La sorte

Part 5

Chapter 53,849 wordsPublic domain

La comare Venera, tirandosi dietro il suo Vanni si avvicinava alle devote:

— Per San Placido, comare!... San Placido bello deve ridar l'udito al ragazzo!... Io lo farò mettere sulla sua barella, per la processione!...

E ad ogni offerta che cascava sul vassoio:

— San Placido ve ne rimeriti!

Napoleone, finito di imbandierare la via maestra ed il viale delle corse, scappava a casa a riporre due pacchetti di chiodi e tre gomitoli di spago che gli erano avanzati.

— Pensa al petrolio — gli raccomandò sua moglie.

E con la scala di nuovo sulle spalle, egli andava e veniva per riempire i lumi.

A mezzogiorno il campanone, quello che era stato offerto a San Placido dalla buon'anima della principessa di Roccasciano, fece sentire i suoi gravi rintocchi e la chiesa si riempì da non entrarci un cane. Il vicario e i canonici, in cappa magna, aspettavano il sindaco per andare a prendere la statua del santo, ma il sindaco non veniva.

— Don Delfo?... Chi l'ha visto?... Mandatelo a cercare...

Don Delfo era a casa a guardarsi la lingua, a domandare:

— Com'è, impaniata?... Stanotte non ho chiuso un occhio! Sono rovinato...

Costretto a vestirsi, ad uscire, ripeteva ad ogni momento:

— Sono rovinato! Se non crepo questa volta, non crepo più!

Aperta finalmente la cameretta dove si custodiva la statua del santo, i devoti cominciarono a lavorar di spalle sulle stanghe, per sollevarla. San Placido, tutto d'oro e d'argento, con le braccia e il petto coperti di voti, guardava dinanzi a sè, cogli occhi vitrei sulla faccia di stucco.

— Com'è bello!... Che gioia di santo!...

Appena la statua fu deposta sull'altare maggiore, la banda, schierata dai due lati, intuonò la marcia reale; i mortaletti presero fuoco sul sacrato; le campane suonarono a stormo, e in mezzo a quel frastuono si levò il grido della folla:

— Viva San Placido!

— Che bella funzione! — diceva rincasando la comare Venera a Napoleone, che riempiva l'ultimo lume. — Voi l'avete perduta!

Napoleone ripiegò la scala e corse a casa, a riporre mezza cassa di petrolio.

— Pensa alla cera — gli raccomandò sua moglie.

E mentre nelle vie non c'era più nessuno, e la gente si preparava per la festa della sera, egli correva alla chiesa, sempre con la scala addosso, a spegner le candele, per aiutare il sagrestano che smorzava le lampade votive e ne faceva colar l'olio.

Don Delfo era andato a buttarsi sul letto, tastandosi il polso, palpandosi lo stomaco, ma non aveva avuto ancora il tempo di chiuder gli occhi che cominciarono ad arrivare le carrozze dei forastieri, con un grande schioccar di fruste e tintinnii di sonagli. E al batter delle quattro vennero di nuovo a chiamarlo, per le corse.

Nel viale, Ribottazzo e i suoi fratelli guidavano a mano i loro cavalli, da un capo all'altro, e i curiosi si affollavano da tutte le parti.

— Quel sauro ha la mosca! — osservava don Delfo, sul palchetto delle autorità, vedendo Ribottazzo farsi da canto, mentre il cavallo si rizzava sulle gambe e squassava la criniera.

Allo sparo d'un mortaletto, la folla si ritirò indietro sul viale, lasciando la pista libera. Un altro segnale, e due cavalli partirono, come freccie.

— Hop!... su!... ah!... — si gridava da tutte le parti, agitando le braccia, facendo schioccar le dita, per animare i corridori, che divoravano la via.

— Il sauro non mi piace; vuol succedere un guaio! — ripeteva il sindaco, mentre Ribottazzo passava una mano sui fianchi del cavallo, per calmarlo.

Ma al segnale della seconda corsa, egli lo lasciò andare, insieme col baio e la giumenta.

— Hop!... su!... ah!... — si gridava ancora, incitando gli animali.

Tutt'in una volta il sauro girò su sè stesso, come cercando la coda; nitrì furiosamente e si gittò sulla folla.

— Aiuto!... Scappa!... San Placido!...

Un gran rimescolìo per tutto il viale; la gente fuggiva, inciampava, si pigiava; le donne strillavano, Ribottazzo e i suoi correvano dietro all'animale, mentre i carabinieri, coi pennacchi che nuotavano sul mar delle teste, tentavano di accorrere.

— A me!... Largo!... Aiuto!...

Il sauro saltò il muro del viale e si perdette nei campi, lasciando Ribottazzo che si reggeva il ginocchio rotto, Marotta il sarto disteso per terra con la testa spaccata e mezza dozzina di persone qua e là gementi ed invocanti soccorso.

— Il farmacista!... Presto, don Gerolamo!..

Don Gerolamo, grattandosi la testa, prese con sè il taffetà e le filaccie e corse a fasciare i feriti, mentre don Delfo, dietro alla banda che si dirigeva in piazza, attaccando il _Boccaccio_, badava a ripetere:

— L'avevo detto, io!... Tal'e quale!.. Ma se non mi vogliono dar retta!....

Col cielo nuvoloso, non ci si vedeva più, e Napoleone cominciava ad accendere i lampioni; alle finestre appendevano lanternini d'ogni colore; la chiesa era tutta una fiamma e sui banchi dei venditori ambulanti divampava l'edera.

Lo zio Vito attizzava il fuoco del fornello, arrostendo le castagne, e don Tino, che aveva anch'egli acceso tutti i lumi del suo caffè, ripeteva agli avventori la lista dei gelati:

— Cannella, crema e cedro.... Spumone di pistacchio e amarena!

Il gelato costava cinque soldi e lo spumone il doppio; ma don Tino l'aveva fatto con coscienza, nella sorbettiera nuova, e quella mezza lira non la rubava. Don Delfo, costretto a tener compagnia ai sindaci dei paesi vicini, al delegato, offriva loro lo spumone; e come sopravvenivano il capo-musica, il segretario, Napoleone, ne faceva portare ancora, per tutti.

— Ma lei non ne prende?

Don Delfo era combattuto dalla gola e dalla paura: lo spumone, verde e roseo, gli faceva venire l'acquolina in bocca; ma l'idea di pigliare un malanno lo atterriva.

— Ho lo stomaco guasto....

— Il gelato lo rimette!

E, non sapendo più resistere, ne prese anche lui, dapprima a poco per volta, tirando il respiro, poi avidamente.

Lo spumone andava a ruba ed il caffè era pieno zeppo. Quelli che non avevano trovato posto gironzavano di qua e di là, con le braccia pendenti e le gambe rotte, in cerca d'una sedia; ma in piazza, nella chiesa, all'osteria, erano tutte occupate....

— Le cantate!... Le cantate!... — si gridò da ogni parte, come s'intesero degli spari.

I cantanti erano divisi in due partiti: quello degli operai che veniva da un lato e quello dei contadini che si avanzava dall'altro; tutti e due erano preceduti dai monelli con le fiaccole e da una sezione della banda.

— Più presto! — ordinava Senio Spata ai suoi. — Bisogna entrare in piazza pei primi.

— Avanti tutti! — gridava Rocco Minna — Non ci lasciamo pigliar la mano!

A quel nuovo afflusso di gente la folla si fece ancora più fitta. Ma mentre i due partiti cantavano le lodi di San Placido, su motivi della _Norma_ e del _Ballo in Maschera_, e i capi battevano il tempo con le palme delle mani, cominciarono a cadere alcune goccie d'acqua.

— In chiesa! In chiesa!

— Addio fuochi!

— Fermi, non è niente. Viva San Placido!

Infatti la pioggia s'arrestò. Allora si diede principio agli spari. I cantanti offrivano i fuochi a San Placido e la piazza pareva incendiarsi ai chiarori delle fiaccole, delle girandole, dei razzi; e come la banda suonava e le campane squillavano, il fracasso era assordante.

— Un quarto d'ora di fuoco! — si dicevano gli operai, sicuri di non poter essere superati dal partito contrario.

Ma i contadini tenevano in serbo la novità da sbaragliare gli avversarii: un pallone che si alzò per aria e dal quale cominciarono a scappar dei razzi d'ogni colore.

— Questo non era pane pei vostri denti! — gridò Rocco Minna a Senio Spata, ubbriacato dal trionfo.

— Con chi parli?

— Con chi mi ascolta!

Allora Senio Spata non ne potè più:

— O perchè non hai fatto partire il pallone di tua moglie, che glie l'ha gonfiato il sindaco?

— Ah, sangue di Giuda!

Rocco Minna, scomposto in volto, cogli occhi sanguinosi, fece un passo indietro, cavando il coltello.

— Aiuto!... s'ammazzano!...

I carabinieri accorrevano; un'ondata di gente, indietreggiando, rovesciò il banco dello zio Vito.

— Cristo del cielo! Sono rovinato...

— Levatevi dai piedi! — gli gridavano d'attorno, mentre egli, buttato per terra, tentava di ricuperar la sua roba; ma la pioggia ricominciò, scrosciante, i lumi si spensero, e tutti presero a scappare, cogli abiti sciupati, diguazzando al buio nel fango.

IV.

Stupito della sua temerarietà, don Delfo fuggiva ancora dalla dolceria, provando già ogni specie di brutti sintomi; e come vide lume in casa di Rocco Minna, andò a picchiare all'uscio.

— Son'io, Filomena...

Riconoscendo la voce del sindaco, la comare aprì, a fessolino, senza far rumore.

— Chi vi manda da queste parti?... Se viene mio marito succede un guaio...

— Tuo marito è in piazza — disse don Delfo, entrando. — Il guaio è un altro, che io sono rovinato!... Il freddo com'è, tonico?.. Vorrei un po' d'acqua calda...

La Filomena gli diede sulla voce:

— Cominciate da capo, con le vostre paure?

Don Delfo, intenerito, la prese per la vita:

— Quant'è che non ci vediamo?

— State fermo!

Ma egli s'era appena seduto, che sentì una fitta allo stomaco, come se glie lo lacerassero con un pezzo di vetro. Si guardò attorno, cogli occhi smarriti; tentò di sbottonare il panciotto, ma il dolore riprese più acuto.

— Filomena! Aiuto...

— Che cosa vi prende adesso?

— Lo stomaco... aiuto... il colera!

Quella l'afferrò per un braccio, scuotendolo, e l'avrebbe buttato fuori, se non fosse stato pel rispetto.

— Siete impazzito?... Se vi odono i vicini!... Volete star zitto, sì o no?

— Non se ne parli più! — gemeva don Delfo, trascinandosi verso il letto, con una mano sullo stomaco. — È finita... questo è il colera! Assassini!... l'hanno voluto a posta... con la festa del diavolo!... Sono morto... Aiuto!... — E spalancò la bocca, come per vomitare.

Allora lei fu presa da uno spavento:

— O Santi del paradiso!... E ora come si fa!...

— Aiuto!...

La Filomena corse alla porta, per chiamar gente, malgrado il pericolo e la pioggia che imperversava; ma, appena aperto, correndo, inzuppato fino al midollo, con un coltello in mano, le fu addosso Rocco Minna.

— Dunque è vero?... È qui?

Ma don Delfo, pallido, cadaverico, vomitava sul letto, afferrandosi alle coltri, torcendosi dallo spasimo.

— Il colera! — gridò la Filomena. — Ha il colera!... Gli è preso nel passare qui dinanzi...

E Rocco Minna indietreggiava, fino al muro, lasciando cadere il coltello, atterrito alla vista del male, all'idea del contagio, della casa ammorbata.

— Dunque, non ha il contravveleno?

— Il medico, il farmacista, per carità...

Rocco Minna corse dal dottore, inciampando per le vie scure come un forno.

— È andato dal capo banda, che si sente morire.

— Allora corro da don Gerolamo.

Anche don Gerolamo era stato chiamato, in fretta e in furia, dal segretario. E mentre Rocco Minna aspettava, arrivò la moglie di Napoleone, con le mani in testa:

— Don Gerolamo?... Don Gerolamo, per carità...

— Non c'è; che cosa volete?

— Mio marito se ne muore di colera!... Maledetta la festa e il suo guadagno!...

Nel paese che si destava improvvisamente la notizia si spargeva intanto come un lampo:

— Il colera! C'è il colera! San Placido ne scampi e liberi!... Don Delfo aveva ragione!...

Il farmacista correva per tutte le case in rivoluzione, grattandosi la testa, perdendoci il suo latino, interrogando gli attaccati:

— Ma che cosa avete mangiato, da potervi far male?

— Nulla... lo spumone — rispondevano tutti.

E mentre don Tino contava i soldi guadagnati la sera, si vide arrivare i carabinieri, a cercar la sorbettiera.

— Pigliatela con voi e venite in caserma. C'è il paese avvelenato!

Don Tino restò con la bocca aperta, stupefatto, non credendo alle proprie orecchie.

— O San Placido benedetto!... Ma come può essere, se la sorbettiera era nuova?

Per la via, incontrarono la banda che inaugurava l'altra festa, strepitando.

— E la bottega che mi resta chiusa, o San Placido benedetto!...

Ma come don Gerolamo ebbe dato fondo ai barattoli degli emetici, tutti cominciarono a star meglio e il paese riprese l'allegro aspetto del giorno prima, col sole che aveva rasciugate le vie e le bandiere. La comare Venera continuava a girare, a piedi scalzi, e a mezzogiorno andò a casa per pigliar Vanni e per contar le offerte, che mancava ancora poco al prezzo della torcia.

— San Placido sia lodato!

Anche suo marito si sentiva meglio e volle esser vestito.

— Ora potrete venire anche voi in chiesa, a pregare per la grazia di Vanni.

Compare Neli andò invece all'osteria.

— Almeno non bevete! — gli raccomandò la moglie. — Lo sapete che il vino è il vostro nemico.

— Va al diavolo!

La comare Venera se ne andò con Vanni in chiesa, per offrire il cero al Santo e far mettere il figliuolo sulla barella. Il sagrestano, presa la torcia, la pesò con la mano e la infisse sopra uno dei chiodi ai piedi della statua. Ce n'erano tre file, di torcie, con ogni sorta di nastri e di mazzi, e San Placido quasi vi scompariva dietro.

Il campanone suonava a processione e le confraternite entravano in chiesa una dopo l'altra. Il sagrestano, con una zimarra paonazza che gli andava svolazzando fra le gambe, assegnava a ciascuno il suo posto e accendeva le torcie dei fratelli, dei preti e dei canonici. Poi afferrò Vanni il sordo e lo adagiò a cavalcioni sulla grossa stanga della barella.

— Viva San Placido!

I devoti si cacciarono sotto la macchina pesante, e Senio Spata e Rocco Minna dirigevano l'operazione, ciascuno dalla sua parte. La processione uscì dalla chiesa; prima i tamburini, coll'uniforme rossa e gialla; poi i gonfalonieri, con l'asta degli stendardi sullo stomaco; poi le confraternite, il clero, il vicario, e infine San Placido e Vanni il sordo portati a spalla. Dietro, la banda e una folla.

— Viva San Placido!

Peppe Duro, col mortaio in mano e le bombe in tasca, andava sparando sul percorso del corteo; dalle finestre piovevano pezzi di carta colorata e di tratto in tratto tutti si fermavano, mentre nuovi devoti venivano ad offrire altre torcie.

— Viva San Placido!

Quando Senio Spata dava il segnale degli evviva, Rocco Minna non apriva bocca; se Rocco Minna gridava pel primo, Senio Spata s'asciugava il sudore. La comare Venera, scalza, sgranando il rosario, guardando il figliuolo che traballava ad ogni riscossone della barella, con le gambe spenzolanti, si raccomandava al Santo per la grazia. Ma, improvvisamente, si sentì chiamare:

— Comare Venera!... Vostro marito... gli è ripreso il male!

Compare Neli era buttato come un morto sotto il banco dell'osteria, con una bava alla bocca; e appena lo toccavano si dibatteva come un pesce fuori dell'acqua.

— Soccorretelo, don Gerolamo, per carità!... — La comare Venera lo affidò al farmacista, e corse a pregare dietro la processione.

Al cader della notte la piazza si rianimava; si accendevano i lumi, i venditori ambulanti vociavano; lo zio Vito, con un sacco di nocciole sulle spalle, andava vendendo di qua e di là, e solo il caffè di don Tino restava chiuso. La folla continuava a gironzare; la gente stanca si buttava per terra, sugli scalini della chiesa, sbadigliando; i bambini dormivano con le teste dondolanti sulle spalle delle mamme, e un ragazzo smarrito piangeva fra le gambe della gente.

Partita da un lato, la processione tornò da un altro, dopo aver fatto il giro del paese. Una metà delle candele erano spente, il mortaio di Peppe Duro scottava, i suonatori soffiavano negli strumenti, con le faccie accese; i portatori si fermavano ad ogni passo, ma gridavano ancora con le voci rauche:

— Viva San Placido!

Vanni, mareggiato, traballava sulla barella, e la comare Venera, come la grazia non veniva e la processione stava per rientrare, pregava:

— San Placido bello, fate la grazia al figlio mio!

Vicino alla chiesa, la folla si fece più fitta ancora intorno al Santo; lo zio Vito circolava a stento vendendo le sue nocciole e il sagrestano raccoglieva le colature delle torcie.

— Girate a sinistra! — ordinò Senio Spata ai portatori, per far passare San Placido dinanzi al _Circolo degli Operai_.

— Avanti! Non c'è tempo! — gridò Rocco Minna.

— A sinistra!

— Avanti!

— Sangue del diavolo!

E vennero alle mani. Ma ad un tratto si udì un gran scoppio, i vetri della chiesa tremarono e delle grida si levarono intorno.

— Son morta!... Aiuto!...

Peppe Duro, più vicino al mortaio crepato, aveva tutta la faccia riarsa, la comare Venera un occhio abbruciato, e il sagrestano, lo zio Vito, Senio Spata e Rocco Minna si palpavano per tutto il corpo.

— Portateli alla farmacia... da don Gerolamo...

Ma Rocco Minna e Senio Spata avevano levato in alto le mani scottate, gridando:

— La grazia!... La grazia!...

E mostravano Vanni il sordo che, allo scoppio, s'era messo anch'egli a gridare, portando le mani alle orecchie.

— Miracolo!... Miracolo!...

La folla, delirante, si stringeva intorno alla barella, la musica strepitava e i due rivali si buttarono le braccia al collo, sotto gli occhi del Santo.

— Viva San Placido!

IL MATRIMONIO DI FIGARO.

I.

Salvatore Terlizzi aveva il _salone_ verso Porta di Ferro, un po' fuori mano; ma la casa gli apparteneva e la clientela era già formata, perchè i Terlizzi, di padre in figlio, avevano sempre fatto i barbieri. Per questa ragione Salvatore non pensava ad abbellire la sua bottega, e i bacili di rame lucente e le filze dei denti strappati dal suo babbo facevano ancora la loro bella figura sui ferri arrugginiti inchiodati sopra l'uscio.

In città, nelle vie più frequentate, i saloni parevano altrettanti negozii di mobili: da per tutto poltrone, divani, specchiere alte fino al soffitto, tappeti e stuoie, vasi pieni di piante mai più viste!

— Tutta illusione! — diceva Salvatore. — Tutta polvere agli occhi per far pagare tre lire il mese agli abbonati.

Egli non aveva le poltrone che giravano attorno, nè gli spazzolini per i mustacchi; ma per una lira il mese tagliava i capelli anche ogni giorno, se così piaceva, e faceva la barba a dovere, senza lesinare il sapone con la scusa che era profumato.

Ora non si poteva neanche andare in un salone alla moda, senza trovarci dei ragazzi che, fingendo d'imparare il mestiere, servivano veramente a scroccare i soldi delle mancie. Quando un galantuomo s'era fatta la barba e pigliava il suo cappello per andarsene, quegli gli venivano dietro, lisciandogli il soprabito con la spazzola, quasi gli facessero il solletico, e se uno non dava loro un soldone, non riusciva a cavarseli di mezzo alle gambe. Una vergogna che da lui non si vedeva perchè egli non aveva bisogno di aiuti!

Salvatore s'era dato all'arte da ragazzo e la sua mano aveva acquistata una straordinaria agilità; i capelli cadevano sotto le sue forbici come la lana quando tosano, e i suoi rasoi portavano via le barbe di un colpo solo, senza lasciare il più piccolo frego sulle guancie.

La domenica era giornata campale. Dall'alba a mezzogiorno, la bottega restava continuamente affollata da ogni sorta di persone: contadini che si facevano radere sulla faccia e sulla nuca, e lavare le teste talmente piene di terra che si poteva seminarvi prezzemolo, e all'ultimo leticavano sui soldi, ch'egli non ci ripigliava neanche il sapone; giovanotti i quali gli sciupavano una bottiglia d'olio per ungersi i capelli e gli facevano perdere un'ora per la scriminatura; murifabri terrosi, tutti imbiancati di calcina sulle giubbe color mattone; poveri diavoli con le barbe ispide, con le capigliature boscose che non conoscevano altro pettine fuor delle dita e si dimenavano sulla sedia ad ogni strappata di forbice; operai di tutte le età e di vario pelo che una volta seduti, dinanzi allo specchio, con tanti buoni odori d'acque e di pomate sotto il naso, non trovavano più il verso di alzarsi e di cedere il posto ai nuovi venuti.

Egli spiegava allora tutta la sua pazienza e la sua abilità, trattando ogni persona secondo il suo grado, aiutandosi con le mani e con la lingua, raccontando storielle, ripetendo le notizie che aveva raccolto durante la settimana da questo e da quello, aggiungendovi di suo un pizzico di sale e di pepe, per non dare agli avventori il tempo di seccarsi.

— Perchè non v'abbonate alla Gazzetta? — gli diceva l'amico Agostino Giarrusso, che passava tutte le sue ore libere nella bottega.

— È buona per gli scuoia-cani della città, la Gazzetta! — Il vero giornale l'ho qui in testa, e la gente mostra di gustarlo.

Egli andava anche in casa, a servir le pratiche, e cominciava il suo giro appena giorno, con la scatola degli strumenti sotto il braccio e le mani dentro le saccoccie del soprabito. I vecchi volevano esser serviti presto; essi si levavano col sole, e non lo facevano aspettare; ma i giovani si ravvoltolavano fra le coltri fino a tardi e non eran contenti se non gli facevano salir le scale un paio di volte almeno.

— Lasciamoli fare! Ho buone gambe, sia lodato Dio!

La gioventù è tutta a un modo — pensava — e anche lui, diciamo la verità, se si metteva assieme una serenata e l'amico Agostino gli veniva a dire di portare il suo mandolino, c'era forse il caso che si facesse pregare?

Il mandolino, fra le mani di Salvatore, cantava come una voce umana e aveva certe note che facevano piangere. In tutta la città non c'era chi gli potesse stare a fronte, e i capi-musica dei reggimenti, e le stesse signore lo mandavano a chiamare per sentirgli suonare quel suo strumento che, come la casa e la clientela, gli veniva dal padre e dal nonno.

Ma il grande svago di Salvatore era un altro: era la lettura. Nelle lunghe ore che la bottega restava deserta e non si dovevano affilar rasoi nè spazzare capelli tagliati, egli divorava romanzi, seduto dinanzi alla porta, talmente assorto da non sentire nè vedere quello che accadeva per la strada. I romanzi glie li prestava l'amico Agostino, l'antico contabile della principessa di Roccasciano; ma quando ne capitava uno che gli piaceva davvero, lo andava a comprare addirittura. Così aveva messo assieme una piccola libreria: i _Misteri di Parigi_, il _Cornuto_, i Vermi, le _Avventure di Rocambole_, i _Miserabili_ e finalmente il _Conte di Monte Cristo_, ch'egli sapeva quasi a memoria, tanto lo aveva letto e riletto.

Quei cinque volumi gialli, dopo aver fatto il giro dei suoi avventori, giacevano di qua e di là per la bottega, squadernati e unti, ma indispensabili a lui più degli stessi ferri del mestiere. Con Edmondo Dantès, con l'abate Faria, con Mercede, col signor Villefort e Caderousse e Massimiliano e Morcerf, con tutti quei personaggi meravigliosi e interessanti, Salvatore faceva vita assieme, si poteva dire, poichè li aveva sempre dinanzi agli occhi e parlava di loro come se fossero vivi.

La sera, quando venivano gli amici, a passare un'oretta, egli socchiudeva la porta, metteva fuori una bottiglia di vino e raccontava quella storia con più piacere che giuocando a briscola o chiacchierando dei fatti del prossimo.

— Dunque, s'era rimasti?...

— S'era rimasti che i gendarmi chiudevano Edmondo Dantès nel castello d'If....

Salvatore riassumeva gli avvenimenti precedenti, s'interrompeva per richiamare qualche particolare dimenticato; ma bisognava vederlo quando si rimetteva in carreggiata, ripigliando il filo del racconto! Allora si animava straordinariamente, come se tutti quei casi fossero capitati a lui in persona; si alzava in piedi, dava alla sua voce l'intonazione necessaria, trovava gesti energici ed espressivi che commentavano le parole e lasciava i suoi uditori sbalorditi, con la bocca aperta e gli occhi intenti. Ah! quella fuga dal castello! quei custodi che portavano il sacco con dentro il morto, che viceversa non era morto e sentiva quel discorso per lui incomprensibile! E quel rumore del mare, nella notte, mentre dondolavano il carico sull'abisso: «Uno!... due!... tre!...»

— Bene!... Bravo Salvatore!

— Sapete che a fare il cantastorie potreste egualmente guadagnarvi la vostra giornata? — diceva Giovanni Santoro.