La rovina della civiltà antica
Part 8
Come spiegare questo fenomeno quasi incredibile? Queste dispute teologiche, che sono state parte così importante nella storia del cristianesimo, sembrano a noi moderni, come a Costantino, quasi un’inconcepibile pazzia! Ma qui si pone una grave questione. Come mai tutta la forza e la saggezza dell’autorità imperiale furono impotenti contro questo che è, o sembra a noi, un delirio? Come han potuto, quegli uomini, odiarsi, perseguitarsi, massacrarsi per tanti secoli, spingere alla rovina un grande impero per questioni così astruse e sottili? Perchè a noi, che non vediamo più ciò che si nascondeva dietro, quelle dispute sembran fatte soltanto di parole. Ma giudicar così significa non capire uno dei più grandi drammi della storia umana. Che vita anima quelle discussioni oscure, quando le ricollochiamo nel disordine dell’immenso impero che crollava, perchè non possedeva più un principio d’autorità solido e sicuro da sostenere l’ordine sociale: nè l’antico principio greco latino, aristocratico e repubblicano, consacrato dal politeismo, che era caduto definitivamente; nè il nuovo principio asiatico e monarchico, che non riusciva ad abbarbicarsi con radici resistenti. Le lotte teologiche di quest’epoca non sono che uno sforzo titanico per costituire una disciplina intellettuale di ferro, una dottrina della vita, indiscussa e indiscutibile, forte contro tutti gli assalti degli interessi e delle passioni, in un momento in cui l’autorità politica barcollava, l’autorità religiosa era ancora divisa e debole, e tutte le tradizioni erano state scompaginate dalle rivoluzioni, dalle guerre, dalle mescolanze delle classi e delle popolazioni, dalle infiltrazioni dei barbari. Se ogni cosa, nel mondo era instabile, le leggi, le tradizioni, le forze dello Stato, le fortune e gl’interessi degli uomini e delle famiglie, stabile e fermo fosse almeno il pensiero umano, nella dottrina che Dio aveva rivelata agli uomini per mezzo del Messia e degli Apostoli, trasmessa in un’edizione autentica e _in aeternum_, nei libri santi. Tale è il pensiero profondo, che si trova in queste terribili e oscure lotte teologiche. Molte, se non tutte le grandi lotte dell’ortodossia e contro l’eresia, si spiegano e si comprendono, quando ci si rende conto che dietro le questioni teologiche, sottili, in apparenza, e puramente teoriche, era nascosta la questione, ben altrimenti grave, dell’unità e della stabilità delle dottrine fondamentali del cristianesimo, e che questa unità e questa stabilità era l’ultima base dell’ordine, in un mondo che si decomponeva, perchè non aveva trovato un sicuro e solido principio d’autorità. L’arianismo è un caso particolarmente chiaro e istruttivo di questa verità. Separando Cristo da Dio come una delle sue emanazioni ed esteriorizzazioni, l’arianismo ammetteva implicitamente che altre emanazioni e esteriorizzazioni potevano seguire quelle di Cristo. Come Dio aveva di sua volontà creato dal nulla e poi adottato Gesù Cristo, così potrebbe di sua volontà creare dal nulla e adottare altri redentori. Dunque il libro della rivelazione non era chiuso; potrebbe continuare in volumi nuovi; potrebbero comparire ancora altri Messia, e la dottrina del cristianesimo si muterebbe in un continuo divenire come lo concepiscono certe sette del protestantesimo più radicale, che in Ario hanno trovato veramente un precursore. Ma questo continuo divenire della dottrina doveva spaventare, come una pazzia criminale, in mezzo alla dissoluzione universale delle leggi, dei costumi, degli Stati, gli spiriti illuminati e profondi che sentivano quanto fosse necessario di dare agli uomini, disperati per l’universa mobilità, qualcosa di solido, di fisso, d’incrollabile a cui potessero abbrancarsi. Per questa ragione tanti grandi spiriti si opposero all’eresia ariana, fino a sfidare, per questo, l’esilio e la morte, per questa ragione le dispute sulla consubstanziazione poterono riscaldare tanto gli animi, da provocare battaglie nelle strade e continue effusioni di sangue. Se Cristo era figlio di Dio, consustanziale del padre, vero Dio nato dal vero Dio senza romperne l’unità, il mistero dell’Incarnazione era unico e definitivo in eterno; un altro Messia non verrebbe più; il libro della Rivelazione era chiuso per sempre e l’umanità aveva ormai trovato il fondamento indistruttibile della perpetua verità, sul quale potrebbe costruire l’ordine morale e sociale a condizione di interpretarli alla lettera, nei due Testamenti.
Non è difficile di spiegare l’ardore terribile delle grandi lotte teologiche in mezzo a cui si è formato a poco a poco il dogma, quando queste lotte si intendano in questa maniera. Che volevano i grandi fondatori e difensori dell’ortodossia? Unificare e fissare le credenze sulla base della rivelazione e dei libri santi, con la forza del pensiero, e sopratutto con quello strumento particolare dell’intelligenza che è la dialettica. Ma il pensiero è uno degli elementi più mobili dell’universo; e la dialettica uno strumento potente, ma poco sicuro perchè sa servire tutte le passioni, anche quelle che seminano i torbidi e il disordine negli spiriti e nel mondo. Se n’erano già serviti i filosofi greci, per distruggere più che per sostenere le credenze e le tradizioni del mondo antico, sostituendo loro l’eterna mobilità delle passioni e degli interessi, mascherati con ingegnosi sofismi. Inoltre, se il pensiero dell’uomo ripugna sempre a sottomettersi a una forte e seria disciplina, vi ripugna di più in tempi d’anarchia politica e sociale. Voler ricostituire l’ordine nell’anarchia di un immenso impero crollante incominciando dal pensiero, era iniziar l’opera proprio dalla parte più difficile, seguire la linea dello sforzo più grande, affrontare, con dei ragionamenti, tutte quelle pericolose passioni scatenate dall’anarchia, che cercano sempre di prolungarla, perchè vivono di lei!
X.
Se quell’opera era necessaria per salvare una parte del mondo da una catastrofe totale, che avrebbe annientato tutta la civiltà antica; era certo la più difficile che si offrisse allo spirito umano. Non bisogna dunque meravigliarsi se in quella gigantesca difesa dell’ortodossia, apparvero tanti uomini straordinari per grandezza intellettuale e morale, che la Chiesa ha santificati. La grandezza della natura e del genio umano non si vedono che in tempi di calamità, di fronte alle imprese difficili e quasi impossibili.
Ma che cosa rappresentavano, a paragone di questo sforzo ultra umano, per unificare la verità con la dialettica e l’eloquenza, e per adoperare i più potenti strumenti della cultura antica in vista di un fine così nuovo, gli sforzi di Costantino per salvare i resti della cultura antica? Anche in questa direzione Costantino aveva saggiamente continuata l’opera di Diocleziano.
Nella nuova capitale dell’Impero aveva fondato quella che noi chiameremmo una università, ove professori pagati dallo Stato insegnavano la lingua e la letteratura greca e latina, la retorica, la filosofia, la giurisprudenza, per preparare all’Impero dei funzionari. Ci restano ancor molte leggi di Costantino che concedono privilegi e vantaggi, o che assicurano la vita ai medici, ai grammatici, ai professori di belle lettere in tutte le città dell’Impero. Ma quegli sforzi restavano sterili. Burocratizzate in un insegnamento ufficiale, non avendo più nell’agonia del paganesimo da compiere un’opera viva e vitale, le letterature e le filosofie antiche si disseccavano nella mediocrità dei professori di mestiere, che volevano vivere e farsi una posizione a spese dei geni del passato, mentre i nuovi geni, gli spiriti di grande forza, voltavan la schiena al presente, sprezzavano la protezione ufficiale, si davano tutti alla grande opera vivificatrice dei loro tempi....
Uno dei più grandi libri dell’antichità, le _Confessioni_ di S. Agostino, ci fa vedere sul vivo questa crisi spirituale della cultura antica.
S. Agostino aveva ricevuto dalla natura tutti i doni necessari per diventare un grande scrittore; l’immaginazione, il sentimento, lo stile, la lingua, lo spirito sintetico e filosofico. La forza della dialettica era in lui pari alla potenza delle immagini; lo slancio della fantasia e del sentimento alla profondità del pensiero. E pure era diventato uno di quei professori ufficiali di letteratura, che l’Impero pagava e onorava perchè conservassero viva la tradizione della letteratura antica. Una volta tanto, l’insegnamento ufficiale aveva messo la mano sopra un vero genio... Ma l’Uomo di genio ci ha lasciato un’indimenticata descrizione della misera esistenza, che egli condusse facendo il professore a Cartagine, a Roma, a Milano; l’inquieto scontento che lo rodeva in quegli anni, il furioso agitarsi del suo grand’ingegno nel vuoto di quella cultura ormai esaurita e schematizzata nel quadro convenzionale di un insegnamento ufficiale. Quando un giorno, in un villaggio vicino a Milano, si fece la luce in quella grande anima, disgustata dal vile mestiere, a cui voleva condannarlo una civiltà moribonda. Il professore di letteratura abbandonò la cattedra, gettò i vecchi libri morti e come un ardito palombaro si cala nel mare, scese negli abissi teologici della grazia, della predestinazione, del libero arbitrio, per gettare laggiù i piloni del gran ponte sul quale l’Europa doveva fare il lungo e difficile passaggio dalla civiltà antica a quella moderna.
Costantino insomma non fallì, ma riuscì solo a mezzo; e contribuì a evitare per il momento la catastrofe, prolungando l’agonia. Dopo di lui, l’Impero visse ancora, ma tra scosse continue, e indebolendosi ogni giorno di più. Aumenta la povertà; lo Stato si disorganizza e si fa insieme più violento, oppressivo e rapace, il fiscalismo imperiale imperversa, si rinnovano le atroci tragedie dinastiche; l’esercito si decompone; vacilla la difesa delle frontiere, le campagne si spopolano affollando le città; le piccole città, a vantaggio delle grandi, rovinano; i barbari s’infiltrano dappertutto; la cultura, dalle arti alla filosofia, si deteriora; s’inaspriscono le lotte religiose; si spezza l’unità dell’Impero; si separano l’Oriente e l’Occidente. L’Oriente si difende meglio che l’Occidente, contro la decadenza, perchè la monarchia assoluta, ritornando come nel suo paese di origine, vi si stabilisce con maggior facilità e solidità, e può arginare la dissoluzione generale con più forza e più lungamente che in Occidente. Così che la forza dell’Impero si ritira, a poco a poco, verso l’Asia, fino al giorno in cui l’Occidente cade sotto i colpi rinnovati dei barbari. La civiltà antica è allora, in Occidente, distrutta quasi del tutto. Per secoli, non ne resteranno più, in quelle immense regioni ridiventate barbare e deserte, molte delle quali son colonizzate dagli invasori germanici, che dei vaghi ricordi e poche vestigia frammentarie, tra cui, unico elemento vitale, la teologia creata negli ultimi secoli dell’Impero per unificare la dottrina della nuova religione. La teologia è stata, per lunghi secoli, in Occidente, l’ultima forma di alta cultura sopravissuta in mezzo alla rovina di tutte l’altre, quella che ha salvato l’Impero dalla barbarie piena e definitiva. Da questa ultima forma sopravissuta infatti, sono a poco a poco uscite, per svilupparsi di nuovo, la filosofia, la letteratura, il diritto, tutto il grande movimento intellettuale, che culminò nella Rinascenza. Nella disciplina intellettuale, conservata dal dogma attraverso il gran caos del medioevo, l’Europa a poco a poco ha ritrovato e sviluppato i principii d’autorità, che l’Impero aveva cercati invano, e che gli hanno permesso di ricostituire dei governi solidi e forti. Ma a mano a mano che ricostituiva l’autorità dei governi e si sottometteva a una vigorosa disciplina politica, l’Europa è diventata più intollerante di quella unità e disciplina intellettuale che, dall’epoca di Costantino alla Riforma, gli erano parse necessità vitali, più dell’organizzazione degli Stati e degli eserciti. Incominciano nello stesso tempo a formarsi i grandi Stati e il pensiero umano si rivolta contro tutte le autorità, alle quali s’era sottomesso nel medioevo; doppio movimento parallelo e inverso che doveva svilupparsi per tre secoli e sbocciare nella situazione attuale: Stati di una potenza formidabile, come non se n’erano mai visti, che s’appoggiano sopra una delle più grandi anarchie intellettuali e morali della storia, ossia sul vuoto. Schizzeremo rapidamente, nell’ultimo capitolo, l’ultima fase, quella più importante, di questa straordinaria trasformazione del mondo.
CAPITOLO QUINTO
DAL TERZO AL VENTESIMO SECOLO
La rovina della civiltà antica è stata effetto di cause profonde e complesse. Ma la nostra ricerca sembra provare che essa è incominciata con una grande perturbazione politica, che scatenando un’incurabile anarchia ha distrutto a poco a poco la civiltà antica nei suoi elementi essenziali. E’ anche possibile spiegare il procedimento di questa crisi. L’impero romano aveva cercato di conciliare due diversi principii d’autorità; il principio monarchico che aveva avuto un grande sviluppo in Oriente, in Asia Minore, in Siria, in Egitto con le dinastie anteriori e posteriori alla conquista di Alessandro; il principio repubblicano, che si era sviluppato in Europa, sopratutto in Grecia e in Italia, nelle istituzioni della città antica. La conciliazione che l’_imperator_ o il _princeps_ simboleggiavano, era sempre stata difettosa perchè non era riuscita a definire il principio costituzionale, donde doveva uscire l’autorità suprema di quella monarchia repubblicana, questo principio non essendo nè l’eredità, come nelle monarchie, nè una regolare elezione, che avesse procedura fissata dalle leggi e dalle tradizioni, come nelle repubbliche. Tuttavia, fino che conservò l’antico prestigio e la sua immensa autorità, il Senato fu generalmente riconosciuto come la fonte della legittimità imperiale. Un imperatore era considerato legittimo, appena il Senato aveva approvato la sua elezione. E infatti il Senato riuscì, per due secoli, a prezzo di lotte talora molto violente e di una sanguinosa guerra civile, a render sicura la continuità legale del regime. Ma indebolita l’autorità del Senato dalla vittoria di Settimio Severo, e dall’istituirsi di una vera monarchia assoluta non rimase più nessun principio di legittimità, chiaro e forte, per la scelta dell’Imperatore: nè l’eredità, nè l’elezione, nè la convalida del Senato. Da questo nacque il grande tumulto di rivoluzioni e di guerre che, come abbiamo detto, ha tutto distrutto.
In fondo a questa immensa crisi storica, troviamo dunque la lotta di due principii politici opposti, che invece di conciliarsi, come si vorrebbe, finiscono per distruggersi. Una forte conferma di questa visione storica è appunto data dalla diversa sorte dell’Impero d’Oriente e dell’Impero d’Occidente. La rovina dell’Impero Romano è in verità la rovina dell’Occidente. Indebolita da un’incurabile anarchia, sommersa dai marosi delle invasioni, l’Europa romana si spopola, ridiventa barbara, è spezzettata in un gran numero di Stati, che per secoli hanno il carattere comune di una continua instabilità. In Oriente invece l’autorità imperiale, sotto forma di monarchia assoluta, resiste ancora ai colpi della sorte per secoli; riesce a mantenere un certo ordine, una forza militare, una tradizione di cultura, a salvare quella parte della civiltà antica che aveva potuto sfuggire al caos del terzo secolo e non si trovava in contradizione troppo violenta con lo spirito cristiano. In grazia appunto di questa resistenza l’Oriente può diventare una seconda volta l’educatore dell’Occidente, rimbarbarito. Ma questa vitalità dell’Impero d’Oriente può solo spiegarsi con le diverse vicissitudini della crisi politica. La monarchia assoluta e ereditaria, fondata da Costantino, è riuscita meglio in Oriente che in Occidente, perchè si è ritrovata nel paese d’origine e perciò sopra un terreno più favorevole, preparato dalla tradizione. In fondo, l’Oriente non aveva visto, nell’Imperatore romano, che il successore e il continuatore di quei re, i quali, sotto nomi diversi, avevano governato gli Stati asiatici nei secoli anteriori alla conquista romana. L’Oriente aveva capito la repubblica aristocratica di Augusto, come una monarchia unificata e universale. Anzi, proprio quel sentimento monarchico con cui l’Oriente considerò la persona e l’autorità dell’imperatore, contribuì reagendo sull’Occidente, a indebolire nei primi secoli dell’Impero il carattere repubblicano della costituzione di Augusto. E appunto perchè era abituato da secoli a un governo di funzionari, l’Oriente sentì meno, nel terzo secolo, la distruzione della costituzione aristocratica, che scosse tutto l’edificio sociale in Occidente. Insomma, una volta distrutta la costituzione aristocratica della società imperiale insieme col regime mezzo repubblicano e mezzo monarchico dell’Impero, l’Occidente non ha più governo. Le vecchie istituzioni repubblicane non son più possibili, la monarchia assoluta o ereditaria, fondata da Costantino, non trova radici vive nel sentimento dei popoli; è debole, instabile, inetta a difendere le provincie contro le invasioni dei barbari e a mettere un po’ d’ordine nell’interno. A poco a poco la civiltà si decompone e scompare. In Oriente è più forte il principio monarchico, perchè trova un terreno già preparato dalla storia; la monarchia assoluta e ereditaria può, nonostante le cospirazioni di palazzo, le rivolte militari e le crisi dinastiche frequenti, governare, mantenere un certo ordine, difendere il paese dai nemici esterni. Faticosamente, la civiltà continua a vivere.
Veduta così, questa esperienza storica è molto importante per la nostra epoca. Noi ci troviamo in una situazione che, con un fondo più vasto e in forme più complesse, ha profonde analogie con quella descritta. Ho alluso a queste analogie nel primo capitolo; ma sarà utile di ritornarci sopra. Il mondo non s’è ancora accorto dei risultati politici che ha avuto la guerra mondiale, indipendentemente dalla volontà e dai piani di quegli uomini che pareva guidassero gli avvenimenti; e ragiona ancora come se ci trovassimo all’indomani del trattato di Utrecht, come se non ci fosse stato che un trasporto di potenza e di prestigio, da alcune ad altre nazioni. Non s’è ancora accorto che nel marzo del 1917 uno dei due principii politici sui quali s’appoggiava tutto l’ordine sociale in Europa, il principio monarchico, ha ricevuto un colpo tremendo con la rivoluzione russa; che ne ha ricevuto un secondo e questo definitivo e mortale, nel mese di novembre del 1918, quando l’Impero degli Asburgo e quello degli Hohenzollern si sono sfasciati. Non ha ancora capito che la caduta del principio monarchico in Europa è un avvenimento di formidabile importanza; in quanto chiude una crisi politica cominciata due secoli fa; e che l’Europa rischia di nuovo, come nel terzo secolo, di trovarsi senza nessun principio d’autorità.
Una rapida occhiata agli avvenimenti dei due ultimi secoli, dopo questo lungo studio sulla crisi della civiltà antica, potrà forse illuminare un poco le spesse tenebre dell’avvenire. L’Europa cristiana, venuta fuori, a poco a poco, dalla catastrofe della civiltà antica, aveva trovato una soluzione del problema politico, che, nel quadro delle idee religiose dominanti allora, era quasi perfetta. Aveva dato un carattere sacro a tutti i governi, repubblicani o monarchici, aristocratici o democratici, che fossero legittimi, che cioè dovessero la loro origine a un atto legale di validità indiscutibile, o che fossero stati legittimati dal tempo. L’obbedienza a quei governi era un dovere imposto da Dio ogni volta che quei governi non imponevano alcunchè di contrario alla legge divina. Quanto agli errori e alle colpe dei governi legittimi, non bisognava, secondo questa concezione dello Stato, dare loro troppa importanza, quando non minacciavano di produrre una depravazione generale, perchè, essendo la perfezione morale e religiosa dell’individuo il fine supremo della vita, a questa perfezione si poteva giungere indipendentemente dalla perfezione del governo. Gli abusi dei governi nuocevano a chi li faceva, molto più che alle vittime, perchè costoro dovevano soltanto subire delle pene materiali e delle sofferenze, mentre gli altri si gravavano la coscienza con un peccato, di cui dovrebbero un giorno rendere conto a Dio.
Questa concezione del governo accordava assai bene il dovere dei capi di ben comandare, il diritto dei popoli, d’essere ben comandati, e la necessità di una certa tolleranza per le colpe dei potenti! Ma per quanto perfetta, non poteva mantenersi che nel quadro delle idee religiose, dominanti allora. Cominciò a esser scossa dall’ondata di incredulità che percorse la classe dirigente di tutta Europa dopo la guerra dei trent’anni: quella guerra che, facendo apertamente del cattolicismo e del protestantesimo delle armi per una grande lotta politica, fu per l’Europa la prima grande scuola di scetticismo religioso. Il settecento le oppose inoltre la concezione filosofica e razionalista che culminò nella Rivoluzione Francese. L’autorità è cosa umana, la sua fonte è nella volontà stessa di coloro che obbediscono e che hanno, per conseguenza, il diritto di controllarla; il vero sovrano è dunque il popolo; la legge, per esser giusta, non deve esprimere che la sua volontà. La teoria era seducente, e sedusse infatti lo spirito di un secolo illuminato, che era scontento per molte ragioni, del suo regime, rimproverandogli, in fondo, sotto il nome di tirannia, la sua debolezza, la sua lentezza, il suo spirito di _routine_, il suo rispetto delle tradizioni e dei diritti acquisiti.
La Rivoluzione francese cercò di applicare il nuovo principio. Ma non tardarono ad apparire le difficoltà dell’applicazione. Che cosa era il popolo? A che segni si riconosceva la sua vera volontà? Con quali organi si potrebbe esprimere? Sappiamo con quante oscillazioni la Rivoluzione francese cercò di rispondere a questi quesiti. Basta seguire tutte le costituzioni che elaborò in pochi anni, per vedere quanto difficile fosse l’applicazione del principio della sovranità del popolo. Ora il suffragio universale, ora il suffragio doppio, ora il suffragio censitario le sembrarono via via espressione vera della volontà popolare, sinchè alla fine, la volontà popolare non diventa che una formalità per legittimare una dittatura militare, fondata con la forza e molto più assoluta, nel suo esercizio, che quella della monarchia dell’antico regime. Ma questo brancolare si spiega facilmente, quando si guarda il nuovo sovrano che doveva sostituire gli antichi, perchè il popolo, la cui volontà avrebbe dovuto governare lo Stato, aveva poca voglia e poca capacità di esercitare il suo potere, anzi mostrava certe volte il desiderio di rinunziarci e di ristabilire le autorità a cui avrebbe dovuto succedere. Si poteva lasciare a questo nuovo sovrano la libertà di abdicare? Tutta la Rivoluzione francese si è dibattuta in questa contradizione insolubile, perchè la Rivoluzione è stata, in fondo, lo sforzo di una _élite_ relativamente ristretta contro la volontà profonda delle masse, compiuto in nome della sovranità popolare.