La rovina della civiltà antica
Part 9
Infatti, tutti i regimi fondati allora sopra un principio così oscillante e poco chiaro, sono stati deboli e instabili: persino la dittatura militare che è stata il coronamento di tutti gli sforzi della Rivoluzione. Sostenuta dalle vittorie, si sfascia quando la vittoria l’ha abbandonata. Messa sottosopra da tante guerre, sconvolta per la lotta dei due principii antagonisti d’autorità, l’Europa fa allora un grande sforzo per conciliarli e ristabilire un ordine duraturo. E’ questa l’opera del congresso di Vienna e della Santa Alleanza. Mentre il congresso delibera di ricostituire l’Europa sul principio della legittimità, di riconoscere cioè come titoli legittimi di autorità il tempo e la fedeltà dei popoli, la maggioranza dei grandi Stati crede che sia necessario rinforzare il principio di legittimità con la concessione d’istituzioni rappresentative. La dinastia legittima rientra in Francia con la Carta di Luigi XVIII. L’Imperatore di Russia ambisce di far la parte di protettore della libertà. Anche il re di Prussia ha promesso una costituzione al suo popolo. Solo fra i grandi Stati l’imperatore d’Austria resta fedele alla dottrina assolutista. Le altre grandi monarchie inclinano con maggiore o minor risolutezza verso una conciliazione dei due principii politici, basata sulla subordinazione del principio nuovo all’antico. La monarchia resterà il principio sovrano di Europa; le istituzioni rappresentative funzioneranno sotto il suo controllo; la pace aiuterà questa conciliazione. Le idee rivoluzionarie avevano scosso le istituzioni monarchiche con l’aiuto della guerra. La Santa Alleanza sarà una tregua conchiusa tra le monarchie d’Europa, per non facilitar troppo, con le loro lotte, il compito della Rivoluzione.
Ma la conciliazione fallisce. In Francia, la dinastia legittima non riesce che con grandi sforzi a mantenere la Camera nella posizione subordinata che le impone la Carta, benchè il Parlamento non sia eletto che da una minoranza di ricchi. La lotta tra la corona e il parlamento, tra il diritto divino e la sovranità del popolo, fra la vecchia aristocrazia e la borghesia, è continua, accanita, implacabile. Questa lotta, per le inquietudini che solleva, contribuisce a far vincere pienamente il partito assolutista in tutta Europa dopo il 1821. Si dimenticano dappertutto le promesse fatte di concedere una costituzione e il diritto divino trionfa. A sua volta, questo trionfo universale del diritto divino in tutta Europa reagisce sulla Francia, dove, con Carlo X, vince il partito monarchico a oltranza. La lotta tra i due principii s’inasprisce, fino a scoppiare nelle giornate di luglio, nel 1830.
La dinastia legittima è rovesciata. Il principio della sovranità popolare esce vittorioso da una lotta sanguinosa che dura tre giorni. Ma non osa sfruttare a fondo la sua vittoria, proclamando la repubblica e coronando il popolo sovrano dello Stato. Anche Lafayette esita; e quando, il 31 luglio, il duca d’Orléans si presenta al Municipio per rendere omaggio nella sua persona al popolo sovrano, Lafayette esce sul balcone, insieme a lui, con una bandiera tricolore. Una cricca di parlamentari abili, maneggiata abilmente da un banchiere, prepara una nuova conciliazione tra i due principii: la monarchia borghese, o, come la definì proprio Luigi Filippo, un trono circondato da istituzioni repubblicane. Il re riconosce la fonte della sua legittimità nel popolo e nel parlamento che lo rappresenta; è abolito il diritto ereditario dei pari; il diritto elettorale è un po’ allargato pur restando strettamente censitario. Il popolo, che governa la Francia è rappresentato da 200.000 elettori. Ma la nuova conciliazione non riuscì meglio della precedente. La contradizione tra il carattere censitario del suffragio e la dottrina della volontà del popolo, si poteva ancora tollerare sotto la monarchia legittima, la quale affermava d’essere l’autorità, e non riconosceva alla volontà popolare che una parte subordinata di collaborazione, per così dire. Ma la monarchia borghese, invece, non era più che una delegazione del popolo, sottomessa al popolo, che l’aveva creata con la sua volontà. Come si poteva riconoscere il popolo sovrano in una piccola minoranza di 200.000 possidenti? Appunto tra il 1830 e il 1848, per reazione a questa mostruosa contradizione, la dottrina del suffragio universale diventa l’espressione quasi mistica della sovranità popolare.
La rivoluzione del 1848 è la sua grande rivincita. La Francia rovescia la monarchia borghese e proclama la sovranità del popolo nella repubblica, basata sul suffragio universale. L’Europa segue il suo esempio, si solleva quasi tutta contro la monarchia assoluta, domanda delle costituzioni. Lo slancio fu così grande, che tutte le monarchie, salva la Russia, furono costrette a cedere, anche l’Austria e la Prussia. Come in Francia, il suffragio universale è proclamato fonte di tutta l’autorità, al posto di Dio, quasi in ogni grande Stato d’Europa. Ma si ripete allora sopra una scala più larga ciò che era già successo più oscuramente all’epoca della Rivoluzione; passato il primo entusiasmo, il suffragio universale esita ad esercitare il potere supremo; diffida delle sue forze, guarda intorno a sè per cercare appoggi, e si rivolge finalmente verso l’antico principio d’autorità che avrebbe dovuto sostituire, per scaricarsi su di lui della sua responsabilità. L’Assemblea nazionale, eletta nel 1848 dal suffragio universale, è composta per metà di partigiani degli antichi regimi monarchici, e per metà di una grossa maggioranza di repubblicani improvvisati e di una piccola minoranza di repubblicani sinceri e fervidi. La sua volontà è così confusa ed incerta, così debole la sua fiducia nella propria autorità, il suo operare così poco energico, che un gran disordine invade la Francia. La rivoluzione si trova presto in faccia a questo problema paradossale: ha il suffragio universale, che è pure un sovrano, il diritto di abdicare la sua autorità suprema in favore degli antichi regimi? Si può o si deve fargli violenza, per obbligarlo a governare, nonostante le sue riluttanze? Nelle sanguinose giornate di giugno l’ala estrema del partito repubblicano si leva contro l’Assemblea e il suffragio universale, che accusa di tradire la Rivoluzione! E’ vinta; il suffragio universale resta in teoria il padrone dello Stato; ma si indebolisce, si scoraggia ogni giorno di più, di fronte alle crescenti difficoltà interne ed esterne, fino al giorno in cui, chiamato a scegliere il presidente della repubblica, ha l’idea di darsi col cappello e la spada di Napoleone, l’aria e l’aspetto di un vero sovrano. Da quel giorno il destino della repubblica è deciso: il suffragio universale non servirà più che a legittimare con un consulto teorico, una monarchia militare, fondata con un colpo di Stato sul prestigio di un nome. Lo stesso dramma si svolge più rapidamente e in forma più semplice nella Germania. Che cerca, appena eletto dal suffragio universale, il parlamento di Francoforte? Un imperatore per tutta la Germania. Non ambisce che di sostituire il papa del medioevo, nell’unzione di un nuovo imperatore. Il parlamento si rivolge all’Imperatore d’Austria, all’arciduca Giovanni, al re di Prussia; quando s’accorge che il suo richiamo rimane vano, si lascia dissolvere senza resistenza, come se non avesse più niente da fare.
Fallisce dunque dappertutto la rivoluzione del ’48. La sovranità del popolo non dura che un momento. Delle costituzioni timide e sospettose, che subordinano le istituzioni rappresentative al potere monarchico, come nella Carta di Luigi XVIII; ecco quanto rimane nei paesi in cui l’assolutismo non riesce, come in Austria, a ritirare tutte le sue concessioni. Lo scacco è così grande, che i partiti e le dottrine democratiche ne resteranno scoraggiati per tre generazioni. Ma il principio vittorioso, il diritto divino, non è meno indebolito, dalla sua vittoria, che il principio vinto, dalla sua sconfitta: questo è il controsenso tragico del 1848, ed è la chiave di tutta la storia dell’Europa fino alla guerra mondiale. Il principio vittorioso non è soltanto indebolito dalle concessioni, che dovette fare, sotto la minaccia della rivoluzione; dalle istituzioni parlamentari adottate dopo il 1848 in quasi tutti i grandi Stati d’Europa; ma anche dalla discordia che s’è insinuata tra le grandi e le piccole monarchie dell’Europa. La rivoluzione del 1848, se non ha sradicato la monarchia dal suolo dell’Europa, ha rotto la santa Alleanza e la tregua delle dinastie. Governata dal nipote di Napoleone, la Francia non poteva più far parte di un sistema che era stato organizzato contro la famiglia del nuovo imperatore. Il piccolo re di Sardegna aveva osato, nel 1848, primo di tutti, strappare i trattati del 1815 dichiarando la guerra all’impero d’Austria. Il parlamento di Francoforte, se non aveva trovato un imperatore, era però riuscito a gettare la diffidenza e il sospetto fra la Prussia e l’Austria, offrendo la corona al Re di Prussia; presto la guerra di Crimea inimicherà per sempre gli Asburgo e i Romanoff. L’accordo tra le grandi corti settentrionali che era, nel sistema della Santa Alleanza, il fondamento della potenza monarchica in Europa, è spezzato definitivamente, l’Europa è come abbandonata a se medesima, in un disordine inquieto, pieno di discordie. Vittorio Emanuele II e Cavour furono i primi a approfittare di questo disordine e di queste discordie. Sfruttando la gelosia e la diffidenza nate, per il ristabilimento dell’Impero, tra la Francia e l’Austria, riescono a trascinare Napoleone III in una guerra contro l’Impero degli Asburgo; inalberando la bandiera liberale e costituzionale, riescono a provocare, dopo Solferino, un largo movimento in tutta la penisola, che permetta loro di riunirla in un solo Stato. Le piccole corti assolute sono sostituite, in Italia, da una sola monarchia costituzionale. Ma gli avvenimenti d’Italia non sarebbero bastati, così da soli, a far uscire l’Europa dal suo stato di incertezza e di torbidi, se il Piemonte non avesse aperta la strada alla Prussia, e se con un colpo di fantastica temerità, Bismarck non fosse riuscito a risolvere la situazione incerta, creata in tutta l’Europa dalla rivoluzione del 1848, a profitto della Germania e del principio monarchico. Approfittando della discordia che la rivoluzione del 1848, la guerra di Crimea, la guerra d’Italia, la rivoluzione di Polonia, han fatto nascere fra l’Austria e la Russia, tra la Russia e la Francia, tra la Francia e l’Inghilterra; servendosi dell’esercito prussiano riorganizzato e della dottrina rivoluzionaria del suffragio universale, riesce, contro la volontà del parlamento prussiano, a vincere l’Austria e a fondare la confederazione del Nord, sotto l’egemonia prussiana; lancia la confederazione contro la Francia e fonda l’Impero tedesco, sotto un capo per diritto divino e con un parlamento eletto dal suffragio universale.
Bismarck sembra aver risolto il problema che Luigi XVIII e Carlo X non avevano potuto sciogliere: far collaborare il principio monarchico e il principio democratico, subordinando questo a quello. Per quaranta quattr’anni la Germania ha attuato con successo il piano politico, che aveva fatto cadere, in Francia, la dinastia legittima. Per questa ragione la guerra del 1870 era sembrata ai partiti conservatori del mondo intero la rivincita della monarchia sulla rivoluzione del 1848, il gran trionfo del principio monarchico. Durante questi quaranta quattr’anni, la monarchia si consolida in apparenza al punto che non ha nemmeno più paura di molte dottrine e istituzioni democratiche, considerate, fino ad allora, come incompatibili con ogni governo monarchico. Si generalizzano le istituzioni parlamentari; soltanto la Russia resiste fino al 1905; e la base delle istituzioni elettive diventa sempre più larga. Lo stesso impero d’Austria adotta, alla fine, il suffragio universale. Le idee repubblicane si spengono a poco a poco; la Francia se riesce, con sforzi tenaci e continui, a organizzare una repubblica basata sul suffragio universale e sull’opinione pubblica, resta però sola, tra le grandi potenze d’Europa, e può continuare il suo sforzo audace perchè approfitta dell’ordine generale, assicurato in tutta l’Europa dalla potenza delle monarchie. Pare che la monarchia abbia definitivamente vinto nella grande lotta con le dottrine democratiche, cominciata nel 1789.
Ma è ancora un’illusione. L’accordo tra le grandi corti settentrionali, Berlino, Vienna, Pietroburgo, pietra angolare del principio monarchico, è spezzato per sempre. Vani sono tutti gli sforzi fatti da Bismarck per ristabilirlo. La Russia finisce per allearsi con la Francia. Gli eserciti di coscrizione, dono pericoloso lasciato dalla rivoluzione alle monarchie, si sviluppano sopratutto in Germania e in Russia. Il prestigio del principio monarchico è aumentato da questi nuovi eserciti di Serse, comandati da tanti re e imperatori. Ma nessuno pensa che una potenza troppo grande può diventare più pericolosa che una debolezza. E poi, il sistema monarchico dell’Europa riposa tutto sull’egemonia della Germania, e questa egemonia può mantenersi a lungo solo mostrando che la forza da cui era stata fondata, era ancora preponderante come nel 1870, o più? Presto o tardi sarebbe arrivato il giorno in cui la Germania avrebbe dovuto dare questa prova al mondo! Arrivato questo giorno, la Germania e l’Austria hanno attaccato la Russia, con gli eserciti immensi che la coscrizione e i progressi dell’industria avevan permesso loro di mettere insieme. Ne è nata una guerra senza limiti, in cui l’Austria e la Germania, han distrutto la Russia, e distruggendola si sono suicidate. La rivoluzione russa, con l’esempio e col vuoto che ha creato nel fianco degli imperi centrali; la guerra illimitata, con l’esaurimento atroce di tutte le energie dei due paesi, hanno provocato la rivoluzione tedesca e la rivoluzione austriaca. La caduta degli Asburgo e degli Hohenzollern, dopo quella dei Romanoff è stata la catastrofe finale del principio monarchico, cioè del principio d’autorità che dominava la maggior parte dell’Europa!
La grande lotta contro il principio monarchico, cominciata nel 1789, è dunque finita. Il principio monarchico è morto. Già scosso dall’incredulità, dal razionalismo, dalle dottrine ugualitarie, dalle guerre e dalle rivoluzioni di un secolo, è stato pienamente sradicato dalla guerra mondiale. Si trovano ancora, qua e là, dei troni in Europa, come rocce che emergono dal diluvio; ma coloro che li occupano non sono dei re, sono delle ombre. L’Europa potrà assistere ancora a parziali restaurazioni; ma queste restaurazioni non saranno più che espedienti e combinazioni politiche, le quali dureranno quanto durano le combinazioni politiche! Il rispetto, l’ammirazione, la fiducia, quasi religiosa in quel principio, sono morti. Troppo terribile è stata la catastrofe, che li ha rovesciati! Ma il principio opposto, quello che avrebbe dovuto approfittare della catastrofe del principio monarchico, potrà sostituirlo? In questo sta il tutto. E purtroppo il desiderio di rispondere di sì, deve frenarsi innanzi alla fredda considerazione dei fatti, i quali risvegliano il dubbio anche negli spiriti più fiduciosi.
Innanzi tutto gli eventi della Russia. La repubblica democratica è durata dal marzo al novembre del 1917. Nel mese di novembre del 1917 il popolo sovrano, dopo un regno di otto mesi, era costretto ad abdicare, spossessato dalla dittatura del partito comunista, o, per essere più esatti, dalla piccola oligarchia che domina questo partito. Sciolta la Costituente, che era la legittima rappresentante della volontà della Russia, questa oligarchia ha preso a combattere accanitamente i principii democratici dell’Occidente, opponendo all’ideologia borghese delle democrazie, la dottrina della dittatura del proletariato, che non è poi altro se non la giustificazione preventiva di un regime di assolutismo. Nè meglio danno da sperare i casi dell’Ungheria, dove la repubblica democratica, è caduta in pochi mesi sotto la dittatura del proletariato, per ricadere poi sotto la dittatura militare. A questi devono aggiungersi gli eventi dell’Italia, dove le vecchie forze dirigenti, alleatesi con elementi nuovi e di origine rivoluzionaria, hanno preferito tentare addirittura una restaurazione della monarchia assoluta del 1815, anzichè sostituire un vero e proprio regime rappresentativo integrale, simile a quello dell’Inghilterra e della Francia, al governo misto di democrazia e di monarchia, con cui il Regno si era retto dal 1860 in poi.
Nè uno spirito chiaroveggente può chiudere gli occhi alle penose difficoltà, contro cui lotta la repubblica tedesca, al malcontento contro le istituzioni parlamentari che agita sotto sotto la Francia e perfino l’Inghilterra, alla popolarità forse incauta e superficiale, ma diffusa, di cui godono le dottrine dittatoriali, presso i popoli che hanno la fortuna di non saper più o di non sapere ancora che cosa è davvero una dittatura senza patenti legittime.
Se il regime rappresentativo non riuscisse a mantenersi nel maggior numero degli Stati di Europa, la guerra tra i due principii di autorità — il monarchico e il democratico — incominciata nel 1789, terminerebbe con la sconfitta di tutti e due; e l’Europa si troverebbe in quella stessa stretta, in cui si trovò l’impero romano, nel terzo secolo, dopochè il Senato fu esautorato dalla vittoria di Settimio Severo: senza un principio di autorità universalmente riconosciuto, e forte abbastanza da reggere l’ordine sociale. Come allora la dittatura della forza farebbe le veci del governo legittimo; e non sarebbe una sola, ma molte, e ciascuna diversa, da Stato e Stato; e tutte cercherebbero di giustificarsi; come i governi di Aureliano, di Diocleziano e di Costantino, aggrappandosi ai ricordi più vecchi del passato o alle speranze più immature dell’avvenire; e sarebbero necessariamente trascinate a farsi la guerra fra loro. La pace non può in Europa mantenersi che fra governi legittimi. Quale sarebbe il destino della civiltà europea, come potrebbero sussistere le genti che si affollano nel continente, in mezzo a tanto disordine e a tanta insicurezza, è difficile a dire.
Non è detto però che ciò debba accadere. Non ostante le mille difficoltà che rendono ardua l’impresa, i maggiori Stati europei potranno governarsi con gli istituti del regime rappresentativo, se le classi governanti capiranno che gli sforzi e i sacrifici necessari per adattare ai tempi nuovi le vecchie forme, sono piccola cosa a confronto dei danni, di cui il regime della forza sarebbe cagione a tutti. Dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania sembra dipendere l’avvenire dell’Europa. Se questi tre Stati non rinnegheranno le tradizioni e i principii del regime rappresentativo, ma sapranno ringiovanirne le istituzioni, il loro esempio si imporrà e tutta l’Europa potrà ritrovare l’ordine interno e la pace nella saldezza di governi universalmente riconosciuti come legittimi. Se anche questi governi cedessero alle forze del disordine, che li travaglia, un’èra di lunghi torbidi comincerebbe, di cui tutta la civiltà occidentale avrebbe certo a soffrire.
L’ora, è per l’Europa, piena di pericoli. Possa l’antica storia, che qui abbiamo narrata imparzialmente, illuminare anche da noi gli spiriti eletti, far loro vedere questi pericoli, armare la loro volontà della chiaroveggenza che è necessaria, per combatterli con intelligente fermezza.
INDICE
Prefazione Pag. 5 I. Le cause profonde » 7 II. La crisi del terzo secolo » 41 III. Diocleziano e la riforma dell’Impero » 75 IV. Costantino e il trionfo del Cristianesimo » 111 V. Dal terzo al ventesimo secolo » 163
NOTE:
[1] Questo carattere mezzo arcaico, mezzo rivoluzionario, della riforma politico-religiosa di Diocleziano è stato acutamente illustrato da _G. Costa_, Religione e politica nell’impero romano, Bocca, Torino, 1923, N. 183 sg.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.