La sorte

Part 4

Chapter 43,886 wordsPublic domain

Fuori, sulla spianata, le vendemmiatrici sedute in giro sui canestri capovolti si riposavano chiacchierando con le nuove venute, e gli asini della comitiva, sbandati qua e là, tritavano pampani, che ce n'era a discrezione. Il fattore badava al fuoco, dov'era messa a cuocere la minestra, intanto che la più parte dei suoi uomini se ne stavano sdraiati per terra, lungo i muri dei casamenti, cantando o dicendo male delle donne. Le donne non davano loro retta; alcune si allontanavano a piccoli passi, chè il sole già basso non scottava, altre schiamazzavano, ballavano fra loro, scambiavano le confidenze o si tiravano pugni, per chiasso. Si levava tutt'intorno un allegro vocìo, in mezzo al quale risuonavano affievoliti i colpi di martello del bottaio che restava ancora in cantina, ad allestire il suo lavoro.

Donna Giovanna non perdeva di vista Anna Laferra che stava vicino alla porta del palmento, battendo i piedi, come contrariata; e si sentiva sulle spine temendo che il frutto delle sue fatiche andasse perduto, in un momento.

— Bella Madre, ispiratela voi!

Ma come vide Alfio uscire, fermarsi un istante dinanzi ad Anna ed avviarsi per la vigna insieme con lei, le parve come se le avessero levato una pietra dallo stomaco.

— Sia lodato Dio! Adesso faranno la pace!

Lungo la redola troppo stretta, Alfio precedeva di qualche passo Anna Laferra, guidandola per la vigna.

— La _Falconara_ è grande! Non ci siete mai stata?

— No.

— Ora la vendemmia è quasi finita.

I suoi piedi nudi non facevano nessun rumore per terra; si sentiva soltanto il fruscìo della veste di Anna che strisciava sui pampani di cui era ingombro il cammino.

A un tratto Alfio si fermò.

— Guarda che bel grappolo dimenticato! — e corse a raccoglierlo.

Tornando, la trovò che batteva i piedi, indispettita.

— Ne volete?

— No.

Egli guardava con desiderio l'uva bionda, dagli acini qua e là dorati, leggermente rattrappiti, che dovevano essere dolci più dello zucchero. Poi alzò il braccio e buttò il grappolo all'aria, gridando a uno stormo di passeri:

— A voi!

Si rimisero in via per la redola sempre più angusta che, seguendo l'inclinazione del poggio, scendeva serpeggiando. Come il vocìo che veniva dalla fattoria si andava a poco a poco spegnendo, si cominciava a sentire un rumor debole e interrotto, come un lieve ronzare, che andava sempre rinforzandosi, finchè si faceva un sussurro continuo, in mezzo al quale si distinguevano, con le modulazioni degli uccelli, il roco gracidar delle rane e lo stridulo verso delle cicale.

— È il fiume — disse Alfio, che andava sempre avanti.

— Non correre così — rispose Anna, trattenendolo col gesto.

Come gli fu vicina, si mise a ridere.

— Perchè ridete?...

Lei si guardava attorno, non sapeva come fare.

— Scendiamo al fiume.

Pochi passi ancora, e il fiume apparve, come uno specchio lucente, in fondo al valloncello, sotto la ripida china che divideva il terreno coltivato dal greto sassoso e folto di eriche.

— Dammi la mano.

Tenendosi stretti, precipitarono lungo il pendio, soffice per la sabbia finissima su cui si stampavano profondamente le orme.

— Ah!... sono stanca...

La corsa l'aveva animata, respirava a fatica, e sulle sue guancie brune si diffondeva un incarnato così vivo e gli occhi umidi sfavillavano tanto, che Alfio restò a guardarla, a bocca aperta.

Da lontano, s'intese un lento squillare di campanacci.

— Sono le mule, che scendono a bere.

Anna Laferra si cacciò avanti, risolutamente, equilibrandosi sui grossi ciottoli di cui il greto era sparso, mandando piccole grida, voltandosi ogni tanto a guardare se Alfio la seguiva. Egli la raggiunse.

Ora avanzavano a stento, smarriti fra le macchie, scostando con le braccia i rami più alti, schiantandone molti sul loro cammino. La scarsa luce del tramonto si perdeva in mezzo a quella fitta vegetazione; nell'aria bruna c'era un silenzioso sciamare di moscerini piccolissimi e fastidiosi. Poi alle macchie succedevano grossi ciuffi di oleandri selvaggi, sul verde cupo dei quali i fiori rossi occhieggiavano.

— Come son belli!

Alfio corse a staccare il ramo più fiorito, e venne ad offrirlo ad Anna, che si era distesa per terra, sopra un tappeto di erbe. Lei buttò gli oleandri da parte e lo attirò in quella frescura odorosa, nella penombra trapelante della cupa verdezza.

Come lo ebbe a fianco, mormorò:

— Perchè mi dicesti quella parola?

Alfio le rispose, sulla bocca:

— Perchè io muoio per te.

Il sole si nascondeva dietro i poggi e alcune nuvole rossastre si rispecchiavano sul fiume brontolante. Il concerto dei trilli, dei zirli, dei gracidii, dei fischi, dei zufolii si faceva tutt'intorno più alto, tra il profumo degli oleandri e gli effluvii delle erbe aromatiche. I campanacci delle mule risuonavano più fiochi, nella lontananza.

V.

Donna Giovanna non sapeva darsi pace:

— È stata colpa mia! È tutta colpa mia!

Il suo figliuolo non si riconosceva più: aveva perduto l'amore al lavoro, il rispetto a sua madre, la paura dell'occhio del mondo. Anna Laferra lo aveva ridotto in quello stato.

— Alfiuccio, bada a quel che fai! — gli andava ripetendo donna Giovanna. — Quella femmina ti porterà alla rovina, come ne ha portati tanti altri; è tua madre che te lo dice...

Ma era lo stesso che dire al muro. Alfio Balsamo andava dietro ad Anna Laferra, come un cane; non voleva più lavoro se non nelle vicinanze del paese, per poter tornare la sera, e i fattori si lagnavano della sua scioperaggine. Invece di portar denaro alla mamma, ora glie ne chiedeva, ogni momento.

— Questo è l'aiuto che mi dai? — si lamentava lei.

Allora egli montava su tutte le furie.

— Ah, di questo v'importa? È per quelle lire della settimana che vi duole?

Donna Giovanna sentì una gran fitta al cuore.

— Con qual animo puoi dirlo? Non sai che tutto quel che faccio è pel tuo bene?

— Allora, se dite davvero, lasciatemi in pace.

Ma lei non l'accusava, lo compativa. La colpa di quella disgrazia era sua; era stata lei, scellerata! a preparare la rovina del figliuolo, a macchinar tanto e così bene che quel poveretto non potesse evitarla. Il cuore glie lo diceva, a quell'innocente, quand'egli parlava con tant'odio di Anna Laferra e non voleva neanche dare ascolto ai consigli della prudenza!

— Ma non ti ricordi più? E tutto quel che dicevi contro di quella...

Donna Giovanna s'era subito pentita di aver pronunziate quelle parole. Alfio s'era fatto così brutto come non lo aveva mai veduto.

— Sentite, non mi parlate di tutte queste storie; se no, com'è vero Dio, non mi vedrete più!

Ma più egli si sacrificava per Anna Laferra, più quella gli si mostrava indifferente e fredda.

— Tu non mi vuoi più bene come prima — le andava piagnucolando dietro.

— Se non ti piace, vattene.

Il suo capriccio era passato e quel ragazzo gli veniva a noia. Però, invece di irritarlo, i maltrattamenti di lei lo rendevano sempre più umile.

— Io mi voglio far piccolo piccolo, quanto un cagnolino, per stare tutto il giorno accanto a te, senza seccarti.

Poi, quando saltava in bestia, l'afferrava così stretta da soffocarla, la scompigliava, la mordeva, borbottando:

— Se tu non mi vuoi bene.... ti mangio il cuore... e poi mi spacco la testa.

E gli era venuta la gelosia.

— Son geloso di tuo marito, lo senti?

— Che cosa vuoi? — rispose lei, piantandogli gli occhi in faccia.

— Voglio che se le cose non vanno come dico io, gli tiro una carabinata nella schiena.

Qualche volta la faceva perfino ridere!

— E ho visto Rosario Cerbini che passa troppo spesso per questa via!

Rosario Cerbini passava e ripassava sotto le finestre di Anna Laferra, fischiando, di giorno e di notte; le andava dietro se la incontrava per via, e rideva sul muso ad Alfio quando questi lo guardava di traverso.

— Se lo incontro ancora da queste parti, non finisce bene: vedrai!

E una sera, cavato di tasca il suo coltello lo aprì facendo il gesto di ficcarlo nella pancia a uno.

— Lo vedi questo?

Anna Laferra gettò uno sguardo di disprezzo su quella piccola lama annerita che finiva in punta.

— È buono per sbucciare i fichidindia!

Ma infine quel ragazzinaccio cominciava a non potersi più tollerare! E lei glie lo diceva in faccia, lo mandava via, lo bistrattava.

— Vattene! Non mi seccare! non mi comparire più dinanzi, pane perso, ragazzinaccio che t'hanno detto bene!

Lui chinava la testa, muto, lasciando passare la burrasca; poi le si buttava ai piedi, le baciava la veste, la solleticava, implorando perdono. Non c'era il verso di levarselo d'attorno! Non servivano le sgarberie, non servivano le minaccie.

— Mio marito s'è accorto di qualche cosa; non venir più, se no t'ammazza.

— Non me n'importa!

— Ma le male lingue cominciano a parlare, ti dico, e tu mi comprometti!

— E io allora come faccio? — rispondeva, quasi piangendo. — Non ti debbo veder più?

— T'avvertirò, quando sarà possibile...

Alfio gironzava attorno a quella casa, come un cane senza padrone, e non sapeva levar gli occhi dal balconcino pieno di vasi di garofano dove prima Anna Laferra metteva i suoi segnali e che ora restava sempre chiuso. Egli se ne andava a cercare la comare Angela, la vicina di Anna, e si metteva a pregarla in croce:

— Diteglielo, che mi fa morire di morte lenta...

La comare Angela rispondeva che quella poveretta era malata per causa di lui, che bisognava lasciarla in pace e finirla, una buona volta.

— Finirla? — ripeteva Alfio, con le mani pendenti e la bocca aperta. — Finirla, come?

E gli veniva una voglia di andare a sfondare quell'uscio, a calci, e di andarle a sputare in faccia, a quella infame!

— Dopo quel che ho fatto per lei! Dopo che mia madre è messa a piangere come Maria Addolorata!

La domenica, vedendola alla messa, con lo scialle incrociato sul petto e gli occhi a terra, egli contorceva il berretto fra le mani, e avrebbe voluto buttarlesi addosso, afferrarla pel collo bianco e ammazzarla, come la serpe che era! E schiacciare col tacco la testa a quel ranocchio di suo marito, che se ne stava seduto dal barbiere, col bastone fra le gambe, a pigliar tabacco e a sentirsi crescere le corna!

— Anna!... son io...

Al finir della messa, un giorno, come la folla si disperdeva e lei scendeva in piazza, Alfio le andò dietro, supplicando.

— Levati via! — gli rispose, peggio che allo storpio buttato accanto alla pila dell'acqua benedetta.

— Che cosa le ho fatto? — tornava a piagnucolar lui, dalla comare Angela. — Che cosa le ho fatto? Si è lagnata della mia gelosia? Ma io non sono più geloso, non m'importa più niente di Rosario Cerbini, se lei torna quella di prima.

— Che posso farci!

— Ma perchè? Perchè mi tratta a questo modo?...

E una volta si dette a un tratto un pugno in fronte.

— È per quella parola, che le dissi prima di conoscerla! Non è vero che è per quella parola? Domandatele come debbo fare, se vuole che strascichi la lingua per terra fino all'altar maggiore di Sant'Alfio! se vuole che me la tagli! quello che vuole...

E poi che la comare Angela, tornando, non aveva una risposta e si stringeva nelle spalle, egli perdette il lume degli occhi.

— Dunque ho ragione?... L'infame è lei?..

E scappò come un pazzo verso la sua casa, e vi penetrò risolutamente, per farla finita.

— Finalmente, ti trovo!

Le si buttò ai piedi, le strinse le ginocchia, le baciò la veste; poi le afferrò la testa, fissandola, quasi non la riconoscesse, baciandole i capelli, gli occhi, la bocca, soffocandola in una stretta disperata.

— Ti trovo, finalmente... sei tu... Anna...

Lei tentava di respingerlo, di evitare i baci; ma i suoi sforzi si facevano sempre più deboli, aveva le guancie umide e calde, era vinta...

— Ora scappa, subito.

— Ma tu mi vuoi bene?

— Sì, ma scappa; questo non deve più succedere. Io non voglio andare per la bocca di tutto il paese. Torna al lavoro, diventa uomo...

— E non ti vedrò più?

— Se avrai giudizio; ora, vattene!..

VI.

Come donna Giovanna s'accorse che suo figlio ridiveniva lo stesso d'un tempo e pareva non pensasse più a quella cristiana, cominciava ad aprire il cuore alla speranza.

— Non mi par vero — diceva alla vicina Santa — come il mio ragazzo si sia liberato da quella strega!

— S'è liberato perchè quella strega ora se la dice con Rosario Cerbini!

Donna Giovanna restò un momento interdetta, non credendo. Poi esclamò:

— Guarda che ciabatta! Chi è andata a preferirgli!...

— Ma per lei ora potete dire che vostro figlio è un uomo!

Allora donna Giovanna si mise a ridere. Il suo Alfio s'era fatto proprio un uomo; pareva cresciuto di statura, non aveva più quel parlare e quel muoversi da ragazzinaccio come gli dicevano, e la voce gli era diventata più forte.

Pure lei lo avrebbe voluto un po' più allegro. Spesso tornava accigliato dal lavoro, con la zappa appesa alle spalle, e restava serate intere senza che gli si potesse cavare una parola.

— Che cos'hai, Alfiuccio? Dillo alla mamma...

— Niente.

Egli aveva ripreso le sue antiche abitudini e si levava prima di giorno, per andare alla _Falconara_, o ai _Pojeri_, dove c'era lavoro. Donna Giovanna lo sentiva muoversi per la camera e partire, e avrebbe voluto trattenerlo, dalla paura.

Il fattore della _Falconara_, a vederlo muto e scuro, non lo riconosceva più.

— Ohè, Alfio! Cos'è che ti prende? Pene di cuore?

Alfio non gli dava retta come un tempo, e badava a zappare.

— Oh, che mi sembri tal'e quale compare Zoppetto del camposanto!

Ora egli non cantava più come prima, che lo sentivano da un capo all'altro delle vigne, e solo di tratto in tratto mormorava:

— E che mi serve nulla amare tanto, Se zappo all'acqua e se semino al vento!...

Donna Giovanna vedendoselo dinanzi così triste, temeva che pensasse ancora ad Anna Laferra, e non sapeva qual rimedio mettere in opera per levargliela una buona volta dal capo.

— Hai sentito che cosa ha fatto quella ciabatta?

— Chi?

— Quella, con Rosario Cerbini?...

Lei avrebbe preferito che la lingua le fosse cascata nel momento che aveva cominciato a parlare. Alfio, giallo come un morto, si dirigeva all'uscio.

— Alfio, Signore!... dove vai?... — e tentò di trattenerlo.

Egli la respinse lontano, gridando:

— Lasciatemi!...

Era arrivato come un fulmine dalla comare Angela:

— Le dovete dire... — e non gli riusciva di trovar le parole — le dovete dire... che lo scanno, com'è vero Dio!... che lo scanno...

— Che cosa è successo? Sei impazzito?

— Voi non ridete, ruffiana, o vi strozzo.

Donn'Angela si mise a tremare, a verga a verga.

— No, Bella Madre!... io non ci ho messo mano, è stata lei — diceva, tentando di liberare il suo braccio che quello stringeva come con una morsa.

— E da quando?... Dite la verità, o vi pesto coi piedi...

— Saranno tre mesi... è stata lei; io non c'entro, com'è vero...

— Prima di quando mi cacciò?

— ... Prima...

Subitamente Alfio si mise a piangere.

— Perchè?... Che cosa le ho fatto?... Io le volevo bene più che alla vista degli occhi... Glie lo dite, perchè?... Se lei mi vuol bene ancora un poco, non m'importa più di Rosario Cerbini... Mi fate questa carità, di dirglielo?...

Trovando il figliuolo ridotto peggio di prima, cupo, taciturno, rifiutare ogni attenzione, donna Giovanna non sapeva più darsi pace.

— Scellerata! — ripeteva, strappandosi i capelli grigi. — Sono stata io, scellerata!...

— Era meglio se andava carcerato? — disse la vicina Santa.

Il meglio fu una sera, quando portarono Alfio Balsamo a casa, con la bocca aperta e una coltellata nello stomaco, che ebbe appena il tempo di dire:

— Aiuto... madre...

SAN PLACIDO.

I.

— Viva San Placido!

— Vogliamo la festa!... Viva la festa!... Viva San Placido, o diamo fuoco al Municipio!...

Napoleone, il procaccia che faceva anche il lampionaio ed il messo municipale, venne fuori al balcone, agitando le braccia:

— Silenzio! Pace!... Volete finirla?... Insomma, con questo fracasso il Consiglio non può deliberare!

Ma, sedate le grida, tutti cominciarono a parlare, in una volta:

— Sono tre anni che dura la commedia!... col pretesto che non c'è denari!

— Sicuro che non ce n'è, dopo che se li mangiano tutti loro!...

— E il segretario che s'è fabbricata la casa!

— E la maestra continentale!...

— Come se da noi ne mancassero, delle ciabatte!...

— O non tirano fuori l'altra scusa del colera?...

— Il colera!... Che ha paura del colera, San Placido?

— E il sindaco che ha il contravveleno!...

— Saremo noi che creperemo!

— E noi vogliamo la festa!... Viva la festa!...

Nella sala del Consiglio, il baccano non era meno grande che in piazza: le teste si andavano riscaldando e la discussione minacciava di finir male. Il sindaco don Delfo, intabarrato malgrado il gran caldo prodotto dai fiati e dai lumi, rivolgeva degli sguardi sospettosi alle finestre aperte, e badava a ripetere:

— Ma il colera!... signori miei, il colera!... Il prefetto non darà il permesso!...

Come se il prefetto non avrebbe fatto meglio a contrammandare l'ordine di spargere il veleno! Quando s'era mai sentito che le feste producevano il colera? E finalmente, per qual ragione il sindaco era così contrario? Aveva forse paura che Rocco Minna, restando in paese per la festa, lo sorprendesse con sua moglie, e lo scannasse come un agnello?

— Viva San Placido! — urlavano fuori.

Ma prima di San Placido bisognava pensare a finire il camposanto — gridavano gli oppositori — e a riparare le strade!... e a migliorare l'illuminazione!... e a completare l'edificio scolastico!...

La confusione cresceva, il Consiglio pareva dividersi in due campi eguali e don Delfo, tossendo, spaventato dal tono rauco della sua voce, faceva segno a Napoleone perchè chiudesse le finestre.

Napoleone non s'accorgeva di niente, e allungava ogni tanto il capo nella sala, per sentire a che stato erano le cose, e se la festa finalmente si deliberava. Egli faceva il conto di quel che gli aveva fruttato, gli altri anni: tanto di soprassoldo, tanto di mancie, e i generi in natura che gli avanzavano: lo spago, i chiodi, il petrolio, la cera...

— Viva la festa!... Vogliamo la festa!

— Insomma! — esclamò don Delfo, battendo col pugno sul tavolo — Io non voglio pigliare un malanno! Metto la festa ai voti; chi è contrario resti seduto, chi è favorevole si alzi.

Come un sol uomo, tutti i consiglieri si alzarono.

Il sindaco li guardò un momento, sbalordito; poi, alzandosi anche lui:

— E andate a farvi... friggere!

Dal balcone, gridando con quanta voce aveva in canna, Napoleone annunziò:

— La festa si farà!... Gridiamo tutti: Viva San Placido!

— Viva San Placido!

In un lampo, i suonatori andarono a cercar gli strumenti e, attaccato il _Funiculì-Funiculà_, percorsero il paese, da un capo all'altro, intanto che Napoleone issava la bandiera all'asta del balcone e che alle finestre del _Circolo degli Operai_ e del _Casino dei Contadini_ mettevano fuori i lumi, fra la generale esultanza.

— Festa!... Festa!... Viva San Placido!

— Allegro, don Tino! Ne venderete di quei gelati!

— E voi, zio Vito, di quelle caldarroste!

— Marotta, tu ne cucirai di quegli abiti!

— Avete inteso, comare Venera? Ora San Placido potrà far la grazia a vostro figlio, di restituirgli l'udito!

— San Placido glorioso! Così possa guarire anche mio marito dal vizio!

— Peppe Duro, toccherà a te di farti onore, coi fuochi!

— E a voi, Ribottazzo, coi cavalli!

Mentre tutti gridavano, arrivò don Gerolamo il farmacista, a sentir le notizie. La gente lo prese in mezzo, e tutti a vociare in una volta:

— Festa, don Gerolamo!... Festa!...

— Don Gerolamo, voi potrete chiuder bottega!

— Vogliamo crepare, ma d'allegrezza!

— Meglio taverna che farmacia!

Don Gerolamo, mezzo assordato, portò le mani alle orecchie, e disse:

— Ogni Santo sprovvisto, Iddio provvede.

II.

Immediatamente, ottenuto il permesso dalla Prefettura, cominciarono i preparativi. La giunta compilava il programma, faceva ripulire da capo a fondo il paese, prendeva tutte le disposizioni per l'illuminazione, per le corse, pei fuochi; e don Delfo ripeteva:

— È una pazzia!... Se il colera non viene questa volta, non verrà più!...

Il _Circolo degli Operai_ e il _Casino dei Contadini_ erano sottosopra: ognuno dei due partiti contava di superar l'altro nelle onoranze al Santo, e Rocco Minna e Senio Spata, i due capi, si guardavano di traverso, incontrandosi.

Rocco Minna non pensava più a lavorare, per dirigere le operazioni, e andava e veniva dal _Casino_ a casa sua, carico di involti grossi e piccoli, di chiodi, di martelli, di assicelle, preparando ornamenti d'ogni sorta.

— Filomena, dammi una mano! — ordinava alla moglie, che stava sulle spine per paura che arrivasse don Delfo e succedesse un guaio.

Ma don Delfo non aveva un momento di libertà ed usciva dal Municipio più morto che vivo. Poi, tutto il giorno, per una ragione o un'altra, venivano a seccarlo, fino a casa, quando prendeva un boccone, quando aveva bisogno di riposare: i fochisti, gli spazzini, quelli delle corse, Napoleone...

— Ah, com'è bella la festa!... Che bel divertimento vuol essere! Ne romperanno delle costole, quei cavalli!... Ne abbruceranno delle faccie, quelle bombe!... E il colera!... il colera che ci sta alle spalle!...

Ma in paese nessuno pensava al colera; anzi il sarto Marotta preparava abiti per tutti, don Tino il dolciere aveva comprata una sorbettiera nuova, per gli spumoni, e lo zio Vito faceva venire un carico di castagne e di ceci. La comare Venera, come ogni sera suo marito tornava a casa più ubbriaco, e il figliuolo era insordito completamente, affrettava la festa coi voti:

— San Placido bello, io vi porterò una torcia di tre libbre! E andrò due giorni a piedi scalzi! e il mio ragazzo lo voto a voi!...

Finalmente, tutto fu pronto. Allora, ricevuto l'ordine di bandir la notizia, l'Orbo guidato per mano da Vanni il sordo andò stamburando, durante una settimana, per tutti i dintorni:

— Bra bra bra, brabadà brabadabà!... Sabato e domenica... quattro e cinque di ottobre... festa grande di San Placido... c'è corse di cavalli, cantate e giuochi di fuoco!... Bra bra bra, brabadà brabadabà!...

III.

All'alba del giorno quattro la comare Venera si levò, quietamente, per non destare il marito ubbriacatosi la sera innanzi e buttato come morto sul letto. Lei preparò l'abito di gala di Vanni e si mise ad annodare il nastro rosso e azzurro alla torcia di tre libbre da offrire a San Placido. Ad un tratto udironsi dei suoni che si avvicinavano, e la banda, strepitando nel silenzio mattutino, destò l'ubbriaco.

— Uh, uh! — mugolava in fondo al letto. — Maledetta la festa ed il suo Santo!

La comare portò le mani alle orecchie, per evitare d'udirlo.

— Non bestemmiate queste sante giornate, scomunicato! — e andò a tirare per un braccio Vanni il sordo, che non si destava neanche al fracasso della musica.

A piedi scalzi, con la veste del voto, ora si tirava dietro il figliuolo, scalzo anche lui e con la torcia in mano, alla dolceria di don Tino.

— Me lo potete prestare un vassoio, per la questua del ragazzo?

Don Tino, levatosi anche all'alba, non aveva il tempo di grattarsi il capo, col forno acceso, la caldaia bollente e la sorbettiera pronta.

— Il vassoio... un vassoio... Vi serve questo?

— San Placido ve ne rimeriti! — e la comare Venera uscì sulla via.

Napoleone, con una scala sulle spalle e un gran fascio di bandierine sotto l'ascella, andava parando il paese; Peppe Duro e i suoi uomini lavoravano in piazza a rizzare i pali dei fuochi d'artifizio, e da per tutto era un martellare incessante.

Lo zio Vito, al canto della chiesa, disponeva il suo banco, i cestini pieni di ceci, di fave, di castagne, e il fornello da arrostire.

— Per San Placido! — disse la comare Venera, mostrandogli il figliuolo con la torcia.

— A voi, prendete! — e il primo soldo cascò sul vassoio.

— San Placido ve ne rimeriti!

Le campane cominciavano a suonare la prima messa, e le comari, col rosario al braccio e gli occhi per terra, entravano in chiesa, per fare accendere dal sagrestano le lampade votive. La chiesa era ornata a festa e la barella del santo, tutta inargentata, luccicava vicino alla porta.