La rovina della civiltà antica
Part 7
Anche la legislazione economica di Costantino è molto importante. Pare che proprio Costantino abbia avviato l’impero all’organizzazione coercitiva del lavoro e della produzione. La ragione principale che ci induce a crederlo è che nel codice teodosiano (XIII-5) le leggi più importanti che organizzano il servizio dei _navicularii_ sono di Costantino, e che le leggi degli imperatori successivi, relativamente a questo servizio, alludono spesso ad altre sue leggi, che non ci sono arrivate. Queste leggi ci danno una idea abbastanza precisa dell’organizzazione dei trasporti marittimi nel quarto secolo; e non sarà inutile fermarci un momento su questo argomento, per capire in che condizione si trovavano ridotti il lavoro e la produzione durante l’agonia dell’Impero. I _navicularii_ erano gli armatori, che facevano i trasporti marittimi per conto dello Stato (grano, marmi, soldati, oggetti necessari agli eserciti); e formavano in tutte le provincie una corporazione, i cui membri venivano indicati dal governo secondo certe regole fissate dalla legge. Erano sempre scelti nelle classi possidenti; e se, come membri della corporazione, godevano di molti privilegi, non potevano nemmeno rifiutare di farne parte, quando voleva il governo; era, anzi, per i cittadini scelti, un dovere com’è ai giorni nostri, il servizio militare; e un dovere che si trasmetteva con le proprietà. Chi comprava o ereditava i beni di un _navicularius_, ne assumeva anche il compito. In che cosa consisteva, questo compito? Il _navicularius_ doveva costruire un bastimento secondo il disegno che gli forniva lo Stato, e tenerlo a disposizione dello Stato, per ogni sua necessità. Riceveva dallo Stato, gratuitamente, il materiale necessario per la costruzione e delle sovvenzioni (_subsidia_) per le spese di navigazione; pare che lo Stato lo garantisse anche contro i naufraghi e gli altri accidenti. Le spese di riparazione e l’eventuale differenza tra il costo reale dei viaggi e i _subsidia_ allogati dallo Stato erano a carico del _navicularius_.
Al principio del quarto secolo troviamo dunque nell’Impero una organizzazione coercitiva di trasporti marittimi fatti per via di requisizioni, che doveva essere una novità, poichè non se ne trova traccia nei secoli precedenti. Tutto ci fa credere che, nel primo e secondo secolo, i trasporti marittimi fossero liberi; gli imperatori, allora, si limitavano tutt’al più a incoraggiare, con sovvenzioni e favori, gli armatori che si dedicavano particolarmente al servizio dello Stato. Questo sistema di requisizione, del resto, doveva essere molto oneroso per i navicularii, com’è provato dagli sforzi che si facevano per sfuggire a quel dovere, e dai molti inconvenienti ai quali le leggi han cercato di rimediare. Anche questi inconvenienti sono curiosi a studiarsi. Il maggiore era la lentezza _voluta_ dei viaggi. Siccome i trasporti erano onerosi per i _navicularii_, costoro avevano interesse di viaggiare, per conto dello Stato, il meno possibile. La cosa era, a quei tempi, molto facile, perchè la navigazione non poteva sfidare le tempeste e il cattivo tempo, come la navigazione moderna, che dispone di navi di ferro e di macchine a vapore. Bisognava aspettare il bel tempo, rifugiarsi quando si avvicinava la tempesta, nei porti. Col pretesto di non esporre il bastimento, di cui lo Stato, in qualche maniera, era comproprietario e garante, al pericolo del naufragio, il _navicularius_ poteva fermarlo per strada fin che voleva, cercar dei noli per conto di privati, tentare di ricavare un profitto personale dal servizio oneroso, che gli imponeva lo Stato. Questo inconveniente era così inerente al sistema, che, come ci insegna il codice teodosiano, Costantino dovette concedere ai _navicularii_ due anni di tempo per ogni viaggio di andata e ritorno nel Mediterraneo. Se non riportava, nei due anni, all’autorità che gli aveva affidato le merci, le _securitates_, o ricevute di quelle merci, consegnate dall’autorità a cui eran dovute, il _navicularius_ viaggiava a suo rischio e pericolo; lo Stato non garantiva più la perdita in caso di naufragio del bastimento. Tanto era l’interesse del _navicularius_ a viaggiar lentamente, che lo Stato si accontentava di esigere, per suo servizio, da ogni bastimento e durante due anni, un solo viaggio: questo era il significato della legge. I trasporti marittimi erano insomma paralizzati a mezzo, in un impero che aveva nel Mediterraneo la grande via di comunicazione tra le provincie!
Ma il codice teodosiano ci fa sapere che anche questa generosità dello Stato non bastò a impedire nuovi abusi. I due anni, conceduti da Costantino per ogni viaggio, bastavano ampiamente ai _navicularii_ abili e senza scrupoli, per fare affari dannosi all’interesse pubblico. Quelli che trasportavano del grano lo vendevano spesso nel primo porto di scalo, sopratutto durante gli anni di carestia, per ricomprarlo a miglior prezzo l’anno di poi. Ci volle una legge che, pur concedendo per il viaggio due anni di tempo, obbligava il _navicularius_ a consegnare il carico nel primo anno (Cod. Teod. XIII, 5, 26).
Costantino ha dovuto rassegnarsi a un sistema così imperfetto, così oneroso, così pieno di abusi, solo perchè non poteva più servirsi, come gli imperatori del primo e del secondo secolo, della navigazione libera. Ma perchè non poteva più servirsi della navigazione libera? Su questo punto non abbiamo nessuna informazione diretta. Ma abbiamo un documento della maggiore importanza, che ci permette di attribuire questa difficoltà straordinaria ai prezzi eccessivi a cui s’erano alzati i trasporti marittimi, come ogni oggetto e ogni genere di lavoro, al principio del quarto secolo. Questo documento è il famoso editto di Diocleziano, _de pretio rerum venalium_, che tassa le merci fissando i prezzi che commercianti e clienti non possono oltrepassare, _sotto pena di morte_. Questo editto non ci ha soltanto trasmesso informazioni preziose sulla carezza della vita al principio del quarto secolo; ma lo precede una lunga prefazione dell’imperatore, nella quale il fenomeno della vita cara è analizzato e deplorato con molti particolari e molta forza, benchè in un latino oscuro e bizzarro. È detto chiaramente, in quella prefazione che i prezzi esorbitanti di tutte le cose _stremano le risorse dell’amministrazione militare_, in modo che tutti i tesori raccolti in tutto l’Impero per mantenere l’esercito, appaiono ogni giorno più insufficienti.
Senza dubbio Costantino ha dovuto ricorrere all’organizzazione coercitiva dei trasporti marittimi per conto dello Stato, perchè i trasporti liberi gli sarebbero costati somme enormi. Per giungere sino alla causa profonda di questa crisi, resterebbe dunque da spiegare perchè i prezzi avessero tanto aumento da disorganizzare tutta l’Amministrazione.
Diocleziano, che deplora il male e vuol guarirlo col ferro, non fa nessuno sforzo per ritrovarne le cause. Ma noi possiamo indovinarle anche dopo tanti secoli; erano la distruzione degli uomini e delle ricchezze, prodotta dalla guerra, le carestie, le epidemie, e la svalutazione del denaro. L’Impero non aveva più nè gli uomini nè le ricchezze necessarie, per mantenersi nella civiltà che aveva raggiunta; siccome voleva conservare una amministrazione e una organizzazione sociale troppo costose per la sua diminuita ricchezza, tutto rincarava — lavoro e oggetti — come capita sempre quando si chiede a un mercato più di quel che può dare. La svalutazione del denaro, di cui abbiamo già visto le ragioni, doveva anche allora generare quegli effetti che ha prodotto in tutte le epoche. Una volta falsificata l’unità di misura dei valori economici, nessuno sapeva più precisamente quanto valevano le cose; tutti i valori diventavano mobili; per mettersi al sicuro dal fluttuare del denaro, la gente ricorreva al solo mezzo che sembra esistere contro un male così capriccioso: guadagnare il più possibile, vendendo tutte le cose ai prezzi più alti.
La guerra e l’anarchia decomponevano dunque l’agricoltura, l’industria e il commercio, con cui si era sostenuta fino allora la vita materiale della civiltà antica. Costantino cercò di fermare questa decomposizione, con una organizzazione coercitiva. Siccome le cause di questa decomposizione persisteranno, questa organizzazione s’allargherà; a poco a poco, durante il quarto e il quinto secolo, la vita economica dell’Impero si muterà in un sistema complicato di requisizioni sempre più tiranniche, e che alla fine lo soffocheranno.
VII.
Tra le riforme più famose di Costantino, è necessario annoverare anche uno degli atti più audaci che potesse immaginare un capo di Stato. Egli riprese il disegno di Antonio; tolse a Roma la sua corona; e trasportò in Oriente la capitale dell’Impero.
La sua azione è larga, forte, profonda, ricca di idee generali; è la manifestazione di un genio politico e amministrativo di prim’ordine; ma è anche la prova luminosa che la monarchia pura era ancora più debole che con il sistema di Diocleziano. Si potrebbe definire la politica di Costantino dicendo che, per conquistare e esercitare da solo il potere assoluto, ne aveva indebolito, appoggiandosi sul Cristianesimo, le basi che Aureliano e Diocleziano avevano cercato di consolidare coi culti orientali.
Per che ragione Costantino avrebbe complicato ancor più il cerimoniale e moltiplicato la burocrazia, se il suo governo non si fosse sentito più debole del precedente, nonostante la concentrazione di tutti i poteri in una sola mano? Allo stesso modo, non si può spiegare che un soldato e un uomo di Stato di tanto genio abbia frazionato e immobilizzato l’esercito in un sì gran numero di guarnigioni, nell’interno e lontano dalle frontiere, se non si ammette che l’esercito doveva ormai servire a conservare con la forza l’ordine interno, minacciato da tante cause di dissoluzione, più ancora che a difendere l’Impero, dai nemici esterni. Non si può nemmeno spiegare come Costantino abbia così facilmente aperto ai barbari i ranghi delle legioni, senza ammettere che si sentiva impotente a lottare contro la ripugnanza della nuova società cristiana verso la vita militare. E’ finalmente impossibile di spiegare, se non come segno di indebolimento dell’Impero, la fondazione di Costantinopoli. Se molte furono le cause di questo avvenimento, la prima dev’essere cercata nella decadenza delle provincie occidentali, devastate dai barbari, impoverite, spopolate. Come lo sviluppo delle provincie occidentali, e sopratutto della Gallia, avevano fissata in Italia la sede dell’Impero, allo stesso modo l’Impero si spostava verso l’Oriente, cioè verso le provincie più ricche, più popolate, meno tocche dalla perturbazione dei tempi, ora che l’Occidente cadeva in rovina. Costantino scelse il posto con intelligenza straordinaria, perchè Costantinopoli si trova nella situazione ideale per essere capitale di un Impero che è metà in Asia e metà in Europa. Ma trasportare sul Bosforo la capitale dell’Impero era come dichiarare che il compito di Roma in Occidente, l’ultima grande opera della civiltà antica, era finito, e che la storia aveva voltato pagina.
Nè Costantino riesci a ricostituire, col principio dinastico, l’unità e la continuità del potere supremo. La dinastia, che vuol fondare, è subito minata dalle discordie, dai sospetti, dalle gelosie; ai mali che avevano afflitto sino a quel tempo l’Impero si aggiungono le sanguinose e oscure tragedie dinastiche. Nella famiglia stessa del fondatore comincia una lunga storia di rivoluzioni di palazzo, della quale, per molti secoli, sarà teatro Costantinopoli.
Già nel 326, per ragioni ignote, Costantino fece uccidere il figlio Crispo, vincitore dei Franchi e di Licinio, e poco dopo Fausta, la sua seconda moglie e la figlia di Massimiano. Nel 333, compì un atto meno tragico, ma ancor più significativo, come prova della debolezza dell’edificio politico che egli aveva costruito. Divise l’Impero tra i suoi tre figli e uno dei suoi nipoti. Assegnò a Costantino la Spagna, la Gallia, la Britannia; a Costanzo l’Asia, la Siria, l’Egitto; a Costante, l’Italia, l’Illirico, l’Africa; e il titolo di Augusto a tutti e tre; al nipote Dalmazio, col titolo di Cesare, la Tracia, la Macedonia, l’Acaia. Finalmente, a un fratello di costui, Annibaliano, erano assegnati, col titolo di re dei re, il trono allora vacante dell’Armenia, e le regioni limitrofe del Ponto. A che dunque aver tanto lottato e sparso tanto sangue, per rovesciare la tetrarchia di Diocleziano, se poi la ricostituiva più debole e in forma più pericolosa? Ma nemmeno Costantino aveva la forza di risolvere la terribile questione del principio legale della suprema autorità. Anche il principio dinastico, spoglio del carattere divino, era debole, incerto, oscillante, come tutti gli altri principii che l’Impero aveva provati. Costantino comprese che non aveva nè la forza, nè l’autorità necessaria per imporsi alle ambizioni di tutti i membri della sua famiglia e trasmettere il suo potere a uno solo dei suoi figli; preferì di rompere l’Impero, coll’illusione di assicurargli più facilmente la pace, soddisfacendo a tutte le ambizioni rivali che non poteva sopprimere.
VIII.
Ma questa divisione dell’Impero, pur annullando, nella sua parte sostanziale, l’opera di Costantino, non era il pericolo più grave. Non rompeva infatti che l’unità materiale! Molto più grave era il pericolo che minacciava l’unità morale dell’Impero col cristianesimo trionfante. Costantino, e lo dice egli stesso, in un editto che citeremo più innanzi, si era avvicinato al cristianesimo e l’aveva favorito con l’idea di ricostituire l’unità morale dell’Impero. Costantino era ancor troppo un uomo politico d’idee antiche, per non considerare, alla romana, la religione come uno strumento della politica. Poi che il cristianesimo era oramai più diffuso e più forte che il paganesimo, la saggezza politica consigliava di accelerare la cristianizzazione dell’Impero. Ma il cristianesimo non era una religione che potesse servire di strumento politico, nelle mani dello Stato, come le varie religioni pagane. Aveva una morale e una dottrina tutte sue, indipendenti e tali che nessuno Stato poteva modificarle per i suoi fini politici. Costantino non tardò ad accorgersene, quando le eresie, limitate a lungo dalle persecuzioni, scoppiarono, come una forza distruttiva, nella pace e nell’ordine, appena il cristianesimo trionfò con l’aiuto e l’appoggio dell’imperatore. Non è esagerato dire che Costantino, cercando di ricostituire l’unità dell’Impero con l’aiuto del cristianesimo, vi ha introdotto una nuova forza dissolvente; le dispute teologiche. Ne è prova la storia della grande eresia ariana. Un prete di Alessandria, Ario, aveva cominciato a sostenere, da qualche tempo, che Dio ha creato il Cristo, o il _Logos_, per adoperare la lingua teologica, dal Niente, come tutte le altre creature, e non dalla sostanza divina; che l’aveva adottato come figlio, prevedendo i suoi meriti, ma senza che da questa adozione dovesse risultare una partecipazione della divinità. Ario negava così l’identità delle persone della Trinità e la divinità del Cristo. In Oriente, dove la cultura filosofica e la passione della dialettica erano ancora ben vive, questa eresia, che non era nuova, aveva sollevato questa volta una tempesta formidabile, perchè da quando i cristiani non avevano più da temere le persecuzioni dei pagani, s’erano messi a discutere con fervore sulla divinità di Cristo. Il vescovo di Alessandria, Alessandro, sostenuto dal voto di un sinodo di cento vescovi, aveva espulso nel 321 Ario dalla comunità cristiana. Ma Ario non era solo: la semplicità della sua dottrina la rendeva più accessibile alla media degli uomini, che la dottrina opposta, molto oscura e profonda, della Trinità; le simpatie che egli ritrovava nel neo platonismo pagano così diffuso in Oriente, gli odi e i rancori lasciati dalle precedenti eresie, le molte discordie che dividevano il mondo cristiano, gli dettero subito un partito numeroso, se non scelto.
Immediatamente i sinodi cominciarono a opporsi ai sinodi; gli animi si accesero; alle dispute teologiche seguirono i parapiglia, i colpi, le violenze nella strada. La sicurezza di cui godevano dopo il trionfo, favoriva anche frammezzo ai cristiani l’esplosione delle cattive passioni. Poteva Costantino, che era stato spalleggiato dai cristiani, nei suoi sforzi per ricostituire l’unità dell’Impero, vedere con indifferenza questo disordine religioso, che stava quasi per mutarsi in guerra civile? No, certamente. E così fu preso nel vortice delle dispute teologiche.
Ciò che egli pensasse, col suo senso politico, di quelle dispute, lo sappiamo dalla lettera, che rivolse ai cristiani dissidenti:
«M’ero proposto di ricondurre a una unica forma l’opinione che tutti i popoli si fanno della divinità, perchè sentivo bene che, se avessi potuto, su questo punto, ristabilire l’accordo come volevo, ne sarebbe stata facilitata la gestione degli affari pubblici. Ma, oh divina bontà! che novità ha ferito crudelmente i miei orecchi, anzi il mio cuore! Vengo a sapere che ci sono tra voi più dissensi che in Africa nei tempi passati. Eppure mi par che la ragione sia ben piccola, e assolutamente indegna di tante contestazioni... Tu, Alessandro, hai voluto sapere ciò che pensavano i tuoi preti sopra un punto della legge, anzi soltanto sopra una parte di una questione, priva, assolutamente di _importanza_; e tu, Ario, se pensavi così, dovevi tacere. Non si doveva nè interrogare nè rispondere, poichè si tratta di problemi che non v’è nessun bisogno di discutere, ma che suggerisce soltanto l’ozio, dato che, tutt’al più, son buoni a aguzzar l’ingegno. E’ forse giusto, che per _delle vane parole_, impegniate una battaglia tra fratelli e fratelli? Son queste cose _volgari, degne di bambini senza esperienza_, non di preti o d’uomini di senno. _Ridàtemi dunque, vi prego, giorni tranquilli e notti senza inquietudini_, in modo che possa anch’io, nell’avvenire, goder della pura gioia di vivere».
Il senso della lettera è chiaro. Costantino, che concepiva la religione come uno strumento politico per mantenere l’ordine nello Stato, considera insensato quel furore di discussioni teologiche. Una religione che, invece di aiutare l’imperatore gli crea delle difficoltà, sembrava a lui, fedele interprete del pensiero romano, una mostruosa assurdità. E infatti, approfittando dell’autorità di cui godeva tra i cristiani, prese l’iniziativa di un gran concilio, che doveva metter fine alla questione. A Nicea, nella primavera del 325, si riunirono più di 250 vescovi di ogni parte delle provincie orientali, e Costantino inaugurò il Concilio con un assai modesto discorso. Ristabilendo la concordia nella Chiesa, l’assemblea avrebbe fatto un’opera che sarebbe piaciuta a Dio e avrebbe reso un gran servizio all’Imperatore. Il concilio era presieduto da uno dei suoi segretari, il vescovo Osio, avversario dell’arianismo; onde le influenze imperiali agirono tutte contro questo partito.
Ario fu dunque rinnegato ancora una volta. Il Concilio decretò che Cristo non era stato creato dal niente, e che non era diverso dal padre, ma che invece era stato fatto da Dio, dell’essenza del padre «vero Dio del vero Dio» e che gli era _consubstanziale_.
Ma poco durò l’illusione d’aver così ricostituita l’unità morale dell’Impero. Ciò che sembrava pazzia furiosa al suo senso politico di romano, era qualcosa di così profondo, che tutta l’autorità dell’Imperatore riusciva impotente a combatterla. Condannato dal concilio di Nicea, Ario era andato in esilio; ma l’arianismo era diffuso e potente; aveva, anche a corte, degli amici fidati, tra i quali Costanza, la sorella di Costantino; non rinunciò dunque alla lotta. Approfittando degli errori degli avversarii, addolcendo la sua dottrina. Ario e i suoi partigiani riuscirono a riguadagnare il favore di Costantino, persuadendolo che era possibile una riconciliazione. L’Imperatore, sempre animato dal desiderio di ristabilire l’unità morale dell’Impero, tentò allora questa riconciliazione; ma si urtò in un’opposizione invincibile specialmente da parte del nuovo vescovo di Alessandria, Atanasio. Questa intransigenza degli avversari spinse finalmente Costantino verso Ario. Il favore imperiale rese coraggio alla setta, che, nel 335, riuscì a far condannare Atanasio al concilio di Tiro. A sua volta Atanasio fu esiliato in Gallia e i suoi partigiani più in vista vennero perseguitati e dispersi; Ario rientrò come trionfatore; la corte fu invasa dagli ariani, che in quasi tutto l’Oriente divennero il partito prevalente della Chiesa cristiana. Ma il partito avverso non disarmò; e da quel momento una lotta immensa, di furore implacabile, squassò tutto l’Impero, aggiungendo, alle altre più gravi, una causa nuova di debolezza.
IX.