La sorte

Part 3

Chapter 33,893 wordsPublic domain

Il discorso di Napoli ricominciava; ognuno dei congedati raccontava quello che aveva visto e che gli era capitato, le usanze dei paesi, i compagni incontrati o lasciati per via. Il reggimento di Manfuso aveva passato un anno a Brescia; Santo Vacirca aveva girato di qua e di là, in distaccamento. Alfio non aveva nulla da dire, e come il vino gli montava al cervello, dette un pugno sul tavolo, esclamando:

— Sangue del mondo! Avrei voluto fare il soldato anch'io.

Santo Vacirca, che accendeva un zolfanello strofinandolo sotto l'anca, rispose:

— Eh, lascia stare; a reggimento non è poi tutto rose e fiori.

— Sì, come se a zappare un cristiano non ci lasciasse l'anima!

— Ogni mestiere ha i suoi guai! — disse Manfuso, alzandosi. — E chi ti par che dorme e si riposa, quello porta la croce più gravosa!

— Tu dove lavori, adesso? — chiese Vacirca.

— Domani vado alla _Falconara_, per _riterzare_.

Fuori, la musica era finita e cominciava ad annottare. La gente guardava curiosamente i congedati, e Alfio Balsamo si dava una cert'aria, in quella compagnia, studiando i gesti degli amici, ammirando la loro sveltezza; ma in fondo un po' umiliato della sua ignoranza, del suo finto berretto di bersagliere. Non sapeva far altro che interrogare

— A che ora suonava la ritirata?

— Secondo le stagioni.

— E che facevate fuori?

— Si andava insieme, a spasso, di qua e di là...

— E poi?... — chiese a un tratto Alfio Balsamo, fermandosi.

Santo Vacirca e Antonio Manfuso si guardarono, ridendo.

— Già.

Come c'era gente in piazza, tutti e tre si allontanarono per la strada del Lavinaro, dove non si vedeva nessuno. Alfio Balsamo stava a sentire, senza perdere una sillaba, interrompendo a ogni tratto: «E dove?... E come?... Davvero?...»

— Tante regine, ti dico, che non puoi averne un'idea...

E quelli abbassavano ancora la voce, e Alfio spalancava ancor più gli occhi. A un tratto, al chiassuolo di San Rocco, s'intese un rumor di passi.

— Chi è che viene?

— Tò — s'interruppe Vacirca — quella lì non è Anna Laferra?

— Con Vincenzo Sutro, guarda! — disse Manfuso — E quel povero Isidoro che abbiamo lasciato a Napoli disperato per lei!

Alfio Balsamo non disse niente; ma come se la vide passare dinanzi, dritta e superba, con la faccia pallida e i capelli scomposti, esclamò, in una risata:

— Va', puttana!

II.

Il giorno seguente, prima che il sole si levasse, Alfio Balsamo si mise per via, con la zappa in ispalla e un fagottino sotto il braccio. Nel gran silenzio della campagna, mentre la tramontana correva per la pianura increspando i seminati che cominciavano a biancheggiare, egli rideva ancora pensando alla scena della sera.

— Ma se Vincenzo Sutro se la pigliava a male e mi rompeva le costole?... Infine, che cosa m'importa di quella cristiana e del suo Santo!... Se ha cercato subito un successore a Isidoro di massaro Francesco, me ne entra forse qualche cosa in tasca?...

E, affrettando il passo perchè la via era lunga:

— È stato il vino! — pensava. — Ai miei compagni non ha fatto male; quelli sono avvezzi a bere, a divertirsi.... È stato il vino; ma non importa; mi piace di averle detto il fatto suo!

Quando fu giunto alla _Falconara_, Alfio Balsamo non pensava più ad Anna Laferra. Gli uomini erano già al lavoro, e sul gran mare verde dei vigneti i cappelloni di paglia parevano zucche seminate qua e là. Il fattore, che zappava anche lui, vedendo da lontano il peperone del berretto di Alfio, non sapeva chi fosse, e si mise a vociare: «Ohè... Ohè...» Il cane della fattoria, abbaiando e sgambettando, si era intanto buttato in mezzo alle vigne, per corrergli addosso.

— È Alfio Balsamo — disse massaro Filippo quando intese gridare perchè chiamassero l'animale.

— Bella accoglienza!... — veniva dicendo Alfio, mentre s'avvicinava a lunghi passi. — Invece di darmi il benvenuto, mi mandate addosso il cane, quasi fossi un ladro!

— O tu perchè arrivi a quest'ora? — rispose il fattore — Qui adesso bisogna lavorare per davvero: il patto lo sai, ma è meglio ripeterlo, se vuoi che l'amicizia duri.

— E voi, fattore che non so come vi chiamate — gridò Alfio fingendo di andare in collera — sapete forse che io mangio il pane a tradimento? Non per vantarmi, ma se tutti i zappatori della _Falconara_ valessero quanto me, l'uva a quest'ora sarebbe matura!

E come ebbe assegnata la sua filiera, si mise al lavoro, con una gran lena, scagliando la zappa furiosamente, come dovesse spaccar legna, scavando dei solchi profondi. Egli avanzava rapidamente, e dileggiava il fattore e massaro Filippo, che lavoravano a fianco:

— Su, su, sangue del mondo! Par che stiate facendo la barba alla vigna! — e mostrava il suolo sconvolto dai suoi grandi colpi di zappa.

— Le prime furie della granata nuova! — diceva il fattore.

Alfio Balsamo, per fargli vedere che gli bastava il fiato, si metteva per giunta a cantare, come un merlo, così forte che lo sentivano dai punti più discosti della vigna, e perfino dall'altra riva del fiume. Dall'abbeveratorio, dalla fattoria, dal poggio, quel canto si sentiva nettissimamente, nel gran silenzio del mezzogiorno, e le donne che legavano le viti, gli zappatori, i mulattieri che menavano le bestie a bere, avevano imparato a conoscerlo al verso.

— È quel buonavoglia di Alfio Balsamo!

— Io vo' stare allegro — diceva lui — perchè ho la salute e la gioventù!

— Tu sei un ragazzinaccio — rispondeva il fattore — ed hai ancora il cervello sopra il berretto.

Alfio lo sapeva che era un ragazzo forte come un uomo, e se ne teneva! Avreste voluto vedere, per esempio, il figliuolo di massaro Filippo, che aveva venti anni suonati, e intanto era debole e malaticcio che se pigliava una zappa in mano gli cascava addosso e lo schiacciava. Intanto, sorte infame! a quello sfiaccolato capitava ogni giorno qualche partito, perchè massaro Filippo aveva dei soldi da parte, e lui non lo voleva nessuna!

— Massaro Filippo, è dunque vero che vostro figlio Matteo si marita con la Rosa di massaro Ignazio?

— A te cosa t'importa?

— Niente, dico per semplice curiosità! Ma piglierete degli anni di tempo, perchè Matteo non è molto forte di sella.

— Allora — disse il fattore — vedi un po' se dànno la Rosa a te!

Alfio Balsamo ammutoliva e pigliava la terra a gran colpi di zappa, senza più badare se qualche ceppo robusto restava sfiancato dall'urto del ferro lucente. Ma erano nuvole che duravano poco; egli era un ragazzinaccio, e non pensava due minuti alla stessa cosa.

Nel pieno mezzogiorno, quando pioveva fuoco dal cielo, i lavoratori si riposavano, chi dietro le cataste di sarmenti morti, chi all'abbeveratorio, chi alla fattoria. Alfio Balsamo e gli altri pagati a giornata si riunivano nella stanza del fattore, a merendare: ognuno aveva la sua porzione di pane e le cipolle erano a discrezione.

— Già, questo fattore è un boia, che ci tratta peggio degli animali. Cosa vi costa di metter fuori un po' di formaggio, di quello che vi dà il pecoraio del pascolo?

Ma le questioni grosse erano pel vino.

— Brrr!.. — faceva Alfio, scostando dalle labbra il fiaschetto, chiudendo gli occhi, come se avesse bevuto un veleno. — Dite la verità, che ci avete fatto pisciare il mulo?

Il fattore beveva a sua volta, senza dargli retta.

— Ma dov'è il buono? Dove l'avete nascosto? — E visto un mazzo di chiavi sul tavolo, lo afferrò ad un tratto. — Ah, finalmente!... Ora vado a ubbriacarmi in cantina...

Il fattore, afferratogli il polso, gli diede una stretta così forte da farlo lacrimare.

— Ahi! ahi! Che bestia! Ha creduto che dicessi davvero!... Avete dunque paura che vi rubi? Già, voi dovete avere dei denari nascosti, sotto qualche mattone...

Dimenticando ancora il braccio indolenzito, Alfio si metteva a misurare il pavimento, a piccoli passi, battendo i calcagni, per scoprire il nascondiglio.

— Dovete esser ricco, così pezzente come sembrate. Una di queste sere voglio tirarvi una carabinata, dietro una siepe!

Così, mentre gli altri se ne stavano sdraiati, a godere intera quell'ora di riposo, Alfio andava di su e di giù, non stava fermo un minuto, parlava per tutti e tornava al lavoro più stanco di prima.

Ma quando la giornata era finita, e si tornava alla fattoria, anche lui stava quieto come gli altri, e in quel solo momento non assordava i compagni con le sue cicalate. Come il sole si nascondeva dietro i poggi, di là dal fiume dove le rane e i ramarri cominciavano il loro concerto, i contadini andavano a sciogliere le cavezze alle cavalcature e partivano a un po' per volta, cacciando avanti gli asini o tirandosi dietro i muli restii, con le donne a fianco e i ragazzi appresso. Comare Santa, quella che gli era morto il marito e veniva a coltivarsi il suo pezzo di vigna insieme col figliuolo, era sempre l'ultima ad andarsene, e quando dalla fattoria vedevano la piccola macchia nera che l'asino, curvo sotto il peso delle due persone, faceva in fondo al vallone su cui si stendeva già l'ombra, voleva dire che non c'era più nessuno.

Il fattore preparava una minestra di fave e Alfio Balsamo se ne stava buttato per terra, dinanzi ai casamenti, giuocando coi cani, o stando a sentire i discorsi che facevano i più grandi di lui sul valore della _Falconara_, sul buon affare che era stato pei Marozzi l'acquisto di quella proprietà.

— Chi l'avrebbe detto alla sant'anima del principe, che la _Falconara_ doveva uscire di casa sua!

— Una volta che la principessa aveva la testa al giuoco!

— La _Falconara_ lei non sapeva neppure dove fosse!

— E uguanno raccoglieremo più di cinque mila salme di mosto!

Ognuno diceva la sua, sullo stato delle vigne limitrofe, sui prezzi del vino e del bestiame, sui casi che capitavano al prossimo...

Una sera, che aveva appena smesso di lavorare e stava badando ad una pentola in cui bollivano delle lumache, glie ne capitò uno a lui, Alfio, che non se lo sarebbe aspettato neanche in sogno.

— Dice tua madre — venne a riferirgli il fattore dei _Pojeri_, passando dalla _Falconara_ — che Anna Laferra ha fatto querela contro di te, dinanzi al pretore di Vallebianca, per ingiurie, e se non pensi alla difesa la condanna è certa.

III.

Anna Laferra, a quella parola che le avevano sputata in faccia, s'era sentito avvampare il sangue nelle vene, ed era stata colpa di Vincenzo Sutro se non ne aveva fatto vendetta sull'istante.

Vincenzo Sutro, da ragazzo che non vuol far parlare di sè e trovarsi in qualche pasticcio per cause di donne, le diceva, tentando di calmarla:

— Tu non sai dunque chi è?... È Alfio Balsamo, un ragazzinaccio, senza un pelo in faccia... È stato di leva quest'anno, ti dico... Quando mai si è dato peso alle parole d'un bardassa come quello?... A mettersi con lui sarebbe una viltà.

— Vile sei tu che non hai cuore di vendicarmi!

E cacciatolo via, Anna Laferra se ne andò da suo marito:

— M'hanno ingiuriata nell'onore, alla presenza della gente. Ve lo dico, perchè l'onore di vostra moglie è come il vostro stesso.

Don Gesualdo, che usciva allora dal letto, con gli occhi ancora appiccicati, senza trovare il verso d'infilarsi i calzoni, restò con una gamba dentro e l'altra fuori.

— Come, come? Che è successo? Che v'hanno fatto?

— Vi dico che hanno ingiuriato a morte vostra moglie.

— Dite davvero? E chi ha avuto il coraggio?...

— È stato il figlio di Giovanna Balsamo. Se siete uomo, glie la dovete far pagare cara.

— A chi lo dite? — rispose don Gesualdo, grattandosi la testa sotto il berretto di cotone. — Lasciate fare a me.

Don Gesualdo era amico del cancelliere e andò a prender consiglio da lui.

— Sporgete querela! — gli disse il cancelliere. — Con un paio di mesi di carcere e un centinaio di lire di multa imparerà a metter senno.

— Voi siete un uomo d'oro!

A don Gesualdo non pareva vero di far contenta sua moglie con la querela; egli non aveva nessuna voglia d'impacciarsela con Alfio Balsamo e di tornare a casa con le ossa rotte.

— Lì, debbo vederlo! — diceva Anna Laferra — lì, dietro le grate! in mezzo ai galeotti! e voglio andare a Vallebianca a posta, il giorno che lo attaccheranno come Cristo!

Ma Alfio Balsamo, che era venuto al paese, non aveva nessun timore d'esser condannato.

— Sai che c'è? — andò a dire a Santo Vacirca. — Quella buona donna di Anna Laferra mi ha dato querela, per la parola che le dissi la sera che tornasti da soldato, con Antonio Manfuso, ti rammenti?

— Sul serio? Guarda un po'; ha la faccia più dura delle corna di suo marito!

— Pazienza! Ma ci deve rimetter le spese, se mi cerca lite, e quello che le ho detto per istrada glie lo debbo ripetere dinanzi alla giustizia. Già tu mi farai da testimonio, che io ho ripetuto quel che dice tutto il paese!

— Io? Ed io come c'entro? — Santo adesso mutava tono al suo discorso. — Io ero pei fatti miei, a fare il soldato! Lasciami stare, per carità; che non ti possono mancare cento altri testimonii migliori di me.

Alfio Balsamo se ne andò a trovare Antonio Manfuso.

— Vieni a deporre che Isidoro di massaro Francesco è stato il ganzo di Anna Laferra?

— Ed io come lo so? L'ho sentito dire; ma li ho forse visti coi miei occhi?

Chi con una scusa, chi con un'altra, nessuno aveva il coraggio di affermare la verità.

— Anna Laferra? — diceva don Giuseppe il barbiere, mentre gl'insaponava la testa. — L'ultima ciabatta del paese! Ma che ti serve la mia testimonianza? L'ingiuria resta e non eviterai nè un giorno di carcere nè una lira di multa.

— Ma andiamo che io non voglio esser posto in prigione e rovinarmi agli occhi della società! — diceva Alfio Balsamo, come tutti lo abbandonavano.

— Hai visto che vuol dire non aver giudizio? — gli veniva ripetendo sua madre, più angustiata di lui.

— Debbo sentire anche voi! non basta il guaio che mi casca addosso!

— Non andare in collera, figlio mio; io lo so che non è colpa tua, ma dei compagni che ti portano alla cattiva strada. Cerchiamo frattanto il rimedio, ora che il fatto è fatto.

— E che volete cercare? non vedete che i paesani hanno paura di dir la verità?

Donna Giovanna non lo contradiceva, dal gran bene che gli voleva; ma pensava che il mezzo d'accomodar la cosa non era quello della giustizia.

Successe così che il pretore di Vallebianca condannò Alfio Balsamo, in contumacia, a due mesi di carcere e a cento lire di multa, nè più nè meno di quel che aveva previsto il cancelliere.

— Questo si sapeva! — disse Alfio, quando vennero a portargli la notizia ai _Pojeri_, dov'era andato a lavorare. — Volevate che il pretore mi assolvesse, dopo che quel vecchio pelato di don Gesualdo gli mandò a regalare una posata d'argento? Ma non finisce così, sangue del mondo! e io andrò in città, a pigliarmi il primo avvocato!

— Alfiuccio, lascia stare — diceva donna Giovanna — che ci rimetterai le spese. Non sarebbe meglio di pensare ad accomodarla con le buone?

— Ditelo un'altra volta, e io vi perdo il rispetto che v'ho sempre portato!

Donna Giovanna non si diede per vinta, e come il figliuolo andò alla città, per l'appello, lei un bel giorno, senza che nessuno lo sapesse, cercò di Anna Laferra.

Anna, quando aveva risaputa la condanna, aveva messo un gran sospiro, sentendo sedarsi il suo furore.

— Siete contenta? — le aveva chiesto suo marito. — Ora andrà in carcere, e lì imparerà a metter giudizio.

— Bene gli sta!

Donna Giovanna era venuta a implorare il suo perdono, umilmente, abbassandosi dinanzi a una che, in altro tempo, non avrebbe neppur salutata, incontrandola per istrada.

— Che volete! Alfio è un ragazzo, un ragazzino, così lungo come lo vedete. Chiacchiera un po' troppo; se togliamo questo, nessuno può dir nulla sul suo conto. Non parlo di vizii: innocente come Gesù Bambino; voi mi capite. Se ha detto quella parola, non sapeva ciò che importava; domandate a chi volete, vi diranno tutti che è incapace di voler male ad anima viva. E poi, affezionato, con sua madre, che non si può ridire. Mai un dispiacere, da lui; e sì che è rimasto orfano a otto anni...

Donna Giovanna aveva gli occhi umidi di pianto.

— Questo è il primo dispiacere, che ho per causa dei suoi cattivi compagni. Lasciatelo andare, non ci pensate più; fatelo per me che sono sua madre e vi domando perdono della sua imprudenza...

Anna guardava per terra e non diceva niente.

— Fatelo per lui. Così ragazzo, con quella brutta condanna!... Pensate alla compagnia che troverà in carcere!... Chi gli vorrà dare la propria figliuola, se un giorno il Signore lo benedice e potrà pensare a farsi una famiglia?

— Sentite — disse a un tratto Anna Laferra, con un'animazione straordinaria in viso e il seno che le si sollevava affannosamente. — Vostro figlio m'ha ingiuriata a sangue, e vi giuro, com'è vero Dio! che se lo avessi avuto fra le mani, in quel momento, mi sarebbe bastato l'animo, donna come sono, di strappargli il cuore dal petto. Ora la collera è passata, e per me non ci penserei più. Ma il mondo parla e non si cura di sapere se chi mi ha ingiuriata è un uomo o un ragazzo. Per questo debbo avere una sodisfazione. Vostro figlio mi dica che non ha inteso offendermi, che non sapeva quel che diceva, che parlava d'altri, che aveva bevuto; mi dica ciò che gli piace, e io gli perdono e non ne parlo più.

Quella era appunto la quistione: indurre Alfio a domandarle scusa!

Invece, egli era tornato dalla città più arrabbiato che mai, e non parlava che dell'appello, sicuro com'era di vincere, sostenuto dall'avvocato Saetta.

— Tutti lo vantano, e quando una causa gli piace, mette il mondo sottosopra per spuntarla. Leggendo la sentenza del pretore, è partito a ridere che nessuno lo teneva. Vogliamo vedere se i giudici avranno paura dei vecchi cornuti!

IV.

L'annata aveva mantenuto le sue promesse, e alla vendemmia la _Falconara_ non si riconosceva più, con l'animazione straordinaria e l'allegra confusione che vi regnava da mattina a sera.

Alfio Balsamo, il ragazzinaccio, lavorava per quattro e si trovava nello stesso tempo in ogni luogo; correva al pozzo con due enormi mezzine di latta, una per mano; attizzava il fuoco nella stalla, sotto il calderone dove ribolliva l'acqua; insaccava il mosto quando il contatore era stanco; spingeva la manovella del torchio, rispondeva alle chiamate del fattore, alle domande del bottaio, agli scherzi, ai motti dei compagni, e trovava il tempo di sgretolare coi denti bianchi un grappolo biondo.

— Non debbo assaggiarla, l'uva di quest'anno?

Come se non bastasse, due o tre volte al giorno gli toccava scender nelle tine, per la follatura, e questo veramente gli pesava. Aveva scommesso, l'anno prima, di fare quel servizio per due lire al giorno, invece di quattro, quante ne pretendeva maestro Brasi, il calabrese; ed egli che era un ragazzo onorato aveva mantenuto la parola. Ma appena provato di che si trattava, si era subito pentito; perchè quello spogliarsi e vestirsi a ogni momento, e il passare dal caldo del mosto al freddo dell'acqua con cui si lavava, e il restare in mezzo alle esalazioni della tina che gli mozzavano il respiro, non era molto comodo.

— Avete ragione! — esclamava, pigliandosela col fattore. — Me l'avete fatta! Ma un'altra volta non mi ci capiterete.

— Tu impara a non essere presuntuoso!

Una domenica, al declinare del sole, quando l'animazione del lavoro cominciava a scemare e la ciurma delle vendemmiatrici trasportava gli ultimi cesti d'uva, Alfio Balsamo si spogliava silenziosamente in un angolo per la terza volta; infilava le mutandine che gli arrivavano a mezza coscia, afferrava il raffio e si disponeva ad arrampicarsi sulla tina. In quel momento arrivò il fattore, seguito da tre o quattro uomini, che si guardavano sorridendo.

— O Alfio! — gridò quello — c'è di fuori tua madre che vuol parlarti.

— E che diavolo volete da me? Non vedete che ho da fare?

— Dici piuttosto che hai vergogna di comparire in quel costume!

— Vergogna, io? Mi dispiace che non avete una moglie, perchè vi farei vedere se ho vergogna o no!

— Vuoi scommettere che non ti basta l'animo di venir fuori, così come sei?

— Scommettiamo cinque lire!

— Un soldo, se ti piace.

— Un soldo, e sia! — rispose Alfio, scendendo in furia. — Sangue del mondo, vedete se Alfio Balsamo mantiene la sua parola!

Nudo come si trovava, col viso di porpora e le carni bianche, brandendo il raffio, egli comparve in mezzo all'arco buio del portone, dinanzi ad una comitiva di donne sedute per terra sulla spianata.

— Ah!... Oh!... Bella Madre!... Che vergogna!...

Chi gridava, chi si voltava dall'altra parte, chi rideva a fior di labbro, e il fattore e gli uomini si tenevano i fianchi, in fondo all'andito. Solo Anna Laferra, che era in piedi, appoggiata al collo del pozzo, restò ad un tratto immobile, dinanzi all'apparizione di quella statua viva.

Alfio, come se nulla fosse, girava uno sguardo tutt'intorno, riconobbe ad una ad una le persone che si trovavano lì riunite, guardò un momento Anna in faccia, e finalmente si rivolse a sua madre:

— Eccomi qui; che volete?

Come gli uomini scoppiarono a ridere più forte di prima, donna Giovanna, che aveva una gran voglia di far come loro, montò in collera.

— Va' via!... Hai inteso? va' via!...

— Sì che vi sento, e non c'è ragione di gridare.

— Come, non c'è ragione? Ed hai la faccia di venir fuori dinanzi alla gente in quel costume? Va' via, ti dico...

— Me ne vado, me ne vado; ma insomma non c'è niente di male...

Alfio voltò le spalle alla comitiva e tornò al palmento, a passo di corsa. D'un tratto si buttò nella vasca, immerse le braccia nella pasta che galleggiava, densa, compatta, sul mosto in fermento, e cominciò a rimestarla. Dimenandosi allegramente fra la schiuma sanguigna da cui si sprigionava un alito forte e soffocante, egli rideva ancora della comparsa fatta dinanzi alle donne; quando s'intesero delle voci e dei passi avvicinarsi. Era la comitiva che visitava la fattoria.

— E questo è il palmento — spiegava il fattore — che ci si potrebbe vendemmiare tutta la contrada di Sant'Alfio. Ma non bisognava venire oggi, a quest'ora, per veder la festa che c'è tutto il giorno!

Quattro pestatori soltanto ballavano in giro sopra uno strato d'uva bianca di gesso e un altro spaccava legna, accanto al torchio.

— Povero Alfiuccio! — disse donna Giovanna, guardando compassionevolmente il figliuolo — Che travaglio da cani! Ma così me l'ammazzate!

— Per questo vi porterà un bel mucchio di denari, in capo alla vendemmia — disse la comare Santa, che sapeva anche lei che cosa vuol dire restar sola al mondo.

Alfio non diceva nulla, sotto gli sguardi di Anna Laferra, che lo stringevano, lo avviluppavano, non lo lasciavano più. Egli si contorceva, lentamente, come un serpe in mezzo a quel bagno caldo, a quella spuma che gli sbavava sul corpo. I mucchi di pasta, sciolti, allargati, affondati, risalivano a galla e si aggruppavano nuovamente, più fitti, più folti. Egli li perseguitava, fendendo a stento il liquido pesante che lo sollevava da tutte le parti, allungando le braccia e le gambe fatte sanguinose; scomponendo, arruffando l'intricata matassa degli innumerevoli grappoli calpesti e inariditi. Curvo sulla tina, sfiorando la superficie bollente del mosto, l'acredine densa gli mozzava il respiro; allora si rialzava, anelante, volgendo intorno uno sguardo perduto, pieno d'angoscia, come se volesse invocar soccorso e non gliene restasse neppure la forza.

Donna Giovanna guardava ora il figliuolo, ora Anna Laferra, e a veder costei sbiancata in viso, con le labbra quasi scomparse e il seno tumultuante, non lasciare Alfio con gli occhi, sentiva stringersi il cuore.

— Hai visto chi è venuto? — disse al ragazzo, in un orecchio, mentre la comitiva si disperdeva per la fattoria. — Ce n'è voluto, per farle dir di sì! Ora la pace dipende da te. — E se ne andò, dietro alle altre.