Part 6
— Alla generosità di lor signori! — E Salvatore faceva il giro della compagnia, col berretto in mano, per raccogliere le offerte. Coi soldi che mettevano assieme compravano delle castagne o delle carrube arrosto, roba che metteva sete e faceva vuotare i bicchieri d'un sorso solo.
— Alla salute della società!
— Alla salute di Agostino — che m'ha regalato questo buon vino!
— Alla salute dei vostri figli, quando ne avrete!
Salvatore si metteva a ridere, perchè quell'idea non gli era mai passata pel capo. Si trovava così bene, in quella pace degli angeli! e le donne non sapeva neanche dove stessero di casa.
— Che bisogno ho mai di andare a cercar degli impicci? Del resto, ci sarà sempre tempo di pensarci a cotesta corbelleria.
— Eh, amico caro! — gli diceva Agostino — lo sapete che i quarant'anni son passati da un pezzo?
— E questo che importa? Se mi trovate un pelo bianco ve lo pago quel che voi volete.
— Date retta a me piuttosto; cercatevi una moglie che faccia per voi, e v'arricchisca la casa! Voi avete del vostro, e non dovrete angustiarvi se verranno i figliuoli.
— Trovarla! Dove volete ch'io la vada a pescare?
— Gli amici ci son per niente? Ma dite meglio che avete la testa ai romanzi e fantasticate Dio sa che stramberie!
Agostino diceva così per farlo indispettire. Quando toccavano quel tasto, Salvatore, che era sempre buono come il pane, s'arrabbiava davvero.
— Non ne capite niente! Quasichè io fossi un ragazzo, da guastarmi la testa! Se leggo romanzi vuol dire che ci trovo il mio gusto. A voi che piace, il bagordo? E chi vi dice nulla!
— Basta! non se ne parli più!
Invece tornava a parlarne. Egli aveva una gran premura di dargli moglie, ma diceva pel suo bene: si conoscevano da ragazzi, e ne aveano passate tante, insieme! Lui non l'aveva fatta quella corbelleria; ma c'era una brava ragione, che non aveva un soldo di suo, e il poco che guadagnava non gli bastava pei suoi bisogni. Rovinata la casa della principessa, era passato all'amministrazione del marchese Motta: e con le tre lire al giorno che gli davano sarebbe stato padrone di morir di fame, se gli fosse venuta la malinconia di ammogliarsi!
— Che dice la marchesa? — chiedeva Salvatore, pigliandogli il mento con due dita, per levargli la barba dal collo.
— Eh! amico caro... — masticava l'amico Agostino — quella tiene i ganzi a quattro per volta.... Se n'è perfino perduto il numero!...
— Quando poi si dice! Queste gran signore, se ci si mettono, ne vogliono cento di quelle...
— Ma che bel pezzo di donna.... vista in casa.... in disabigliè!... — e si dimenava voluttuosamente sulla sedia, mordendosi le labbra. — Una volta di queste ve la farò conoscere!
Infatti, un giorno l'amico Agostino venne a dirgli che la marchesa lo voleva a palazzo, col mandolino.
— È per domani sera. Sono venuti certi parenti da Palermo e ci sarà gran concerto.
Lui da principio non ne voleva saper nulla: che figura gli toccava fare, in mezzo a tanti signori?
— Non ci sarà nessuno, sono fra loro parenti. Andiamo, non fate il difficile; hanno saputo che siete un gran suonatore e vogliono ammirare la vostra abilità! E poi, date retta: quando sarete lì, guardatevi bene attorno... e me ne darete notizie!
— Che intendete dire?
— So io!
Salvatore aveva un cuor d'asino e un cuor di leone, come si dice, e non sapeva decidersi tra la voglia di andare dalla marchesa e la soggezione che lo vinceva soltanto a pensarci.
— Dunque, stasera? — venne a rammentargli Raffaele il cocchiere della signora, che era dilettante di chitarra.
— Ci sarete anche voi?
— Passerò a pigliarvi.
Così, quando fu l'ora, egli mise il suo abito più bello, prese lo strumento sotto il braccio e s'avviò.
II.
Per una settimana, Salvatore non si potè levar di capo il ricordo della serata della marchesa.
— Com'erano magnifici quei grandi saloni, con quei grossi tappeti sotto i piedi, con tante galanterie e tante ricchezze!... Già, quando s'era trovato nel giardino, dinanzi alla signora, egli non aveva capito come l'amico Agostino ne potesse parlar male: era tanto buona, tanto affabile! S'ha un bel dire, ma il garbo e la distinzione si trovano soltanto in casa della nobiltà! Perfino i servi avevano belle maniere, e il cameriere che lo aveva accompagnato in giardino, e poi nella sala dei rinfreschi, pareva avesse fatto strada a un barone, a dir poco! Soltanto quel gelato non gli era andato nè per dritto nè per traverso, perchè, sul più bello, era entrato a rotta di collo un diavolino, strillando e pestando coi piedi, domandando i dolci, e poi era venuta la governante, vestita come una dama, e l'aveva portato via, chiedendo scusa a lui, Salvatore, con un'aria e una voce così gentili, che egli non era riuscito neppure a rispondere: Ma nulla!
— Che ne dite? Un bel pezzo di ragazza, quella Fanny? — chiedeva intanto l'amico Agostino. — Quei fianchi, li avete visti?... e il resto?...
— Sempre a una cosa voi pensate? — rispose Salvatore, ridendo un po' tra i denti.
— Io? Guardate cos'è il mondo! Io pensavo al bene, e se vi dico che è una bella ragazza, gli è perchè farebbe giusto per voi.
Salvatore lasciò cadere il discorso, affinchè quello se ne andasse. La testa gli frullava ancora da quella sera, e l'imagine di Fanny non gli si voleva levar via dagli occhi. La vedeva ancora, come se gli stesse innanzi, bionda, graziosa, elegante; gli risuonava ancora all'orecchio l'accento simpatico e per lui nuovo della sua voce melodiosa.
— Non dev'essere delle nostre parti; anche il nome lo dice.
E rimuginava: «Fanny! Fanny!...»
— Che bel nome! Un nome da romanzo.
Ora divorava volumi sopra volumi; aspettava ansiosamente le dispense della _Mano del defunto_, le leggeva in un lampo e restava poi con la testa intronata e gli occhi stanchi, a pensare ai casi proprii.
Le cure della bottega, il lavoro di ogni giorno, la conversazione delle pratiche e degli amici cominciavano ad annoiarlo. Gli pareva mill'anni di restar solo, senza far niente; gli pesava di sentir chiacchiere e di sbattere saponata.
Ma l'amico Agostino gli era attorno, a tutti i momenti, cercando di persuaderlo che egli avrebbe dovuto accasarsi, presto, altrimenti i peli bianchi avevano tutto il tempo di spuntare; ripetendogli che Fanny faceva proprio per lui, giacchè era stata sempre avvezza ad aver cura della casa e dei ragazzi, e doveva anche aver messo dei soldi da parte; senza contare che la marchesa le avrebbe fatto qualche grosso regalo, pel matrimonio, com'è uso.
— Infine, che volete concludere? Volete aspettare di morir solo, come un cane, senza nessuno che vi pianga? A chi volete lasciare quel poco di ben di Dio? Resterete sempre in questo bugigattolo, ad affilar rasoi e a veder volare le mosche, quando non levate la barba a qualche straccione unto e pidocchioso? Ora che tutti gli scuoia-cani mettono su di gran saloni e fanno la loro bella figura, con le mani in tasca a comandare i giovani di bottega, voi solo non dovete tentar la sorte, per migliorare la vostra posizione? Il pane non vi manca, ma non si vive di solo pane! Con i denari che vi porterebbe Fanny c'è da far tante cose, solo che una testa quadra vi guidi!...
Salvatore non aveva bisogno di tante istigazioni, perchè dal momento che aveva vista la ragazza, in casa della marchesa, gli s'erano risvegliati dei calabroni per la testa, e tutti quei ragionamenti egli li aveva fatti da un pezzo. La sua bottega gli pareva ora ben miserabile; le imposte tarlate si aprivano sgangherandosi, i quadri delle quattro stagioni appesi alle pareti intonacate di un giallo sporco s'erano scoloriti, il cerchio di ferro da cui pendevano le filze dei denti vecchi girava continuamente ora da una parte e ora dall'altra, e i bacili di rame sbattevano fra loro con un rumore di casseruole sfondate.
Egli pensava a Fanny, alle ricchezze in mezzo a cui vivevano i signori, al _Salone d'Europa_ tutto splendente di lumi, di specchi, di dorature, dinanzi al quale la gente si fermava, ammirando.
— Lo sapete chi era prima quel Conterino? — diceva l'amico Agostino. — Un morto di fame, peggio di me. Ora fa fortuna, col nuovo salone, alla faccia degl'infingardi.
Salvatore avrebbe voluto parlargli di Fanny, ma aveva paura che quello lo canzonasse. L'amico Agostino, invece, avviò lui il discorso.
— Sapete che l'altro giorno ho visto la Fanny, e s'è parlato di voi?
— Davvero? — rispose l'altro, studiando un tono indifferente. — E che dicevate?
— Mi diceva che suonate come un angelo.
Quella sera Salvatore chiuse la sua bottega più presto del solito e si mise a suonare sul mandolino l'aria del _Trovatore_. La musica non gli aveva mai fatto un simile effetto; si sentiva correre dei brividi per la pelle e tremar la mano, con una gran voglia di piangere.
— Se potessi rivederla!
Quando meno lo avrebbe sperato, il suo desiderio fu sodisfatto.
— La marchesa vi vuole a palazzo, domenica, per un altro concerto — era venuto a dirgli il cocchiere.
Salvatore avrebbe voluto abbracciarlo.
— La marchesa mi onora ogni volta che mi comanda. E ci sarete anche voi?
— Mi tocca questa seccatura.
Per lui fu una festa. Il suo mandolino non aveva mai cantato così dolce. Glie lo dissero, perchè egli non se n'era accorto; non s'era accorto di nulla, tranne di Fanny che andava e veniva dall'appartamento al giardino, come voleva il capriccio della marchesina. Se non era il rispetto, egli avrebbe mangiata a baci la bambina quando aveva voluto pizzicare il suo strumento.
— Abbia pazienza! Bisogna contentarla in tutto; altrimenti pover'a noi!
Salvatore non sapeva che rispondere, tutto sconvolto.
— Ma che, per carità!...
E abbandonava il suo strumento in mano di quel diavolino che se lo trascinava dietro come un giocattolo.
— Ora gli sciupa ogni cosa! — esclamò la Fanny, raggiungendo la bambina.
— Ma la lasci stare!... non importa!... — insisteva Salvatore, avvicinandosi, sfiorando le mani di lei nella breve contesa.
La marchesina, sdraiata sopra un sedile di ferro, col mandolino quasi più grande di lei fra le gambe, strappava le corde una dopo l'altra, come se volesse spezzarle.
— Mio Dio, che stridori! — diceva la Fanny, portando le mani alle tempie e raggiustando lievemente con le dita le bande dei suoi capelli d'oro. — Che differenza con poco fa! — aggiungeva, rivolgendosi a Salvatore.
Egli tentava scusarsi:
— Bontà sua!... io non merito...
— No, no; le assicuro che lei suona divinamente. Così potessi avere ancora questa distrazione!
— Conosce la musica?
— Ora? Più nulla! A casa mia, strimpellavo bene o male sul pianoforte. Ma cosa vuole — aggiungeva, sospirando — quando non s'è più padroni!...
Salvatore non si stancava di contemplarla, pieno di commiserazione.
— E si trova da molto tempo con la marchesa?
— Da quasi due anni!
— Il suo paese, se è lecito?
— Sono veneziana. Mio padre era capitano nell'armata...
La marchesina chiamò da lontano:
— Fanny!...
— Sul punto di morte mi raccomandò a una famiglia di signori suoi conoscenti, che per tutta protezione mi proposero di prendermi come governante...
— Fanny! Fanny! — strillava la bambina.
— Dica lei cosa potevo fare, senza un aiuto, sola? Rassegnarmi!
— Fanny! — urlava la bambina, disperatamente.
Dal salotto, la marchesa chiamava anche lei, con voce breve:
— Fanny!
— Ecco quello che mi tocca! — mormorò lei. — Mi permetta, signore...
Salvatore restava ancora lì, senza saper dove fosse, con una grande confusione nella testa. Era proprio lei, la Fanny, che gli aveva fatte quelle confidenze? Ed erano dirette proprio a lui, Salvatore? Tutto questo non era un romanzo?... Si guardava attorno: il giardino era oramai deserto e silenzioso; i lampioncini rossi pendenti dagli alberi, come tanti poponi, si andavano spegnendo. La rotonda era vuota; dietro le finestre del salone, vivamente illuminate, si vedevano passare delle ombre, al suono affievolito del pianoforte.
— Un romanzo! un vero romanzo! — pensava egli continuamente.
A un tratto si udì chiamare:
— Salvatore, ohè? — Era Raffaele, il cocchiere. — Volete restare all'aria aperta fino a domani?
— Vengo subito — rispose, cercando il suo strumento da un sedile all'altro.
— Che avete fatto di bello?
— Nulla; s'è chiacchierato colla governante della marchesina.
— La governante? Quale governante?
— Ma... la Fanny... la figlia del capitano...
Il cocchiere si mise a ridere:
— Ci siete cascato anche voi? Che capitano e che governante! La cameriera, volete dire.
— Ecco com'erano! — pensava Salvatore. — Ecco in mezzo a qual gente era costretta a vivere quella povera creatura! Che sorte le toccava!
Egli si sentiva intenerire profondamente, ogni volta che ripensava a tutto quello che aveva dovuto soffrire, lei così buona, lei così degna di miglior sorte.
— Ah, se!...
Ma poi disperava, rivedendosi nella sua botteguccia, all'idea della distanza che lo separava da lei.
— Che!... Che!...
— Cos'ha mai Salvatore? — si chiedevano Santoro, Lisani e gli altri amici, nel vederlo sempre rabbuiato. — Guai grossi ci sono, dunque? — domandavano ad Agostino, che passava per il suo confidente.
— Infine — gli disse questi, dopo che i suoi discorsi avevano avuto tempo di fare effetto — perchè sospirate tutto il giorno come un mantice? Pensate sempre a Fanny?.. E spiegatevi chiaro, in nome di Dio! Perchè dunque non la sposate?
— E lei mi vorrà?
Agostino partì a ridere, vedendo la faccia lunga dell'amico.
— Dovete sapere che Pulcinella, quando era innamorato di qualcuna, diceva che mezzo matrimonio era fatto!
— E dunque?
— Dunque, all'altro mezzo penserò io.
Così egli fece portare l'ambasciata, da sua sorella, che era amica di Fanny, e un bel giorno tornò con la risposta.
— Insegnatemi il mandolino! — cominciò a dire, con una serietà studiata.
— Che vi salta in testa, adesso?
— Insegnatemi il mandolino, v'ho detto!
— Va bene, ve l'insegnerò; ma almeno spiegatemi....
— Vi spiego che le avete fatto girar la testa, col vostro pizzicato.
— E che ha detto?
— Dice di sì, birbante!
III.
Gli sposi avevano preso un anno di tempo affinchè Salvatore potesse sistemare le sue cose e metter su il nuovo salone. La Fanny ne aveva fatta una condizione espressa, quando aveva vista l'antica bottega.
— E volete continuare a tenere questo bugigattolo?
— Veramente, non ha nulla di bello...
— Ma non è affatto decente!
Salvatore conveniva pienamente con lei, dimenticando che quel bugigattolo gli aveva dato il pane per tanti anni.
— La bottega la daremo in affitto — soggiunse. — C'è già chi la vuole. Intanto apriremo un nuovo salone. Ma se io fossi in un'altra posizione, vorrei piantar la baracca e non toccar più forbici e rasoi.
— E cosa fareste?
— Vorrei star sempre con te!
— Dio ne liberi! — esclamava la Fanny, ridendo. — Gli uomini in casa? Una peste!
L'amico Agostino, che gli dava sempre buoni consigli, pel suo bene, aveva grandi idee relativamente al nuovo impianto.
— Bisogna cercare una bottega spaziosa, molto centrale, facendo un affitto lungo. E non lesinare sugli addobbi. Giacchè ci siamo, dovremo anche provvederci di profumeria. E poi ci vogliono cento altri articoli: i colletti, i polsini, i bottoni, un po' di marocchineria; se dobbiamo far le cose per bene!..
Salvatore approvava, ma la difficoltà era quella dei quattrini; egli non sapeva dove li avrebbe presi, e quel poco che aveva messo da parte non era sufficiente neanche per le anticipazioni.
— Il rimedio è subito trovato — suggerì l'amico Agostino. — Vendete la casa. Coi denari in mano, potrete pagar contanti e ottener dei risparmii.
Ma egli non si lasciava persuadere; gli sapeva duro di vender la casa dove aveva passati tanti anni felice e contento.
— Si potrebbe trovare un altro mezzo?
— Il mezzo ci sarebbe, ma non è molto facile. Si potrebbe contrarre un mutuo, dando ipoteca sulla proprietà; poi, i denari che vi porterà vostra moglie e i vostri guadagni serviranno a sbarazzarvene. Tutto sta a trovare chi metta fuori i soldi; la casa è vecchia e il quartiere fuori mano....
— Lo troverete anche voi! Io non ho pratica d'affari; mi metto interamente nelle vostre mani.
Agostino trovò un'offerta, e cominciò a parlargli di tanto per cento, di garanzie e di altre cose in cui Salvatore non capiva niente.
— Voi mi dite che conviene? Affare fatto, non ne parliamo più.
Firmato l'atto e ricevuti i denari, Salvatore affittò una bottega del palazzo Spondelli, nel centro della città, a pochi passi dal salone di Saverio Conterino, e cominciò dal sostituire il vecchio pavimento di mattoni di terra cotta con un bel pavimento di larghe lastre di marmo, e dal rifare a stucco lucido il soffitto e le pareti.
— Chi glie lo dice a questo strappa-denti, di venirsi a mettere fra i piedi della gente? — esclamava Saverio Conterino, arrabbiato per la concorrenza del nuovo salone.
— Ora gli faccio vedere chi me lo dice! — rispose Salvatore quando gli riferirono quel discorso; e mandò a offrire due lire di più per settimana a Nardo, il giovane di bottega del Conterino.
Nardo era uno che amava di fare i suoi conti, prima di pigliare un partito. La sua ambizione era di mettere su un salone e di diventar principale a propria volta, ma la cosa era molto difficile restando col Conterino, il quale aveva figliuoli e non poteva pensare ad agevolar lui.
— Ma se non mi troverò bene nel nuovo salone? Conterino vorrà ripigliarmi? E allora dove vado? E con questo mutare ogni giorno, che fama mi faccio?
Poi veniva il rovescio della medaglia:
— Il nuovo principale piglia moglie, e avrà la testa a casa; le difficoltà dei primi tempi potranno scoraggirlo. Allora, se io mi faccio voler bene, potrò prendere il suo posto e troverò il salone avviato. Il principale non ha figli; potrebbe averne, ma prima che crescano ci sarà tempo perchè si ritiri dal mestiere. Se non si vuol ritirare potrebbe anche fallire...
— Mettiamo tre lire — disse per deciderlo Salvatore che contava di rifarsi coi guadagni del nuovo impianto. — Mi pare di far troppo!
Così la cosa si combinò. Quello di Nardo era un acquisto prezioso, ma non poteva bastare per gli affari che avrebbe avuto il nuovo salone; talchè Salvatore dovette pensare a un altro aiutante, e prese Andrea, il figliuolo di Pizzuto, il barbiere della Barriera, il quale veniva in città ad apprendere il mestiere. Veramente, non sapeva ancora tenere un rasoio in mano; ma alla sua scuola si sarebbe presto formato.
— Vogliono scannare la gente dallo strappa-denti! — diceva Saverio Conterino, guardando i lavori che si facevano nella bottega. — Avete inteso chi prendono per aiuto?
— Bisogna compatirlo — rispondeva Salvatore, con una scrollata di spalle. — È l'invidia che lo rode vivo.
Quando finalmente fu aperto il _Salone di Venezia_ — Salvatore gli aveva messo questo nome per amore di Fanny — ci fu davvero da rodersi le dita, dall'invidia; perchè la bottega di Salvatore era una galanteria e straluccicava negli specchi, nei mobili, nelle dorature. Anche qui i passanti si fermavano, a guardare, ingombrando il marciapiede e impedendo che la gente entrasse od uscisse. Dentro, Salvatore, vestito a nuovo, faceva gli onori di casa agli amici, ai conoscenti, agli antichi frequentatori che venivano a congratularsi con lui; aprendo una dopo l'altra tutte le cassette e gli scaffali dove stavano disposti in bell'ordine le boccettine d'acque e d'essenze, le spazzole, gli spazzolini ed i pettini, le scatole di polvere profumata, i pacchetti di sapone, un'infinità d'involti azzurri, rosei e giallo-chiari; spiegando quanto era costato questo e quanto quello, e come non si fosse finito più presto per fare ogni cosa con garbo. Egli prodigava ringraziamenti e strette di mano, a destra e a manca, senza neanche riconoscere la gente che entrava, impacciato per l'abito nuovo ed il colletto troppo stretto.
Agostino godeva anche lui del trionfo, modestamente, facendosi da parte, evitando gli sguardi di Salvatore, ma non tanto da impedire che quando la folla se ne fu andata, l'amico gli venisse a buttar le braccia al collo.
— Questa è tutt'opera vostra! Senza di voi io non avrei mai saputo cavarmi d'impiccio....
— Andiamo, via! Voi non mi dovete nulla. Se vi ho dato qualche consiglio è stato per il bene che vi voglio. Ora bisognerà far buoni affari.
Il nuovo salone faceva i suoi affari come tutti gli altri, nè troppi nè pochi, tanto da mantenersi. Salvatore vi perdeva tutto il suo tempo e con le sue belle maniere riusciva a ingraziarsi le pratiche e a procurar abbonati. I registri li teneva Agostino; Salvatore aveva troppo da fare, e poi non riusciva a raccapezzarsi in mezzo alle cifre. Nardo era anche lui un buon lavoratore, attivo e intelligente; egli pensava sempre a metter bottega alla sua volta e intanto faceva di tutto per cattivarsi la benevolenza del principale. Andrea s'andava formando, a poco a poco; ora gli si poteva affidare una barba, quantunque fosse un po' tardo; i capelli sapeva pettinarli a garbo ed era famoso per la scriminatura. Egli non era più riconoscibile; spendeva tutto il suo a colletti, a spille di rame, a bottoncini d'osso, e prendeva sempre più l'aria d'un zerbinotto.
— Il figurino! — l'aveva soprannominato Salvatore.
Tutt'e due, quando nel salone non c'era da fare, divoravano le dispense illustrate: _Il Signore del mondo, Mietta o Il Fiacre N. 13._ Nardo non le toccava se non per mettere in ordine il salone; quand'era disoccupato egli faceva conti, sulla punta delle dita.
Ora Salvatore era costretto a comperare anche i giornali, perchè la nuova clientela, più scelta e numerosa dell'antica, gl'incuteva soggezione, ed egli non poteva chiacchierare con tutti. Ogni mattina, sul presto, arrivava sgambettando lo Sciancato, quello che strillava i fogli, e appena entrato si cavava il berretto.
— _Benedicite!_ — Poi, cominciando a fare il mulinello col braccio dritto: — Oggi, gran novità! C'è la scacciata d'Adamo e di Eva dal paradiso terrestre!
E come gli davano il soldo, lo buttava all'aria, lo faceva cadere dentro il berretto e scappava tirandosi dietro la gamba storta.
IV.
Salvatore, intanto, vedeva Fanny rare volte; la marchesa non le dava molti permessi d'uscire, ed a palazzo egli non poteva andare tutti i giorni.
Per questo, quando ad agosto, dopo che la signora andò in campagna, finalmente il matrimonio fu celebrato, Salvatore era innamorato di sua moglie ancora più di quando l'aveva conosciuta.
Appena entrata in casa, vista la ragazza di servizio presa da Salvatore, la Fanny aveva detto:
— Chi è questa stracciona? È lei che deve servirmi?
— Non ti piace? — rispose Salvatore — Il mese venturo ne prenderemo un'altra.
— E intanto cosa pretenderesti, che facessi la serva io?
— Ma che ti scappa di bocca!
E Salvatore perdette la caparra e la mesata, cercando subito un'altra persona di servizio che piacesse a sua moglie. Egli non voleva dare nessun dispiacere a Fanny; le stava sempre d'attorno, spiando i suoi desiderii, trascurando i proprii affari, lasciando il salone in mano ai giovani di bottega. La carezzava, la vezzeggiava come una bambina; non gli pareva vero di poterla chiamare sua moglie, di sentirsela vicino, per sempre.
— Chi l'avrebbe mai detto! Mi par di sognare.
La guardava andare e venire per la sua casa, pieno di meraviglia, come se non fosse una persona, ma una fata venuta a rallegrarlo e pronta a scappar via. La chiamava coi nomi più dolci, le prestava tutte le bellezze delle eroine dei suoi romanzi; voleva guadagnare una fortuna soltanto perchè lei ne disponesse.
Fanny metteva ogni sua cura a sfoggiare le galanterie e gli abiti che la marchesa le aveva regalati.
— Ti stanno così bene! — esclamava suo marito.
Ma lei non restava mai contenta.
— Queste buccole non sono di buon gusto. Roba da contadine!
Salvatore glie ne comperava un altro paio. Sua moglie non doveva parere una contadina, doveva parere una signora e far la sua figura come le altre, meglio delle altre.
— Fanny è piena di voglie: buon segno! — andava dicendo, fregandosi le mani.