La rovina della civiltà antica

Part 3

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Dalla morte di Alessandro Severo sono trascorsi diciotto anni in continue sedizioni. L’autorità del Senato è distrutta e con essa la pietra angolare della legalità. Qualsiasi regola e principio per l’elezione dell’imperatore messi da parte, l’elezione è abbandonata al capriccio delle legioni; si moltiplicano le rivolte militari, stimolate dall’emulazione, dalla certezza dell’impunità e dalla speranza del bottino; le guerre civili nascono l’una dall’altra, indebolendo dappertutto la difesa delle frontiere. L’Impero comincia a diventare preda dei barbari che, incoraggiati dalla crescente debolezza del colosso, lo attaccano da tutte le parti. Fra il 254 e il 260 i Goti invadono di nuovo la Dacia, la Macedonia, l’Asia Minore; gli Alamanni e i Franchi si gettano sulla Gallia, una nuova razza germanica, quella dei Sassoni, fa la sua comparsa sul mare, lungo le coste della Gallia e della Bretagna; dei gravi torbidi scoppiano in Africa, e nuovi pericoli minacciano l’Oriente dove l’Armenia e la Persia ricadono sotto l’influenza persiana. E come se tutte queste disgrazie non bastassero, una epidemia di peste infuriò, in quegli anni, spopolando intere legioni dell’Impero. Valeriano il quale era un senatore di nobile famiglia e di una certa intelligenza, s’intese col Senato, e, d’accordo con l’alta assemblea, cercò di provvedere alle terribili difficoltà del momento con un ripiego che, a poco a poco, doveva dislocare tutta la civiltà antica; nominando Cesare suo figlio Galieno, assegnandogli le provincie dell’Occidente, e tenendo per se l’Oriente; spezzando per la prima volta l’unità dell’Impero. Chiara sembra l’idea ispiratrice di questa riforma: rinforzare l’autorità imperiale, e con essa il governo indebolito, rimpicciolendo l’area troppo vasta, in cui doveva operare. Ma era questo un rimedio di natura, per così dire, geometrica, che poco poteva curare un male di natura morale. Il governo era debole, perchè non aveva più titoli indiscutibili e universalmente riconosciuti; la divisione del potere non poteva annullare questo incorreggibile vizio d’origine. Mentre Galieno faceva del suo meglio per arginare le invasioni germaniche in Occidente, Valeriano tentava una grande spedizione contro la Persia. Ma nel 259 o nel 260 è fatto prigioniero dai Persiani, e va, non si sa dove nè quando, a morire in prigionia. Pochi anni prima, un imperatore era caduto sul campo di battaglia, combattendo i barbari; ora un imperatore era catturato, e andava prigioniero nel campo nemico. Fu un colpo terribile per l’autorità imperiale; e se ne videro presto le conseguenze: alla catastrofe segue una specie di smembramento dell’Impero.

Già sino dal 258 le legioni della Gallia avevano acclamato imperatore Postumio. Postumio, che era un uomo di molti meriti, riuscì, dopo la morte di Valeriano, a farsi riconoscere in Spagna e in Britannia, e fondò un Impero gallo-iberico, che durò nonostante gli attacchi di Galieno, fino al 267. Nello stesso tempo, in Oriente, un generale di Valeriano, Macriano, con l’aiuto della città di Palmira e di Odenato che era il più ricco e il più potente dei suoi abitanti, aveva di propria iniziativa, combattuto contro i Persiani, ricacciandoli e salvando le più ricche provincie d’Oriente. Ma incoraggiato da questi successi, pensò di impadronirsi anch’egli dell’impero a favore dei suoi figliuoli.

Odenato rimase invece fedele all’Imperatore, e col titolo di _Dux Orientis_ si mise a far guerra a Macriano. Ma l’Occidente e l’Oriente erano già smembrati, o sul punto di smembrarsi, e l’audacia dei barbari aumentava, quanto più si indeboliva l’Impero. Nel 261, gli Alamanni riescono a invadere l’Italia, e Galieno li sconfigge soltanto alle porte di Milano. Poco dopo, i Franchi invadono la Gallia e la Spagna, e si spingono, a quanto pare, sino in Africa. I barbari dell’Europa Centrale, i Goti, gli Eruli, i Sarmati saccheggiano le coste del Mar Nero, forzano i Dardanelli e penetrano in Grecia e in Asia. Nel 267, gli Eruli bivaccano in Grecia, a Atene, a Corinto, a Argo, a Sparta. Il mediocre Galieno non sa come opporsi a tante calamità; la disperazione si impadronisce dei popoli; ogni provincia e ogni regione, sperando di difendersi meglio da sola, si rivolta e si da un imperatore suo proprio. Durante gli ultimi anni della vita di Galieno, i pretendenti — i tiranni, come disse — sono così numerosi e transitori, che è quasi impossibile di raccontarne, ad uno ad uno, la storia. In Germania, dove la guerra contro l’Impero Romano stava per diventare diremo per adoprar parole moderne la «grande industria nazionale», si capì ch’era il momento di tentare un grosso colpo. Molti popoli germanici s’intesero per formare, sotto il nome di Goti e di Alamanni, una potente coalizione contro l’Impero; e nella primavera del 268 un forte esercito passava sulla riva destra del Danubio, invadeva la Macedonia Orientale, la Grecia, le Cicladi, Rodi, Cipro, e le coste dell’Asia Minore. Nello stesso tempo un altro esercito entrava nella Mesia e s’inoltrava in Macedonia. Il piano era chiaro: conquistare la penisola balcanica e tagliare in due l’Impero, interponendosi tra le provincie d’Oriente e quelle di Occidente.

II.

Da trent’anni l’Impero era preda del dispotismo militare, delle invasioni, della guerra civile, dell’anarchia, della peste, della carestia. Le guerre civili della repubblica, erano state a paragone piccolezze, perchè non avevano mai minacciato gli elementi vitali della civiltà.

Ora è altra cosa: tutti questi elementi, a cominciare dalla popolazione, sono colpiti a morte, nelle provincie occidentali. Già troppo scarsa in tempi prosperi, la popolazione era decimata dalla guerra, dalle invasioni, dalla generale insicurezza, dall’impoverimento, dalle epidemie. L’ostinazione con cui anche i più saggi imperatori continuarono a trapiantar barbari nei territori dell’Impero e specialmente in Occidente, nonostante il manifesto pericolo, è la prova più luminosa di questo bisogno d’uomini. Lo spopolamento, effetto della povertà, ne era a sua volta una causa, poichè rovinava l’agricoltura, l’industria, il commercio. I coltivatori, così i coloni liberi come i lavoratori schiavi, si diradavano; s’assottigliava la piccola proprietà, s’allargava la grande, dilatavano le terre incolte e abbandonate. L’industria, così florida in tutto l’Impero sotto gli Antonini e anche sotto i Severi, aveva profondamente sofferto, un po’ per la morte di molti artigiani, che avevano portato nella tomba il segreto delle difficili perfezioni, un po’ per la povertà crescente, che diminuiva il consumo.

Molte miniere, massime le miniere d’oro, sono abbandonate o per mancanza di braccia, o perchè le regioni sono invase dai barbari; i metalli preziosi sono tesaurizzati e nascosti, il capitale si fa raro e l’interesse del 12 per 100, considerato ai tempi di Nerone come eccessivo, diventa l’interesse mensile. La insicurezza generale, la difficoltà delle comunicazioni, le restrizioni imposte dalla crescente povertà, rallentano anche il commercio. Le piccole e le medie fortune spariscono, e in mezzo alla miseria che aumenta, le ricchezze si concentrano nelle mani di pochi. Le piccole città sono abbandonate e si spopolano. Invece, nelle grandi, la popolazione si accumula e aumenta il numero dei miserabili che, sotto una qualunque forma di mendicità, vivono a spese dei ricchi e dello Stato. Lo Stato diventa la provvidenza e il tormento di tutti. Il suo fiscalismo, imposto dalla moltiplicazione della burocrazia, dalla mendicità delle masse, dall’aumento delle spese militari, dalle inutili e dispendiose costruzioni, è atroce e implacabile. Il peso delle imposte è accresciuto dalla perturbazione monetaria. Parte per rimediare alla crescente scarsezza dell’oro, parte per far fronte alle spese di guerra e alle altre spese pubbliche, senza inasprire le imposte, gli imperatori alterano il peso e la lega delle monete. Sotto Caracalla il peso dell’_aureus_ era disceso a 6 gr. 55, ma dopo Alessandro Severo diviene così irregolare, che i pagamenti in oro si fanno soltanto con la bilancia. Peggio ancora, per le monete d’argento: le proporzioni della lega del _denarius_ e dell’_antonianus argenteus_, emessi per la prima volta da Caracalla, erano già aumentati senza misura fino dai primi anni dopo la morte di Alessandro Severo. Ma sotto l’imperatore Claudio il Gotico, l’antoniano non ha più che quattro o cinque parti di argento su cento! Non si distingue dalla moneta di bronzo che per il colore, fornito con un bagno d’argento e qualche volta di stagno. Anche le monete di bronzo sono coniate a peso ridotto. Di qui un vertiginoso aumento e una pazza irregolarità dei prezzi, che riduce alla disperazione le disgraziate popolazioni, e contro cui gli imperatori cercheranno invano di lottare a colpi di editti; di qui un continuo impoverimento delle classi più numerose aggravato ancora, per i disgraziati sudditi, dall’ordine, di pagare le imposte in oro. Lo Stato rifiutava la cattiva moneta, di cui inondava l’Impero!

Dal disordine politico e dalla povertà il caos sociale. Sterminate o disperse l’aristocrazia e la classe agiata, che durante il primo e il secondo secolo erano stati i sostegni dell’Impero e ne avevano creato la brillante civiltà fondendo l’ellenismo e il romanismo, le loro ricchezze, o almeno quelle che non sono distrutte, e la loro potenza passano a una nuova oligarchia d’arricchiti e di alti funzionari, civili o militari, reclutata quasi tutta fra le classi inferiori e tra le popolazioni più barbare, che solo da lontano avevan sentito l’influenza del romanismo e dell’ellenismo. L’Impero ridiventa barbaro, e dall’interno ancor più che dal di fuori, con questo arricchire e salire degli elementi più rozzi, ancor più che per le invasioni dei barbari dell’altra riva del Reno o del Danubio. S’abbassa, dappertutto, il livello della cultura, nella filosofia, nel diritto, nella letteratura; perchè i nuovi dominatori, quando non la sprezzano, la ignorano.

Una raffinata cultura, fra i potenti, non è più regola, ma eccezione. E la decadenza si stende a tutte le industrie e a tutte le arti, in cui la civiltà greco-romana aveva eccelso e che ora diventano più rozze e volgari; all’arte degli scultori, all’arte degli orafi, all’arte degli architetti. Gli avanzi della ricchezza passata sono sprecati in un lusso barbaro di cattivo gusto, spettacoloso, pesante, fatto per sbalordire la gente rozza; o in piaceri e in feste violente e disordinate o in edifici giganteschi e inutili, che ingombrano più che non abbelliscano le poche città ancor floride in mezzo alla rovina delle piccole. E più l’Impero si impoverisce e più l’architettura pubblica colossaleggia. Inoltre, e questo è il colpo di grazia alla civiltà antica, la religione che era stata il fondamento dello Stato e della coltura antica, il _politeismo_ agonizza. I culti orientali irrompono dappertutto, minacciano di sconvolgere moralmente il mondo, già così perturbato dalle guerre e dalle rivoluzioni.

III.

Tuttavia, benchè dalla morte di Alessandro Severo e per più di trent’anni, l’Impero in apparenza si sia abbandonato come un corpo morto ai mali che lo distruggevano, c’erano ancora, in questa civiltà agonizzante, ma che per tanti secoli era stata così vigorosa, le forze atte a tentare una disperata resistenza. Nonostante la barbarie invadente, le alte classi erano ancora sotto l’influsso di una cultura troppo antica, troppo ricca e troppo grande, perchè gli avanzi dovessero cessar di operare; e contavano ancora persone di grande animo e di alta intelligenza. Nel 268 una congiura di generali trucidò Galieno, e proclamò, questa volta, per succedergli non già un inetto o un intrigante, ma il migliore uomo di guerra del tempo, Claudio. Claudio, non lontano dall’antica Naissus (Nisch) sorprese il grosso dell’esercito nemico, l’annientò e ne inseguì i resti con spietato vigore. E chi sa quanto bene avrebbe potuto fare, se la peste non l’avesse ucciso nel 270! Ma ebbe per successore, acclamato dalle legioni di Pannonia, l’uomo che egli stesso aveva designato, uno dei generali che aveva combattuto con lui contro Galieno, Aureliano. Forte carattere e grande ingegno, come Claudio, Aureliano, arrivava al buon momento, perchè i Goti, vinti da Claudio, erano soltanto un’avanguardia. Nel 270, l’Italia era invasa dai Vandali e dagli Alemanni, i quali, nel 271, distruggevano addirittura un esercito romano presso Piacenza!

Aureliano fu il primo che cercò di fermare la decomposizione dell’impero e il suo rimbarbarimento, con un vasto piano coerente di riforme e di guerre. Vinse e distrusse a Pavia e a Fano l’invasione germanica, liberandone l’Italia; ridusse di nuovo sotto il dominio romano, l’Oriente, una parte del quale si era staccata dopo la morte di Odenath, formando un impero di Siria sotto lo scettro della vedova Zenobia; sbarazzò l’Impero da tutti i pretendenti e da tutti i piccoli imperatori locali, pullulanti negli anni precedenti, e lo riunificò; circondò Roma con la potente cerchia delle mura gigantesche che si ammira ancor oggi. Per tutti questi meriti può con ragione essere chiamato _restitutor orbis_.

Ma era una mente troppo vasta, da non capir che la ricostituita unità sarebbe presto distrutta di nuovo, se non si trovava, pei mali dell’Impero, qualche rimedio radicale. Due sue disposizioni meritano d’esser segnalate, più che le altre. Pensando con ragione che l’Impero era troppo esteso per le sue forze diminuite, Aureliano risolvè di abbandonare il pericoloso saliente della Dacia, irrorata dal sangue dei legionari di Traiano e dal sudore di molte generazioni di coloni, dando il nome della provincia abbandonata a quella parte della Mesia che si stendeva sulla riva destra del Danubio. L’altra disposizione è d’ordine politico e religioso. Aureliano istituì ufficialmente il culto del _Sol invictus_, proclamando religione di stato il _mitraismo_ latinizzato.

Per capire il valore di questa grande riforma, bisogna ricordare che il mitraismo era un culto asiatico, nato da una fusione del masdeismo con la teologia semita e con altri elementi, presi in prestito alle religioni indigene dell’Asia Minore.

Era, come quasi tutte le religioni asiatiche, assolutista e monarchica, perchè insegnava che i monarchi regnano per grazia divina e come tali ricevono da Mitra gli attributi della divinità e ne diventano consubstanziali. L’adozione del mitraismo come culto ufficiale era dunque un atto di profonda politica; rappresentava uno sforzo, per trovare nell’assolutismo mistico un principio di legittimità, che sostituisse l’antica convalidazione del Senato, ora inefficace, e sottraesse l’autorità imperiale ai capricci delle legioni, sempre in rivolta. In mezzo all’anarchia in cui naufragava l’Impero, Aureliano cerca insomma un nuovo principio d’autorità, e lo cerca là dove soltanto poteva trovarlo, ora che s’erano estinti i principii creati dal mondo greco e romano; nelle grandi monarchie assolute che confinavano con l’Impero Romano dalla parte d’Oriente. Dopo la caduta della repubblica, dopo la caduta del governo misto di monarchia e di repubblica, ma di struttura greco-latina, con cui l’Impero si era governato per più di due secoli, dopo la caduta della dittatura militare dei Severi, pareva che non rimanesse ormai più, come forma di governo, che l’assolutismo orientale, fondato sul principio religioso, e in cui il sovrano era Dio.

Aureliano cerca insomma di tramutare l’impero greco-romano in un impero asiatico. Tuttavia, questo sforzo, benchè ampiamente giustificato dalle necessità politiche, sembra aver cozzato con una forte opposizione. Verso la fine del 275, Aureliano cade a sua volta vittima di una congiura di generali. Per che ragioni? Il punto è oscuro. Noi sappiamo che, come rappresentante del _Sol invictus_, Aureliano aveva incominciato risolutamente a ristabilire, nel vasto impero, l’ordine; onde non pare improbabile che il suo zelo nel reprimere gli abusi di cui soffriva il mondo romano, gli avesse procurato molti nemici. Ma non è impossibile che la congiura sia stata in parte un movimento di reazione del vecchio spirito greco-latino, contro l’assolutismo mistico dell’Oriente, ormai vincitore. Un fatto curioso, che altrimenti resterebbe inesplicabile, tenderebbe a persuadercene; le legioni, dopo la morte di Aureliano, non vollero acclamare l’Imperatore e vollero invece affidarne l’elezione al Senato. Sorpreso da un rispetto a cui da molto tempo non era più avvezzo, il Senato cominciò col rifiutare; scelse poi il più antico dei suoi membri, il _princeps senatus_, Marco Claudio Tacito. Ma non si era più ai tempi di Traiano, e per aver voluto governare come Traiano, Tacito fu trucidato dalle legioni, pochi mesi dopo che era stato eletto.

Ricominciò la guerra civile. Una parte delle legioni elesse Floriano, un’altra Probo, che era uno dei migliori generali di Aureliano. Probo prevalse; e quantunque discepolo di Aureliano, continuò la politica di Tacito; riconobbe l’autorità del Senato, cercando così di consolidare la propria; gli restituì il diritto di giudicare in appello nei processi penali, di nominare i governatori, e anche di ratificare le costituzioni imperiali. Come spiegare questo ultimo tentativo di governar l’Impero con l’appoggio del Senato, dopo 50 anni di torbidi e guerre civili, proprio quando il Senato non era più che un’ombra, se non si ammette che l’assolutismo mistico di Aureliano aveva irritato o spaventato quanto sussisteva ancora dell’antico spirito latino? Ma questo tentativo non riuscì meglio che il precedente. Benchè Probo fosse stato un generale molto abile, fu vittima, anch’egli, dell’implacabile violenza delle legioni; e ritornò l’anarchia. Le legioni elessero allora M. Aurelio Caro, che si affrettò a dare ai suoi figli, Carino e Numeriano, il titolo di Cesare, e si mise immediatamente in guerra con la Persia. Aveva già occupato Seleucia e Ctesifone, quando, alla fine del 283, perì colpito, secondo gli uni dal fulmine, secondo altri da una congiura militare. Numeriano, che l’aveva accompagnato, era un poeta, inadatto a comandare l’esercito, in un’impresa così difficile. Fu dunque deciso il ritorno. Ma per la strada anche Numeriano morì. Si accusò allora, apertamente, il prefetto del pretorio. Un’inchiesta fu ordinata e affidata a un tribunale di generali, che elesse imperatore, il 17 settembre del 284, il comandante delle guardie del corpo: Diocleziano.

IV.

Diocleziano è dopo Claudio e Aureliano, il terzo dei grandi uomini usciti dal barbaro caos del terzo secolo. Egli riprende risolutamente il piano di Aureliano, arrestato dall’ultima reazione del vecchio spirito romano e senatorio: fare, dell’Impero romano un impero asiatico, nelle mani di un sovrano assoluto il quale, agli occhi dei sudditi, sia come la incarnazione della divinità. Vedremo più innanzi come cercò di mettere in pratica questo vasto disegno e a che cosa riuscì. Per ora, ci limiteremo a osservare che la trasformazione dell’Impero in una monarchia asiatica, e la divinizzazione del sovrano, tentata da Aureliano e ripresa da Diocleziano, erano i soli mezzi ai quali potesse ricorrere lo Stato per ristabilire, nel caos in cui si dibatteva, un principio di legittimità sostituibile all’autorità del Senato. E si sarebbe detto che tutte le condizioni per il successo concorrevano in quel tempo. Le tradizioni greco-romane erano troppo indebolite per opporre una lunga resistenza. La ricostruzione di un governo, che non disponesse solo della forza, ma anche di un’autorità morale, era oramai, nell’Impero, necessaria perchè si trattava di vita o di morte. In tutto il mondo civile conosciuto dai Greci e dai Romani, non c’era allora altro principio d’autorità che potesse essere assunto dall’Impero in rovina. Il lungo duello fra l’Asia e la Grecia, tra l’Asia e Roma, pareva esser sul punto di finire col trionfo completo dell’Asia; perchè erano esaurite tutte le forze di resistenza che la civiltà greco-latina aveva opposto all’assolutismo mistico dell’Oriente. L’Europa stava per diventare un’appendice dell’Asia e cadere anch’essa sotto uno di quei governi assoluti, che aveva per tanti secoli disprezzati. Quando tutto a un tratto si levò un altro avversario, ben più formidabile della cultura greco-latina, addirittura invincibile: il cristianesimo.

Durante i lunghi torbidi del terzo secolo, il Cristianesimo si era sparso in tutto l’Impero e in tutte le classi, era penetrato nell’Esercito, nel Senato, nella Corte; aveva conquistato i poveri e i ricchi; gl’ignoranti e i colti; aveva già creato una abbondante e profonda letteratura teologica; aveva costituito una gerarchia semplice, ma solida, e non fondata sulla forza, come la gerarchia imperiale, ma soltanto sull’autorità.

Ogni chiesa contava un clero numeroso, composto di Diaconi, i quali formavano il personale di servizio, di Anziani, che formavano il personale dirigente, e del Vescovo che era, con pieni poteri, il capo della chiesa. Il vescovo, nominato a vita, era eletto dal clero, con il consenso dell’assemblea; nominava i diaconi e gli anziani, e, all’epoca di cui ci occupiamo, era già un personaggio importante nella città, non solo perchè molti erano i fedeli, ma anche perchè il cristianesimo aveva già organizzato quel meraviglioso sistema di opere di assistenza e di beneficenza, che fu la sua più grande creazione sociale e una delle cause del suo trionfo. Le comunità cristiane provvedono dappertutto, non solo alle spese del culto e al mantenimento dei suoi ministri, ma anche al soccorso delle vedove, degli orfani, dei malati, degli impotenti, dei vecchi, degli operai disoccupati, di quelli che sono stati condannati per la causa di Dio; si occupano di riscattare i prigionieri portati via dai barbari, di fondare delle chiese, di prendersi cura degli schiavi, di seppellire i poveri, di ospitare i correligionari stranieri, di raccogliere delle sovvenzioni per le comunità in bisogno e minacciate. I beni, che posseggono le comunità cristiane, provengono per la massima parte da doni dei ricchi, che in gran numero, sia in vita che dopo la morte, lasciano alla chiesa una parte o tutta la loro sostanza. La chiesa accumulava così i beni di una parte delle classi superiori, in una gigantesca mano morta, le cui rendite erano spese in favore di tutti gli uomini colpiti dalla sventura, sotto ogni forma. Non è difficile capire che strumento di potenza quella ricchezza accumulata, e le istituzioni di assistenza e di beneficenza che poteva sostenere, fossero in mezzo alle calamità del terzo secolo... Le chiese cristiane apparvero allora come un porto nella tempesta. Mentre le anime elevate arrivavano al cristianesimo attraverso le prove del loro dolore e la visione del dolore altrui, o con uno slancio supremo verso la pace e la beatitudine, per il disgusto del mondo contaminato e sconvolto, le folle erano attirate alla nuova fede dalla generosa assistenza di cui la chiesa era larga ai miseri e che animava un soffio divino di carità, sconosciuto all’assistenza ufficiale, o alla protezione politica delle grandi famiglie dell’antico Stato pagano. Se la fede legava i fedeli alla Chiesa, altri legami materiali rinforzavano efficacemente la potenza e l’autorità della religione; le elemosine, i sussidi, l’assistenza, le funzioni, le cariche ecclesiastiche e le rendite annesse, la gestione delle terre di recente acquistate, che impiegava un numero grande di agenti, di schiavi, di lavoratori, di coloni, di amministratori.