La rovina della civiltà antica

Part 4

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Il Cristianesimo era dunque diventato una potenza spirituale e temporale insieme. Ma non godeva affatto, come il mitraismo, della benevolenza imperiale. Se è esagerato dire, come pretendono alcuni storici, che tutti gli imperatori del terzo secolo furono contrari ai Cristiani, è certo che il Cristianesimo ebbe in quel mezzo secolo a soffrire gravi persecuzioni e che fu sempre considerato dalle autorità pubbliche, anche nei momenti in cui le sanguinose persecuzioni erano sospese con un’ostile diffidenza, che contrasta assai col favore concesso al mitraismo. Quale è la ragione profonda di questo atteggiamento, che ha lasciato dei ricordi così tragici nella storia della Chiesa? Lo spirito stesso del Cristianesimo.

Alla stregua dell’Impero e dei suoi vitali interessi politici, non c’è dubbio che il Cristianesimo era una forza di dissoluzione. A mano a mano che si aggravava il disordine del terzo secolo, la nuova religione osa sostenere, con più o meno fervore, a seconda delle sette, che il cristiano non deve cercare nè le cariche pubbliche, nè gli onori, nè i posti in cui la fede possa essere in pericolo, ossia i posti più alti e i più importanti; perchè, se non vuol perdere l’anima, gli è proibito di prender cura dei templi, di organizzare i giochi dei circhi, di giudicare e perseguitare i suoi fratelli. Il mondo in cui gli altri uomini vivono e godono, è contaminato da una religione e da una civiltà che Cristo ha maledette; non v’è gioia, nè dolore, nè prezzo, nè castigo, che possano indurre a partecipare alle pericolose vanità di quella corrotta esistenza il perfetto cristiano, che aspira solo a uscire quanto prima da questa valle di peccato e di lagrime. A rigor di logica, dovere del cristiano sarebbe distruggere l’impero; non lo fa, come dice Tertulliano, perchè è troppo compenetrato dalla dottrina e dall’abitudine della dolcezza, e perchè la violenza gli ripugna. Ma che non si mescoli mai alla sua vita di peccato e di empietà! Piuttosto la morte o la miseria.

Possiamo facilmente immaginare che effetto, sugli spiriti alti, producevano queste dottrine, in tempi in cui le funzioni pubbliche diventavano così pesanti e così pericolose; in cui le razze barbare si impadronivano dello Stato, e le qualità violente dello spirito umano erano sempre più necessarie al governo. Il Cristianesimo distruggeva l’impero con l’astensione, privando l’amministrazione imperiale e le amministrazioni municipali di un grande numero di persone intelligenti e colte delle classi superiori; accaparrandosi e unendo gli uomini migliori, le anime nobili e alte.

La vita di S. Agostino ci mostrerà un po’ più tardi, in un caso celebre, come gli spiriti superiori, preferivano alla fine la religione alla politica, la Chiesa alle cariche pubbliche. Ma già al terzo secolo molti cittadini, destinati dalle leggi alla gestione degli affari pubblici, preferivano dare i loro beni alla Chiesa e sottrarsi con la povertà alle pesanti responsabilità del potere; altri sfuggivano con diversi mezzi che saranno parzialmente biasimati dagli stessi imperatori cristiani; il celibato, santificato dalla religione, si diffonde ancora più che nei momenti critici del mondo pagano. E l’esercito soffriva di questa astensione anche più che gli impieghi civili. Già fino dal secondo secolo, il cristianesimo aveva dichiarato che non era permesso d’essere «uomo di spada» e che «il figlio della pace», il quale non può nemmeno intentare un processo, può ancor meno prender parte a una battaglia; aveva insomma affermato che il servizio militare e il cristianesimo erano incompatibili poichè «il signore, disarmando Pietro, dimostrò chiaramente la volontà che ogni soldato deponesse la sua spada». Al soldato cristiano non restava dunque che «abbandonare immediatamente l’esercito, e risolversi a soffrire per Cristo la sorte di tutti gli altri cristiani». I canoni della Chiesa di Alessandria sconsigliavano il volontariato e affermavano con autorità che il cristiano non deve portar armi. Lattanzio mette sullo stesso piano l’impossibilità di eseguire o di aiutare ad eseguire una condanna di morte e di prender parte a una guerra, perchè al principio divino che proibisce di uccidere «non si può fare nessuna eccezione». S. Agostino dimostrerà un po’ più tardi, che per il buon cristiano è indifferente vivere sotto questo o quel Governo, obbedire all’Impero o ai barbari, purchè lo Stato non l’obblighi a commettere empietà o iniquità.

In tutta la storia del genere umano non v’è forse tragedia comparabile a questa. Per dieci secoli, la civiltà antica aveva infaticabilmente lavorato a creare lo Stato perfetto: saggio, umano, generoso, libero, giusto, capace di far regnare nel mondo la bellezza, la virtù e la verità. Questo Stato perfetto era stato la suprema ambizione della Grecia e di Roma, di Roma repubblicana come di Roma imperiale. Guerrieri e uomini di stato, filosofi e oratori, poeti e artisti, avevano consumato il fiore delle loro energie, per secoli e secoli, in quest’opera immensa. Aristide e Pericle, Scipione e Augusto, Platone e Aristotele, Demostene e Cicerone, Omero e Virgilio, Orazio e Tacito, Vespasiano e Marco Aurelio, erano stati i collaboratori di quell’unica creazione. E questo sforzo meraviglioso di tanti secoli e di tanti geni, terminava nel terzo secolo della nostra era, nel maggior caos di disordine, che si fosse mai visto; nel dispotismo violento e corrotto della forza bruta spoglia di ogni autorità morale; nella distruzione della più raffinata civiltà, nella necessità d’inginocchiarsi innanzi a un sovrano asiatico come se fosse un Dio incarnato, per riuscire a salvare quello che poteva essere ancora salvo del vecchio mondo e dei suoi tesori. Il servaggio monarchico, che per tanti secoli era apparsa allo spirito greco-romano come la più abbietta e la più ignominiosa delle schiavitù, era la ricompensa suprema dello sforzo con cui i due più grandi popoli antichi avevano voluto creare lo Stato perfetto! Quale civiltà, dinanzi a questo disinganno, non avrebbe disperato di sè e dell’avvenire?

Ma il Cristianesimo salvò il mondo antico da questa suprema disperazione, con la più audace, originale, e grandiosa rivoluzione spirituale che la storia ricordi, rovesciando il punto di vista antico, affermando che l’essere uno Stato buono o cattivo, giusto o iniquo, saggio o folle, poteva importare a coloro che governavano o che commettevano il male; ma lasciava indifferenti i governati o coloro che avessero a soffrire dell’iniquità dei potenti. Fine supremo della città è la perfezione religiosa e morale del singolo; a questa perfezione ognuno può arrivare con il suo sforzo personale, qualunque sia il governo, buone o cattive che siano le sue istituzioni. L’uomo non ha che un solo padrone vero: Dio; se serve con pietà il Signore unico e supremo, se merita il suo amore e le sue lodi, il resto non conta. I potenti della terra diventano impotenti.

Questa nuova visione della vita, con la quale il Cristianesimo capovolse le basi intellettuali e morali della civiltà antica, trionfa definitivamente, in mezzo al terrificante disordine del terzo secolo, come suprema reazione a questo disordine. Immensa sarà l’influenza, che questa nuova visione della vita dovrà esercitare sul futuro, perchè darà per secoli una nuova direzione a tutta la civiltà occidentale.

CAPITOLO TERZO

DIOCLEZIANO E LA RIFORMA DELL’IMPERO

I.

L’uomo che le legioni avevano eletto per succedere a Caro, era un dalmata, come Claudio e come Aureliano, benchè fosse di nascita anche più oscura. Una tradizione lo vuole persino figlio di liberto. Fin dalla prima giovinezza era stato soldato, e s’era fatto alla scuola di tre grandi generali: Claudio, Aureliano e Probo. Ma questo barbaro e questo soldato era un uomo di genio.

Appena eletto, Diocleziano dovette sostenere una guerra civile. Carino, che aveva combattuto contro gli Jazigi, non voleva rinunziare alla successione del padre. Le due parti si prepararono molti mesi alla battaglia; e nella primavera del 285 si diedero battaglia in Mesia. Sembra che Diocleziano avrebbe avuto la peggio, se Carino, non fosse stato ucciso da uno dei suoi ufficiali. Ma la nuova guerra civile aveva provocato una di quelle perturbazioni, a cui l’Impero ormai era avvezzo. Le provincie, abbandonate a sè medesime per lunghi mesi, s’erano messe a proclamare nuovi pretendenti. Una rivolta di contadini rovinati e di debitori insolvibili, l’insurrezione dei Bagaudi era scoppiata in Gallia. Sulle frontiere, i barbari ricominciavano ad agitarsi e i pirati a turbare le coste della Gallia e della Britannia. Diocleziano capì che il compito era troppo pesante per un solo imperatore; e poco dopo la sua elezione, nella seconda metà del 285, chiamò a dividere le responsabilità del potere un compagno d’arme, Massimiano, figlio di un colono della Pannonia, dei dintorni di Sirmio. Soldato valoroso, ma solamente soldato, è probabile che Massimiano fosse scelto dapprima non come collega, ma come luogotenente sicuro e fedele, tanto è vero che non ricevette il titolo di Augusto, ma quello di Cesare. Senonchè Massimiano essendo riuscito a domare la rivolta dei Bagaudi in poche settimane, Diocleziano nel 296, mutò parere, gli conferì il titolo di Augusto, e rese pari, almeno in teoria, i poteri dei due capi di stato, senza alterare l’unità politica e legislativa dell’Impero. Ciascuno dei due Augusti aveva, è vero, il suo esercito, il suo prefetto del pretorio, il suo bilancio particolare, ma comuni restavano le leggi e il danaro, e gli atti pubblici apparivano firmati dai due nomi insieme. Il nome di Diocleziano, tuttavia, era primo, e la sua volontà era sempre preponderante, perchè, quantunque il suo potere non fosse più grande di quello di Massimiano, la sua autorità e il suo valore erano ben superiori. L’amministrazione e le forze militari degli Augusti erano distinte ma senza limiti invarcabili, poichè essi non esitarono mai a penetrare per qualunque motivo nei territori che erano loro rispettivamente affidati.

A capo dell’Impero, insomma, non c’era più un imperatore, ma due, uguali in potenza, così come durante tanti secoli, c’erano stati due consoli alla testa della Repubblica. Del resto questa riforma, già tentata da Valeriano, era ormai necessaria, poichè l’Impero era minacciato da tutte le parti. Approfittando della rivolta dei Bagaudi, di nuovo Eruli, Burgondi, Alamanni passavano il Reno; il comandante della flotta incaricata di dar la caccia ai pirati sassoni e franchi, un certo Carausio, s’accordava segretamente con loro, e, condannato a morte da Massimiano, prendeva in Britannia il titolo d’Augusto, e si impadroniva dell’isola e di qualche città della costa della Gallia e creava una flotta potente, con la quale sfidava l’autorità dei due imperatori legittimi. Le cose non procedevano meglio in Oriente, ove l’Impero continuava a essere minacciato, come dopo Valeriano, ossia da quando Roma aveva perso la sua difesa maggiore contro il nuovo impero dei Sassanidi: l’Armenia. Non erano dunque troppi due imperatori, uno in Oriente e uno in Occidente. Infatti, mentre Massimiano riusciva a respingere, sul Reno, la nuova invasione germanica, Diocleziano cercava di rientrare in Armenia con gli intrighi più che con le guerre, approfittando di alcune contingenze favorevoli. La guerra civile aveva indebolito l’Impero persiano, a tal punto che il re Bahram aveva mandato ambasciatori a Diocleziano sollecitandone l’amicizia; l’Armenia era stanca e scontenta del dominio persiano; l’erede della corona armena, Tiridate, viveva a Roma in esilio, e del tutto contro voglia. Diocleziano lo spinse e lo aiutò segretamente a riconquistare il trono; e Tiridate, approfittando delle difficoltà del Re di Persia e dello scontento dell’Armenia, riuscì, con un colpo di mano abilmente preparato, a riprendere possesso del regno dei padri. L’Armenia si trovò di nuovo sotto l’influenza di Roma; e il re dei Persiani, che non era in grado di ricorrere alle armi, si rassegnò a riconoscere il fatto compiuto.

Questo buon successo sollevò le sorti dell’Impero in Oriente benchè un nuovo nemico — i Sarracini, venuti dai deserti di Siria e d’Arabia — fosse comparso in territorio romano, saccheggiando, e benchè l’Egitto si agitasse per ragioni che non conosciamo. Ma in Occidente non diminuivano le difficoltà. Massimiano non aveva potuto debellare Carausio, che aveva arruolato un esercito di Franchi e di Sassoni; di nuovo si avvertivano minacciosi movimenti in Germania, dove Goti, Vandali, Gepidi e Burgondi erano in armi. Nell’Europa Orientale si agitavano anche i Sarmati; e ricominciavano le sedizioni degli indigeni nella Mauritania e nella Numidia. I due Augusti si sforzavano di tener testa a tutte queste difficoltà, volando da un capo all’altro dell’Impero, conferendo a questo o a quel generale i più estesi poteri civili o militari, facendo talvolta di necessità virtù e riconoscendo, poichè non lo potevano vincere, Carausio, come terzo Augusto.

Ma dopo alcuni anni Diocleziano e Massimiano si convinsero che anche due Augusti non bastavano al compito; e nel 293, Diocleziano divise ancora l’Amministrazione dell’Impero, dando ai due Augusti due nuovi collaboratori ufficiali, ma di grado inferiore: i Cesari. Uno dei due ufficiali chiamato a così alta carica fu Galerio, soldato energico e valente, senza cultura raffinata, originario della Dacia. L’altro, Costanzo, soprannominato Cloro per la sua cera pallida, discendeva per linea materna da Claudio il Gotico; era di famiglia facoltosa, di dolce temperamento e di spirito colto: un aristocratico smarrito tra gli uomini nuovi che governavano l’Impero. Le provincie furono distribuite fra i quattro imperatori, in questa maniera: Diocleziano si tenne la parte più orientale dell’Impero, la Bitinia, l’Arabia, la Libia, l’Egitto, la Siria; Galerio ebbe la Dalmazia, la Pannonia, la Mesia, la Tracia, la Grecia, e l’Asia Minore; Massimiano ebbe Roma, l’Italia, la Rezia, la Sicilia, la Sardegna, la Spagna e tutto il resto dell’Africa; Costanzo, la Bretagna e la Gallia. Per le ragioni stesse della loro nomina i capi dell’Impero non dovevano risiedere in Roma, ma vicino alle frontiere: Diocleziano a Nicomedia, in Bitinia; Galerio a Sirmio, in Pannonia; Massimiano a Milano; Costanzo a Treviri, in Gallia.

II.

La moltiplicazione degli imperatori, come abbiamo già osservato a proposito di Valeriano, era un rimedio di natura geometrica, mentre il male di cui moriva l’Impero era un male di natura morale. Da solo, questo rimedio non poteva essere più efficace ai tempi di Diocleziano che in quelli di Valeriano. Avrebbe anzi potuto affrettare lo smembramento dell’Impero, spingendo gli imperatori a rendersi indipendenti. Ma Diocleziano integrò questa divisione dell’Impero con una profonda e organica riforma di tutta la suprema istituzione. Nel 293 questa grande riforma era compiuta, e doveva dare ai quattro imperatori una legittimità più certa e rispettata insieme con più potenti ed efficaci organi di governo, aumentando nel tempo stesso la forza e l’autorità della carica suprema. Ripigliando la via che Aureliano aveva seguita, ma con più prudenza, Diocleziano accettò solennemente il principio della divinità degli imperatori, facendola però derivare non da un Dio orientale ed esotico, ma da due antiche divinità dell’Olimpo romano — Giove ed Ercole — le quali così venivano ad assumere l’ufficio proprio di tanti dei, di Mitra per esempio, nei culti asiatici, di protettori e legittimatori della monarchia. Egli tenta insomma di infondere nelle arcaiche forme del politeismo romano e repubblicano, un po’ dello spirito monarchico dei culti asiatici.

Gli imperatori sono _a Deis geniti et deorum creatores_; Diocleziano prende il titolo di _Jovius_ poichè il Dio da cui discende è Giove, la mente suprema; Massimiano quello di _Herculius_ poichè discende da Ercole, il dio della forza e il collaboratore di Giove nella lotta contro i Titani; i sudditi e l’esercito giurano sul loro nome, come un tempo su quello di Giove e di Ercole[1].

Questa nuova maestà divina dell’Impero è inculcata in forme tangibili e visibili nella coscienza dei sudditi. I rapporti fra costoro e gli imperatori, e tutti gli atti esterni della sovranità, sono legati da un cerimoniale, ignoto nei primi due secoli della nostra era. L’Imperatore deve portare un diadema a raggiera, come i grandi monarchi orientali; le sue vesti e le sue calzature sono adorne e sparse di pietre preziose. Non è più, come Augusto, Trajano e Vespasiano, un semplice mortale, che tutti possono avvicinare a qualunque ora del giorno, o che s’accosta agli altri uomini con familiarità, aprendo facilmente la casa a tutti i cittadini liberi. Per rivolgergli la parola bisogna osservare un protocollo e quando si è arrivati al suo cospetto è di rigore prosternarsi in segno di adorazione. L’assolutismo orientale trionfa finalmente sulle rovine dell’ellenismo e del romanismo, quasi distrutti dalla grande crisi del terzo secolo, nell’Impero che ormai popolano in gran parte, e governano i barbari.

Ma non sarebbe stato così utile conferire al potere supremo una più grande autorità e un prestigio divino, se la pluralità delle persone, che dovevano adoperarlo, ne fosse stata un indebolimento. Benchè diviso tra quattro sovrani il potere supremo, secondo Diocleziano, doveva restare una monarchia, ossia un’unità. Come cercò di risolvere l’insolubile problema di costruire un governo dotato di unità forte con quattro sovrani? Prima, subordinando i due Cesari ai due Augusti e assicurando a se stesso, tra i due Augusti, l’ufficio di regolatore e di coordinatore supremo. Il suo titolo di _Jovius_ accanto a quello di _Herculius_, concesso a Massimiano, indica una superiorità. Inoltre applica alla monarchia divinizzata, mediante l’istituto romano dell’adozione, il principio dinastico della monarchia asiatica, che già nel primo e nel secondo secolo s’era infiltrato nella costituzione dell’autorità suprema dell’Impero romano. Augusti e Cesari formano una sola famiglia; e come Massimiano era stato adottato da Diocleziano, i due Cesari sono adottati dai due Augusti, ripudiano le loro mogli per sposare le figlie degli Augusti, che li hanno adottati come figli; specie di incesto dinastico, che ci richiama la monarchia egizia dei Faraoni e dei Tolomei. Aggiungendo al principio religioso e al principio dinastico il principio della cooptazione, si poteva creder risolta, con una contaminazione di romanesimo e di orientalismo, tra le questioni dell’autorità suprema, quella più spinosa, che, da più di tre secoli, turbava invano l’Impero: la successione. Morendo un Augusto il suo Cesare doveva prenderne il posto e nominare a sua volta un altro Cesare, che farebbe entrare nella famiglia divina dei padroni del mondo.

Ma non solo d’autorità aveva bisogno il potere supremo, per guarir le piaghe d’Europa; gli era necessaria anche la forza, ossia organi abili, sicuri, obbedienti. Diocleziano cercò di infondere questa nuova forza nello Stato, creando una burocrazia che non dipendesse più dal Senato, ma unicamente ed esclusivamente dall’Imperatore-Dio, come nelle monarchie asiatiche. Forse non trascurò di rendere nota al Senato la sua elezione al trono e le elezioni successive, nè di rispettare certe forme consacrate dalla tradizione. Ma è certo che il Senato, come corpo politico, è annullato, perchè se si possono ascoltare ancora i suoi consigli, non c’è più obbligo di seguirli; perchè non ha più provincie da amministrare, tutte essendo passate sotto la giurisdizione dell’imperatore; perchè è escluso dalla direzione politica e sostituito dal _concistorium principis_, composto da tutti i grandi funzionari dello Stato. E’ questo il corpo nuovo che esamina, come l’antico Senato, le questioni di carattere legislativo. Tutta l’Amministrazione dipende dunque dall’Imperatore e dal _concistorium principis_, che ne è il rappresentante supremo; è composta da una burocrazia reclutata senza considerazioni di rango sociale, di origine o di nazionalità; e in cui tutti i sudditi dell’Impero, e anche gli stessi barbari, non tarderanno a essere ammessi a condizioni pari.

III.

Era questa, dal punto di vista delle tradizioni greco-latine, una grande rivoluzione. Tanto la civiltà greca come la civiltà latina posavano sul doppio principio aristocratico dell’ineguaglianza necessaria e quasi mistica dei popoli e delle classi; ossia sul principio della superiorità innata ed eterna dei greci o dei romani sugli altri popoli; e su quello della superiorità innata ed eterna delle classi che avevano il privilegio di comandare sui semplici mortali. Perciò i governi greci e latini furono quasi tutti aristocratici, e si ressero sul privilegio ereditario di una piccola oligarchia, che sola aveva le qualità del governo; mentre i tentativi di governi veramente democratici, in cui potevano regger le cariche uomini d’ogni classe, anche di quelle medie e popolari, furon rari e di poca durata. Il più celebre fu quello di Atene, ma sappiamo come andò a finire. Quanto a Roma, non fu mai governata dalla democrazia, anche ai tempi più agitati della Repubblica; e lo stesso Impero romano, fino a Caracalla, cioè fino al principio del terzo secolo, era ancora governato da quella che potremmo chiamare l’aristocrazia di una aristocrazia. L’ordine senatorio e l’ordine equestre, a cui spettava il privilegio di reggere tutte le alte cariche dell’Impero, erano un’aristocrazia raccolta fra i cittadini romani, che, a loro volta, nobili e plebei, ricchi e poveri, colti e ignoranti, costituivano tutti insieme, tra le popolazioni dell’Impero, una seconda aristocrazia, dotata da importanti privilegi e sottomessa a uno speciale diritto penale. La civiltà greco-latina era dunque fondata sulla potenza delle _élites_; e questa potenza, a sua volta, era fondata sull’idea che gli uomini e i popoli sono moralmente disuguali. Una delle conseguenze di questo carattere aristocratico dello Stato e della società greco-latina, era la limitazione di tutti gli organi politici e amministrativi. Riesce difficile a noi capire perchè Roma, all’apogeo della sua potenza, esitò così spesso ad allargare le sue conquiste e ad ingrandire l’Impero. Ma un’aristocrazia è un corpo chiuso, che non si improvvisa e non si sviluppa a volontà, come si può improvvisare e sviluppare una burocrazia raccolta in tutte le classi e in tutte le nazioni; per questo Roma dovette badar sempre a non far l’Impero così grande, che il numero degli amministratori e degli ufficiali superiori, dei quali unica fornitrice era l’aristocrazia, non diventasse, a un tratto, insufficiente; e per questo anche si sforzò sempre di amministrare l’Impero con la minor quantità di funzionari, che gli era possibile. Benchè non ci sia possibile citare cifre esatte, risulta indirettamente da tutto quello che sappiamo sulla storia interna ed esterna dell’Impero, che i quadri dell’Amministrazione romana furono, relativamente, assai ristretti, sino al termine della dinastia degli Antonini. Amministrare con un minimo di funzionari fu regola costante del governo imperiale, appunto perchè era un governo aristocratico.