La rovina della civiltà antica
Part 5
Nei tempi, di cui parliamo ora, il Cristianesimo aveva già inflitto, nel dominio ideale, un colpo mortale allo spirito aristocratico della civiltà antica, affermando che tutti gli uomini, come figli dello stesso Dio, sono uguali innanzi a lui. La dottrina dell’uguaglianza morale degli uomini era già stata enunciata da alcuni grandi filosofi dell’antichità; ma solo il Cristianesimo riuscì a farla penetrare nella coscienza universale, distruggendo fino dalle fondamenta il vero governo aristocratico, e creando la democrazia moderna. Dal giorno in cui fu distrutto, nella coscienza delle masse, il principio che affermava esser gli uomini, anzichè uguali, moralmente disuguali, l’aristocrazia rimase ancora come convenzione sociale, accettata, in certe epoche, per utilità, ma cessò di essere quella forma organica e quasi sacra della società civile, che era stata nell’antichità. Il che spiega come nel mondo cristiano e mussulmano i governi aristocratici sono stati sempre governi deboli, e nulla più che pallide imitazioni delle vere e grandi aristocrazie del mondo antico.
A sua volta Diocleziano inflisse al principio aristocratico, nell’ordine reale, un colpo mortale, con la sua riforma dell’amministrazione.
Non si può non sospettare un nesso segreto tra questi due fatti, perchè i progressi del Cristianesimo furono una preparazione necessaria per la riforma di Diocleziano. Ma ragioni di ordine sopratutto politico spinsero l’Imperatore a questa riforma; e, fra queste ragioni, la più grave fu la necessità di sostituire all’organizzazione aristocratica dell’Impero, distrutta dalle turbolenze del terzo secolo, una nuova organizzazione che fosse adatta alle esigenze politiche e militari, create da queste stesse turbolenze. La scarsezza del personale, la piccolezza degli organi politici e amministrativi, paragonati alla grandezza dell’Impero da governare, erano state tra le cause della catastrofe, nella quale, durante gli ultimi cinquant’anni, l’aristocrazia dell’Impero era perita. Bisognava creare una amministrazione, che disponesse di forze e di organi adeguati, non solo alla grandezza dell’Impero, ma anche allo sforzo sempre più intenso che lo Stato doveva compiere, per arginare l’universale dissoluzione. E come raccogliere quest’amministrazione, ora che l’aristocrazia, già insufficiente nel secondo secolo, era ormai quasi totalmente scomparsa, se non scegliendo i funzionari in tutte le classi e in tutte le popolazioni?
La moltiplicazione delle cariche e dei funzionari, in alto e in basso, fu dunque uno dei principii della grande riforma di Diocleziano. Per la prima volta, nella storia di questo Impero fondato da un’aristocrazia militare, Diocleziano separa l’amministrazione civile dall’amministrazione militare, e mette alla testa di ogni provincia due funzionari con i loro rispettivi impiegati; il _praeses_, o governatore civile; il _dux_ o governatore militare. Questa riforma, imitata forse dall’antico impero persiano, aveva certo due fini; rendere più difficili, con la divisione dei poteri, i pronunciamenti delle legioni nelle provincie, e le continue proclamazioni dei nuovi imperatori, vero flagello del terzo secolo; rimediare all’insufficienza dell’elemento militare che, reclutato quasi unicamente nelle provincie meno civili, non aveva sempre le qualità necessarie al governo civile di un impero, erede ancora, per quanto in decadenza, di una gloriosa cultura.
Ma intanto è distrutto un altro principio vitale della civiltà antica: l’unità di tutte le funzioni pubbliche. La divisione dell’autorità civile dall’autorità militare, che ci sembra uno dei progressi politici più importanti della storia della civiltà, appare per la prima volta nella storia dell’Impero romano come un espediente di tempi in decadenza. E non basta: a questa è legata un’altra riforma, che si potrebbe definire lo spezzettamento delle provincie. Diocleziano non si limita, come Valeriano, a moltiplicare il numero degli imperatori; moltiplica anche quello dei governatori, assegnando a ciascuno un territorio più ristretto perchè possa governarlo più facilmente, e perchè, disponendo di poche forze, non diventi pericoloso. Così, nell’anno 297, invece di cinquantasette, come erano al tempo dell’elezione di Diocleziano, troviamo novantasei governatori civili per le provincie.
Nello stesso tempo, per impedire che lo spezzettamento delle provincie indebolisse l’Impero e la forza dell’autorità centrale, Diocleziano istituì la _Diocesi_. Le _Diocesi_ erano state fino ad allora suddivisioni fiscali e giudiziarie delle provincie. La _Diocesi_ di Diocleziano è l’aggruppamento di molte provincie in una circoscrizione superiore, sotto gli ordini di un magistrato nuovo: il _vicario_. I vicari sono dodici: cinque in Oriente, coi nomi di _Oriens, Pontica, Asiana, Thracia, Moesiae_; e sette in Occidente, coi nomi di _Pannoniae, Britanniae, Galliae, Viennesis, Italia, Hispaniae, Africa_. D’ora innanzi, ci saranno dunque, alla testa dell’Impero, due Augusti e due Cesari. Immediatamente sotto di loro dodici vicari alla testa di altrettante diocesi; e al fianco di costoro, e allo stesso piano, i proconsoli, governatori di certe provincie privilegiate. Finalmente, sotto i vicari, i _praesides_, o alle volte dei _consulares_ o _correctores_ come sono detti indifferentemente i governatori delle nuove provincie ridotte. A fianco di questa gerarchia civile stanno i _duces_, capi militari, che hanno poteri territoriali per ragioni militari, senza corrispondenza con le provincie o le diocesi in quanto all’estensione.
Ma la moltiplicazione dei capi dello Stato e la loro distribuzione in determinati centri strategici; la divisione del potere civile e del militare non bastavano, per rinforzare la difesa dell’Impero. La riforma amministrativa doveva essere integrata con l’aumento dell’esercito. Si dovettero quadruplicare le guardie del corpo degli imperatori, aggiungere agli antichi nuovi pretoriani, che saranno i _milites Paladini e Comitatenses._ Fu necessità anche aumentare gli effettivi militari. Diocleziano li accrebbe da 350.000 a 500.000 uomini, e, in proporzione, accrebbe ancor più il numero degli ufficiali. Per inquadrare più solidamente le legioni e assicurarsene la fedeltà, ridusse gli effettivi e moltiplicò i tribuni militari.
La pluralità delle corti, lo sviluppo della burocrazia centrale e provinciale, e l’aumento dell’esercito esigevano molto danaro. Diocleziano provvede a tutto con energia e ingegnosità. Comincia, decretando una revisione generale del valore delle terre; un nuovo catasto, si direbbe oggi; e a poco a poco, introduce un nuovo sistema di imposte, uniforme per tutte le provincie, ma che doveva anche tener conto rigorosamente della qualità e del rendimento delle terre. Crea una nuova unità fiscale, che, secondo i luoghi, risponde ai nomi di _jugum, caput, millena, centuria_, che comprende delle terre di natura diversa e di diversa estensione, ma che, nell’insieme, deve avere sempre un valore identico, e fornire la stessa contribuzione. Per esempio: 5 iugeri di vigna e 20 iugeri di terre coltivabili di prima qualità facevano un _jugum_, mentre, per arrivare a quello stesso risultato, ci volevano 40 jugeri di seconda qualità, e 60 di terza; e, con qualunque coltivazione, ce ne volevano di più se il terreno era in montagna, e meno se era in pianura. La riscossione delle imposte è regolata con cura. La somma stabilita dallo Stato per una circoscrizione fiscale, che comprende un certo numero di _juga_, è notificata ai decurioni (i membri del piccolo senato di ogni città) i quali ne distribuivano l’ammontare fra proprietari e fittavoli del suolo pubblico (_possessores_) eccettuando coloro che ne avevano una parte troppo piccola e sorvegliando da vicino la riscossione, perchè erano responsabili di quello che sarebbe mancato. Il sistema tributario sembrava dunque ottimo e di sicuro rendimento.
IV.
Con la riforma di Diocleziano, l’Impero romano esce rinnovato dal caos del terzo secolo. E’ ormai una vasta cosmopoli di razze diverse, le più semi-barbare, governato dal dispotismo asiatico di quattro sovrani-Dio, sottomesso a una numerosa burocrazia; e che grazie a queste grandi riforme politiche e amministrative, ritrova in parte almeno per qualche tempo l’antica pace e l’antica prosperità. Diocleziano riuscì, in una certa misura, a ricostituire la potenza e l’unità dell’Impero. Riconquistò la Bretagna, dopochè Carausio era stato ucciso da uno dei suoi ufficiali, che si era illuso di succedergli (296); salvò l’Egitto, dove un’insurrezione aveva tentato di opporre un pretendente ai sovrani legittimi (296); assestò felicemente, approfittando di circostanze favorevoli, le cose di Oriente. Nel 294 il Re di Persia, Barahram era morto, e gli era successo il figlio, Narsete, sotto il regno del quale la politica conciliante del predecessore cadde in disgrazia; onde, nel 296, mettendo a profitto la lontananza di Galerio, che era in Pannonia, e di Diocleziano che era in Egitto, Narsete si gettò sull’Armenia, minacciando la Siria. Galerio richiamato da Diocleziano, commise l’imprudenza di attaccare i Persiani nella stessa regione in cui, tre secoli e mezzo prima, le legioni di Crasso erano perite. E anch’egli fu sconfitto. Diocleziano dovette rifare l’esercito distrutto, arruolando molti Goti e Daci, per tentare di invadere il paese nemico, seguendo le vie montagnose dell’Armenia.
Il nuovo esercito fu affidato a Galerio, che smaniava di vendicare la disfatta, e ci riuscì. Con un impetuoso attacco notturno non soltanto distrusse il campo persiano, ma catturò la famiglia reale, fuorchè Narsete. E già sognava, inebriato come un nuovo Alessandro, la conquista della Persia. Ma i barbari minacciavano di nuovo le frontiere; in questo stesso anno Costanzo era costretto a partire per la Britannia, e, mentre i Germani, approfittando della sua assenza, minacciavano la Gallia, Massimiano doveva correre in Africa, teatro di un’altra rivolta.
Diocleziano dunque era disposto a far la pace; e al principio del 298, questa pace era conchiusa veramente, a condizioni che potevano ricordare i tempi lontani, in cui Roma trionfava in ogni terra. Tutta la Mesopotamia, conquistata un tempo da Settimio Severo, era restituita all’Impero; inoltre, il re di Persia cedeva cinque provincie armene dell’alta valle del Tigri, conquistate una volta, da Sapore I, ma intorno alle quali le fonti non si accordano. L’Armenia fino a Zinta, nella Media Atropatene, era riconosciuta a Tiridate, l’Iberia (attuale Georgia) diventava uno Stato vassallo, non più della Persia, ma di Roma. L’Impero romano riconquistava in Oriente una frontiera strategica ottima per la difesa della Siria e dell’Asia Minore, e acquistava preziosi alleati, con una pace che doveva durare quarant’anni.
Nel tempo stesso Diocleziano riusciva a ristabilire l’ordine nell’interno. All’anarchia cronica succedeva dappertutto un governo stabile e regolare. Pilotata con fermezza dai due Augusti, dai due Cesari e dalla volontà sicura e dalla mente vigorosa del primo Augusto, la nave dello Stato gonfiava le sue vele verso un ridente avvenire. La meticolosità delle leggi pesava sui sudditi, ma li univa anche in una forte disciplina pubblica; persino l’aumento delle imposte sembrava quasi compensato dalla nuova ripartizione, dai metodi ragionevoli della riscossione e dal risorgere di una generale prosperità. La nuova famiglia imperiale godeva del favore universale; la sua divinità non scandalizzava più nessuno, ma era anzi adorata dai popoli soggetti, e la _felicitas saeculi_ sembrava dovesse coronare i durissimi sforzi compiuti in diciotto anni di lavoro faticoso. La grande perturbazione politica e militare, cominciata con la morte di Alessandro Severo, sembrava finita.
V.
Senonchè, disgraziatamente, c’era nell’opera di Diocleziano, una contradizione che sotto sotto la minava. Diocleziano aveva cercato di salvare l’Impero dai barbari che lo attaccavano dal di fuori, facendolo barbaro dentro. Aveva distrutto definitivamente il romanismo e l’ellenismo, già guasti dal caos del terzo secolo, riordinando l’Impero su principii opposti a quello su cui si basava lo Stato greco e latino; annientando quello che era stata l’anima, la forza, il sostegno dell’ellenismo e del romanismo: l’unità delle funzioni pubbliche, l’organizzazione aristocratica della società, lo spirito politico, il politeismo. Diocleziano sostituiva a una meravigliosa civiltà, che era stata per secoli, nei suoi organi diversi — religione, famiglia, Stato, cultura, unità viva — un sistema di istituzioni che, salvo qualche ricordo storico della grandezza di Roma, aveva come solo principio spirituale il culto asiatico del sovrano Dio: principio troppo nuovo e troppo meschino per animare una mole come l’Impero. L’Impero dioclezianeo sembra un corpo troppo grande con un’anima troppo piccola, e che va alla cerca di un’anima proporzionata.
L’ordine, instaurato da Diocleziano, era un ordine vuoto; e in questo ordine vuoto nascono e si sviluppano due correnti contrarie. Una tende a risuscitare, nella pace ristabilita, la cultura antica — letteratura, arti, filosofie, religioni servendosi di ciò che resta; perchè questa cultura era stata così ricca, così gloriosa, che molti non si potevano ancora persuadere, anche dopo tante calamità, che fosse morta, e volevano a ogni costo farla rivivere nella sua antica unità. L’altra corrente tende a riempire il vuoto dell’ordine ristabilito, con la nuova dottrina cristiana, che rovesciava l’antica concezione della vita e dello Stato. Distruggendo per sempre la struttura aristocratica della società antica, Diocleziano aveva tolto di mezzo il principale ostacolo alla cristianizzazione dell’Impero; e per quanto formidabili fossero ancora gli ostacoli non distrutti non potevan certo scoraggire una dottrina animata da tanto slancio e da così salda coscienza della sua missione rigeneratrice.
Posti fra queste due correnti, Diocleziano e i suoi colleghi cercarono di favorire la prima, senza opporsi alla seconda con intransigenza. Si sforzarono di rimettere in onore lo studio della giurisprudenza, della letteratura, dell’architettura, proteggendo le scuole e i professori, ricompensando e onorando gli uomini grandi. Così Diocleziano chiamò a Nicomedia il grammatico Flavio e il retore Lattanzio; protesse la scuola di diritto di Berito e cercò di attirarvi allo studio anche dei giovani Arabi. Così Costanzo Cloro scelse dapprima per _magister memoriae_ il famoso retore Eumene, nominandolo poi professore della celebre scuola di Augustodunum (Autun). E’ dottrina ufficiale del nuovo regime, esposta da Eumene in pagine eloquenti, che le lettere siano la sacra fonte di tutte le virtù e la miglior preparazione a tutte le carriere, anche a quelle dell’armi. Nè questa sollecitudine per la vita intellettuale è difficile a spiegarsi; perchè, per quanto, dopo tante calamità, l’Impero fosse decaduto e quasi totalmente governato da barbari, aveva sempre bisogno di quella grande coltura che l’aveva formato, adornato e vivificato per tanti secoli. E’ invece più difficile capire come l’Impero abbia potuto vivere così a lungo, fino all’anno 303, in pace col cristianesimo, che in tante questioni capitali era contrario allo spirito della riforma di Diocleziano. Ma i Cristiani erano già a quel tempo, molto numerosi in tutta l’amministrazione e nella corte stessa; sembra anzi che l’imperatrice e sua figlia avessero avuto qualche contatto col nuovo culto. Diocleziano era troppo savio e troppo giudizioso da non capire, quanto pericolosa all’unità e alla pace dell’Impero sarebbe stata una persecuzione, e durante molti anni si rifiutò di trattare da nemici i cristiani. C’era tuttavia alla corte un partito molto potente, con a capo Galerio, che non approvava questa saggia politica. E questo partito alla fine prevalse, a quanto pare, per le difficoltà che il cristianesimo creava all’autorità imperiale, specialmente nell’esercito e nella disciplina militare. C’erano ancora fra i cristiani dei fanatici che si rifiutavano al servizio militare, come quel Massimiliano, che fu messo a morte il 12 marzo del 295, sebbene, man mano che la nuova religione guadagnava proseliti, il numero dei cristiani che si rassegnava a fare il soldato fosse sempre più grande.
Ma se diminuiva la ripugnanza alla guerra, la difficoltà, che rimaneva insoluta e insolubile, era il culto degli imperatori. I cristiani non potevano riconoscere e adorare il Sovrano Dio; ma il culto del Sovrano-Dio era la base stessa della disciplina militare. Su questo punto non c’era accordo possibile; e doveva scoppiare un giorno o l’altro il conflitto. Nel 302 un editto cacciò dall’esercito tutti i cristiani, e fu seguito, un anno dopo, il 24 febbraio del 303 da un altro editto, il primo editto di Diocleziano veramente contrario ai cristiani, che imponeva la distruzione dei templi e dei libri cristiani, la dissoluzione delle comunità, e la confisca dei loro beni, proibiva le assemblee dei fedeli ed escludeva costoro da ogni carica pubblica. L’editto era relativamente moderato, poi che non conteneva nessuna minaccia di morte; ma dopo che fu bandito, seguirono gravi perturbamenti. Scoppiò in Siria una rivolta; il palazzo imperiale di Nicomedia fu quasi distrutto da un incendio. I nemici dei cristiani li accusarono di essere gli autori di quei disordini; a loro volta i cristiani accusarono i loro nemici di eccitare contro di loro, con tumulti, sollevati intenzionalmente, la collera di Diocleziano.
E’ impossibile decidere da che parte fosse il torto. E’ certo invece che quei tumulti provocarono un secondo editto, molto più duro, il quale ordinava l’imprigionamento dei vescovi, dei preti e dei diaconi, che si sarebbero rifiutati di consegnare i libri sacri. Ma a Diocleziano ripugnava di spingere all’estremo gli eventi; tanto è vero che, nella seconda metà dello stesso anno, il 17 settembre del 303, prese occasione dalla grande solennità pubblica dei _Vicennalia_, cioè delle feste in onore del ventesimo anniversario del governo dei due Augusti, per promulgare una specie di amnistia generale. Tutti i prigionieri cristiani che si dichiaravano pronti a ritornare apertamente nel seno della religione antica, dovevano essere rimessi in libertà. Gli altri invece non potevano approfittare della grazia, e dovevano anzi, in ragione della loro insensata ostinazione, essere, nel futuro, trattati con maggior severità.
Questi editti sono il documento più eloquente della potenza del cristianesimo, poichè mostrano quanto Diocleziano esitasse a impegnarsi sul serio contro un nemico così numeroso e così forte. Come sempre, quando uno Stato si trova alle prese con un pericolo che non ha la forza di distruggere, anche Diocleziano ricorreva alle mezze misure, le quali non potevano che aggravare il male. L’amnistia esasperò la resistenza dei cristiani più fervidi; e l’Impero fu costretto a prendere le misure di rigore, dalle quali in principio si era astenuto. Alla fine del 303 o del 304, Diocleziano cadde gravemente ammalato e Galerio assunse la reggenza in Oriente. Prevalsero allora nel governo consigli di lotta a oltranza; e l’accordo di Galerio e Massimiano strappò a Diocleziano l’ultimo editto di persecuzione: un editto che faceva obbligo a tutti i sudditi dell’Impero di sacrificare agli dei, sotto minaccia di gravi castighi corporali ai recalcitranti.
Otto anni durò questa persecuzione. Ma benchè fosse stata la più violenta e la più sistematica di tutte le persecuzioni che il cristianesimo subì, non ebbe quella implacabile ferocia che doveva poi attribuirgli la tradizione ecclesiastica. Fu applicata variamente, con maggiore o minore durezza, secondo i paesi e l’umore dei Cesari e degli Augusti. Costanzo Cloro, per esempio, distrusse soltanto qualche chiesa, senza perdere il tempo a violentare la coscienza dei fedeli; e se anch’egli dovette ordinare delle esecuzioni, accadde in gran parte per la vivace reazione e la vera sete di sacrificio, che spingeva molti fedeli, gioiosamente, al martirio. Ma Diocleziano ebbe solo una piccola parte nelle diverse vicissitudini di questa lunga persecuzione, di cui studieremo più innanzi la grande importanza storica. Venti anni di governo avevano stancato il vecchio imperatore, e benchè non ancora sessantenne, la sua robusta costituzione era stata, prima dell’età, minata da una vita febbrile e strapazzosa.
Da molti anni pensava a un ricovero, donde potesse assistere, come spettatore disinteressato, all’applicazione delle sue grandi riforme, senza essere dappertutto presente a dirigerla. E si faceva costruire a Salona, nella sua Dalmazia, un eremo per ritirarsi. Aveva anzi voluto qualcosa di più: non essere solo a mettersi fuori degli affari dello Stato, ma trascinare con sè il fedele compagno delle sue fatiche, Massimiano, al quale aveva fatto giurare contemporanea abdicazione. Questo diligente amministratore sembrava preso dalla pericolosa curiosità di sapere che cosa succederebbe nell’Impero, dopo la scomparsa di coloro che l’avevano restaurato!
E suonò finalmente la grande ora, il 1 maggio del 305. Quel giorno, a tre miglia da Nicomedia, sulla cima di un poggio che s’alzava dolcemente dalla pianura, ai piè di una colonna che sosteneva la statua di Giove, là dove egli stesso aveva offerto la porpora a Galerio, circondato dagli alti personaggi dell’Impero e dagli alti dignitari dell’esercito, Diocleziano si spogliò del diadema, dello scettro, del mantello imperiale e proclamò suo successore Galerio, al quale diede, a sua volta, per Cesare, un ufficiale dei _protectores_, Massimino Daia.
Lo stesso giorno, forse alla stessa ora, si svolse la stessa scena a Milano, dove Massimiano cedeva il suo trono a Costanzo e poneva la porpora dei Cesari sulle spalle di un altro ufficiale: Severo.
Cominciò allora per lui e per Massimiano quell’epoca della vita, nota nella storia col nome di _quies Augustorum_. Ma pare che durante gli otto anni in cui Diocleziano continuò a sopravviversi, nel suo immenso palazzo di Salona, tra mare, cielo e monti passando dalle grandi cacce all’umile orticello, l’Augusto vecchio e stanco non fosse mai considerato come uomo privato. Fino all’ultimo giorno della vita conservò tutti i titoli e accolse tutti gli omaggi che meritava il suo passato; rimase, pei nuovi principi, «nostro signore e nostro padre». E quando arrivò la sua ultima ora, il Senato di Roma lo onorò con quella apoteosi che si concedeva soltanto agli imperatori.
Ma visse abbastanza per vedere la conclusione della lotta tra l’Impero e il cristianesimo, che aveva voluto evitare, come una terribile calamità, e per assistere al definitivo trionfo del cristianesimo, che doveva sembrargli un avvenimento più funesto ancora di quella lotta, già tanto temuta. Questo trionfo, era nel tempo la fine della civiltà antica, e la conseguenza necessaria di tutta l’opera, che egli aveva compiuta mirando a altro fine.
CAPITOLO QUARTO
COSTANTINO E IL TRIONFO DEL CRISTIANESIMO
I.