Part 7
Poi, in primavera, lei volle andare in campagna, come facevano tutti. Salvatore affittò subito, dietro la Barriera, in una posizione bellissima, due stanze con un giardinetto, dove c'era una magnifica veduta. Non gli importava di lasciare la città, di piantare il salone e gli affari, pur di contentarla. E poi, lei si poteva bene cavare quel capriccio, con le due mila lire che aveva portato di suo!
Ma, appena arrivata, Fanny cominciò a smaniare:
— Che oppressione!... Come si fa a viver qui!... Ma che idea di cercare una casa dietro il camposanto!
A manca, in fondo, oltre i tetti di alcune casipole, spuntavano infatti le cime dei cipressi.
— Scusami, non me n'ero accorto! Un vero malaugurio! Gli è che io non ho occhi se non per te. Vogliamo andar via?...
— Ora che ci s'è, ci si resta — disse Fanny, quando Agostino, con la sorella, venne a villeggiare nelle vicinanze.
L'amico, veramente, era occupato in città durante tutta la giornata; la sera soltanto gli era permesso di andare a respirare un po' d'aria fresca. La domenica, spesso anche qualche altro giorno della settimana, Salvatore lo invitava a desinare.
— È il meno ch'io possa fare — diceva a sua moglie, giustificandosi — per disobbligarmi dei servigi che mi rende alla bottega.
Appunto Fanny, che era avvezza a veder gente, si sentiva opprimere nella solitudine.
— Venite a trovarci, la sera — insisteva Salvatore — quella povera figliuola non vede anima viva.
Con Agostino lei stava volentieri; era una vecchia conoscenza e la divertiva con le sue chiacchiere. Lui non mancava di portarle qualche cosa, delle confetture, dei pasticcini, per contraccambiare le cortesie di Salvatore.
— Ma io non posso permettere!... Se vi incomodate ancora, me n'offendo.
E facevano a chi obbligasse più l'altro.
Quando Agostino non potè venire, neanche la sera:
— Ora torniamo a casa — disse Fanny.
Anche a Salvatore pareva tempo. Per quanto onesti fossero i suoi commessi, e l'amico Agostino vigilante, la baracca non poteva andare a lungo a quel modo. L'occhio del padrone ingrassa il cavallo, si dice, ed egli lo vedeva con prova. Le pratiche che volevano esser servite da lui, a casa, si lamentavano della lunga assenza; il salone aveva bisogno d'esser corredato di tutto il necessario, continuamente, e per questo non c'era che lui.
Così vi ritornò, badando di nuovo agli affari, procurando di allargare la sua clientela con le sue belle maniere, rifornendosi di tutti quegli arnesi che il tempo aveva logorati, per mantenersi sempre nella bella fama che s'era acquistata. L'amico Agostino gli era sempre di grande aiuto, nel fargli i conti, nello scrivergli la corrispondenza con i fabbricanti dai quali ritraeva i suoi articoli, nel tenergli d'occhio la bottega quand'egli non poteva venirvi.
— S'aiutano l'uno coll'altro! — diceva Saverio Conterino al calzolaio che stava a fianco. — L'amico fa andare il salone e lo strappa-denti gli dà in cambio la moglie.
— Come avete detto? — esclamò quello.
— La sacrosanta verità. Quando lo strappa-denti sbatte saponata o lava teste, l'amico fa il comodo suo, con l'amica. È una cosa combinata da un pezzo...
— Come, come?
— Già, loro si conoscono da un pezzo, da quando erano in casa Roccasciano tutt'e due. All'amica le piaceva scherzare, ma scherzare soltanto, veh! chè voleva trovare un marito, lei. E poi, entrata in casa Motta, l'amica ci fece venire anche lui, per mezzo della marchesa che non le può negar niente, perchè è nelle sue mani. E adesso che lui le ha fatto trovar un marito — e così paziente! — vanno tutti d'amore e d'accordo.
Senza Agostino, veramente Salvatore si sarebbe sentito come perduto. A lui egli confidava i suoi piccoli dispiaceri, i suoi imbarazzi; a lui suggeriva di farlo rappattumar con la moglie, se si erano un po' bisticciati, per una cosa da nulla, e domandava consigli per l'affare del mutuo, giacchè era passato più d'un anno e ancora non aveva potuto metter niente da parte, malgrado s'ammazzasse a lavorare, senza un lamento, perchè sua moglie non mancasse di nulla e si potesse acchetare anche il debito.
— Non ve ne curate! — gli diceva l'amico Agostino, alzando le spalle.
— Come, non debbo curarmene? Se ho preso i denari, bisogna bene che li restituisca.
Egli studiava economie, non spendeva più niente per sè, tranne i soldi delle dispense illustrate; ma, invece di risparmiare, le entrate del salone non gli bastavano più.
— Caro Agostino — ricorreva all'amico — potete procurarmi un centinaio di lire?
L'amico portava la somma, contro la firma d'un pezzo di carta.
Fanny aveva bisogno d'abiti e di vezzi; andava spesso a trovar la marchesina, e non poteva presentarsi alla sua antica padroncina come una cameriera. Poi era stata sempre abituata a portar cappellini, e non poteva adattarsi all'uso dello scialle paesano.
— Un uso stupidissimo! Allora tanto vale andare attorno vestite di casa, se l'abito non s'ha da vedere!
I cappellini costavano cari, ma Salvatore non badava alla somma.
— Spendi tu stessa quel che ti bisogna — diceva, consegnandole tutto quanto gli entrava.
Giusto, la marchesa era partita per le sue terre, e aveva lasciato il palchetto del _Comunale_ al segretario, al cocchiere ed a Fanny, una sera per uno.
— Chi è quella signora? — sentì dire Salvatore, gongolante, a un giovanotto nell'atrio del teatro, mentre passava sua moglie tutta ravvolta nel mantello bianco, con la piccola coda dell'abito che spazzava il corridoio.
Lei pareva veramente una signora, come tutte le altre, quando appuntava l'occhialetto qua e là per la sala, col gomito nudo sul velluto e i guanti a mezzo braccio, o quando agitava lentamente il ventaglio, o si riversava indietro, a ridere e a chiacchierare col segretario o con l'amico Agostino.
— Vogliono metter la casa all'asta — venne a dir questi una sera, mentre il teatro risuonava di canti e di applausi.
Ma Salvatore guardava sua moglie, estatico, e non l'intese.
V.
Quando lesse il bando dell'espropriazione, in fondo al salone, alla luce del gas dovuto accendere in quel tristo pomeriggio di novembre, Salvatore avrebbe avuto voglia di strapparsi i capelli, non soltanto per il danno, ma anche perchè aveva a malaugurio di lasciar la casa dov'erano morti i suoi, dov'egli stesso era cresciuto e contava di morire.
— Io che non volli venderla quando almeno potevo cavarne un utile, me la vedo ora toglier di mano per un pugno di soldi!
Agostino aveva anche lui il muso lungo, come se sentisse il peso di quella disgrazia, e non diceva nulla.
— Insomma, non è morto nessuno! — esclamò Fanny che s'annoiava a sentir piagnistei. — Case non ne manca, in città.
— È per l'affezione, capisci...
— Ed io qui mi son sentita opprimere, se lo vuoi sapere! — gli spiattellò lei chiaro e tondo.
Salvatore la strinse fra le braccia, amorosamente.
— Perchè non lo hai detto prima? Hai ragione, povera figliuola. Insomma, qui o altrove, non saremo sempre insieme?
E le cercò subito un'altra casa, in via Santo Spirito, a due passi dal salone, tutto contento di farle piacere e di trovarsela più vicina.
— Anche questa è riuscita — diceva Saverio Conterino. — L'amico gli ha fatto levar la casa, ed ha spartito coi creditori!
Ognuno sapeva ora la disgrazia di Salvatore, la sapeva perfino Nardo, il suo giovane di bottega; ma questi fingeva d'essere al buio e se in sua presenza il discorso cadeva su quell'argomento, cominciava a parlar d'altro. Egli pensava sempre all'avvenire, al salone che doveva aprire, quando la sorte lo aiutasse, e non gli pareva impossibile che un giorno o l'altro il principale si ritirasse dagli affari e gli lasciasse la sua clientela.
Salvatore era più che mai contento di lui e ne faceva grandi elogi.
— Non puoi credere che bravo ragazzo — diceva a sua moglie. — Giovani attivi e diligenti come lui non se ne trovano tutt'i giorni. Una vera perla.
Fanny voleva conoscerlo, ma Nardo aveva soggezione e paura. Con quell'imbroglio, chi sa come gli succedeva!... però non avrebbe voluto dispiacere al principale. Così una sera che Salvatore se lo trascinò dietro, non potè trovare nessuna scusa per rifiutarsi.
Fanny gli fece un'accoglienza delle più lusinghiere.
— Ho proprio piacere di avervi conosciuto. Salvatore non fa che parlarmi di voi e dei vostri meriti.
— Tutta bontà del principale!
Ogni volta che egli tornava in casa di Salvatore, gli facevano ogni sorta di complimenti; la signora, specialmente, non si occupava che di lui. Il guaio era quando ci si trovava l'amico Agostino; allora Nardo non osava parlare, Salvatore intavolava il discorso dei debiti, che la vendita della casa non era bastata a coprire, e la signora smaniava.
— Alla larga! — pensava Nardo. — Bisogna farsela da lontano!
— Questo è il modo di trattare gli amici? — gli disse una sera Fanny, in tono di rimprovero. E per tutto il tempo che stette lì, non gli levò gli occhi d'addosso.
Nardo era sulle spine e non gli pareva l'ora di andarsene.
— Venite a trovarmi, domani — gli sussurrò lei, stringendogli forte la mano.
Nardo, per le scale, aveva il viso in fiamme, e rideva:
— Guarda, guarda!...
La moglie del principale era una gran bella donna, non si poteva negare; ma era ancor più bella la pace! Ed Agostino doveva essersi accorto di qualche cosa; pareva l'avesse con lui e gli rivolgeva certe occhiate che non facevano prevedere niente di buono. Che cosa guadagnava a disgustarselo? Colui aveva sempre una grande influenza sul principale, e poteva discreditarlo ai suoi occhi e fargli perdere il frutto della sua bella condotta!
— Niente, cara signora; — pensava — non ne faremo niente!...
Come egli non andava in casa del principale, Agostino mostrava una cera sempre più tranquilla e sodisfatta; e poichè la situazione di Salvatore si andava complicando, Nardo si fregava le mani.
— I nodi debbono arrivare al pettine! — pensava. — Ma se io fossi nei panni dell'amico, non mi farei più sbarbar da lui.
Invece, l'amico Agostino si metteva come prima in mano di Salvatore, il quale gli veniva palpando delicatamente il collo e le guancie, passandovi e ripassandovi il rasoio sottile e lucente, che sarebbe bastato un piccolo movimento per segargli la gola.
Nardo aveva sempre gli occhi da quella parte, temendo da un momento all'altro di veder scorrere il sangue.
— Ora lo scanna!... ora lo scanna!...
E si avvicinava alla porta, per esser pronto a chiamar gente.
Ma il principale non lo scannava, gli stava continuamente ai fianchi e spartiva, si può dire, il sonno con lui, angustiato soltanto per le strettezze in cui versava.
— Pensate sempre alla casa, con quella faccia lunga? — domandava l'amico Agostino. — Ora il fatto è fatto, e bisogna stare allegri. Domani tornerà Vito Lisani, con la moglie, e gli faremo una serenata; venite anche voi, col mandolino; ci divertiremo....
— Vuoi che ci vada? — chiese Salvatore a Fanny.
— Pur di non trovarti sempre fra i piedi!....
Come Salvatore arrivò in casa di Giovanni Santoro, dove la comitiva stava per mettersi in cammino, non vide l'amico Agostino.
— E Agostino, dov'è?
— Ora viene! — rispose Michele Calanna, ridendogli in faccia.
Sotto la casa di Vito Lisani la serenata faceva un baccano, destando tutto il vicinato. Giovanni Santoro suonava l'organino, instancabilmente, aprendo e chiudendo il mantice, e la compagnia cantava a squarciagola:
— Non ti ricordi quand'eeri malaata, Quand'io vegliavo vicino al tuo letto...
Salvatore, col mandolino sotto il braccio, come se fosse la scatola dei rasoi, diceva ogni tanto:
— E Agostino, che gli è successo?
— Niente, ora viene! — E le risa interrompevano il canto.
— Tutte le feste al tempi-o, Mentre pregavo Iddi-i-o...
— Io direi di andare a bere.
Nella bettola, in piedi, gridando e canticchiando, la comitiva si dissetava. Salvatore rifiutava il bicchiere, ma gli amici insistevano:
— E un sorso.... e un altro.... e ora andremo a trovare Agostino!...
Ma Salvatore, un po' brillo, disse:
— Niente; io vado da mia moglie!
Gli amici lo presero in mezzo, tentando di persuaderlo, di trascinarlo.
— Vieni con noi; troveremo Agostino!..
— M'aspetta mia moglie!
Egli si svincolò, con uno sforzo disperato, girando per aria il mandolino, e corse a casa. Bussò al portone, prima piano, poi forte, poi tempestando; ma non aprivano ancora.
— Vengo!... vengo... — si sentiva la voce della serva.
Salvatore salì le scale, barcollando, ed entrò in camera, dove trovò sua moglie levata, in camicia.
— È questa l'ora di tornare a casa? Briaco come un maiale? — cominciò a gridar lei, guardando sotto il letto, con la coda dell'occhio.
— Noo.. non lo faccio più... — borbottava Salvatore; e come cercava di baciarle la spalla che usciva nuda dallo sparato della camicia, quella lo spinse nel camerino al buio.
— Giù le mani, maiale!... E impara a venirmi dinanzi in questo stato!
Chiuso a chiave, Salvatore picchiava discretamente:
— Apri, Fanniuccia... quegli ubriaconi volevano condurmi a mala parte.... io non lo faccio più!...
VI.
Ora le voglie di lei si facevano più imperiose; tutte le entrate del salone che passavano per le sue mani non le bastavano; e Salvatore, il quale le tremava dinanzi, si vedeva protestar le cambiali da ogni parte.
— Così non andrete avanti — diceva l'amico Agostino. — Se volete un consiglio, lasciate il salone a uno che si accolli parte dei debiti, e aprite una bottega più modesta.
— Ma come, dopo tanto lavoro?...
— Che volete! La sorte quando dice sì e quando no.
Come Nardo intese quel discorso, mentre stava tagliando i capelli a un signore, per miracolo non gli cavò un occhio, col braccio che gli tremava.
— Se crede — disse al principale — il salone lo piglierei io....
Ma Salvatore non sapeva ancora decidersi.
— Non c'è nessuna speranza? da combinar niente?
— Che cosa volete combinare? Se tardate ancora, i fabbricanti vi faranno il sequestro.
Egli voleva almeno il consiglio di sua moglie, per l'amor della quale più si angustiava.
— So di molto io! — rispondeva quella. — Sono affari vostri.
Il giorno che lasciò il _Salone di Venezia_ per passare all'oscura bottega del vicolo della Neve, Salvatore si sentì stringere il cuore. Dentro, c'erano ancora l'odor di formaggio e le macchie di grasso lasciati dal pizzicagnolo che vi stava prima. La casa di contro, alta e grigia, pareva gli pesasse sullo stomaco, ed egli non si fidò neanche di leggere una dispensa di romanzo. Nessuno nel vicinato conosceva il nuovo barbiere, che non aveva cartello, e fino ad ora tarda non venne anima viva, nemmeno l'amico Agostino, quantunque fosse il suo giorno di barba. Ma come annottava e Salvatore, sull'uscio, guardava il lampionaio che correva a zig-zag accendendo i fanali, si vide l'amico dinanzi, vestito a nuovo e sbarbato di fresco.
— Scusate se non son venuto, ma ho la fidanzata che m'aspetta e m'è bisognato farmi bello. Non ve l'ho detto che prendo moglie anch'io? La figliuola di don Gaspare, il sensale del marchese; dieci mila lire in contanti e un corredo che bisogna vederlo. Col suocero faremo tutta una casa e la ragazza è una gioia. Io scappo, che m'aspetta; scusate....
E se ne andò, affrettando il passo.
Ora egli non veniva più a trovarlo; veniva invece il segretario della marchesa. Con Fanny erano vecchi amici, e lei lo tratteneva spesso a desinare.
Le strettezze crescevano, ma Salvatore si metteva alla tortura per trovar denari e far contenta la moglie. La nuova bottega era passiva, nascosta in fondo a quel vicolo frequentato soltanto da fruttivendoli e friggitori.
— Se avessi ancora l'antico salone!...
A propria insaputa, le gambe lo portavano da quelle parti, dinanzi al _Salone di Venezia_ e, una sera, egli si fermò un istante, a guardare. Il gas vi splendeva; Andrea e un altro giovane servivano le pratiche; Nardo, seduto nel posto in fondo, teneva un registro sulle ginocchia e faceva i conti. La disposizione interna era stata un poco mutata; gli scaffali della profumeria spostati; i divani rivestiti di stoffa nuova; una fioriera era stata adattata alla base del grande specchio.
Allontanandosi, tra la folla, Salvatore passò dinanzi al salone del Conterino, anch'esso rilucente, pieno di gente che aspettava il turno chiacchierando, fumando, leggendo i giornali.
— Che me n'importa! — pensò Salvatore, e si affrettava verso casa, dove avrebbe trovata la sua Fanny.
Il vicino, vedendolo venire, gli dette la chiave dell'uscio, dicendo:
— Vostra moglie è andata fuori.
Salvatore entrò, tastone, al buio; accese il lume e si mise ad aspettare, leggendo _Luigi Napoleone o Lotta del Destino e Corona imperiale_, sentendo suonare le ore, una dopo l'altra.
Alle undici, Fanny rincasò, rossa in viso, col fiato che sentiva di vino.
— Dove sei stata, fin'ora?
— Dove mi piace!
Come Salvatore cercò di farlesi vicino, lei lo respinse, con un urtone:
— Non mi seccare, ho sonno.
Ed egli tornava pazientemente, ogni giorno, alla sua oscura bottega sempre deserta, ad affilare i rasoi perchè non gli si arrugginissero, o a fare i conti dei suoi debiti. Quando capitava qualcuno, mentre la forbice cantava il suo zic-zac, Salvatore cominciava a fantasticare di rimettere assieme qualche soldo, di lasciare quel bugigattolo buio e tristo, di riaprire un salone più bello.
— Se la sorte dice di sì, debbo levarmi dai guai, e far godere quella povera Fanny, che è in pena per cagion mia.
In mezzo alla giornata, qualche volta, egli scappava a casa per andare a vederla un momento; ma lei era sempre fuori.
— Povera figliuola! S'annoia fra queste quattro mura.
Qualche altra volta Fanny arrivava lei alla bottega, in fretta, con le guancie rosse e gli occhi brillanti.
— Dammi dieci lire.
— Dieci lire? Se non ho un soldo!...
— Dove li sciupi dunque i denari, viziosaccio!... vagabondo!... Dammi dieci lire, t'ho detto; se no, stasera...
Salvatore perdeva la testa, non sapeva a qual santo votarsi; e correva dall'amico Agostino.
— È fuori — rispondeva la serva.
Tornava, e gli rispondevano sempre:
— È fuori, oggi non verrà a casa.
Ricorreva da Giovanni Santoro, che anche lui, un tempo, era stato il padrone in casa sua, e non gli avrebbe negato un piccolo favore.
— Dieci lire? Perchè vi servono?
— Sapete, Fanny...
Giovanni Santoro rideva:
— Ah, sono per vostra moglie? Glie le porto io.
Fanny gli restava obbligata, lo invitava a tornare, lo tratteneva fino a tardi, e Salvatore non sapeva come ringraziarlo:
— Voi siete un vero amico!
E si rivolgeva a lui, nei suoi momenti di imbarazzo, per venti lire, per cinque lire, promettendogli di restituir presto.
— Fino al primo del mese, che entrano le mesate...
— Ad ogni po'? — disse una volta Santoro, perdendo la pazienza. — Così mi costa troppo cara!
VII.
Salvatore aveva più debiti che capelli in testa e il padrone della bottega minacciava di vendergli i mobili.
— Non si può più stare in città! — si lamentava, tristamente. — I padroni di casa si portano via tutto loro...
E andò a cercare un'altra bottega che costasse meno, verso Porta di Ferro, nel nuovo quartiere. Girando per quelle strade che aveva conosciute povere e quasi deserte, ora fiancheggiate da alti fabbricati e rumorose, egli cercava la sua antica proprietà, e non si raccapezzava.
— È qui?
La casa era sfondata, il tetto e i muri divisorii abbattuti come da un terremoto, ingombrando il suolo d'un monte di calcinacci, di travi vecchie e di tegole rotte. Restava in piedi soltanto la gabbia, che i murifabri, sui ponti, lavoravano ad alzare di due piani.
— Verrà una bella palazzina!
E prese in affitto una bottega lì vicino, nuova, con le mura bianchissime e un forte sito di calce. Vi adattò alla meglio le sedie, i due specchi, l'attaccapanni, le oleografie che gli restavano, e fece dipingere in nero, sui vetri dello sporto _Piccolo salone Venezia_, che parevano mignatte appiccicate sulle lastre.
Di lì seguiva i lavori nella sua antica casa, dove i muratori voltavano l'arco delle ultime finestre e impostavano il cornicione. L'ingegnere e il padrone venivano spesso a invigilare, guardando per aria i muri, facendo segnali col bastone, girando da una parte all'altra.
— Quello mi par di conoscerlo — pensava Salvatore, guardando da lontano.
E un giorno s'avvicinò.
— Agostino!
— Ah... siete voi? — L'amico pareva un signore, con la catenella sulla pancia e una spilla alla cravatta.
— Che cosa fate da queste parti?
— Ho ricomprato io la casa... — rispose quello, un po' confuso. — Mio suocero è morto... e m'ha lasciato ogni cosa...
— Dunque, dicevamo, qui... — L'ingegnere lo chiamava, e Agostino, scusandosi, s'allontanò.
Salvatore lo vedeva arrivare e partire, quasi tutti i giorni, spesso in carrozza; e una volta con la moglie, a braccetto, che se egli non avesse saputo ch'erano loro, non li avrebbe riconosciuti.
— Che cosa vuol dire aver quattrini! Ora non guarda più nessuno in faccia!
Un'altra volta passò Andrea, il _figurino_, l'antico giovane di bottega, che s'era fatto grande, e pareva sempre appuntato con gli spilli. Salvatore lo salutò, con la mano, ma quello tirò dritto.
— Anche lui ha messo superbia!
Lo Sciancato, che si spingeva di tanto in tanto fin lassù a strillare i fogli, tirandosi dietro la sua gamba, non aveva messo superbia, ed entrava nella bottega, per vendere una copia della _Gazzetta_.
— Eh! — diceva, girando un'occhiata per le pareti nude — mi rammento il bel tempo del salone grande!
Anche Nardo gli era rimasto affezionato, e veniva a trovarlo, dandogli ancora del «principale».
— Gli affari vanno bene?
— Grazie a Dio, non posso lamentarmi.
Nardo ne provava compassione, vedendolo ridotto in quello stato: un vecchio, coi capelli grigiastri e la fronte rugosa; ma più per via della moglie, che andava provocando tutti i maschi e lo riduceva la favola del quartiere.
Ma come un giorno la incontrò per istrada, bianca e rossa in viso, con le labbra umide, grassa sotto lo scialle nero che si gonfiava sul petto, la guardò un momento.
— E così, avete messo aria, col vostro salone? — disse lei, fermandolo. — Gli amici non si vedono più?
La sua voce s'era fatta più forte e veniva acquistando l'accento paesano.
Nardo cercava di scusarsi, ma lei non lo lasciò dire:
— Venite a trovarmi. Avete ancora paura? — E lo guardò in un certo modo.
Egli non voleva fare un torto a quel brav'uomo del principale, che gli aveva fatto sempre del bene.
— Bel modo di compensarlo!
Poi cominciò a pensare:
— Uno di più, uno di meno!... Quella volta io l'ho rispettato; ma, veramente, il principale è troppo minchione...
IL «REUZZO»
I.
Finito di fare il soldato e tornato al suo paese, Isidoro Spina trovò massaro Francesco suo padre che gli voleva dar moglie, temendo ricominciasse un'altra volta la commedia con Anna Laferra. Ma le ragazze di Napoli avevano fatto scordare a Isidoro quella cristiana, per la quale s'era prima tanto disperato: che se il povero Alfio Balsamo fosse andato via per un po' di tempo anche lui, non sarebbe morto a causa di quella mala femmina. Basta: da buon figliuolo Isidoro fece la volontà di suo padre, e presasi in moglie Santa Fiorito, se ne andò a stare a Monserrato, dove c'era lavoro per lui. Quel matrimonio incontrò l'approvazione generale: la ragazza era saggia, sapeva far di tutto e gli portava anche la _roba a dodici_, vuol dire un corredo dove le camicie e le mutande, le tovaglie e le lenzuola si contavano a dozzine — oltre un bel paio di canterani di noce e quattro materassi di lana. Lui aveva portato il resto della mobilia, com'è l'uso: l'armatura del letto, le tavole, le seggiole, la fornitura della cucina: ogni cosa fatta senza economia, chè era il tempo degli agrumi, e il mestiere d'incassatore di aranci e di limoni gli consentiva una certa agiatezza, senza contare che suo padre lo aveva aiutato come meglio poteva. Il matrimonio fu celebrato con gran pompa, tra le congratulazioni dei parenti e degli amici che auguravano ad una voce:
— Adesso bisogna pensare a un bel maschietto!