La rovina della civiltà antica
Part 2
Ma i pericoli, insiti nella sua rivoluzione, si fecero manifesti, quando lo strumento così ben maneggiato da Settimio Severo passò in mani più fiacche. Settimio Severo aveva lasciato il potere, come cosa sua, ai figli: Caracalla e Geta. Ma i due eredi non andaron d’accordo; Caracalla assassinò il fratello; e, rimasto solo padrone dell’Impero, cadde a sua volta, poco tempo dopo, vittima di una congiura militare, che proclamò imperatore il prefetto del pretorio, Marco Opelio Macrino, un semplice cavaliere. Era la prima volta che i soldati osavano scegliere un imperatore fuori del Senato; ma la proclamazione dei soldati, benchè Mommsen abbia sostenuto il contrario, non era senza l’investitura del Senato, titolo legale di autorità; non conferiva che un potere di fatto, fragile e incerto. Ciò che un gruppo di legioni aveva decretato, un altro gruppo poteva disfare, se l’imperatore scelto non era uomo molto forte e di gran prestigio personale.
Infatti, Macrino cercò di assicurarsi la ratifica dal Senato. Ma mentre stava negoziando e maneggiando per far legittimare la sua autorità, un’altra rivolta militare, fomentata dalla famiglia di Settimio Severo, lo rovesciò, proclamando imperatore Eliogabalo. Appena quattordicenne, e non avendo, come titolo, che il favore mobile dei soldati, neppure Eliogabalo conservò a lungo il potere. Dopo quattro anni, i soldati che l’avevano inalzato all’Impero lo rovesciarono; e non rimase, come Imperatore, che il cugino di Eliogabalo, Alessandro Severo, il quale era stato, un poco prima della strage, associato a Eliogabalo, per volontà dei soldati e della famiglia imperiale. Ma queste rivoluzioni militari e l’instabilità del supremo potere avevano tanto spaventato le classi governanti, compresa la famiglia di Settimio Severo, che tutti si rivolsero ancora verso il Senato, per ristabilire un governo forte e rispettato, il quale potesse, con incontestabile legittimità, imporsi all’osservanza delle legioni.
Alessandro Severo rinnovò dunque, e persino esagerò la politica di Traiano, di Antonino Pio, di Marco Aurelio. Rifiutò il titolo di dominus, soppresse il cerimoniale, trattò i senatori da pari a pari, affidò di nuovo al Senato la scelta dei funzionari più importanti, compresi i governatori delle provincie; formò, con dei senatori, il _Consilium Principis_; volle che i senatori assistessero i governatori, e non solo limitò l’autorità dei procuratori imperiali, ma li fece anche eleggere dal popolo. Come Silla, Augusto e Vespasiano oppose alla forza scatenata della rivolta militare, il Senato, rocca della legalità. Ma fu l’ultima volta. Le legioni non erano più, come ai primi secoli dell’Impero, reclutate quasi unicamente fra gli italiani, che per tradizione veneravano il Senato come il padre della loro nazione: erano piene di provinciali, calati dai paesi barbari dell’Impero, pei quali il Senato appariva un’autorità vaga, lontana, che si rispettava solo in ragione della forza. Inoltre lo spirito severiano del potere assoluto, l’ambizione di essere unico sostegno dell’autorità imperiale, era troppo penetrato nelle legioni, perchè si inchinassero davvero e sul serio dinanzi al Senato.
Le circostanze infine favorirono il loro spirito di rivolta. In quel momento critico della storia d’Occidente, scoppiò una grande rivoluzione in Oriente: l’ultimo re dei Parti è rovesciato, e risale sul trono la dinastia nazionale dei Sassanidi, risoluti a sterminare in Persia la cultura greca che era stata agevolata, nella sua diffusione, dall’Impero dei Parti, e a riconquistare i territori dell’antico impero persiano, soggetti, allora, a Roma. L’Impero Romano si trovò tutto a un tratto impegnato in una guerra con la Persia. Alessandro Severo riuscì a respingere l’invasione persiana, ma impiegando tutte le forze dell’Impero, comprese quelle che difendevano le frontiere d’Occidente. Ed ecco gli Alamanni e i Marcomanni ne approfittano per guadare gli uni il Danubio, gli altri il Reno. Impegnato in Oriente, Alessandro Severo giudicò di non poter respingere l’invasione, con la sola forza delle armi, e ricorse ai negoziati e ai sussidii. Ma i soldati scontenti di non sentirsi più padroni dello Stato, come ai tempi di Settimio Severo e di Caracalla, colsero questo pretesto, accusarono Settimio Severo di render l’Impero tributario dei barbari, si rivoltarono e sterminarono con lui tutta la famiglia imperiale. Dopodichè proclamarono imperatore il capo della congiura, un ufficiale superiore nato in Tracia, soldato valoroso, ma che sapeva appena balbettare il latino: _C. Giulio Vero Massimino_.
IV.
Questa rivolta segna l’inizio di un interminabile seguito di calamità, guerre civili, guerre esterne, pesti e carestie che per cinquant’anni, spopolarono e impoverirono l’Impero, distruggendo le _élites_ che l’avevano governato, pacificato, e incivilito durante il primo e il secondo secolo; e con queste _élites_, le arti della pace e la parte migliore della cultura greca e latina.
Si cercano da secoli le ragioni per cui la civiltà antica è scomparsa: e si capisce che l’argomento abbia tentato e tenti gli spiriti, perchè poche civiltà sono state, nel loro fiore, più gloriose, e hanno, nello stesso tempo, subito un destino più fatale. Quando noi consideriamo quale fu la sorte della civiltà che, dall’anno mille, cominciò a rifiorire in Europa sulle rovine della antica, non possiamo non domandarci perchè l’Europa goda da 9 secoli di uno sviluppo quasi ininterrotto, in cui le conquiste e i profitti accennati sorpassano sempre le perdite; e perchè, invece, la civiltà antica, vigorosa e creatrice, è stata vittima di una terribile catastrofe, in cui doveva essere, quasi interamente, sommersa. Si accusano da molti, le invasioni dei barbari; e si dimentica che è necessario, allora, spiegare come un sì grande Impero, che possedeva tutta la scienza militare dell’epoca, non sia stato capace di difendere le sue frontiere, contro quei popoli che da lui avevano imparato i primi rudimenti dell’arte della guerra e del governo. Altri storici attribuiscono questa rovina al cristianesimo; altri ancora alla preponderanza che presero, nell’Impero, le classi inferiori e le popolazioni più barbare; altri al fiscalismo spoliatore e all’assolutismo. Ma tutte queste spiegazioni, in parte giuste, non spiegano _nulla_; se non si spiega nello stesso tempo perchè il cristianesimo potè, _in certo momento_, imporre all’Impero dottrine e istituzioni, che dovevano annientare il suo vigore politico e militare; se non si spiega per quali ragioni le razze, che popolavano l’Impero, si mescolarono insieme, diventando barbare; e come e perchè lo Stato finì per strangolare l’Impero con il suo assolutismo e la sua finanza insensata. Tutti questi fenomeni di decomposizione dovevano avere una causa prima, che bisogna chiarificare.
Questa causa prima è un grande disordine politico: proprio quel disordine politico, che fu generato dalle guerre civili seguite alla morte di Alessandro Severo e che continuò per mezzo secolo. Ma quale fu a sua volta la causa di questo disordine politico? L’annientamento assoluto dell’autorità del Senato, che tanti storici considerano come ingombro inutile nella struttura dell’Impero. Il Senato fu distrutto dalle legioni barbare che, a un certo momento, non s’inchinarono più alla sua autorità secolare; dalla paura che lo paralizzò dinanzi alla forza scatenata delle legioni, quando s’accorse che il suo prestigio, tutto morale, non esisteva più; dalla distruzione delle famiglie più illustri e più rispettate; dagli elementi nuovi, incolti e grossolani, che riempirono i vuoti della vecchia aristocrazia, decimata dalle guerre civili. Ma quando il Senato fu spogliato della sua autorità, non ci fu più in tutto l’Impero un’autorità capace di legittimare l’imperatore; venne cioè a mancare ogni principio di legittimità, in nome del quale si riconoscessero tutti obbligati a obbedire all’Imperatore; e con questo principio sparì ogni traccia di procedura legale per l’elezione dei capi dell’Impero. Le legioni scelsero gli imperatori, e il loro favore divenne unica fonte dell’autorità suprema; ma le legioni eran molte, stazionavano in paesi lontani, di rado si trovavano d’accordo, e spesso cambiavano idea.
Come si sarebbe potuto, se non con la guerra e la spada, fare una scelta, fra imperatori che tutti si riconoscevano lo stesso diritto, poichè tutti erano egualmente eletti da legioni, il cui voto conclamatorio aveva il medesimo valore? Onde l’interminabile seguito delle guerre civili; perchè non c’è verdetto della forza contro il quale non si possa ricorrere alla forza. Non era la prima volta che, nel mondo antico, un popolo restava come sospeso in aria, dopochè erano cadute quelle istituzioni con cui s’era, per secoli, governato.
Ma quelle crisi, benchè spesso rovinose, erano state circoscritte, trovandosi quei popoli attorniati di Stati, in cui l’ordine legale non era turbato, e in cui il potere si basava su un principio di legittimità ancora solido. Il popolo in rivoluzione poteva sempre prendere in prestito ai paesi confinanti questo principio di legittimità e il modello delle istituzioni, che su quello posavano, per ristabilire, presto o tardi, un governo. Quando in un popolo l’anarchia durava tanto tempo da inquietare i vicini, si trovava sempre tra questi vicini, uno Stato, pronto a imporre con la forza quell’ordine, che non sapeva darsi da sè. Per questo, nell’antichità, le guerre sono tanto spesso legate alle rivoluzioni interne degli Stati.
Invece, per la prima volta nella storia del mondo antico, nel terzo secolo nella nostra era, un immenso Impero si trovò senza un principio con cui distinguere l’autorità legittima dall’usurpazione violenta, senza nessuna istituzione politica abbastanza forte per imporre tale principio. Ma questo immenso Impero, che comprendeva una parte dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa, era, per la sua stessa grandezza, al sicuro di un intervento, che vi avrebbe ristabilito l’ordine, imponendo altri principii e altre istituzioni; e non poteva d’altra parte attingere in nessun paese un nuovo principio di legittimità, perchè a settentrione, a occidente, a mezzogiorno, confinava con una turbolenta barbarie; a oriente con un Stato non barbaro, l’Impero persiano, ma di recente fondazione, uscito appena da una guerra civile, ostile e quanto diverso per storia ed aspirazioni! L’Impero Romano fu dunque abbandonato a sè stesso e costretto a risolvere il tremendo problema di trovare, con le sue forze, un nuovo principio d’autorità e di legittimità. Donde la formidabile esplosione di violenza, che distrusse a poco a poco la più grande e miglior parte della civiltà antica.
V.
Sarebbe un errore il voler negare che la civiltà greco-latina, in apparenza ancor florida al principio del terzo secolo, fosse già sordamente minata da un travaglio di lenta decomposizione.
Questa civiltà posava sul politeismo e sopra uno spirito di tradizione locale, che noi troppo facilmente confondiamo con lo spirito nazionale della nostra civiltà, benchè fosse cosa molto diversa. Senonchè il cosmopolitismo dell’Impero, le mescolanze delle razze delle religioni dei costumi delle culture, l’unificazione del governo, lo sviluppo del commercio e dell’industria, le nuove dottrine religiose e filosofiche, favorite dal cosmopolitismo, avevano ferito a morte il politeismo e lo spirito della tradizione locale. La prosperità stessa, quella relativa facilità di arricchirsi, di istruirsi, e di salire nelle classi superiori con la ricchezza o con l’istruzione, o con ambedue insieme, erano state segrete ma profonde cause di indebolimento. La civiltà greco-latina era aristocratica; la sua forza stava nelle sue _élites_ molto ristrette, ma molto intelligenti; quanto essa guadagnava in _diffusione_, perdeva in intensità. L’umanismo egualitario, che si sviluppò durante l’Impero in forme così varie, doveva indebolirla nella religione, nello Stato, e nei costumi.
Ma tutte queste cause nascoste e profonde non avrebbero mai partorito una catastrofe così vasta, se non fosse sopravvenuto un formidabile accidente politico, che precipitò le cose e impedì ogni tentativo di salvarle. Questo accidente fu la distruzione dell’autorità del Senato, opera della rivoluzione di Settimio Severo. Bastò questa distruzione perchè tutto l’Impero restasse senza un principio di legittimità con cui riconoscere l’Imperatore che aveva il diritto di comandare; e l’assenza di questo principio scatenò rivoluzioni e guerre quante bastarono in cinquant’anni ad annientare quasi tutta l’opera di tanti secoli.
La rovina della civiltà antica è dunque il resultato di una decadenza lenta, dovuta a malattie organiche, e di un terribile accidente che, distruggendo con una scossa vigorosa la chiave di volta di tutto l’ordine legale, gettò questa civiltà già indebolita, per la sua massa e per la sua decadenza interna, nelle convulsioni del dispotismo rivoluzionario. Questa terribile esperienza merita di essere meditata dalla nostra epoca. Da cinquant’anni la civiltà occidentale s’è indebolita per la crescente confusione delle dottrine, dei costumi, delle classi, delle razze e dei popoli; per una specie di anarchia intellettuale e morale a cui nessuna istituzione o tradizione o dottrina ha resistito; per lo spossamento del lavoro continuo, rapido e senza riposo, per la mobilità via via crescente di tutti gli elementi della vita sociale; per una specie di febbre universale, che sovraeccita le volontà e le intelligenze, rendendole atte a sforzi molto intensi, ma corti e poco profondi; per la volgarizzazione di tutte le attività dello spirito e di tutti i beni della terra. Mentre eravamo in questo stato di indebolimento interno, è sopravvenuto un accidente terribile, il più terribile, forse di tutta la storia....
La guerra mondiale può ricordare, per le sue conseguenze, ed in grande, la rivoluzione di Settimio Severo, perchè ha distrutto o indebolito tutti i principi d’autorità o di legittimità che sostenevano l’ordine sociale. Due erano questi principii: il diritto divino delle dinastie nelle potenti monarchie dell’Europa centrale e settentrionale; la volontà del popolo, nelle democrazie dell’Europa occidentale. Con la caduta dell’Impero russo, dell’Impero austro-ungarico, e dell’Impero tedesco, il diritto divino ha ricevuto un colpo, da cui è ben difficile che possa rialzarsi. Ma è dubbio che l’opposto principio approfitti della sua rovina. Questo principio, di per se stesso poco chiaro e di applicazione difficilissima, esce da questa grande crisi debole e screditato a tal punto, che il suo inatteso trionfo negli imperi del centro e nell’impero russo non suscitò sette anni fa nè speranza nè entusiasmo nel resto dell’Europa; è stato seguito da una sua clamorosa rovina in Italia, e sembra oggi, sette anni dopo la fine della guerra, pericolare in molte nazioni, perfino in Francia e in Inghilterra, dove è risalito da molte parti in vigore.
Come l’Impero romano al terzo secolo, l’Europa sta dunque per trovarsi senza un principio chiaro e preciso con cui riconoscere chi e in che limiti ha il diritto di comandare e chi, e in che limiti, ha il dovere di obbedire? Nessuno potrebbe oggi rispondere risolutamente nè sì nè no. Ma appunto perchè non si può rispondere risolutamente di no, non sarà inutile ristudiare un po’ la vecchia storia di Roma, la quale ci mostra che cosa può capitare ad una civiltà, la quale lasci cadere tutti i vecchi principii di autorità, che sono il fondamento del diritto di comandare, sia che non sappia sostituirli con dei nuovi, sia che si illuda essere cosa facile di sostituirli.
CAPITOLO SECONDO
LA CRISI DEL TERZO SECOLO.
I.
Alessandro Severo fu ucciso al principio del 235, da una rivolta militare, capeggiata da un Trace, Massimino. Giunto grazie al suo valore e alla protezione della famiglia di Settimio Severo ai più alti gradi della milizia, benchè parlasse assai male il latino, Massimino rappresentava le razze più barbare dell’Impero, che, approfittando del dispotismo orientale della famiglia di Settimio Severo, cercavano di prendere il posto delle vecchie famiglie di nobiltà senatoria. Morto Alessandro Severo, le legioni lo proclamarono imperatore a Magonza. La rivolta contro Alessandro Severo, che voleva restaurare l’autorità del Senato, e l’elezione all’Impero di questo Trace, acclamato dalle legioni, erano due sfide gridate dal nuovo dispotismo militare al solo principio di legittimità che esistesse allora; due sfide, per conseguenza, anche all’ordine legale, che si basava da tanti secoli sull’autorità del Senato. Settimio Severo e i suoi successori avevano ancora cercato di giustificare il loro dispotismo, invocando, almeno per la forma, l’autorità del Senato; ma con Massimino la rottura diventa aperta. La forza rinnegava il solo principio di autorità che poteva giustificarla, e affermava la sua volontà di trovare in sè stessa i titoli necessari all’esercizio del potere.
Massimino infatti non si preoccupò che di aver l’appoggio delle legioni; non cercò neppure la convalida del Senato, e governò come se il Senato non esistesse. Ma per quanto indebolito e depresso, il Senato non era ancora giunto a tanto, da sopportare, da parte di un Trace, questa umiliazione. Non sappiamo bene ciò che successe allora a Roma; e possiamo appena intravederlo, attraverso le frammentarie informazioni che ci son date: certo è che il Senato nominò due Imperatori, Pupieno e Balbino, il primo un soldato di gran valore che, partendo dal nulla era giunto ai gradi più alti; il secondo, un senatore di intelligenza mediocre, ma molto stimato e di grande casata. Il merito personale e la nobiltà della razza erano dunque invocati, dal Senato, a difendere insieme la sua moribonda autorità. Un principio di legittimità ha sempre bisogno, per farsi rispettare, della forza; ma non è detto che se questo principio e questa forza entrano in lotta, proprio il primo sia destinato sempre a soccombere; perchè rivoltandosi contro il principio di autorità, di cui dovrebbe essere solo strumento, la forza talvolta s’indebolisce. Così avvenne allora. I due imperatori, con l’aiuto del Senato, riuscirono a costituire un governo, che fu riconosciuto legittimo da un certo numero di provincie, e che oppose all’usurpatore un esercito. Massimino non tardò a capire, che se il governo di Roma si consolidava sarebbe diventato pericoloso pel suo potere, il quale s’appoggiava soltanto sul favore di qualche legione; e per rovesciarlo subito venne, con il suo esercito, in Italia. Ma in Italia tutto il popolo era favorevole al Senato, e contrario all’usurpatore; Aquileia chiuse a costui il passo, obbligandolo ad assediarla; a contatto del rispetto universale, che il Senato ispirava ancora, la fedeltà delle legioni incominciò a vacillare; Aquileia, resistendo, compì l’opera nella primavera del 238. Massimino fu assassinato sotto quelle mura inespugnate, dagli stessi soldati che l’avevano portato in trionfo.
Il Senato, Roma, l’Italia e la legalità avevano trionfato delle legioni semibarbare e della forza in rivolta. Ma questa vittoria della legalità sulla forza durò poco. Presto nacque discordia fra Pupieno e Balbino; il Senato non seppe approfittare della vittoria e irritò i soldati senza disarmarli; e prima della fine del 238, una nuova rivolta militare mandò a morte Pupieno e Balbino e proclamò imperatore Gordiano. La forza aveva avuto la sua rivincita. In questo tempo i Carpi e i Goti traversavano il Danubio; i Persiani invadevano la Mesopotamia e minacciavano la Siria. Gordiano, che era giovane e inesperto, aveva avuto la fortuna di trovare come prefetto del pretorio Timesiteo, un uomo intelligente, avveduto e — qualità rara, allora — fedele. Timesiteo rimise in ordine l’esercito e cacciò i Persiani, i Goti e i Carpi. Queste vittorie, e il pericolo attenuarono la discordia tra il Senato e le legioni, tra la legalità e la forza; cosicchè, sebbene eletto dalle legioni Gordiano non incontrò, nel Senato, opposizioni. Il suo governo era legittimato da un consenso posteriore. Disgraziatamente Timesiteo morì nel 243, e Gordiano non trovò, per sostituirlo, che un alto ufficiale dell’esercito, Giulio Filippo, un arabo. Era un soldato valoroso, ma non così fedele come il suo predecessore. Volle essere, non il subordinato, ma il collega di Gordiano, costrinse i soldati a domandare per lui quell’onore; e, siccome Gordiano rifiutava, lo fece assassinare. Per la quarta volta, in pochi anni, la rivolta militare trionfava, la forza si imponeva alla legalità indebolita e screditata; ma questa volta, e appunto perchè era la quarta, la rivolta si propagò rapidamente in tutto l’Impero. Indebolita al centro l’autorità imperiale l’esempio diventa contagioso. Se proprio le legioni devono eleggere l’Imperatore, perchè questo privilegio sarebbe concesso alle legioni di una provincia e non a quelle di un’altra? Ogni gruppo di legioni vuole il suo Imperatore; i pretendenti pullulano nelle provincie. Il pericolo divenne di nuovo così grave, che avvenne una reazione in favore del Senato, e che spaventati, i tempi si volsero verso il solo principio di autorità che sussisteva ancora, a dispetto di tutti gli oltraggi. Per quanto arabo, Filippo cercò di farsi legittimare dal Senato, per avere quella convalida che sarebbe mancata ai suoi concorrenti. E il Senato si rassegnò a riconoscerlo, preferendo avere in Roma un imperatore che almeno cercava, quantunque eletto da una sedizione, d’essere confermato dal suo consenso. Ma invano gli uomini ricorrono, nella necessità, a quel principio d’autorità che hanno indebolito, per sodisfare le loro ambizioni. Mentre Filippo cercava di rafforzare il suo potere in Italia, facendolo legittimare dal Senato, i Goti invadevano di nuovo l’Impero; e le legioni del Danubio, scontente di veder che l’Imperatore s’adagiava in Italia, quando le frontiere dell’Impero erano violate dai barbari, annullarono i decreti del Senato e proclamarono Imperatore il governatore della Dacia e della Mesia, Decio. Scoppiò una nuova guerra civile. Decio venne in Italia, vinse Filippo a Verona e lo uccise; poi ripassò le Alpi per andare a combattere i Goti. Ma senza gran resultato, perchè, nel 251, morì sul campo di battaglia. Era il primo degli imperatori romani che cadeva combattendo i barbari. È facile immaginare l’impressione fatta da questo avvenimento. Le legioni, che ormai credevano di poter disporre dell’Impero, s’affrettarono a proclamare Imperatore il governatore della Mesia, Treboniano Gallo. Ma anche Treboniano, invece di combattere i Goti, preferì trattare e comprare, a peso d’oro, la pace. Allora le legioni si rivoltarono di nuovo, e elessero all’Impero il Governatore che gli era successo in Mesia, Emiliano. Scoppiò una nuova guerra civile, in cui Treboniano fu sconfitto. E l’autorità del Senato fu di nuovo invocata, perchè desse al nuovo Imperatore un carattere legittimo, atto a fortificarlo nel suo governo. Il Senato riconobbe Emiliano; ma Emiliano, appena riconosciuto, fu trucidato dalle legioni, che si rivoltarono, acclamando imperatore Valeriano (253).