La spada di fuoco

Part 24

Chapter 243,700 wordsPublic domain

— Parve grossa anche a me, — riprese il Buonsanti. — E mi parve più grossa quell’altra, soggiunta subito dopo, che voi, avendo bisogno di farvi presentare al signor Lockwood, chiamaste lui a Napoli; nè egli, per ragione di quella perdita fatta al giuoco, e dovendo pagarvi ancora il suo debito, potesse ricusarvi il servigio.

— Ah sì, davvero! Vi ho raccontato in che modo mi servisse, cotanto intercessore! — esclamò il Savelli. — Ma a qual pro’ un simile tessuto di bugie?

— Desiderio di persuadere una gentildonna, — rispose il cavaliere, abbassando la voce, e quasi parlando all’orecchio di Don Memmo; — e una gentildonna che egli non è mai stato degno di avvicinare, quantunque l’abbia lungamente seccata della sua assiduità.

— Capisco, — mormorò Savelli. — Così voleva egli scusare l’assenza da Roma? Ecco una favola molto audacemente architettata. E poteva sperare che gli fosse creduta?

— Non dalla dama, sicuramente, — replicò il Buonsanti. — Essa non ebbe mai che amicizia per lui; alla sua amicizia, semplice, schietta e non sospettabile, una cosa sola poteva succedere, dopo quella favola sciocca: un benevolo disprezzo. Quanto a me, il mio disprezzo non ha nessuna ragione per essere benevolo.

— E il vostro duello ha origine da ciò?

— Sì; ho avuto occasione di dargli del bugiardo; senza prove, ma con molta sicurezza.

— Ora avete le prove; cavaliere.

— Certamente, e ve ne ringrazio. Così mi sento l’anima in pace.

— Voi vi battete? — entrò a chiedere mister Lockwood.

— Già, con quel grazioso personaggio! — rispose il cavaliere, sorridendo.

— Non vi battete! — replicò l’americano. — Io nel caso vostro gli stamperei sulle gazzette che non dò soddisfazione ai bugiardi.

— Sir Montgomery, che ci volete fare? È un uso nostro.

— Brutto uso, permettete, brutto uso! Noi non lo abbiamo. Quando un insolente ci provoca, lo castighiamo, dovunque ci pare, anche in mezzo alla strada, con un colpo di rivoltella.

— È in fondo un duello anche questo, — disse il cavaliere di Carpigliano. — L’insolente, che sa il giuoco, esce provveduto di rivoltella anche lui; e così fate un duello senza padrini, ma con un centinaio di testimoni. E non ne buscano mai, i testimoni innocenti? Capisco; da voi le strade son larghe. Qui, caro signore, se si facesse uno di questi duelli sul Corso, ci sarebbe il rischio di sfondare una lastra di cristallo al Pontecorvo, o al Cagiati. Ma sapete, caro amico, — soggiunse il cavaliere, volgendosi a Don Memmo, — che le vostre notizie sono preziose? Se la vostra testimonianza, invocata all’uopo....

— È a vostra disposizione, — interruppe il Savelli. — Ed anche quella di sir Montgomery. È il meno che io possa fare al conte di Riva, in risposta alla impertinenza del suo biglietto a matita. —

Il cavaliere di Carpigliano assaggiò a mala pena la sua bistecca. Ma non aveva bisogno di mangiare. La contentezza gli aveva fatto andar via l’appetito. Si sentiva l’animo in pace, come diceva: e per sè, e per qualchedun altro.

Era rimasto un po’ lungamente a chiacchiera. Quando guardò l’orologio, erano le due dopo il mezzogiorno.

— Ho fatto tardi, perbacco! — diss’egli. — La buona compagnia mi toglieva ogni idea di tempo e di spazio. Ho ancora da correre mezza Roma. —

E si alzò, per congedarsi dai suoi vicini di tavola.

— Buona fortuna, cavaliere! — gli disse il Savelli. — Pensate che invidio il vostro posto.

— Posso io rendervi la pariglia e invidiare il vostro? — ribattè ridendo il Buonsanti.

Don Memmo si compiacque assai dell’arguta risposta.

— Invidiare è permesso, — diss’egli.

— Purchè non si vada più in là, non è vero? — riprese il Buonsanti. — Io, dopo questo piccolo moto d’invidia, metterò i miei augurii sinceri, che presenterete alla vostra gentil fidanzata. Ho avuto il bene di vederla prima che andasse a Napoli. È un occhio di sole.

— E di sole che riposa dalle fatiche del viaggio, — disse il Savelli. — Perciò vedete fuori solamente noi due.

— Benissimo! Quando il vostro sole risorgerà, ditegli, in nome di un vecchio cavaliere, come fossero definiti certi capegli biondi, una sera che miss Lockwood comparve all’Apollo.

— Sentiamo la definizione.

— Raggi filati, Savelli mio, raggi filati. Sapete pure! Si tesse l’aria; si potranno anche filare i raggi di sole.

— Riferirò il vostro complimento a miss Madge, — rispose Don Memmo. — Ma, con vostra licenza, darò all’autore vent’anni di più.

— Troppi, perbacco! Ed io che vorrei averne ancora venti di meno!

— Bravo! chi vi resisterebbe, allora? Restate così, cavaliere. E vogliateci bene. Speriamo di vedervi. Finora, all’albergo di Roma; più tardi in casa Savelli. —

Il Buonsanti ringraziò, accettando, mentre si disponeva ad escire. Ma anche il signor Lockwood, ammirato dalla galanteria del cavaliere, volle dirgli la sua.

— Signore, onoratissimo di aver fatta la vostra conoscenza! Venite a trovarci. Anch’io vi dirò, come il principe Savelli: buona fortuna! Ma sarei più contento se voleste seguire il mio consiglio.

— Grazie, ma non si può, — rispose il cavaliere di Carpigliano. — Conoscete il nostro proverbio italiano? Paese che vai, usanza che trovi. La nostra usanza è di sbudellarci in tutte le regole. —

Se ne andò finalmente, ed uscì sul marciapiede, canticchiando, come il più felice degli uomini. Non aveva da correre mezza Roma, come gli era occorso di dire, per esagerazione di discorso. Dieci minuti dopo era a casa; mezz’ora più tardi era all’ordine. Vennero i suoi padrini; e con essi un terzo personaggio, che non fu il caso di presentare, poichè il Buonsanti lo conosceva benissimo.

— Ah, il dottor Bosany! — esclamò il cavaliere, stendendogli la mano. — Il nostro simpatico ungherese!

— Di nascita, — rispose quegli; — ed anche italiano di cuore.

— Si sottintende; — replicò il Buonsanti. — Italiani e ungheresi, ci siamo sempre amati. Siamo infine cavalieri che portiamo gli stessi colori: verde, bianco e rosso in ambedue le bandiere. Caro amico Bosany, ho per un lieto augurio la vostra presenza tra noi. —

I quattro amici scesero allora le scale. Un _landau_ chiuso aspettava all’uscio di strada. Si ficcarono dentro, e via, andando incontro alla buona fortuna, augurata da Don Memmo Savelli. Ah, non dimentichiamo che l’aveva augurata anche il signor Montgomery Lockwood, grande amico della capricciosa dama, che gli era stata liberale di una miniera di argento.

Il cavalier Ruffini di Nisio, prendendo posto nella carrozza, aveva dovuto levar dal sedile e mettersi tra le ginocchia un lungo involto, assai più voluminoso e tondeggiante all’uno dei capi, e tutto rivestito d’una fodera di lana verde.

— Ti rammenti? — diss’egli al Buonsanti, che aveva gli occhi rivolti a quell’arnese muto, ma destinato a farsi sentire più di tutti loro, quando fosse giunto il momento.

— Di che? — domandò il cavaliere.

— Della bellezza di trentadue anni fa; — rispose il Nisio; — quando si fece quella scarrozzata da Genova a Rivarolo. Anche allora io dovetti prendermi fra le ginocchia l’involto di lana verde. Tu mi domandasti, ridendo: «Che istrumento hai portato? un trombone?» Ed io ti risposi: «Sicuramente, non dobbiamo forse suonare?».

Il cavaliere Buonsanti sorrise al ricordo, ed anche sospirò un pochettino.

— Anni volati! — esclamò. — La nostra vita è un soffio. A me pare che fosse ier l’altro, quel giorno. Povera e bella Generala!

— «Où sont nos amoureuses?» — cantarellò il conte di Pamparato.

Frattanto la carrozza, varcato il ponte di Ripetta, svoltava verso i prati di Castello. Pochi minuti dopo, costeggiato un muro di cinta, si fermò ad un rustico portone.

— Ci siamo; — disse Nisio. E levato il suo trombone, lo consegnò al suo soldato, che era disceso da cassetta e si presentava allo sportello.

Smontati l’un dopo l’altro, i nostri quattro personaggi entrarono nella villa. Un vecchio contadino era là, sull’ingresso, ad attenderli, per ordine del suo padrone, amico del cavalier Ruffini di Nisio.

Salutò, il vecchio contadino; poi, vedendo tutti quei baffi grigi, borbottò sommessamente:

— Ne hanno voglia! alla loro età!...

Ma sì, vecchio abitatore dei campi; il sangue, fin che scorre franco nelle arterie, ha vent’anni.

Erano a mala pena entrati nella villa, che s’udì nella strada un fragore di ruote. Giungeva il conte Massimo, co’ suoi padrini e il suo medico. Due minuti dopo, quegli otto personaggi erano tutti raccolti sulla piazzuola, davanti alla casa, il cui tetto a quell’ora incominciava a gittare un po’ d’ombra, da tre a quattro metri di larghezza, su quindici di lunghezza. Era quanto bastava per combattere; ma bisognava anche tener conto del lato donde girava il sole.

I padrini del conte di Riva, come più giovani, lasciarono cortesemente ai padrini del cavaliere Buonsanti l’ufficio di dirigere il combattimento, e si rimisero a loro per la divisione del campo. I due vecchi soldati, da galantuomini, non vollero neanche lasciare alla sorte il vantaggio della parte dove l’ombra sarebbe cresciuta via via; stabilirono in quella vece che, prolungandosi il combattimento, ogniqualvolta uno dei duellanti, incalzato dall’avversario, escisse fuori dell’ombra, si dovesse dar l’alto. Era anzi da gentiluomini il fermarsi, senza mestieri di comando, a mala pena si vedesse l’avversario con gli occhi al sole.

Tutto concertato in tal guisa, il Riccoboni, che era il più giovane dei padrini, consegnò le spade ai due avversarii, che già avevano gittato in un canto i soprabiti e le sottovesti. I due levarono le spade, salutando sui lati, poi si volsero l’uno all’altro e caddero in guardia, rimanendo ad osservarsi scambievolmente per cinque o sei minuti secondi; il cavaliere Alessandro, mettendo fuori per quella occasione un sorrisetto sarcastico che ricordava altri tempi, e il conte Massimo imitandolo come poteva.

Era in collera, il conte Massimo; rideva male con le labbra, mentre dagli occhi gli balenava il desiderio della vendetta. Incominciò tastando il ferro dell’avversario, ed anche tentò di guadagnarlo; ma una pronta sferzata lo rimise a posto. «Che si fa celia?» ebbe l’aria di dire con quella sferzata il cavaliere Buonsanti. «Mi si piglia davvero per un principiante!»

Andatogli a male il colpo di sorpresa, Massimo si diede alle finte, braveggiando irrequieto. Il cavaliere Buonsanti stava duro come un Artabano. Dianzi, salutando i suoi avanzi della Cernaia, aveva ammiccato, come per dir loro: «Vedrete ora se non ho davvero vent’anni!».

Massimo attaccava veloce, ma non ancor risoluto. Era di fronte ad uno che non credeva alle finte e presentava sempre la punta, non facendo quasi altro che un leggero movimento del pugno. Il Pamparato ed il Nisio pensarono allora che se l’occhio dell’amico era vigile, non fosse più egualmente agile il braccio, e che il «Carpijan» non volesse stancarsi prima del tempo.

L’assalto finì senza novità con due attacchi respinti.

— Bravo, perdio! — mormorò il Pamparato al Buonsanti, quando si fece il primo alto. Il cavaliere sorrise, inarcando le sopracciglia. Quell’altro avanzo della Cernaia aveva l’aria di rispondere: «Che! ora vedrete il meglio!».

Quando i due combattenti si rimisero in guardia, fu un nuovo attacco di Massimo, ma più serrato, senza le volate della prima volta. Il cavaliere di Carpigliano incominciò ad avanzare, e l’assalitore fu costretto a rompere. Come questo fu cacciato fuori dell’ombra, il suo avversario, senza attendere il cenno dei padrini, si ritrasse, invitando; poi si fermò, e riprese il giuoco di prima. Il conte Massimo, indispettito, non volle più rompere, e fu suo danno, perchè l’avversario, con un colpo d’arresto, lo toccò all’avambraccio.

— Siete ferito? — gridò il Nisio, che aveva veduto giungere il colpo.

— No, nulla; — rispose il conte Massimo.

— Nulla è presto detto! — replicò il brigadiere. — Per la regolarità delle cose, vediamo di che si tratta. —

Massimo stese il braccio, sorridendo, perchè il signor brigadiere vedesse a sua posta. Aveva la manica della camicia lacerata, e sotto quel piccolo strappo una leggera ferita.

— Vedete, signor conte, che qualche cosa c’era; — disse il Nisio, mentre si accostavano i medici per osservare a lor volta.

— Non sentivo nulla, io; — rispose Massimo. — È del resto una semplice graffiatura.

— Siete nel vostro diritto, chiamandola con questo nome; — ripigliò il vecchio soldato. — E i dottori, che cosa ne pensano? —

I dottori osservarono, palparono, premettero, senza che il volto del conte tradisse alcun senso di dolore.

— Cosa di poco momento, infatti! — sentenziò il medico del conte di Riva.

Il duello ricominciò. Massimo si cacciò sotto con gran furia; ma tutto ad un tratto gli cadde la spada. Com’era avvenuto ciò? Prima che egli potesse raccapezzarsi, il cavaliere di Carpigliano aveva spiccato un salto di fianco e posto il piede sulla lama dell’avversario, mentre gli presentava al petto la punta della sua. Il conte Massimo, con un moto istintivo si era gittato per raccogliere la spada; con un altro moto istintivo si ritrasse indietro. Allora il cavaliere Buonsanti si chinò, raccolse egli la spada, e disse, porgendola al conte:

— Volevo avere l’onore di presentarvela io stesso.

— Un bel disarmo, non c’è che dire! — borbottò il conte Massimo.

Avrebbe voluto ridere, ma non gli venne fatto che di torcer le labbra. E ripresa la spada, tornò all’assalto; ma più guardingo, che non gli avesse a toccare un altro disarmo. Quel diavolo del Buonsanti era saldo come un macigno; e il suo ferro, che egli trovava sulla sua via, dovunque egli tentasse di penetrare, seguitava a guizzargli davanti agile e sicuro, ora giuocherellandogli con la punta sul petto, ora balenandogli sugli occhi, come una lingua di fuoco. Era quello il gran giuoco del cavaliere di Carpigliano; e così il vecchio schermidore era stato, trentadue anni prima; così il prode sottotenente aveva saputo comandare alla sua ira gelosa, pensando che il braccio del suo avversario poteva esser utile come il suo proprio alla difesa della bandiera; e perciò, mentre avrebbe potuto uccidere, si era accontentato di pungere.

Anche allora, trentadue anni dopo, il vecchio schermidore aveva la vita di un uomo nel pugno. Quell’uomo valeva poco, a’ suoi occhi; era un insolente, un bugiardo, a cui sarebbe stato bene ogni castigo peggiore. Ma vedendolo perdere in quella guisa il lume degli occhi, il cavaliere di Carpigliano sentì sbollire a mano a mano la collera. Seguitò a lavorare per l’amore dell’arte; gli piacque di mostrare agli astanti quale dei due si stancasse primo, tra il giovane e l’uomo maturo, quale dei due dovesse augurarsi un colpo non troppo grave, per farla finita una volta. Di toccare il Buonsanti non poteva esser più nessuna speranza nel cuore di Massimo. Quel pugno maledetto era sempre in linea; sul forte della lama del Buonsanti scorreva sempre, sgrigiolando, la spada del conte di Riva. Alla fine questi perdette la pazienza. Quel ferro sempre sugli occhi, e tra i guizzi di quel ferro il sorriso continuo del cavaliere, gli sapevano di canzonatura. Volle finirla: o dare o prendere, ma senz’altre lungaggini. Riuscitogli quasi, dopo tre finte alte, un guadagno di spada, tentò di dar la fiancata. Ma quello era un colpo preveduto, e la punta di Massimo si trovò cacciata fuori di linea. Volle rimettersi, saltando indietro; ma già quell’altro incalzava, e la spada di lui si piantò veloce nell’omero del mal capitato assalitore.

— E là! — gridò il cavaliere Buonsanti, com’ebbe aggiustata la botta.

— Toccato! — mormorò il conte di Riva.

I padrini si fecero avanti con le spade levate. Ma non era necessario; il cavaliere di Carpigliano si era tirato indietro, chiuso nella sua guardia, come in una botte di ferro. All’altro, per l’improvviso intorpidirsi dei muscoli, cadeva la spada di pugno.

Vennero a lor volta i dottori, per visitare la ferita, e riconobbero impegnato il deltoide. Non era neanche mestieri di dire che non poteva continuarsi il duello. La cosa parlava da sè. I padrini tennero un brevissimo colloquio, e poi, con molta solennità dichiararono l’onore soddisfatto.

Profonda o no, la ferita era buona, e l’aveva resa anche lunga la posizione quasi orizzontale del braccio quando la spada del Buonsanti coglieva il deltoide contratto. I vasi arteriosi lacerati davano sangue; il braccio era intormentito ed anche enfiato ad occhi veggenti, intorno ai margini della ferita. Massimo sopportò con grande animo l’esplorazione e la fasciatura; soffriva, ad ogni pressione, ma non diede un lamento. Lo sosteneva un orgoglio naturalissimo in lui, ed anche giustificato dall’occasione, poichè aveva fatti tre assalti, e con una delle prime lame del vecchio esercito piemontese.

I padrini vollero che i due avversarli si riconciliassero. Al cavaliere di Carpigliano la cosa non andava; ma il Pamparato lo aveva persuaso con poche parole all’orecchio.

— Non far parere le cose più gravi di quel che sono! —

Così il nostro Buonsanti si era adattato a far pace, ed aveva toccato la mano del conte di Riva.

— Con voi non ho più nulla, — disse questi, mentre i padrini andavano a prendere il suo soprabito, per gittarglielo sulle spalle. — Voi mi avete toccato, e sta bene. Ma c’è un altro che pagherà la festa.

— Un altro! — esclamò il cavaliere, aggrottando le ciglia. — E sarebbe?...

— Lo conoscete.

— Ebbene, se io lo conosco, non vi permetterò di toccargli un capello. Aspettate! — disse il Buonsanti. — Se potete venir fuori e montare in carrozza, potrete anche sentire quattro parole sincere. Se siamo amici, come i nostri padrini hanno voluto, dobbiamo far patti chiari. Del resto, signor conte, ho avuta tre volte la vostra vita sulla punta della mia spada, ed ho il diritto di farvi sentir ragione. Signori, permettete! — soggiunse ad alta voce il cavaliere di Carpigliano, volgendosi ai medici e ai padrini. — Debbo dire alcune parole da solo a solo. —

Padrini e medici si ritirarono, lasciando il cavaliere accanto alla sedia rustica su cui era seduto il conte di Riva. Il dialogo fu lungo; e parlò quasi sempre il Buonsanti.

Quando questi fe’ cenno agli altri che potevano accostarsi, il conte di Riva era bianco nel viso come un cencio lavato.

— Vi sentite male? — gli domandò il suo medico.

— No, — rispose Massimo; — il cavaliere di Carpigliano mi raccontava certe cose.... che hanno scombussolate tutte le mie povere idee. Debbo ringraziarlo.... — soggiunse, con voce stentata. — Debbo ringraziarlo.... della sua comunicazione. —

Di bianco che era, il povero conte Massimo era diventato livido, quasi verde. Non aspettiamo che gli venga l’itterizia, e seguitiamo la parte avversaria, che, dopo i saluti d’uso, è rimontata in carrozza.

— «Cribbio», che giuoco! — borbottò il conte di Pamparato, stringendo la mano al Buonsanti. — Permetti che io te ne faccia i miei complimenti. Quella tua spada fiammeggiante mi ha ricondotto col pensiero ai bei tempi che incominciavo a studiare la Storia Santa. Mi pareva infatti quella del Cherubino, all’entrata del Paradiso terrestre.

— Ah sì, «Pamparà»! — rispose il Buonsanti, ridendo. — E dici più vero che tu stesso non pensi. È infatti un paradiso terrestre, quello che ho chiuso per sempre al signor conte di Riva; e in mancanza di Cherubini, veglia la spada del tuo vecchio «Carpijan», a custodia del passo. —

XX.

Per finire.

Il conte Almerico di Montegalda aspettava l’amico Buonsanti, come aveva promesso. Alle sei il Buonsanti doveva venire; alle sei in punto comparve.

— Eccomi qua; — disse il cavaliere. — Metti in capo e andiamo.

— Ebbene? — domandò Almerico, fissando gli occhi negli occhi del cavaliere.

— Ebbene, si va a pranzo, m’immagino; — rispose questi, imperterrito. — Non ti nasconderò che ho una fame maledetta.

— Non c’è nulla? — riprese Almerico.

— Di che?

— Della tua questione.

— Ah, la questione? Pensavo di molto alla questione, ora! Caro mio, la questione va per le lunghe.

— Come?

— Che ne so io? I padrini trattano; lasciamoli trattare; è il loro mestiere. Abbiamo ancora da vederci.... domattina.

— Ah! — disse Almerico. — C’è dunque speranza che la cosa si aggiusti?

— Sì; — rispose il cavaliere; — di solito, quando le questioni si allungano, finiscono coi verbali. E questi si chiamano verbali, perchè sono scritti. Ma senti, Almerico; devi farmi un piacere: non parlarmi più della famosa questione. È sempre stato mio costume di rimettere ogni cosa nelle mani dei padrini, e il mio onore e le noie che lo accompagnano. Il duello è una seccatura; perchè raddoppiarcela, quadruplicarcela, centuplicarcela, prendendo parte con l’ansia a tutti i suoi preliminari? Dunque, se mi vuoi bene, parleremo d’altro, per oggi. Metti in capo, ti dico, e partiamo. —

Almerico non insistette; spiccò il cappello dalla gruccia, mise in capo, e seguì il cavaliere di Carpigliano. Ma egli era rimasto pensoso, e senza idee, come tutti coloro che pensano troppo. Non seppe suggerire all’amico un luogo dove potessero andare a pranzo. Del resto sarebbe stato inutile; il Buonsanti li passava tutti in rassegna e li rifiutava tutti. Caffè di Roma, caffè di Venezia, caffè Cavour, Mortèo, Le Venete, Bucci, l’Aquila, l’albergo di Milano, l’albergo del Senato, tutti luoghi dove solevano andare, dispiacevano per quella sera egualmente al cavaliere Buonsanti. Erano sempre pieni zeppi; ci si pigiavano sempre deputati, senatori, giornalisti, corrispondenti di giornali di provincia, insomma tutto il brulicame politico della capitale del regno. Il cavaliere voleva per quella sera un luogo tranquillo; e di tranquillo, a ben cercare, non c’era che Spillmann. I prezzi alti del luogo, aiutavano, mantenevano ancora là dentro un vuoto relativo. E dico relativo, perchè l’assoluto, come i fisici sanno, non è dato ottenerlo neanche sotto la campana di una macchina pneumatica.

Il pranzo fu, mi perdoni l’oste, scolorito ed insipido. Così è sempre, del resto, quando non assiste l’appetito e il buon umore non è stato invitato. Al Montegalda l’uno e l’altro mancavano. Il Buonsanti, checchè dicesse di una maledetta fame che aveva, era svogliato come tutti coloro che tornano da una grande impresa e pensano volentieri a quella: e se il buon umore lo portava sempre con sè, bisogna anche pensare che la tristezza di Almerico non gli dava occasione di metterlo fuori. Quel degno cavaliere, ricordando che quella sera bisognava andare al palazzo San Secondo, usava di tutta la sua eloquenza esortatoria per consigliare il Montegalda a parlare una volta. Almerico stava a sentire; non acconsentiva, non negava; scuoteva la testa, sospirava; ed era già molto, nella condizione in cui lo sappiamo.

L’innamorato è un essere che non agisce. Si direbbe che la più dolce delle umane passioni operi sull’uomo come certi veleni di specie narcotica. L’avvelenato d’amore ha intorpidito più particolarmente il sistema nervoso; istupidisce, non sa cavarsi da nessuna difficoltà, s’affogherebbe in un bicchier d’acqua. Ordinariamente ha gli occhi fissi, il polso teso, un senso di gravezza al cervello, una prostrazione invincibile per tutti gli arti; non sorride, non si anima un pochettino, se non quando gli parlate dell’oggetto amato. Nel complesso, sente una gran propensione ad astrarsi, qualunque sia l’occupazione. È sommamente pericoloso, allora, dargli da fare delle operazioni aritmetiche. Egli sarebbe capace di non ricordar più neanche la tavola pitagorica. Dategli piuttosto da guardar nello spazio e da far castelli in aria: unica cosa in cui riesca. Un simile stato psicologico dura quanto può durare; non c’è modo di determinarlo con sicurezza. Raramente, per fortuna, l’avvelenamento d’amore è seguito da morte, qualche volta da matrimonio. E questo io auguro di gran cuore a tutti gli avvelenati d’amore, se le rispettive condizioni di stato civile son tali da favorire questa felicissima risoluzione del male.