Part 25
Almerico di Montegalda era innamorato a buono e presentava tutti i sintomi più gravi di quel genere di avvelenamento. La cura proposta dal cavaliere di Carpigliano era ottima, non c’è che dire, ma anche la più difficile di tutte. Far parlare i muti, e camminare i paralitici, che diamine! Non c’è niente di meglio per guarire il mutismo e la paralisi. Tutto sta a cominciare.
Frattanto erano giunte le sette. Un rivenditore di giornali osò entrare nello stanzino, per offrir la sua merce. Almerico, seguendo l’abitudine, diè il soldo e prese il giornale. Il Buonsanti continuava la sua predica; Almerico rispondeva di tanto in tanto a monosillabi, a scrollate di testa, e dava un’occhiata distratta al foglio che aveva comprato. Così giunse alla terza pagina, dov’era la cronaca di Roma. Un titoletto breve, ma chiaro, che spiccava sugli altri, nel suo tondo caratterino egiziano, trattenne gli occhi del Montegalda. Lesse, e subito diede in un grido di stupore.
— Che c’è? — domandò il Buonsanti, lasciando in tronco una sua bella dimostrazione.
— C’è, — rispose Almerico, — che tu non mi hai detto il vero.
— Di che?
— Leggi! —
Il cavaliere prese il giornale e guardò in quei punto dove Almerico accennava. L’indicazione era chiara: duello. In cinque o sei righe era detto ogni cosa; i duellanti indicati nelle loro iniziali e nei titoli; non dimenticato il luogo dello scontro; detta l’arme e la qualità della ferita, che il conte di R. aveva toccata; solamente si mostrava ignoranza intorno alle cagioni del duello, lasciando intravedere che si trattasse delle conseguenze di una discussione politica.
— Ah, linguacciuti! — borbottò il cavaliere.
— Ma dicono il vero; — rispose Almerico. — Perchè volevi tacermelo?
— Oh Dio! per aver pace, come il fiume Po, coi «seguaci sui». Tu sei tanto tenero per quel tuo conte di Riva!
— Tenero o no, se c’era qualcuno che dovesse battersi con lui, — replicò Almerico, — quell’uno ero io.
— Ah sì! proprio, sarebbe stato un bel fatto.
— Eh, infine, si crederà....
— Che cosa? non ci mancherebbe altro che si credesse il vero: cioè che tu, nella tua condizione d’innamorato, non capisci nulla di nulla. Ma non intendi, ragazzo mio bello, che dopo tutto quanto era avvenuto dovevo battermi io? Se ti battevi tu, vediamo, che cosa si sarebbe detto dalle anime caritatevoli, di cui il mondo è pieno? Che tu avevi bisogno di lavare qualche cosa nel sangue, prima di dare il tuo nome....
— Un’infamia! — interruppe Almerico.
— Ah, bravo! ho piacere che tu lo dica: un’infamia! Ed io l’ho tolta di mezzo.
— Ma quell’altro.... — rispose Almerico. — Che penserà egli di me? In che condizioni mi hai tu posto di fronte a lui? Dovrò mettermi a sua disposizione, per quando sarà risanato.
— Senti! — disse il Buonsanti, spazientito. — Per provvedere all’onor tuo, vuoi batterti con me? Non alla spada, intendiamoci; con te mi batto alla sciabola; ti taglio la testa, e te ne appiccico un’altra, che ragioni un po’ meglio. Che diavolo! hai tanto bisogno di duellare? Letica sul conto e battiti col cameriere. Oppure, esci sul Corso, e dichiara al primo che incontri che la sua faccia non è quella di un antico romano. Ti permetto questo, e quell’altro; sarà sempre più savio di ciò che vorresti fare. —
Capì il Montegalda di non aver ragione? O aveva il suo disegno formato nella mente? Comunque fosse, chinò la testa e disse al Buonsanti:
— Lasciamo correre, e non se ne parli più.
— Ah, bene, lasciamo correre; è il partito migliore; — rispose il Buonsanti. — E andiamo dalla duchessa, che vorrà sapere qualche cosa, dopo ciò che è avvenuto iersera. —
Almerico non aveva più volontà; si lasciò condurre al palazzo San Secondo. Ma là, davanti al portone, il cavaliere di Carpigliano pensò saviamente che la duchessa poteva aver letto qualche giornale della sera, e che non era conveniente per lui di andar subito alla sua presenza.
— Precedimi! — diss’egli. — Hai da raccontare.... da spiegare tutto quello che è avvenuto. Capirai!... non è bene che io sia il narratore. Io verrò poi, fra mezz’ora.
— Ma io.... — balbettò Almerico.
— Ma tu mi farai il piacere d’andar primo; — replicò il cavaliere. — Che amicizia è la tua, che mi ricusa questo servizio? Potrei dirti ancora: che amore è il tuo? Ma su questo tema ci sarebbe troppo da aggiungere. Va là, finiscila; se no, credi, ci guastiamo davvero. —
Almerico non sapeva risolversi.
— Verrai subito? — gli domandò.
— Ma sì, te l’ho detto, fra una mezz’ora; il tempo di arrivare a piazza Colonna e di ritornare.... dopo una piccola fermata. —
Almerico si armò di coraggio, sospirò, e si avviò per entrare, mentre quell’altro, data una giravolta, andava verso la via degli Astalli.
Compatite il mio Montegalda. Egli pensava ad un certo discorso che il cavaliere Buonsanti aveva fatto alla duchessa Serena, dichiarandole com’egli, Almerico, fosse innamorato violentemente di lei, e non si sentisse il coraggio di confessarlo. Che figura doveva esser la sua, presso quella donna adorata, dopo che il segreto del suo cuore le era stato palesato in quel modo?
Il giovanotto fece le scale, senza saper molto, anzi (diciamo le cose come stanno veramente) senza sapere affatto che cosa avrebbe potuto dire alla duchessa, nè da qual parte rifarsi. Per grande fortuna sua, non gli toccò d’incominciare. Serena aveva letto poc’anzi il giornale, e l’indiscrezione del cronista toglieva ad Almerico la grave molestia dell’entrare in materia. Egli trovò la duchessa grandemente turbata, desiderosa di sapere come fossero andate veramente le cose. Accolto come un messaggero, fu tratto senza preamboli nel cuore dell’argomento. Che cos’era avvenuto? Diceva il vero, quel giornale? Che triste cosa, il duello! A che rischio s’era messo il cavaliere di Carpigliano! E per lei! Ah, non sarebbe bastata lei, per levarsi ogni molestia di torno?
Almerico narrò quello che sapeva. Ma in verità sapeva poco, ed anche da pochi momenti. Fino a mezz’ora prima, il Buonsanti aveva voluto tenerlo al buio di tutto. Ed era stato male, da parte del cavaliere; perchè, infine, non toccava al cavaliere di farsi avanti; e a lui, Almerico, si doveva lasciare il diritto d’intromettersi. Se c’era uno che dovesse....
— Non eravate voi quello; — interruppe Serena. — Voi avete fatto assai più che da un amico non si potesse aspettare. Leale fino allo scrupolo, non dovevate essere sospettato da nessuno, e dal signor di Riva meno che da qualsiasi altro. Ma quello è un ragazzo; — soggiunse ella, scuotendo alteramente la testa. — Non parliamo più oltre di lui; bisogna perdonargli, dimenticandolo. Il Buonsanti è un gentiluomo, un vero gentiluomo, che dobbiamo amar molto. Ma voi non ne sarete geloso, conte?
— Ah! — gridò Almerico. — E con che diritto potrei esserlo io?
— Se mai.... — mormorò ella, arrossendo; — con quello che io vi concedo.
Almerico di Montegalda s’inginocchiò, e la duchessa Serena non gli disse: «alzatevi, conte!». E neanche ritrasse la sua bella mano tremante, che egli copriva di baci e di lacrime.
Sicuramente il cavaliere di Carpigliano era stato fermato in piazza Colonna, o gli era intervenuto uno di quei casi che mandano a monte i più saldi propositi, perchè la mezz’ora passò, e l’ora intiera, e tutta la serata, senza che egli si facesse vedere. Soggiungiamo, a sua confusione, che non fu neanche aspettato. Sono tanto egoisti, i felici!
Ma l’egoismo di Almerico non era di quelli che non lasciano luogo al pentimento. Il giorno dopo, il Montegalda sentì vergogna di aver dimenticato quel povero amico; andò a cercarlo, per dirgli la sua piccola bugia.
— Come va che non ti abbiamo visto più iersera? T’ho aspettato fino alle undici.
— Davvero? — disse il Buonsanti. — Guardami in faccia.
— Perchè?
— Perchè non credo un’acca della tua.... aspettazione.
— Tu non sei giusto con me; — disse Almerico. — La tua venuta sarebbe stata accolta assai volentieri.
— Ah, ecco una variante che mi garba! — esclamò il Buonsanti, ridendo. — Solo ci cresce l’assai.
— Ti ho detto il vero, Alessandro!
— Va là, che lo conosco, il tuo vero. Fortunato briccone! Credi a me; con vent’anni di meno, sarei capitato io per il primo, e non mi sarei fermato a perorar la tua causa.
— Sempre lo stesso! — esclamò il Montegalda, abbracciandolo. — E che cuore, il tuo!
— Adagio! non mi sciupare. Dimmi piuttosto come vanno le cose tue.
— Caro mio, sono un altr’uomo.
— Ah, sia lodato il cielo; perchè finora, a dirtela schietta, non mi parevi neanche un uomo. E quando facciamo le nozze?
— Non ti so dire. So che ho parlato.... come mi sia venuto il coraggio, lo ignoro. Ma ho detto tutto quello che sentivo; e iersera, prima di andare a letto, ho scritto a mio padre, sollecitandolo a venir subito a Roma.
— Bravo! per non perder tempo! Così mi piace; — disse il Buonsanti. — Sei lento a risolverti, Almerico; ma quando ti sei risoluto, avanti Savoia! Ti seguirà così svelto, il vecchio Montegalda, in questa carica alla baionetta?
— Mi ama; — rispose Almerico; — l’ho scongiurato di non ritardare un giorno; verrà. —
Almerico aveva ragione a confidare nella sollecitudine di suo padre. La lettera era così ardente, che il vecchio Montegalda capitò a Roma quarantott’ore dopo. E da una parte e dall’altra non si poteva fare più presto di così.
Quindici giorni dopo era annunziata alla duchessa Serena la visita di Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia. Non doveva giunger nuovo l’annunzio, poichè la cosa era stata condotta a quel termine dal cavaliere di Carpigliano. Nè parrà altrimenti strano che il guardasigilli conoscesse la donna gentile che doveva portare il nome del suo segretario ed amico.
— Signora duchessa, — disse il ministro a Serena dopo i convenevoli d’uso ed altri discorsi che per brevità si ommettono, — il conte di Montegalda vuol rinunziare all’uffizio, abbandonare l’ordine giudiziario, in cui aveva fatto già tanto cammino. È possibile? Io, non accettando la sua rinunzia, gli darei due mesi di congedo, come si usa alla Camera dei Deputati. Ma sarò io ancora ministro allo spirare del termine? Mi permetta Lei che io faccia diversamente, mandandolo sostituto procuratore del re. Per uno sposo nelle sue condizioni, per un uomo felice, veramente e degnamente felice, è poca fortuna, questa, e temo che sia ancora gran noia. Ma io penso, signora, che se egli è ricco di casa sua, la sposa lo è più di lui. Voglia considerare questa circostanza. Aggiunga poi che l’ozio non gli conviene. È giusto che l’uomo lavori; per un uomo come lui, la cosa è più che mai necessaria. Obbligo di buon cittadino e ragionevole amore di gloria debbono sconsigliargli questa rinunzia ad un modo. Ella non crederà, signora, che l’amor della gloria faccia contro all’amore di una donna. Sono due amori che possono vivere insieme, rinvigorirsi l’un l’altro e confondersi. Io non ho lavorato mai così bene, come quando ero innamorato. Tra un periodo e l’altro delle mie faticose scritture, mormoravo un nome, e ciò mi dava forza; tra una frase e l’altra de’ miei troppi discorsi mi balenava davanti agli occhi una immagine cara, e ciò mi dava coraggio.
— Qual poeta, Eccellenza! — esclamò la duchessa.
— Non se ne maravigli, la prego; — ripigliò il ministro. — Guai a chi non lo è un pochettino. La poesia è il «granum salis» della vita. Ma scusi! ora parlavo latino.
— E con queste idee, come è rimasto solo?
— Necessità! ferrea necessità, che comanda a tutti, e a cui non può sottrarsi nessuno. Ella conoscerà la teorica delle anime gemelle. Quando si ritrovano, e libere, che gioia! Ma se una delle due non è libera, addio felicità! son condannate ambedue alla condizione delle due parti della cometa di Biela, che corrono la medesima via nello spazio, senza potersi mai ricongiungere; e l’una dice buon giorno all’altra, e sospira.
— È triste; — mormorò la duchessa.
— Sì, molto triste; — continuò il ministro. — Ma si spera in un mondo migliore, dove tutti i contrasti si comporranno. È opinione degli astronomi che tutti gli avanzi delle comete debbono essere attratti dal sole, e finire insieme nel sole. —
Ommettiamo, e sempre per amore di brevità, anche il resto della conversazione. La cui conseguenza fu questa, che il conte di Montegalda accettò la sua destinazione, preceduta da due mesi di congedo.
— La duchessa mi ha chiamato poeta; — pensò quel giorno il ministro. — Ritorniamo ora alla prosa. —
Proprio allora, nel bel mezzo di giugno, si discuteva a Montecitorio il suo disegno sulle nuove circoscrizioni giudiziarie: grossa riforma, peggio della perequazione fondiaria e della nuova legge comunale e provinciale. I colleghi lo sostenevano; il presidente del Consiglio aveva giurato di vincere o di morire con lui. La Camera non approvò; il ministro cadde, e il gabinetto rimase. Il caduto n’ebbe a tutta prima un po’ di stupore; ma tosto si rinfrancò, vincendo in lui l’amor della pace, così propizia ai suoi nervi. E uscito dal gabinetto, e allontanatosi da quel toro di Falaride che incominciava ad esser la Camera, se ne andò prima del tempo in villa, compatito dagli sciocchi, deriso dai cattivi, invidiato dai saggi.
E il conte Massimo? Non ci pensavamo più, noi; ma ci aveva pensato Almerico. Il quale, uno di que’ giorni, ebbe dal suo Buonsanti una ramanzina coi fiocchi.
— Ma che? davvero hai deciso di farmi disperare fino all’ultimo? Che cosa hai tu scritto al conte di Riva? Taci, ora, stai zitto e non rispondi! Ma io lo so, quello che hai scritto; eccola qui, la gran lettera, in cui ti metti a sua disposizione, se egli ha il menomo dubbio sulla tua lealtà. Ed ecco anche la sua risposta. Leggi! —
Almerico prese il foglio, che il Buonsanti gli offriva, e lesse:
«_Cavaliere stimatissimo_,
«Quello che voi prevedevate è avvenuto: il conte di Montegalda mi ha scritto, ed io vi mando la lettera sua. Per la promessa che vi ho fatta, non posso rispondere a lui. Ditegli, se vi pare opportuno, che io ho già fatto molte sciocchezze in mia vita. Ne faccio ancor una, che non sarà la peggiore. Appena sarò ristabilito, andrò in Africa, e prenderò parte alla prima spedizione che si farà per l’interno del paese. Quando avrò sposata la regina di Ghera, e se il mio matrimonio spiacerà al conte di Montegalda, me lo mandi a dire; sarò allora, con vostra licenza, il suo uomo».
Sempre un pochettino smargiasso, il signor conte di Riva! Ma di quella smargiassata poteva ridere Almerico. E se non rise di quella, bene ebbe a ridere del commento che le faceva il cavaliere Buonsanti.
— Quando avrà sposata la regina di Ghera!... Non si riscaldi troppo presto! Brutta com’è, giuoco che gli portano via anche quella. —
FINE
INDICE
I. Dieci anni dopo Pag. 1 II. Raggi filati 15 III. Servizio da amico 33 IV. Buon avvocato e causa cattiva 55 V. Il consiglio dei vecchi 76 VI. Dubbio e dilemma 89 VII. La discrezione 103 VIII. Tra Roma e Parigi 117 IX. Chi ha perso paghi 129 X. Giornate di sole 142 XI. I terzi incomodi 156 XII. Tempo grigio 170 XIII. Come fu? come non fu? 188 XIV. Il resto del carlino 205 XV. Il poeta nelle nuvole 221 XVI. “Zefiro torna e il bel tempo rimena„ 238 XVII. Arte e Natura 260 XVIII. Gli avanzi della Cernaia 283 XIX. La spada di fuoco 294 XX. Per finire 308
OPERE di A. G. BARRILI.
_Capitan Dodèro_ (1865). 14.ª edizione L. 1 — _Santa Cecilia_ (1866). 13.ª edizione 1 — _Il libro nero_ (1868). 4.ª edizione 2 — _I Rossi e i Neri_ (1870). 6.ª edizione (2 vol.) 2 — _Le confessioni di Fra Gualberto_ (1873). 14.ª edizione 1 — _Val d’olivi_ (1873). 19.ª edizione 1 — _Semiramide_. racconto babilonese (1873). 9.ª edizione 1 — _La notte del commendatore_ (1875). Nuova ediz. pop. 1 — _Castel Gavone_ (1875). 10.ª edizione 1 — _Come un sogno_ (1875). 28.ª edizione 1 — _Cuor di ferro e cuor d’oro_ (1877). 21.ª edizione (2 vol.) 2 — _Tizio Caio Sempronio_ (1877). 2.ª edizione 3 50 _L’olmo e l’edera_ (1877). 24.ª edizione 1 — _Diana degli Embriaci_ (1877). 2.ª edizione 3 — _La conquista d’Alessandro_ (1879). 2.ª edizione 4 — _Il tesoro di Golconda_ (1879). 13.ª edizione 1 — _Il merlo bianco_ (1879). Nuova edizione popolare 1 — — Edizione illustrata (1890). 5.ª edizione 5 — _La donna di picche_ (1880). 8.ª edizione 1 — _L’undecimo comandamento_ (1881). 13.ª edizione 1 — _Il ritratto del Diavolo_ (1882). 4.ª edizione 1 — _Il biancospino_ (1882) 11.ª edizione 1 — _L’anello di Salomone_ (1883). Nuova edizione popol. 1 — _O tutto o nulla_ (1883). 2.ª edizione 3 50 _Fior di Mughetto_ (1883). 4.ª edizione 3 50 _Dalla Rupe_ (1884). 3.ª edizione 3 50 _Il conte Rosso_ (1884). 3.ª edizione 3 50 _Amori alla macchia_ (1884). 3.ª edizione 3 50 _Monsù Tomè_ (1885). Nuova edizione popolare 1 — _Il lettore della principessa_ (1885). 3.ª edizione 4 — — Edizione illustrata (1891) 5 — _Casa Polidori_ (1886). Nuova edizione popolare 1 — _La Montanara_ (1886). 9.ª edizione (2 vol.) 2 — — Edizione illustrata (1893) 5 — _Uomini e bestie_ (1886). 4.ª edizione 1 — _Arrigo il Savio_ (1886). 3.ª edizione 1 — _La spada di fuoco_ (1887). 4.ª edizione 1 — _Un giudizio di Dio_ (1887). 3.ª edizione 1 — _Il Dantino_ (1888). 3.ª edizione 1 — _La signora Autari_ (1888). 5.ª edizione 1 — _La Sirena_ (1889). 4.ª edizione 1 — _Scudi e corone_ (1890). 2.ª edizione 4 — _Amori antichi_ (1890). 2.ª edizione 4 — _Rosa di Gerico_ (1891). 3.ª edizione 1 — _La bella Graziana_ (1892). 3.ª edizione 1 — — Edizione illustrata (1893) 3 50 _Le due Beatrici_ (1892). 6.ª edizione 1 — _Terra Vergine_ (1892). 6.ª edizione 1 — _I figli del cielo_ (1893). 5.ª edizione 1 — _La Castellana_ (1894). Nuova edizione popolare 1 — _Tra Cielo e Terra_ (1894). Nuova edizione riveduta dall’autore (1907). 2.ª edizione 3 50 _Fior d’oro_ (1895). 5.ª edizione 1 — _Il Prato Maledetto_ (1896). 2.ª edizione 1 — _Galatea_ (1896). 6.ª edizione 1 — _Diamante nero_ (1897). 4.ª edizione 1 — _Raggio di Dio_ (1899). 5.ª edizione 1 — _Il Ponte del Paradiso_ (1904). 2.ª edizione 3 50
_Lutezia_ (1878). 2.ª edizione 2 — _Victor Hugo_, discorso (1885). 2 50 _Con Garibaldi alle porte di Roma_, ricordi (1895). 4 — _Sorrisi di gioventù_ (1898). 2.ª edizione 3 — _Zio Cesare_, commedia in cinque atti (1888). 1 20 _Voci del passato_, discorsi e conferenze (1909). 5 — _Canzoni al vento_, poesie (in preparazione).
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.