La rovina della civiltà antica
Part 6
Diocleziano aveva cercato di restaurare l’autorità su tre principii: la divisione dell’Impero, la divinità degli imperatori, la scelta per cooptazione. Il suo sistema era dunque più complicato e raffinato che il sistema della monarchia asiatica, fondata sui principii dinastici dell’eredità e, in certa misura, dell’unità, perchè era una contaminazione di orientalismo e di romanesimo. Nel suo sistema il figlio non era il divino successore del padre, ma il successore scelto diventava, per adozione, figlio del predecessore, proprio come nel secolo degli Antonini. Così, nell’ultima ripartizione dell’Impero, Diocleziano aveva escluso dal trono il figlio di Costanzo Cloro, Costantino, e il figlio di Massimiano, Massenzio. Come supremo omaggio alla civiltà greco latina che, in punto di morte, aveva generato quel sistema e il suo creatore, Diocleziano aveva voluto salvi i diritti sovrani dell’intelligenza, non affidandosi per la scelta dell’imperatore a quell’accidente di un accidente che è la nascita, e sforzandosi di evitare nello stesso tempo, a ogni successione, quelle lotte di ambizioni che avevano già fatto tanto danno all’impero.
Ma questa contaminazione di monarchia asiatica e di scelta aristocratica era troppo complicata per le passioni violente e la cultura grossolana di quegli elementi quasi barbari, nelle mani dei quali era caduto l’Impero. Nemmeno un anno dopo l’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano moriva Costanzo Cloro, lasciando, come si è detto, un figlio, Costantino, che Diocleziano, nella nuova ripartizione del potere, aveva escluso. Ma Costantino era un giovane intelligente, energico, molto ambizioso; e appena morto il padre, pensò bene di farsi proclamare Cesare dai suoi soldati, a Eboraco, senza aspettare le decisioni degli Augusti (28 luglio del 306). Questo colpo di testa riuscì. Per evitare la guerra civile, Galerio, che era il più antico e il più autorevole dei due Augusti, riconobbe il fatto compiuto e proclamò Costantino Cesare, dando a Severo il rango di Augusto. Ma la guerra civile, ch’egli aveva sperato di evitare, cedendo in Gallia, scoppiò poco tempo dopo in Italia, appunto perchè egli aveva ceduto in Gallia. La vecchia Roma tollerava con malumore il rango di città di provincia, in cui era caduta. L’assenza della Corte e dell’Imperatore feriva l’orgoglio e danneggiava insieme gli interessi della metropoli. Il Senato non aveva più autorità, i pretoriani non contavano più nulla; mancavano al popolo i grandi spettacoli e tutti i profitti dei tempi passati. Cosicchè, valendosi di un pretesto offerto da un nuovo censimento, ordinato da Galerio, il popolo e il corpo dei pretoriani si sollevarono, proclamando Augusto il figlio di Massimiano, Massenzio, che viveva poco lontano da Roma e che voleva pure, dopo la nomina di Costantino, salire al trono imperiale (27 ottobre 306). Massenzio, per essere più saldo nel potere, persuase il padre, malcontento del suo ritiro, a riprendere il potere imperiale. La tetrarchia era distrutta; l’Impero contava oramai sei imperatori: quattro Augusti e due Cesari!
Questa volta Galerio non volle (o non potè) riconoscere il fatto compiuto, e incaricò Severo di riconquistare l’Italia. Ma il nome di Massimiano, dell’antico collega di Diocleziano, era ancora una tale forza, che i soldati di Severo non vollero combattere contro il vecchio generale e preferirono passare al nemico. Severo, fuggito a Ravenna, restituì a Massimiano la porpora di cui Massimiano stesso, poco prima, l’aveva insignito (307). Un secondo tentativo contro Massenzio, fatto da Galerio, in persona, non ebbe esito più felice, perchè l’Italia, mal contenta del nuovo regime e dei nuovi signori che le erano stranieri, s’era tutta dichiarata solidale con Roma e con Massenzio; e le città sbarrarono le porte al legittimo erede della potenza di Diocleziano. Galerio giudicò savia cosa non assediare Roma, che Aureliano aveva così ben fortificata; uscì dalla penisola; e invitò a Carnunto (in Pannonia) Diocleziano stesso, sperando nel suo consiglio e nella sua autorità per trovare una soluzione del conflitto, che minacciava di smembrare l’Impero.
Era questo un grande omaggio fatto al fondatore della tetrarchia; ma il risultato fu mediocre. Nemmeno l’uomo che l’aveva creata riuscì a riorganizzarla. L’avrebbe forse potuto, riprendendo il potere, ma non volle, sebbene Massimiano, che aveva già litigato con il figlio, e Galerio cercassero di persuaderlo. La conferenza decise soltanto che un nuovo Augusto, un antico compagno di Galerio, Luciniano Licinio, sarebbe sostituito a Severo, nel governo dell’Illiria (novembre del 307); che Massimiano sarebbe rientrato a vita privata, e Massenzio escluso dall’Impero. Il rimedio era peggiore del male. Massenzio conservò l’Italia a dispetto delle deliberazioni di Carnunto; Massimiano non depose la porpora e cercò di intendersi con Costantino, al quale diede in moglie la figlia Fausta, sperando da lui l’appoggio che non aveva trovato in Massenzio; la nomina di Licinio creò nuove difficoltà. Licinio saliva al primo posto dell’Impero senza essere passato attraverso il grado di Cesare, lasciandosi così indietro Massimino Daja e Costantino. I due Cesari protestarono; il primo si fece proclamare Augusto dalle sue truppe, e il secondo reclamò per sè, da Galerio un’altra investitura. Al principio del 308 c’erano quattro Augusti, oltre Massenzio e Massimiano, senza che, fra questi quattro Augusti, apparisse più nessun rapporto di subordinazione. Tutti gli sforzi di Diocleziano erano fatti sterili per le ambizioni rivali degli Augusti e dei Cesari; l’unità dell’Impero era di nuovo rotta; l’incertezza del principio d’autorità, sul quale posava la carica suprema, questa malattia mortale che dalla morte di Augusto aveva continuato a tormentare l’Impero, generava ora una nuova crisi, che non doveva chiudersi senza fiumi di sangue. La prima vittima fu Massimiano, scomparso in circostanze misteriose. Si buccinò che avesse cospirato contro il genero, e certo è che Costantino lo fece arrestare a Marsiglia, e poi, due anni dopo, sparire per sempre (310) senza curarsi dei grandi servizi che aveva resi all’Impero. Ma proprio in mezzo a questi disordini e a questi intrighi, tutto a un tratto, nel 311, tre dei quattro imperatori legittimi, Galerio, Costantino, Licinio, promulgavano un editto, che sospendeva la persecuzione del Cristianesimo.
II.
Come spiegare questo improvviso cambiamento di una politica che durava da tanti anni? Per quale motivo i Cristiani vedevano finire ad un tratto l’ultima delle grandi persecuzioni? In che misura le convinzioni personali degli imperatori sia stata cagione di questo mutamento, non ci è possibile dire; più facile ci riesce determinare l’influenza che potè avere sulla decisione lo stato interno dell’Impero. Era evidente che fra i cinque Augusti, l’accordo non poteva durare a lungo, ora che tra di loro non c’era più un’autorità preponderante; e che presto o tardi scoppierebbe una nuova guerra civile. Ma Massenzio e Massimiano Daja erano favorevoli all’antico culto pagano e contrari ai cristiani; anzi Massimino Daja cercava di dare al paganesimo un’organizzazione più forte. È dunque verosimile che gli altri Augusti abbiano pensato di procurarsi, con quel decreto, l’appoggio dell’elemento cristiano, così potente, per gli eventi dell’avvenire. In altre parole, i cristiani approfittavano dell’indebolimento dell’Impero, nato da questa nuova crisi del potere supremo.
Il decreto del 311 è dunque uno dei segni che annuncia, dopo tanti altri una nuova guerra civile. Parve infatti che scoppiasse subito dopo la proclamazione dell’editto, alla morte di Galerio. Licinio e Massimino si prepararono subito a disputarsi la successione con l’armi, ma si accordarono poco dopo, dividendosi l’Oriente. Massimino prese l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto; Licinio, il resto delle provincie orientali, dal Bosforo all’Adriatico. La guerra doveva scoppiare poco dopo, non in Oriente, ma in Europa. Da almeno due anni Costantino, che si era già fatto notare in guerre fortunate contro i Franchi e gli Alemanni, sorvegliava attentamente gli affari d’Italia, dove Massenzio apprestava degli eserciti, destinati, si diceva, a strappare la Gallia a Costantino e l’Illiria a Licinio; e intanto si avvicinava a Massimino, che continuava a perseguitare vigorosamente i Cristiani in Siria, in Egitto e nelle altre provincie. Costantino a sua volta si riavvicinò a Licinio, al quale diede in moglie la sorella Costanza, preparò un esercito, si creò in Italia delle segrete intelligenze, per non ripetere l’errore di Severo e di Galerio, entrando nella penisola come in paese nemico. Quando gli parve di essere pronto, al principio del 312, passò le Alpi con circa 50.000 uomini, che per metà erano legionari scelti e temprati; ruppe facilmente le prime resistenze, s’impadronì della valle del Po e marciò contro la metropoli. Massenzio non s’era mosso da Roma, confidando nella posizione forte della città, nei suoi molti eserciti, e in tutti gli ostacoli che avevano fatto fallire le spedizioni di Severo e di Galerio. Ma Costantino aveva preparata meglio la sua spedizione, e s’appoggiava a una parte della popolazione: i cristiani. Non lo trattenevano perciò quelle difficoltà e quelle resistenze, che avevano già fermato Severo e Galerio. Quando Massenzio seppe che Costantino si avvicinava a Roma, a capo di un forte esercito, e che le popolazioni stanche del suo governo avevano favorito l’invasione, comprese che non poteva restar chiuso nelle mura aureliane e uscì dalla città per affrontare il nemico in campo aperto. La battaglia avvenne a _Saxa_ o a _Castra Rubra_, vicino all’attuale ponte Milvio, e finì con la disfatta di Massenzio. Massenzio stesso perì nel fiume con grossa parte dell’esercito (25 ottobre del 312). Il giorno dopo il vincitore entrava in Roma, dove il Senato, lusingato da un discorso che quasi prometteva la restaurazione delle sue antiche prerogative, gli conferì il titolo di primo Augusto e gli decretò un arco trionfale, che si può ancor oggi ammirare. I Romani lo adornarono con le spoglie dell’arco di Trajano.
III.
La conquista dell’Italia, a cui avrebbe seguito tra poco la conquista dell’Africa, alterava seriamente l’equilibrio delle forze dei tre imperatori, e a scapito precipuamente di Massimino. Per intendersi appunto sul nuovo stato delle cose, Licinio e Costantino si incontrarono, al principio del 313, in Milano. Non sappiamo quali questioni furono trattate in quella nuova conferenza, perchè la misera tradizione storiografica del tempo tace totalmente su questo punto. Non è tuttavia arbitrario supporre che, Licinio acconsentendo al nuovo ingrandimento di Costantino, ottenesse da costui libertà d’azione contro Massimino. Ma il congresso di Milano, intorno al quale siamo così male informati, è famoso nella storia per un’altra ragione; perchè promulgò un nuovo editto di tolleranza, in favore dei Cristiani, che è generalmente considerato come il trionfo definitivo del cristianesimo. Quest’editto, a dire il vero, non riconobbe ancora la nuova religione come superiore a tutte le altre, nè come la sola vera religione, o come il culto ufficiale dello Stato; si contentò di convalidare il precedente del 311 con una forma enfatica, concedendo di nuovo ai cristiani la libertà di culto già concessa due anni prima; tolse qualche ultima restrizione che era rimasta, e offrì una nuova sanzione pratica della volontà degli Augusti, ordinando che fossero restituiti alle chiese cristiane i beni sequestrati durante la grande persecuzione. Della crisi del potere supremo continuavano ad approfittare i cristiani: i due imperatori accarezzavano i cristiani, quanto più Massimino nelle provincie orientali li maltrattava, ordinando le ultime persecuzioni; il cristianesimo e il paganesimo diventavano nelle mani degli imperatori rivali, armi di guerra civile. I due imperatori non avevano forse nemmeno pensato, che la storia darebbe un giorno tanta importanza al loro editto; è anzi probabile che, fra le questioni trattate, quest’ultima sembrasse loro di importanza relativa, a paragone d’altre questioni di cui la storia non doveva occuparsi più. Ma quando mai gli uomini di stato, occupati a disputarsi il potere, hanno capito il vero oggetto delle loro lotte, e il vero significato del loro operare? Non vedono e non s’appassionano che al piccolo gioco in cui son mescolati. Infatti Massimino lesse subito chiaro nel gioco degli avversari, e non esitò un momento a muoversi; mentre Licinio era ancora in Italia, invadeva già la penisola balcanica, assaliva prima Bisanzio e poi Perinto, spingendosi verso Adrianopoli. Licinio dovette accorrere e mettersi sulla difensiva. Ma una grande battaglia, combattuta non lontano da Perinto, a circa diciotto miglia da Eraclea, il 30 aprile del 313, mutò le sorti della guerra. Massimino sconfitto, fuggì in Cilicia, dove morì.
IV.
Poco prima Diocleziano era morto a Salona, dopo aver assistito alla rovina del suo sistema. La sua tetrarchia era ormai ridotta a una diarchia, che si reggeva soltanto e per miracolo sull’equilibrio della forza. Quanto tempo durerebbe questo equilibrio, che minacciavano di continuo la diffidenza, l’ambizione, la rivalità, tutte le violenti passioni dell’epoca semi barbara, in cui nessun principio sovrano d’autorità dominava? Non tardò infatti a scoppiare una guerra tra i due Augusti sopravissuti. Pare che Costantino ne abbia preso l’iniziativa, con un qualunque pretesto; e Licinio fu battuto a Cibale, in Pannonia, sulla Sava (oggi Vinteow) l’8 ottobre del 314, e poi di nuovo in Tracia. Ma nè l’una nè l’altra furono battaglie decisive. Costantino comprese che per vincere definitivamente il rivale, bisognava portar la guerra nel cuore dell’Oriente, adoperando la maggior parte degli eserciti e impoverendo la difesa delle frontiere, sempre minacciate. Non avendo forze sufficienti per tale impresa, preferì un accordo. A sua volta Licinio, che era stato vinto, consentì a trattare. Costantino ebbe l’Illiria, la Grecia, una parte della Mesia, la Macedonia, l’Epiro, la Dardania, la Dalmazia, la Pannonia, il Norico. Con questo accordo, l’equilibrio delle forze tra i due imperatori, fu ricostituito e si conservò per circa nove anni; durante i quali l’impero conservò la forma equivoca di una diarchia, in cui la potenza degli imperatori era limitata soltanto dalla diffidenza e dalla paura reciproca.
Ma non fu che una lunga tregua. Il sistema di Diocleziano era distrutto mancando un Augusto che ne fosse, con la sua autorità, il dominatore; e le ambizioni dei due imperatori e delle due corti concorrevano, con le forze delle cose, a spingere l’impero verso la monarchia unitaria ed ereditaria. In quei nove anni i due imperatori si prepararono alla lotta risolutiva in tutti i modi, organizzando gli eserciti, cercando alleati, e sfruttando sopratutto la lotta tra l’antica religione moribonda e la nuova, che la sostituiva con tanta energia. Costantino si sforzò, quanto potè, di assicurarsi l’elemento cristiano; Licinio, per opposizione, mutò politica e cercò il favore dell’elemento pagano. Quando scoppiò la guerra nel 323, Costantino non rappresentava soltanto l’Occidente contro l’Oriente, aveva con sè anche i voti dei cristiani, contro il rivale, a cui guardavano con fede e simpatia i pagani. E’ noto che la vittoria arrise al campione dei cristiani. Il 5 luglio del 323, i due eserciti si incontrarono nella pianura di Adrianopoli; Licinio fu vinto, e dopo avere combattuto con energia, si richiuse in Bisanzio, che sbarrava la strada terrestre dell’Asia mentre la sua flotta potente sbarrava quella del mare. Ma la flotta di Costantino era comandata dal primogenito dell’imperatore, Crispo, che, ancora molto giovane, s’era già distinto in precedenti operazioni contro i Franchi e aveva ricevuto il titolo di Cesare. Crispo sconfisse l’armata di Licinio allo sbocco dell’Ellesponto. Licinio abbandonò Bisanzio e cercò di sbarrare a Costantino le vie dell’Asia Minore; ma circondato dal nemico, dovette combattere vicino a Chrisopoli (Scutari), dove fu vinto ancora (18 settembre del 324). Si rese allora al vincitore che, pur avendogli promessa vita salva, lo fece uccidere l’anno seguente.
V.
Con questa vittoria, cadevano le ultime vestigia del sistema di Diocleziano, e la monarchia ereditaria poteva finalmente governare tutto l’Impero, ricomposto di nuovo nell’antica unità. La lunga evoluzione della grande repubblica aristocratica, riordinata da Augusto, stava per chiudersi. Costantino avrebbe dunque la gloria di creare la dinastia, che governerebbe il vasto impero, come i Tolomei avevano governato l’Egitto. Il frutto sembrava questa volta maturo; poichè, morte ormai le ripugnanze dello spirito e della tradizione greco-latina, non c’erano più istituzioni così forti da opporsi; e la dinastia era pronta, Costantino avendo abbattuto tutti i capi che nutrissero ambizioni rivali, mentre l’Impero aveva bisogno di un’autorità unica e forte, solida e permanente.
Senonchè tolte di mezzo tutte le altre difficoltà, ne sorse una nuova, quella a cui abbiamo già alluso, più formidabile che le precedenti: il cristianesimo. Costantino, che nella sua lotta contro Licinio, s’era appoggiato sui cristiani, non poteva più governare che d’accordo con i cristiani, e rispettando le loro credenze gli apologisti cristiani videro più giusto di molti storici moderni, quando hanno detto che la vittoria di Costantino su Licinio fu la vittoria decisiva del cristianesimo sul paganesimo. Dopo la vittoria, di fatto se non di diritto, il cristianesimo è già la religione ufficiale dell’Impero; e non tarderà molto a diventare tale anche di diritto. Costantino poteva dunque introdurre nell’Impero le istituzioni e il cerimoniale delle monarchie asiatiche, ma non la dottrina che il sovrano era un Dio, perchè questa idolatria politica avrebbe fatto orrore a tutti i cristiani. Se aveva potuto istituire un potere più forte che quello di Diocleziano, evitando la divisione dell’autorità suprema tra quattro sovrani, doveva rinunciare per riguardo ai cristiani, al principio della divinità degli imperatori, e per questo lato, il suo governo sarebbe stato più debole che quello di Diocleziano.
La monarchia assoluta ed ereditaria è un sistema politico molto comodo, sopratutto perchè scioglie con molta semplicità i due problemi maggiori, che stanno dinanzi a ogni governo: l’unità e la continuità. Ma fra gli inconvenienti, ce n’è uno particolarmente grave: la difficoltà di giustificare l’attribuzione di poteri così illimitati a una sola famiglia, come un privilegio ereditario. Gli antichi, i quali nelle loro concezioni politiche facevano spesso prova di un’audacia ingenua che manca ai moderni, avevano trovata una soluzione di questa difficoltà radicale, facendo del sovrano una divinità. Come dei, i re potevano avere dei privilegi, che sarebbero stati assurdi per uomini. Il cristianesimo ha distrutto questa giustificazione del potere monarchico che appare un po’ grossolana, ma che è ottima per gli spiriti semplici; e questo spiega come il governare gli stati sia divenuto, dopo il trionfo della nuova religione, molto più difficile e complesso di prima.
Costantino ne fece a sue spese la prima esperienza. Se ci fu mai un imperatore, che compì tutti gli sforzi dopo la sua vittoria su Licinio, per ricostituire l’unità dell’Impero, per dargli di nuovo un governo coerente e potente, la sua cultura e le sue arti, le sue leggi, questi fu certo Costantino. Quanto ricca, varia e tenace ci appare l’opera sua! Rimaneggiò definitivamente il sistema politico e amministrativo di Diocleziano, cercando di rinforzare lo Stato. Se il sovrano non è più considerato ufficialmente come un Dio, la corte diventa totalmente orientale; la pompa del cerimoniale, la complicazione dell’etichetta, il lusso dei cortigiani, il mistero in cui si nasconde l’imperatore sono accresciuti. I grandi dignitari hanno, sotto la loro dipendenza un numeroso personale, minutamente gerarchizzato. Sono il _Questor Sacri Palatii_ che accoglie le istanze e prepara e controfirma le leggi discusse dal _Concistorium_; il _magister officiorum_, una specie di ministro della casa reale, che dirige il personale della polizia, le guardie del palazzo, gli impiegati dell’amministrazione centrale; i due ministri delle finanze, il _comes sacrarum largitionum_ e il _comes rerum privatarum_. Anche il nuovo Consiglio dell’Imperatore, il _Concistorium_, diventa più regolare che ai tempi di Diocleziano.
Sotto il _Concistorium_ e i ministri della casa imperiale sta la burocrazia, creata da Diocleziano e notevolmente ingrandita. L’incremento della burocrazia è uno dei fenomeni, che accompagnano la decadenza e la dislocazione dell’Impero.
Tutti gli alti funzionari dell’Impero hanno ai loro ordini, un ufficio o _scrinium_; e ogni _scrinium_ ha un personale gerarchizzato, che servirà di modello alle monarchie assolute della prima storia moderna.
L’organizzazione provinciale è sempre quella di Diocleziano. Invece di quattro tetrarchi c’è un solo imperatore; ma la divisione amministrativa, creata da Diocleziano, è ancora in vita. L’Impero è diviso in due o tre, forse anche quattro sezioni; alla loro testa stanno appunto i prefetti del pretorio che, dopo la scomparsa dei pretoriani, son divenuti dei grandi funzionari, civili e militari. Da costoro dipendono i vicari, dai vicari i _praesides_ o i _consulares_ o i _correctores_. Ma sembra che il numero delle provincie, in cui l’Impero era diviso, sia stato ancora accresciuto; e per quelle stesse ragioni, che avevano spinto Diocleziano alla sua riforma delle provincie.
Che fanno durante questo tempo le vecchie magistrature e il Senato romano? Roma conserva ancora il suo Senato, i suoi consoli, i suoi pretori, i suoi editti, e i suoi tribuni. Ma queste gloriose magistrature non sono quasi più che delle cariche municipali. L’esercito resta quello di Diocleziano con alcune riforme, che in parte, ne esagerano, in parte, ne alterano il carattere originale. Gli effettivi di ogni legione continuano a esser ridotti; il comando militare è distinto dal civile; anzi, quello della cavalleria è separato da quello della fanteria; il servizio dei viveri e del soldo, da quello del movimento degli eserciti. Tutto l’Esercito è diviso in tre grandi sezioni. La prima è rappresentata dalla milizia palatina (_domestici, protectores, scolares_) che può essere paragonata all’antica guardia pretoriana, e comprende un quinto o un sesto di tutti gli effettivi, formando come un esercito di riserva e seguendo nelle spedizioni importanti, l’imperatore. La seconda sezione è rappresentata dall’esercito di linea o _comitatenses_ composta di cittadini e di barbari, sparsa in piccole guarnigioni nelle città dell’interno. La terza sezione comprende le truppe delle frontiere (_riparienses, castriciani, limitanei_) reclutata sopratutto tra i barbari e nei bassifondi delle popolazioni. Valevano meno dei _comitatenses_; il loro servizio, era più lungo, e più piccola la loro retribuzione; dovevano restare in permanenza nelle zone determinate della frontiera, o nei castelli, nelle fortezze, nei campi di concentramento. Una parte di queste truppe erano coloni.
Si scopre subito il difetto di questo sistema; mentre il corpo scelto, la milizia palatina, era più che altro una truppa di parata, il nerbo dell’esercito (i _comitatenses_) è suddiviso in piccoli nuclei e sperso in piccole città dell’interno, per mantener l’ordine pubblico; fa dunque l’ufficio di una gendarmeria più che quello di un vero esercito. Di più nelle tre sezioni dell’esercito, abbondano i barbari. Costantino apre ai barbari persino le porte della milizia palatina; e in una sola volta recluterà 40,000 Goti.
VI.