Part 2
— Che!... di dove cascate? — gli davano sulla voce. — Non sapete che si sono divisi il domani del matrimonio?
— Una testa famosa, quella donna!
La principessa faceva un segno d'assentimento:
— Non ne parlate!
— Don Camillo non vuol lasciarle neanche un soldo; non è vero, pretore?
Il pretore Restivi, sentendosi chiamare, borbottava qualche parola senza senso, e riappoggiava la testa dall'altro lato della poltrona.
— Non si può avere un momento di quiete!
I veri tormenti ricominciavano per lui al sopravvenire dell'inverno e, con esso, della solita folla che la principessa, malgrado i suoi giuramenti, tornava ad accogliere. Con tutte le sale illuminate e piene di gente, non era più possibile trovare un posto dove non esser molestati, e il pretore invidiava il cameriere che, sul lucido cassettone dell'anticamera, sonnacchiava tranquillamente. Egli finiva col pigliar sonno in mezzo al frastuono delle conversazioni, che cessava come per incanto in una silenziosa risata ai primi accordi del suo profondo russare.
Donna Cecilia era spesso della compagnia. Suo marito non aveva voluto morire neanche quella volta, ed ella se ne stava in un angolo a sentire i lamenti dei giuocatori, o le accuse che tutta quella gente, per un verso o per un altro, rivolgeva alla fortuna. Lei non diceva nulla, non si lagnava della sua miseria, arrischiava due soldi al giuoco, e salutava ogni volta con un senso di sodisfazione le sue stanzette dalle vôlte basse come un mezzanino, dalle imposte tarlate, dalle finestre anguste sporgenti sulla corte, esposte alle esalazioni della stalla del proprietario. E prima di andare a letto, ogni sera, apriva il cassetto secreto del suo vecchio armadio a forma di lira, ne traeva il portafogli riposto nell'angolo più profondo e cavava con mano tremante una carta gualcita, dai caratteri ingialliti dal tempo. «Lascio ogni mio avere, tutto incluso e nulla escluso, alla mia cara moglie Cecilia Morlieri Spadafora. — Camillo Morlieri.» E come il rigo seguente portava la data, _16 Gennaio 1845_, donna Cecilia faceva il conto che, essendo passati quarant'anni dall'unico giorno del suo matrimonio, non aveva da aspettare ancor molto. Quanto al caso che suo marito avesse a lasciare un altro testamento, lei non ci pensava neppure.
— Conosco quel che vale! Non ne farà.
V.
Vedendo la sua casa ridotta a mal partito, la principessa deliberò finalmente un giorno di rifarla da cima a fondo.
— Mi occorrono diecimila lire — disse al suo amministratore.
— Dove vuole ch'io le pigli? — rispose don Peppino, pensando ancora alla farsa, che gli aveva fruttato appena una chiamata.
— Come, non sapete trovare diecimila lire?
— Le trovi lei, se può. Io non mi fido di trovare neanche un soldo. Non sa che gli ultimi denari sono stati presi al quindici? E che Strignoni minaccia un protesto? E che la _Falconara_ è piena d'ipoteche? E che un giorno o l'altro bisognerà prendere una risoluzione?
Ella restava interdetta, si passava una mano sulla fronte, impressionata, addolorata dalla rivelazione come per una inattesa disgrazia.
— È la sorte che mi perseguita! Voi, caro don Peppino, dovete aiutarmi; mi metto nelle vostre mani; non mi lasciate vendere la _Falconara_, se no, io sono rovinata.
— Se dipendesse da me!...
Ma don Peppino pensava alla sua rivincita, un gran dramma come _Patria!_ di Sardou: _Masuccio_, ovvero _Dio non paga il sabato_, in cinque atti; la selva era già pronta, e l'_Imparziale_ avrebbe pubblicato il testo in appendice....
Il giorno che la _Falconara_, l'antico feudo di casa Roccasciano, fu messo all'asta, la principessa si mise a piangere, disperatamente, come una bambina. Provava un bisogno irresistibile di sfogare con qualcuno la piena del suo dolore, e andò a buttarsi nelle braccia di donna Cecilia.
— Ah, io sono una donna disgraziata!... Cecilia, Cecilia mia, tu sei la mia sola amica... Come faccio, se tu non m'aiuti!...
Donna Cecilia cercava di calmarla, con belle parole, ma poichè l'altra continuava a singhiozzare, monotonamente, e a chiedere aiuto, lei perdette la pazienza.
— Infine! L'aiuto è che non devi giuocar più!
La principessa la guardò, tutta meravigliata, dietro il velo di lacrime che le offuscava la vista.
— Giuocare io?.. E quando?.. Se ho perfino dimenticato la forma delle carte!
— Quand'è così, buon divertimento!
— Non mi credi?... Non mi crede più nessuno!...
Lei non sapeva che fare, dove dar di capo, nel dissesto che quel grave avvenimento metteva in tutte le sue abitudini. Non giuocando più, davvero, per qualche giorno, cadde ammalata. Intorno al suo letto si succedevano una dopo l'altra tutte le sue conoscenze, a scambiar notizie, a discorrere del più e del meno. La casa restava in balìa dei visitatori; le persone di servizio andavano e venivano per conto di questi e di quello, del cavaliere Fornari che voleva un po' di bicarbonato, del pretore che mandava a casa a cercare il soprabito, della Giordano che faceva chiamare una carrozzella, del duca che aveva fame; intanto che padre Agatino stava alle vedette, aspettando un giuocatore, disperato di aver dovuto smettere giusto in un periodo di vena, che gli mancava poco per mettere assieme la sommetta chiestagli dalla Rosalia.
— Almeno venisse quella bestia del dottore!
Ma il dottore non veniva; la principessa, che gli aveva una gran fiducia a tavolino, non voleva sentir parlare di lui quand'era ammalata.
— Bisogna che la disgrazia mi perseguiti! — borbottava il monaco.
— Non sapete la disgrazia di quel povero de Fiorio? — venne a dire una sera il Fornari.
— Che gli è successo?
— Gli è successo che sua moglie è scappata via, con un barbiere.
— Ci sarebbe da cavarne un terno — pensò padre Agatino, e si mise a cercare il libro dei numeri. Rivoltando tutte le carte sparse per la casa, guardando in ogni posto, dentro tutte le cassette, non gli riusciva di trovarlo, e poichè gridava e se la pigliava con le persone di servizio, la principessa intervenne:
— Che cosa cercate?
— Cerco la cabala.
Allora lei si fece un po' rossa in viso, cacciò un braccio sotto l'origliere e ne cavò il libro, dove, dacchè era a letto, non potendo meglio, aveva studiato di nascosto ogni combinazione di terni e di cinquine. Come padre Agatino ebbe trovati i suoi numeri lei vi giuocò su dieci lire e cominciò a star meglio.
Infine, la _Falconara_ era venduta, i creditori più fastidiosi sodisfatti, e lei s'era riservata una porzione della somma, per disporne a modo suo. Ora poteva ripigliare l'antico disegno di rifar la casa, e poichè aveva denari in mano, suo cugino, gli amici, i servi, tutte le persone con cui aveva da fare ne godevano un poco anche loro ed alzavano inni di ringraziamento.
— Che buona signora!
— Che cuor d'oro!
— Meriterebbe davvero miglior sorte!
Donna Cecilia, saputa la nuova della vendita, andò a farle una visita di condoglianze. Trovando l'uscio spalancato, senza che nessuno rispondesse alle sue chiamate, si fece strada da sè dirigendosi verso il salottino dove la sua amica passava la giornata. All'improvvisa apparizione, padre Agatino e la principessa si sollevarono precipitosamente, cercando di nascondere qualche cosa.
— Finalmente, si vede un'anima viva! — esclamò donna Cecilia.
— Sai — rispose la principessa, non ancora rimessasi — c'è il battesimo della bambina del cuoco... e i suoi compagni sono tutti invitati...
Donna Cecilia, vedendo l'imbarazzo di quei due, tentò d'attaccar discorso:
— Non vai in campagna, quest'autunno?
A un tratto s'intese un fruscìo, e di sotto lo scialle che la principessa teneva sulle ginocchia cominciò a precipitare, a cascatelle, un mazzo di carte. La principessa diventò di bragia, e padre Agatino si alzò, sbuffando. Donna Cecilia cercò un pretesto per andar via.
— Buona fortuna!
— Un colpo secco! — le augurò dietro il monaco, raccattando le carte.
La sera venne il dottore:
— Non sapete?... È morto d'un colpo don Camillo Morlieri, e lascia ogni cosa ai nipoti.
Soltanto il giorno dopo il cavaliere Fornari rettificò la notizia:
— I nipoti non hanno testamento. Ce n'è uno solo, del quarantacinque, dove lascia ogni cosa a sua moglie.
VI.
Donna Cecilia aveva ora un grande quartiere nel palazzo Bellavia, con ogni sorta di comodità e una disposizione invidiabile; è vero che dalla parte del cortile venivano ancora le esalazioni della stalla, ma non le davano più fastidio perchè erano quelle dei cavalli suoi proprii.
Tutta la giornata le bastava appena per occuparsi dei suoi affari, che richiedevano una vigilanza continua; la sera, qualche volta, andava dalla principessa. Questa, ora che sapeva donna Cecilia ricca, pretendeva che anche lei facesse la partita.
— Andiamo, non esser tanto avara! Cosa vuoi farne dei tuoi quattrini?
Era come dire al muro. Se qualche volta donna Cecilia, trovandosi di buon umore, arrischiava una lira, sia che vincesse o perdesse lasciava subito il suo posto.
La principessa non poteva tollerar questo: se la vedeva perdere le offriva insistentemente la rivincita, se la vedeva vincere diventava intrattabile.
— Non è modo, lasciare il giuoco quando gli altri perdono!
— Piglia l'amico tuo col vizio suo! — sentenziava donna Cecilia. — Cara mia, dopo aver giuocato, bisogna bene che io restituisca i denari a chi me li ha prestati.
— A chi?
— Alla tasca!
La principessa finiva per irritarsi sordamente contro donna Cecilia; la loro amicizia si raffreddava.
— Guardate che aria! Come se quella fortuna fosse opera propria! Che ci ha messo lei, del suo?
Per questo donna Cecilia preferiva venire al palazzo Roccasciano quando c'era molta gente, e si poteva passar la serata altrimenti che a guardare le faccie gialle dei giuocatori intorno al tavolo verde. Ora non la lasciavano più sola, in un angolo, come quand'era povera; avea invece sempre qualcuno attorno, a dirle delle cortesie, a occuparsi premurosamente di lei, sperando di strapparle qualche cosa, un pranzo, una passeggiata in carrozza.
Le Valdieri, colle vesti di due anni fa e i guanti lavati, continuavano a citare la parentela: «Mio zio il principe!... mia cugina la duchessa!...» e sospiravano a ogni annunzio di matrimonio.
— Aria e tupè, ma denari non ce n'è! — borbottava donna Cecilia.
Il cavaliere Fornari, ridotto a non potersi più muovere, minacciato di morire col grasso al cuore, veniva a buttarsi pesantemente sul divano, facendo gemerne le molle, ricominciando le sue eterne geremiadi sui cucinieri che gli rovinavano la salute.
— È una disdetta! Tutti guatteri, signora, mi creda: tutti guatteri infami.
La Giordano, dopo un lungo manovrare, appena la vedeva sola, andava a mettersele al fianco, per chiederle se il tale era nobile o se il tal'altro apparteneva a una famiglia _distinta_. Dall'altro lato del salone Giorgio Furleo e la signorina Marco giuocavano ancora in società, come cinque anni prima, lui aspettando sempre la promozione: e se la pigliavano con la sorte! Si vedeva ancora quel giovanotto Mordina che non si sapeva bene come non fosse ancora morto, tanto era malandato — e andava raccomandandosi alla gente, in cerca di un posto da lavorare! Da parte sua il barone de Fiorio portava in giro la sua inconsolabile malinconia, dopo che la moglie lo aveva piantato pel barbiere.
— Povero diavolo! Un vero cane senza padrone! — Tutti lo compiangevano.
— Chi d'un asino ne fa un mulo, il primo calcio è il suo! — rispondeva donna Cecilia, alzando le spalle — Perchè ha sposato una tabaccaia?
E il pretore Restivi smaniava ancora per non trovare riposo sulla poltrona ammaccata, invece di andare a dormire a casa, e i giuocatori si lagnavano sempre di perdere: la principessa che si lasciava rubare, padre Agatino che si rovinava con la ganza, il marchese che sentenziava: «Gli zolfi sono finiti; non ci sono altro che gli olii; io ho piantato un oliveto!»
Poi, come all'annunzio di un grosso terno vinto dal Fornari, che era straricco, la principessa esclamava:
— A chi sorte e a chi sporte!
— La sorte è di chi se la fa — rispose donna Cecilia, indispettita.
VII.
Ora, come i nodi si aggruppavano sempre più intorno al pettine, la casa Roccasciano era molto meno affollata di prima. La principessa andava peggio con lo stomaco ed era ridotta a non lasciar più la poltrona. Il circolo dei compagni di giuoco si assottigliava continuamente, ed ella restava lunghe ore sola con un cuscino sulle ginocchia e le carte in mano, a disporle in varie guise, a file, a mucchietti, per ingannare il tempo.
Appena arrivava il duca di Santa Cita, lei se lo faceva seder di fronte e gli proponeva di fare una partita.
— Ma io non ho un soldo!
— Eccoti cinque lire.
Non le importava se, vincendo, vinceva i suoi proprii denari: lei non sapeva far altro che giuocare; ed aspettava impazientemente la sera, quando venivano ancora parecchi, padre Agatino fra gli altri, a disputarsi con accanimento, dinanzi al tavolo verde, gli avanzi della sua fortuna. Se non fosse stato per costoro, la principessa non avrebbe saputo più nulla di quello che accadeva per il mondo.
— Non sapete? — venne a dirle il marchese una sera — Donna Cecilia si marita!
— Sul serio? — chiese lei, curiosamente.
— Sul seriissimo. Dopo quarant'anni di senno, ha perduto il lume degli occhi per un paio di baffi. Si marita col barone D'Errando.
— Quanti anni ha?
— Lui? Trenta.
— E lei cinquantasette.
Padre Agatino e la principessa si guardarono.
— C'è già l'ambo. E settanta, matrimonio.
I numeri non venivano fuori, invece le citazioni dei creditori continuavano ad ammonticchiarsi sul tavolo di don Peppino, che pensava ad un racconto per l'_Imparziale_, che il _Commercio_ avrebbe poi riprodotto. Così cominciò a parlarsi dell'espropriazione del palazzo Roccasciano.
Giusto, la principessa andava sempre peggiorando e non riusciva più a levarsi di letto. Ella voleva fare un voto alla Madonna del Carmine, cercava una penitenza molto grave da infliggersi, perchè la Bella Madre ne la rimeritasse, facendole ricuperar la salute.
— Ecco, io non giuocherò più il venerdì; non toccherò neppure una carta col dito!
Il venerdì, come padre Agatino e il marchese volevano giuocare, ella chiedeva che almeno si mettessero vicino, in modo da poter seguire le vicende della partita. Ai bei colpi, alle vincite replicate, gli sguardi smorti sul viso scarnito le si accendevano, le braccia magre si districavano di sotto il monte delle coperte, annaspando verso le carte.
— Un giro... un giro soltanto...
Si abbatteva ancora di più, ricascava sfinita sugli origlieri roventi, rifiutava le medicine per grandi bicchieri d'acqua che non riuscivano a spegnere la sua sete ardente.
Nessuno fra quelli che si erano divertiti per tanto tempo a sue spese veniva ora a trovarla; suo nipote Fornari non poteva più salir le scale e solo la Giordano continuava a trascinarsi dietro le figliuole e suo marito don Felice, per dire che era stata dalla _principessa_ e per pigliarsela con la Morlieri che, a darle retta, aveva rubato D'Errando a sua figlia Antonietta.
— Ma il barone se l'è presa per i denari, e glie ne fa vedere di tutti i colori, e la picchia perchè vuol far lui da padrone. Bene le sta! Bisognava sentirla sentenziare: «La sorte è di chi se la fa!» La sua se l'è fatta lei, non c'è che dire!...
La principessa non ascoltava più quelle chiacchiere e si lagnava, sordamente.
Il medico, qualche giorno dopo, disse al duca che non c'era più niente da fare, altro che pensare all'anima.
— Sia fatta la volontà di Dio! — rispose la principessa quando l'avvertirono; ma lei si sentiva un po' meglio.
Mentre padre Agatino e il marchese facevano la partita, nell'altra stanza, e il pretore Restivi russava sulla poltrona, la principessa chiamò la cameriera, si fece sollevare sopra un monte di cuscini e chiese un mazzo di carte.
— Vostra Eccellenza che cosa fa mai!...
— Mi sento meglio, Fanny... voglio svagarmi... A che giuoco sai giuocare?
— Eccellenza...
— Alla scopa?
— Un poco, Eccellenza...
E incominciarono la partita. A un tratto i brevi rintocchi di una campanella risuonarono in lontananza: si avvicinarono, sembrarono estinguersi sotto il portone, ripigliarono più squillanti per le scale insieme con uno scalpiccio di passi, togliendo i giuocatori dal loro tavolino, facendo accorrere i servi e rabbrividire la principessa in fondo al suo letto, su cui il mazzo delle carte si sparpagliava, riversandosi da tutte le parti...
Per qualche giorno ancora l'ammalata subì alternative di migliorie e di peggioramenti. Ora non parlava quasi più e restava a lungo assopita in profondi letarghi. Fanny che la vegliava ne profittava per andare a far toletta; padre Agatino e il marchese nella stanza accanto, per riprender la partita. Giusto padre Agatino perdeva, da più giorni, costantemente, e doveva già qualche migliaio di lire al suo compagno. Mutava di posto, faceva le corna al mazzo di carte, per rompere la disdetta, ma inutilmente.
— Io non giuocherò più con voi! — gridava esasperato.
— Ma chi vince? — disse il marchese — Io non rientro ancora nel mio! — E andò via perchè aveva un convegno con l'ingegnere per la condotta in città dell'acqua delle _Settefonti_: questa volta l'impresa era d'esito certo.
Padre Agatino passò dalla principessa. Dal fondo del suo letto, lei volgeva lunghi sguardi nella solitudine dello stanzone, e appena vide il monaco si agitò, come volendo dire qualche cosa.
— Come vi sentite?
— Meglio... meglio... — rispose con un filo di voce.
— Siete svegliata da un pezzo?... Perchè non avete chiamato?... Volete nulla?...
Gli sguardi della principessa si rivolsero verso il comodino. Padre Agatino ne aprì la cassetta e ne cavò un mazzo di carte.
— Questo?... Giuochiamo?...
— Sì, un poco... aiutatemi a sollevarmi.
— E i gettoni?
— Lì, pigliate quelle pasticche.
— Quanto valgono?
— ... Cinque lire...
E cominciarono a giuocare. La principessa perdeva, perdeva, perdeva; tutte le sue pasticche passavano al suo compagno, una dopo l'altra, con brevissime soste. Gli occhi di lei luccicavano, le guancie si accendevano di riflessi di fuoco, i polsi e le tempie battevano violentemente, tutta la persona tremava.
Padre Agatino fece nuovamente carte. La principessa, che ebbe un quattro, interrogò il compagno collo sguardo, esitante.
— Do carte — disse quello.
— Carte...
La principessa coprì la nuova carta con l'altra, che ritirò lentissimamente.
— Nove! — disse scoprendo il suo giuoco.
— Nove! — rispose padre Agatino, mostrando il suo.
— Che... disdetta!... — E ricadde pesantemente, cogli occhi sbarrati.
Padre Agatino chiamò gente, irritatissimo. Avrebbe dovuto vincere qualche centinaio di lire e gli restava soltanto un po' di zucchero in mano.
RAGAZZINACCIO.
I.
Quando Alfio Balsamo ebbe in mano il suo foglio di congedo illimitato, mise un gran sospiro di sodisfazione e pensò a cercar lavoro. Da un pezzo, per quel pensiero della leva, per la visita subìta e le carte che aveva dovuto mettere assieme e presentare, egli non aveva toccato la zappa con un dito, e ne provava quasi rimorso.
La zappa era una sua vecchia conoscenza, tanto che aveva il manico lucido e levigato, e le mani di lui s'eran ridotte grosse e incallite, dal tanto maneggiarla. Con questo, Alfio Balsamo era uno dei più belli ragazzi di Rocca Sant'Alfio, e il tenente alla visita, nel vederlo nudo come lo aveva fatto la mamma, con quelle sue spalle quadrate e quelle gambe che parevano di bronzo, avrebbe voluto cambiar la legge, per farlo marciare al reggimento. Ma la legge diceva chiaro che il figlio unico va in terza categoria, ed Alfio Balsamo se la cavò con alcuni giorni di riposo forzato.
Tornando al paese, aveva avuto il capriccio di comprare, alla fiera di San Giovanni, un berretto rosso fiammante, con una gran nappa azzurra, che pareva tal'e quale quello dei bersaglieri. La sera, pavoneggiandosi in piazza, col berretto sul cocuzzolo e la nappa che gli sbatteva sulle spalle, formava l'invidia di tutti, perchè lui portava il berretto da bersagliere per chiasso e lo aveva comprato con bei soldi sonanti, mentre la miglior gioventù di Rocca Sant'Alfio aveva dovuto marciare e i berretti a quel modo glie li passava il governo.
La domenica, mentre suonava la musica nella piazza affollata, e le donne stavano davanti agli usci, pigliando il fresco, Alfio Balsamo non sapeva star fermo, e portava in giro il suo berretto, ficcandolo sotto gli occhi della gente, voltandosi a destra e a manca, per vedere l'effetto che faceva.
— Allegro, buonavoglia! — gli disse massaro Francesco Spina. — È il tempo tuo!
— Che volete farci! Oggi a te, domani a me. A quest'ora vostro figlio Isidoro sente la musica della ritirata.
Non doveva essere come a Rocca Sant'Alfio, quando quello andava piuttosto a ritirarsi in casa di Anna Laferra, di dove usciva all'alba, senza neanche lasciare un po' di posto a quel baccalà del marito!
— Guarda: eccola lì — e Alfio si fermò un momento, a vederla sgusciare tra la folla. — Chi sa dove corre, a quest'ora!
Però egli non sapeva capire cosa vedessero in quella cristiana per contendersela, come facevano tutti i maschi del paese. Con Isidoro la cosa era durata a lungo, perchè quel ragazzo era ben piantato e pareva fatto apposta per saziare una lupa.
— Ne valgo dieci, di quegli Isidori — pensava Alfio, guardandosi addosso, e Anna Laferra gli stava ancora dinanzi agli occhi, quantunque scomparsa, con la sua faccia pallida come la cera, gli occhi che parevano volessero mangiarvi vivo e la bocca amara.
Dinanzi alla musica, vicino alla gran cassa che lo assordava col suo bum bum, con le mani in tasca e la testa china, egli sentì darsi a un tratto un urtone.
— Sangue del mondo!... — ma non ebbe il tempo di dire, che si vide in mezzo a Santo Vacirca e Antonio Manfuso coi berretti di soldato e il tubo di latta del congedo ad armacollo.
— Ohè, ben tornati!... Quand'è che siete arrivati?
— Ieri, colla ferrovia. Sai che tu diventi un bel pezzo d'uomo?
— Anche voi state bene! Da qual paese venite?
— Da Napoli.
La gran cassa che batteva furiosamente li assordava, e dovevano gridarsi nell'orecchio, per sentire.
— Come ve la passavate, sotto le armi?
— Poh! Da principio ci sapeva brutta; ma col tempo!...
— Com'è Napoli? Bello?
— Per la Madonna! Bisogna vedere...
— Più grande di Palermo?
— Che Palermo e Messina! — esclamò Vacirca, ridendo — Napoli vale per cinque Palermi messi in fila uno dopo l'altro!
— Napoli, bella città! — disse Manfuso, con un sospiro.
— Insomma, vi siete divertiti?
— Abbiamo un po' girato il mondo, caro te!
— Quando venne Umberto, bisognava vedere!... E la parata alla Villa!...
— E la festa di Piedigrotta!
— E la festa di San Gennaro!
— Niente, quella di San Gennaro non m'è piaciuta niente!
Santo Vacirca e Antonio Manfuso passavano a rassegna uno dopo l'altro i ricordi di Napoli, si correggevano se uno sbagliava e interrompevano il discorso con esclamazioni continue. Alfio Balsamo li stava a sentire, a bocca aperta, in silenzio, temendo di farli ridere ancora con le sue domande.
— La Villa di Napoli! Ci entra tutto Sant'Alfio, e soltanto a piantarci cavoli uno si farebbe ricco!...
— E la processione delle carrozze!...
— E i magazzini e i bazzarri, dove c'è tutto il ben di Dio, che bisognerebbe soltanto aver denari per cavarsi tutti i gusti!...
— E le birrerie con le ragazze, per servire gli avventori...
Alfio Balsamo aveva una domanda sulla punta della lingua, ma Antonio Manfuso disse a un tratto:
— Andiamo all'osteria.
Dallo zio Menico, dove c'era molta gente a bere e a fumare, quello chiamò:
— Un litro, del nostro.
E tracannando il bicchiere ricolmo, esclamava:
— Ma a Napoli vino come questo non ce n'è!
— Tu non bevi? — chiese Vacirca ad Alfio Balsamo.
— Mi dà alla testa — rispose questi, con soggezione.
— Andiamo, non fare il ragazzo!
E Alfio vuotò il suo bicchiere.