le leggi; se si hanno relazioni che possono giovare, è onesto di giovare ad esse, coltivandole; se si hanno amici a cui in un giorno di necessità suprema si può chiedere un servizio delicato e pericoloso, occorre saper rendere a tempo un servizio agli amici. Povero conte! anche per lui c’erano le piccole noie; e bastavano quelle piccole noie per costringerlo a lasciare una prima rappresentazione dell’Apollo; niente di meno! Ammessi i costumi e le usanze, bisognava notare anche questo, come un grave sacrifizio per lui.
Così consolata, poichè ci si consola facilmente, quando qualche certezza regna nell’animo, o qualche speranza sorride, la duchessa Serena si mostrò degna del suo bel nome. I suoi grandi occhi morati rifulsero; la sua piccola fronte alabastrina si spianò; l’anima sua, raffidata e contenta, fu tutta alle celesti armonie dell’«Aida».
II.
Raggi filati.
La duchessa Serena provò ad una ad una tutte le soavi commozioni d’una volta. Ed anche le piccole seccature: quella tra l’altre del continuo aprirsi e richiudersi dei palchi, che riesce tanto molesta agli orecchi, durante il primo atto di una rappresentazione. Ad ogni tratto si sentiva il fruscio delle sete, il saltellìo degli sgabelli urtati da un piede statuario, e via via tutto quel complesso di strepiti, mal dissimulati dalla lentezza dei movimenti, che vuol dire al buon pubblico: «guardatemi, son qua io, venuta a bella posta sul tardi». Alle apparizioni delle Dee, sorridenti o accigliate, graziose o solenni, entro nuvole di rasi e di trine, con aureole di diamanti e di perle, seguivano le distrazioni dell’uditorio, le voltate, i bisbigli, i nomi susurrati, i giudizi, le confidenze tra vicino e vicino. Qualche volta ai rumori di curiosità si aggiungevano i segni di disapprovazione. Le Dee non erano sempre di quelle a cui tutto si permette, e i loro strepiti, prolungati oltre il necessario, e il cinguettìo che soverchiava i più delicati passaggi della musica, o balzava fuori più stridulo dagli intervalli delle battute d’aspetto, provocavano le interiezioni della platea, dove protestavano dai loro posti numerati tutti coloro che avevano pagato uno scudo per sentire il canto di Radamès e non il passeraio delle dame ciarliere.
— Zitto là! — brontolava una voce.
— E che? — osava soggiungere un’altra, facendo dare i vicini in uno scoppio di risa. — Siamo forse a ora di vespro sotto gli olmi del Pincio?
Roma, fra tante sue cose buone, ci ha questa, di saper ridere a tempo e di acquetarsi ad un motto scherzevole, anche di poco valore, quando sia detto con garbo. Il popolo romano, ordinariamente così grave, e alle volte così fiero, si adatta, si contenta, purchè gli diciate un’arguzia. Se non gliela dite, non c’è niente di male; basterà lasciargliela dire a lui, che n’ha sempre da rifarvi il resto.
— La Polidori, manco male! — mormorò la marchesa Flora, osservando una signora apparsa dianzi in un palchetto di seconda fila. — Volevo ben dire se non si faceva zittire un po’ lei!
— Ah sì; — rispose il commendatore Buonsanti. — La bella Didina!
— Bella? — ripigliò la marchesa. — La trovate bella, cavaliere?
— Io? no, veramente; dico quel che dicono gli altri. È uso di chiamarla «la bella Didina» ed io ripeto, tanto per intenderci, e senza metterci di mio nè sal, nè pepe.
— Confessate, — replicò la marchesa Flora, — che almeno un po’ di sale ci vorrebbe. Ne ha così poco in zucca, la Polidori! —
Il commendatore Buonsanti sorrise e s’inchinò approvando con tutto il busto, come s’usa a teatro.
— È strana questa usanza di giunger tardi, — entrò a dire la duchessa Serena, che non aveva preso parte alle mormorazioni della sua dama d’onore. — Pare una bella cosa, ed è così brutta! Che ne dite voi, cavaliere? —
Il commendatore trovò che la duchessa Serena aveva centomila ragioni; e allargò gli occhi e inarcò le sopracciglia quanto bisognava per quel numero spropositato.
— Sì, lo ripeto; — soggiunse, — centomila ragioni. Ma una mi basterà. Si è belle e riconosciute regine tra le belle, anche arrivando modestamente le prime. Cosa o persona che abbia un merito reale ed intrinseco, non ha bisogno di trombe e colpi di gran cassa. —
L’osservazione, così volgaruccia com’era, voleva un sorriso: e lo ebbe, in grazia della diretta allusione che l’aveva preceduta. A quel sorriso, a quel premio, il Buonsanti fece gloriosamente la ruota.
Perchè lo chiamavano cavaliere, se era commendatore? Per un vezzo, o lettori, per una quintessenza della moda. Pare una diminuzione, a tutta prima, ed è invece un accrescimento di dignità. La commenda, sì, mio Dio, la commenda sta bene al collo di un gentiluomo, e rompe piacevolmente quella uggiosa monotonia dell’abito di società: «bianco calzato di nero», come si direbbe in araldica. Ma il dare a uno del commendatore, a questi lumi di luna, è troppo poco, essendo troppi i commendati. Voi osserverete che di cavalieri ce n’è dieci e venti volte di più. Sì, veramente, son numerosi come le cavallette nel deserto; ma c’è anche il vantaggio che se ne hanno di tre specie: i troppi di cui sopra: i pochissimi dell’Annunziata, che son cugini del re, niente di meno; finalmente i cavalieri di nascita, secondogeniti, o terzogeniti delle nobili famiglie, dove non c’è un titolo o un nome di feudo da applicare ad ognuno dei rampolli viventi. Il commendatore Buonsanti, per esempio, si sottoscriveva nelle lettere e si faceva stampare sui biglietti di visita: Buonsanto di Carpigliano; e questo Carpigliano, comunello di montagna sotto le Alpi, dove il commendatore Buonsanti aveva un podere con la rispettiva bicocca, poteva benissimo assumere una cert’aria feudale. Dopo ciò, come non chiamarlo almeno cavaliere? L’effetto era anche più grande, quando gli si dava quel titolo nelle occasioni solenni, mentre portava al collo il gran nastro d’ormisino verde, con la croce trifogliata e smaltata di bianco dei cavalieri mauriziani.
Ma lasciamo stare da parte queste piccolezze. Il cavaliere commendatore aveva fatta la sua osservazione galante, e la marchesa Flora, intanto, adocchiava qua e là le ultime arrivate.
— Ah! — esclamò la vecchia marchesa. — Ecco la Wiedersehen, con le sue perle scaramazze. Le mette proprio a tutte le salse!
— Si vede che non è Cleopatra; — notò il commendatore.
— Perchè, cavaliere?
— Perchè quella le mangiava senza salsa.
— Bravo! Siete in vena, questa sera.
— Non tanto, Donna Flora, non tanto. Infatti, questa non m’è venuta buona. È scaramazza anche la mia. Dovevo ricordare che Cleopatra ha bevuta la sua, non mangiata, e l’ha bevuta disciolta nell’aceto, che può benissimo ammettersi come un principio di salsa.
— Altro arrivo! — disse la marchesa Flora, puntando il cannocchiale da un’altra parte. — Vedo un naso....
— La Sant’Oronzio? — domandò il commendatore.
— Per l’appunto. Quando si parla d’un naso, non può essere che lei. Che naso! Ai miei tempi, vedete, non usavano.
— Ed oggi, Donna Flora, posso assicurarvi che sono appena tollerati.
— Ah, meno male! E così strano! strano quasi come il suo casato. Che santo è questo Oronzio? Esiste nel calendario?
— Chi lo sa? Certo, non è dei buoni.
— Ah, questa è nuova. Perchè?
— Perchè quello è laggiù, Donna Flora, e i Buonsanti son qua. Me la passate, questa?
— Come no? è spiritosissima. Lo hai sentito, Serena? —
La duchessa rispose con un cenno del capo e con un sorriso blando; ma tornò subito con gli occhi alla scena.
— Ancora un arrivo! — mormorò la marchesa. — Ma questa sera, tanto per cominciare, vogliono venir tutte verso la fine del prim’atto? Vedete un po’ cavaliere, da questa parte, tre palchi dopo il nostro. Son due dame; madre e figlia, a quanto pare, o zia e nipote. —
Il Buonsanti impugnò il binocolo, e piantatosi col busto avanti e i gomiti alti nel mezzo del palco, puntò le lenti sulle nuove venute.
— Propenderei piuttosto verso la seconda supposizione, — diss’egli. — La ragazza mi pare carina. —
Non osava più dir bella, il commendatore Buonsanti. Per questa volta, del resto, non avrebbe più avuto la scusa di ripetere ciò che tutti dicevano, poichè egli non conosceva quelle due signore, e le vedeva per la prima volta.
— È giovane assai; — rispose la marchesa. — Serena, vedi un po’ da questa parte. Conosci tu queste due signore? —
La duchessa dovette voltarsi ancora una volta per contentare la sua vecchia amica, curiosa come una bambina.
— Di chi parli? — domandò.
— Di queste qua, tre palchi più avanti del nostro; — bisbigliò la marchesa.
Serena allora guardò e vide le due dame che la sua vecchia amica le aveva indicate. Una di esse, attempata, che dava loro le spalle (magre, ossute ed angolose spalle, per fortuna poco scoperte alla vista) aveva una testa lunga e stretta sopra un collo lungo e smilzo. Si era voltata allora di profilo e mostrava una faccia asciutta e dura, l’occhio grigio, a cui toglievano anche lucentezza i colori vivaci della sua abbigliatura, i diamanti ond’era costellata, agli orecchi, al collo, e perfino nei capelli rossigni, molto lisciati alle tempie, e tirati dietro la nuca. L’altra, seduta di contro a lei, era una fanciulla, vestita di bianco, semplicissima, senza il minimo ornamento, ed anche senz’ombra di civetteria, poichè, appena arrivata, e preso il suo posto, senza dare un’occhiata in giro, aveva rivolta tutta la sua attenzione alla scena.
— Non so; — disse la duchessa, dopo aver guardato un istante. — Saranno forastiere.
— Ah sì, mi fate ricordare... — esclamò il Buonsanti. — Le americane! Sicuro, dovrebbero essere le americane.
— Quali? — domandò la marchesa Flora. — Ce ne son tante! Se fossi forte di statistica, vi potrei dire quante ce ne sono, di americane!
— In America, capisco; — disse il commendatore. — Ma in Roma dovrebbero essere assai meno.
— Ragion di più per sapere chi sono quelle due.
— Ma, ecco... un certo nome.... L’ho sentito ancora ier l’altro, in piazza Colonna, all’ora del corso. Wilson, Thompson, Jackson, Dikson.... Son tutti in _son_, questi benedetti nomi! e non si sa mai come _son_! —
L’uomo saggio deve saper bastare a sè stesso. Il commendatore Buonsanti, per quella volta, dovette farsi i complimenti da sè. Proprio in quel punto entrava un visitatore nel palco.
Quel visitatore era Almerico di Montegalda, vicentino, conte, non ricchissimo di censo, ma gentiluomo compito, cortese di modi e semplicissimo; con quel suo aspetto severo, che gli aveva meritato presso gli amici il nomignolo di Guardasigilli. Non era, in verità, che segretario particolare del ministro di grazia e giustizia; ma la gran dignità del portamento, la compostezza, direi quasi la rigidità della persona, e la gravità del discorso, che contrastava anche molto con la sua aria di gioventù, facevano dire agli amici che il portafogli sarebbe stato meglio nelle sue mani, anzi che in quelle del piccoletto, irrequieto e nervoso suo principale. — «Hai l’istinto della grazia; — gli dicevano; — hai l’amore della giustizia; sei un guardasigilli nato». — «Sì, — rispondeva egli ridendo, — e morrò procuratore generale del re, se pure mi avverrà di restare in servizio. Perchè, già, a dirvela schietta, una casina sul monte Berico, con un migliaio di scelti amici sugli scaffali, dovrebbe valere tutte le grandezze del mondo». —
Lo innalzavano, ed egli si schermiva, non voleva saperne di ambizioni; possedeva anche la modestia, quella cara modestia, che accresce tutte le altre qualità dell’uomo, agli occhi di coloro che sanno apprezzarla. Ordinariamente, si sa, riesce meglio la sfacciataggine.
La duchessa Serena accolse benissimo il Montegalda. Quel simpatico giovane era un amico sincero e discreto, non invasore, non desideroso di parere intimissimo, come sogliono essere gli amici delle belle signore; misurato nelle sue relazioni, rifuggente dalle modeste assiduità, non reputava necessario di buttarsi ai piedi di una donna, per il solo fatto di esser ricevuto in casa sua, e di essere amico dell’uomo preferito da lei. Un miracolo, vi dico, un miracolo d’uomo. Ne nascono ancora, sapete? quantunque, riconosco ancora io che non se ne trovano ad ogni cantonata, come avviene di tanti altri documenti umani.
— Son venuto per tempo, duchessa, per esser dei primi a salutare la vostra apparizione, — disse Almerico, prendendo accanto a Serena il posto che gli aveva ceduto il Buonsanti. — Tra poco ci sarà piena, ed io avrei corso il rischio di non giungere fino a voi.
— Credete che ci sarà piena? — domandò la duchessa.
— Signora, non si parlava d’altro, poc’anzi, che della vostra venuta, — rispose Almerico. — È naturale che tutti gli amici che l’hanno osservata, vengano a farvi riverenza.
— Gli amici son molto gentili, — diss’ella, — aspettiamoli dunque. E frattanto datemi una notizia. Sapete nulla della quistione che è nata ieri, o ier l’altro?
— Tra chi?
— Tra il Savelli e il Riccoboni. M’hanno detto che era il grande avvenimento del giorno.
— Ah, sì... — rispose il Montegalda. — Ora me ne ricordo. Ma si saranno strette le destre, «siccome tra cortesi alme si suole».
— Davvero? e quando? —
Dal gesto e dall’accento animato della duchessa, Almerico capì d’aver detto troppo. «Ecco una cosa, — pensò egli, — che non s’imparerà mai abbastanza. Bisogna astenersi sempre dal riferir notizie che riguardino le persone, fossero pure le meno importanti per chi ce ne parla».
— Non so, — rispose egli poscia, ravvedutosi a tempo. — Non ne sono neanche informato, e non manifestavo che una speranza mia. Sapete pure, signora! Noi, guardiani della legge, non vediamo di buon occhio le soluzioni estralegali. Desidero di cuore che la cosa finisca con una stretta di mano.
— Tanto più, — soggiunse la duchessa, — che la questione non sarà grave.
— Non so, signora. Ho inteso che son corse delle parole vivaci, ma non ne ho chiesto il perchè.
— «Cherchez la femme», mio caro guardasigilli, «cherchez la femme»! — disse il commendatore Buonsanti.
— Ah sì? — balbettò Almerico, tanto per dire qualche cosa, ma non mostrando nessun desiderio di saperne di più.
— Certo — riprese il Buonsanti. — E se non fosse per mormorare....
— Mormorate, cavaliere! — disse la marchesa Flora; — mormorate, voi che mormorate così bene.
— Direi, — continuò allora il Buonsanti, inchinandosi al complimento, e al ricordo delle «Mille e una notte», — che la causa degli sdegni non è molto lontana di qui. Conosco i miei polli, io, e so che sono d’oro.
— Ah, questa poi, vi riesce male! — osservò la marchesa. — Ai vostri polli ci cresce un’elle, e l’oro va mandato al plurale. —
Almerico, prudentissimo uomo, finse di non badare al modo in cui il nome della Polidori era messo in ballo da quei due. Veramente quel nome ricorreva spesso nelle conversazioni, e la marchesa Flora e il commendatore Buonsanti non facevano nulla di nuovo. Era noto a tutta Roma che la bella Didina, finito un romanzetto col marchese Sernicoli, ne aveva imbastito un altro col duca Savelli, e si sospettava, senza aver mai potuto venir in chiaro del perchè e del come, che un duello del Savelli, con un amico della famiglia Polidori, fosse stato cagionato da lei. Il Riccoboni era succeduto al Savelli, nelle grazie della capricciosa signora: niente di più naturale che tra lui e il Savelli non ci fosse rimasto buon sangue. Perciò, udito d’un alterco tra i due, si era subito ripetuto il famoso «cherchez la femme», oramai diventato più fastidioso del mal di stomaco.
Il primo atto era finito, e subito dopo capitò a far visita Nino Mattei.
— Tu giungi a tempo, — gli disse il Buonsanti. — Si vogliono molte notizie da te.
— Eccomi qua: il Ministero ha i giorni contati....
— Che, che! Lasciami stare il Ministero. Vogliamo sapere chi sono quelle signore, a sinistra, tre palchi più avanti: una, la più vecchia, vestita di colore azzurro marino, e la più giovane di bianco.
— Ah, le americane! — disse il Mattei, dopo aver guardato dove gli indicava il Buonsanti.
— Lo avevo ben detto io! — esclamò il commendatore. — Ed hanno un nome che finisce in son. Jackson, Thomson....
— No, caro; si chiamano Lockwood.
— Senti! avrei giurato che finivano in son.
— E invece cominciano, — ribattè Nino Mattei. — Sonanti, lo sono, e come! Mister Montgomery Lockwood, rispettivo marito e padre, possiede laggiù, nel nuovo mondo, una miniera d’argento, che farebbe buon giuoco a qualcheduno, nel vecchio.
— Credi? — replicò il Buonsanti. — Col monometallismo che invade, c’è da augurarsela d’oro.
— Non sarò io che la rifiuterò, se me la regali, — disse il Mattei. — Per altro, prima che il tuo monometallismo abbia vinta la causa, il sor Montgomery degnissimo avrà tempo a dare parecchi milioni di dote alla bionda Evangelina.
— Si chiama Evangelina?
— No, mi pare anzi che si chiami Madge, diminutivo, vezzeggiativo di Margaret, — rispose il Mattei, pronunciando quei nomi a denti stretti. — Ma quando vedo una ragazza americana, mi viene sempre in testa che si chiami Evangelina. Ricordi della famosa «Capanna»!
— Che non dovrebb’essere annessa al cuore di miss Madge, se c’è una miniera di mezzo, — notò saviamente il commendatore Buonsanti. — È carina, sai? — soggiunse, dopo aver guardata ancora una volta la giovane americana.
— Carina! — esclamò il Mattei. — Tu m’hai l’aria di farle grazia. È una bellezza. Ci sono tutti i nostri giovinotti in subbuglio, per quel bottoncino di rosa.
— Infatti, — disse la marchesa Flora, — nessuno va a prender aria, o a fumare l’orribile spagnoletta nell’atrio. Vedeteli tutti là, nelle sedie chiuse e nei palchi di prima fila incantati a guardarla. E mi pare che la guardino anche dalle altre file, — soggiunse, levando gli occhi e passando tutti i palchi in rassegna. — C’è un gran lavoro di binocoli, per miss Madge, e per la sua miniera d’argento. Vo’ vederla meglio ancor io.
— La miniera? — domandò il commendatore Buonsanti. —
Donna Flora non gli rispose; non si voltò neanche dalla sua parte. Quella sciocchezza non meritava l’incomodo. Del resto, la curiosissima signora voleva veder bene quella fanciulla, tanto decantata dal Mattei, tanto ammirata da tutto il teatro.
Anche la duchessa guardò, non potendo fare altrimenti, poichè tutti parlavano della bionda americana.
— Sì, è bella, — mormorò, deponendo tosto il binocolo.
— È bella d’un genere strano; — ripigliò il Mattei. — Vi prego, Donna Serena, di badare ad una particolarità. Ho detto un bottoncino di rosa, per la gioventù e la freschezza; ma nel fatto la bellezza di miss Madge è sul fare della viola mammola. Poca apparenza a tutta prima: una figurina gentile, ma di lineamenti forse troppo raccolti, o non ancora formati, non sviluppati del tutto; ma poi, a ben guardare, una grazia che incanta, una finezza di carnagione.... Proprio come i petali della viola mammola, con quel calicetto nel mezzo, così soavemente colorito e delicatamente venato!... Una bellezza profonda, intensa, ottenuta nella semplicità delle forme.
— Che ardori, caro Mattei! che cognizioni della materia! — esclamò il commendatore Buonsanti. — Anche la semplicità, ci hai trovata, per andare in visibilio?
— Che vuoi? Siamo grandi, noi altri, ed accogliamo tutti i generi. Roma qualche volta si ricorda delle sue origini, e s’innamora della semplicità.
— Sfido io, con una miniera d’argento in prospettiva! — replicò il commendatore. — È una semplicità... composta di molti numeri.
— Altre notizie, Mattei? — disse la duchessa, sviando il discorso. — La questione del Savelli col Riccoboni è finita?
— Sì, finita, finitissima. Ci sono state spiegazioni soddisfacenti, e i due campioni si sono rappattumati quest’oggi. Me ne ha parlato Massimo, ancora pochi minuti fa. —