Part 32
— Ah ah! Esclamò la contessa guardando fisso il marito, mentre questi pareva tutto intento a scacciare colla punta affilata delle sue dita dalla rivoltura ricamata del panciotto nero qualche grano di polvere che non c'era. Che cos'è questa bisogna?... Ma volete voi star lì dritto come un piuolo tutta notte? Sedetevi una volta.
Il conte tirò presso al fuoco una poltroncina e vi si gettò su abbandonatamente.
— Come volete, contessa. Già, gli è una cosa spiegata in due parole. Sedendomi temevo di ispirarvi la paura d'una lunga conferenza; rassicuratevi, non è per tutta la notte che avrò l'onore di trattenervi, ma durante cinque soli minuti. Ecco di che si tratta. Il nostro intendente è il più onesto degl'intendenti. Quando si caccia in capo di rendermi i suoi conti mi annoia per un'ora con cifre interminabili alle quali io non capisco nulla. Questo benedett'uomo mi è venuto testè a far tanto di capo per certe faccende che io non so spiegarvi e che son certo, ancorchè ve le spiegassi, voi non sapreste capire. Non siamo di quel legno di cui si fanno i computisti, noi. _Bref!_ conchiuse, dopo avermi fatto sbadigliare senza pietà, che occorre un certo atto per aver certi capitali a pagare certe partite, sotto il qual atto è necessaria, non che la mia, anche la vostra firma. Quell'originale mi proponeva di venire egli stesso da voi a dimostrarvi la qualità dell'affare e la necessità del medesimo. Vi ho voluto risparmiare tanto fastidio. _Allons donc!_ gli dissi: queste son cose in cui non si ha da intromettere nessuno fra il conte e la contessa. Ed ecco il perchè io son qua. Ho domandato all'intendente: — Senza tante chiacchere, voi mi affermate in parola di galantuomo che codesto è necessario e che gl'interessi della contessa non ne sono menomamente lesi? — Egli me l'affermò. — Bene, io soggiunsi allora, quando sulla fede della vostra parola avrò ancora io affermato il medesimo alla contessa, ella mi crederà del pari, e sarà un affar finito. E _voilà!_
Tacque e si diede a lisciarsi e ripulirsi le unghie con un piccolo ferruccio che trasse dal taschino del panciotto. La contessa rimase un istante senza rispondere. Era evidente che la sottoscrizione di quella carta da parte sua equivaleva ad un qualche sacrificio di sue sostanze per trovare nuovo modo di procurar denari alla prodigalità del conte. Ella ebbe un momento il pensiero di non far così ad occhi chiusi; di mettere in campo la sua ignoranza degli affari per proporre al marito spiegasse la cosa al barone La Cappa, e dire ch'essa allora soltanto avrebbe firmato, quando il padre vi consentisse. Ma non osò. Ebbe paura prima del sogghigno con cui il conte le avrebbe fatto capire che quello era un diportarsi, come diceva egli, da _bourgeois_: poi rapidamente avvisò come quella domanda inchiudeva quasi un tacito patto che il conte veniva proponendole: di accordarle maggiore ancora quella libertà ch'essa invocava dietro il compenso della sua firma. Come ardire di rifiutarsi a quella domanda dopo ciò che era avvenuto e che s'era detto poc'anzi fra loro due?
Dopo due minuti di silenzio Candida disse bruscamente:
— E voi avete lì quella carta?
Il conte s'inchinò in segno affermativo.
— Date qui. Prese il foglio che il marito le porse ed andò ad un piccolo tavoliere elegantemente intarsiato, su cui c'erano un bellissimo _buvard_ ed un calamaio lucente d'oro.
— Dove ho da firmare? Domandò essa, senza gettare neppure un'occhiata su quanto era scritto in quella carta.
— Lì al fondo: rispose il conte alzandosi egli pure e venendo presso a lei. Così va bene.
Candida gli restituì il foglio aperto, colla sua firma; il marito lo prese e lo accostò al fuoco per farvi asciugare l'inchiostro.
— Or dunque, diss'egli, non mi resta più che tornare a domandarvi perdono dell'avervi recato sì inopportuno disturbo.
Ripiegò il foglio e se lo mise in tasca, poscia prese la mano di Candida e glie la baciò con fredda galanteria.
— Buona notte, contessa: e ricordatevi sempre che in ogni qualunque caso vi occorra il consiglio o l'aiuto d'un amico, io sarò sempre tutto per voi.
Girò sui suoi talloni e se ne partì, senza che Candida, la quale gli aveva abbandonato la sua mano affatto passivamente, pensasse pure a rispondergli, nè dirgli una parola.
Quando fu sola, la contessa si lasciò ricadere su quella poltrona su cui era seduta prima. Aveva l'anima confusa e turbata, ed insieme un vuoto tremendo in essa. Non si sentiva appoggiata da nessuna parte, non sentiva appo nessuno il caldo d'un vero affetto. Fra quell'amante e quel marito si trovava in mezzo a due egoismi che la sfruttavano. Una profonda melanconia l'assalse; si conosceva isolata nella vita, delusa in ogni sua aspettazione.
Il conte rientrò nel suo appartamento, lieto di avere dalla firma di sua moglie nuovo mezzo a fare rovinosi imprestiti, che a lui troppo oramai oberato, e colla inalienabilità del suo patrimonio, non si volevano più accordare da nessun usuraio.
Il domani Gian-Luigi riceveva il seguente bigliettino scritto dalla contessa in francese:
«Non venite stassera al teatro Regio. Ho il dolor di capo, ci vado di cattivo umore; sono persuasa che la mia acconciatura mi starà male. Vi vedrò al solito luogo, all'ora solita, domani».
Il _medichino_ spiegazzò quella cartolina profumata fra le mani e lasciò sfuggire una espressione di contrarietà che andava sino alla collera. Candida aveva ceduto alla volontà del conte che le aveva imposto questo sfratto del giovane borghese dal palchetto frequentato dal fiore il più sopraffino dell'aristocrazia? Questo sfratto era egli il precursore d'un altro più grave ancora dal superbo palazzo degli Staffarda? La contessa si era ella indotta a rinunciare pubblicamente all'attinenza d'un amico non titolato per non compromettere l'orgoglio nobiliare della schiatta, contenta di abbandonarsi pienamente in segreto nelle braccia d'un amante plebeo? Se ciò era, la cosa non conveniva niente affatto al nostro eroe. Egli, per certi suoi calcoli, ci teneva non solo ad essere, ma a comparire l'amante di una delle prime dame della città; ad aver libera entrata nelle sale aristocratiche d'una famiglia fra le più illustri ed antiche e godervi d'un trattamento di pari a pari — o poco meno — con tutti i superbi blasonati che premevano coi piedi i tappeti di quelle sale. Ciò avrebbe messo suggezione alla curiosità ed alle ipotesi della gente; avrebbe dato a lui ed alle sue cose una onorabilità indiscutibile e posto in iscacco persino quell'Argo cieco molte volte in gran parte de' suoi occhi, ma pur tuttavia sempre più curioso d'ogni curiosità femminile, voglio dire la polizia.
Ma s'egli si lasciava allontanare così di piano, e chiudere l'uscio della sala in faccia da quella stessa mano che gli apriva l'usciolo segreto del _boudoir_, questo suo intento era irremissibilmente perduto. Inoltre non voleva Gian-Luigi che il conte potesse pur pensare ch'egli si fosse tenuto lontano per paura o suggezione di lui. Gli veniva in mente il sogghigno che avrebbe fatto il marito della contessa quando non avesse visto a comparire di tutta sera quel giovane ch'egli il giorno prima aveva già fatto partire dallo stanzino della moglie, e Gian-Luigi sentiva il suo sangue, più orgoglioso d'ogni altro mai, rimescolarglisi addosso. Egli aveva concepito l'audace disegno d'imporsi anche al conte, e mentre già parevagli per lo addietro essere bene progredito per quella via, ecco che ad un tratto e' se ne sarebbe lasciato sopraffare.
Si vestì con aggraziata eleganza e nel pomeriggio si recò al palazzo Langosco un po' prima dell'ora in cui la contessa soleva aprire il suo salotto alle visite. Il domestico a cui si presentò gli disse che la contessa, poco bene di salute, quel giorno non avrebbe accolto nessuno. Gian-Luigi non si mostrò nè stupito, nè offeso il meno del mondo. Chiese vedere la cameriera della contessa per sapere più esatte le notizia della preziosa salute della padrona. La fante — che era sempre quella medesima — fu chiamata, ed essa e il _medichino_ si raccolsero a parlar sotto voce nella strombatura d'una finestra.
— Dimmi il vero, cominciò Gian-Luigi, l'ordine di non ricevere, riguarda me soltanto.
— No: rispose la cameriera, la quale colla famigliarità del suo contegno ben mostrava come fosse in intima attinenza col giovane: riguarda tutti.
— Quest'ordine è stato il conte a darlo, oppure la contessa?
— La contessa. Il conte non s'immischia mai in quanto fa o non fa sua moglie.
— E il motivo di quest'ordine?
— Non so. Veramente la contessa sta poco bene. È ancora in letto, e di tutto il giorno non ha preso che un _consumato_.
— Sai tu s'ella vada al teatro questa sera?
— Credo che non lo sappia ancora nemmanco ella stessa. La sarta le ha portato l'abito e la modista gli ornamenti della pettinatura. S'è fatto mettere innanzi ogni cosa e la sta guardandoli, senza aver detto ancora nulla di ciò che voglia fare.
— Bisogna che tu la spinga per quanto più potrai ad andarci. E se ci riesci mi farai piacere. Domattina poi, quando ella ci sia stata, conviene che tu venga da me a dirmi con qual umore essa è tornata a casa, che ha detto, che ha fatto, se alcuna cosa è successo fra lei e suo marito.
La cameriera guardò con occhio sfavillante Gian-Luigi e disse con maliziosa modestia:
— Avrò da andare a casa sua, soltanto se la contessa sarà stata a teatro?
Il giovane sorrise.
— Ah biricchina! Vienci ad ogni modo. E siccome può essere che più per tempo io abbia qualche occupazione, fa di venirci verso le dieci che io procurerò d'esser libero affatto per poterti dare un'udienza come ti piace.
E in ciò dire fece scivolare uno scudo nella mano grassetta della giovane, la quale sorrise tutto lieta e della mancia e più ancora delle parole del bel _medichino_.
Questi uscì, si recò al _tiro di pistola_, dove si esercitò per un'ora, fu al caffè Fiorio dove mostrò al bigliardo una valentìa maggiore ancora del solito, andò a pranzo da Trombetta, e fece meravigliare i commensali della _tavola da pasto_ della vivacità e dell'allegria del suo umore e del suo ingegno; poscia, fumato un sigaro d'Avana passeggiando lentamente fra la calca dei portici, andò a casa a vestirsi coll'abito nero, ed entrò verso le nove co' suoi guanti paglierini freschi freschi alle mani nel caldo ambiente della platea del Teatro Regio.
Un timore aveva egli nell'animo: quello che Candida non fosse andata al teatro. Ma questo timore fu dileguato di subito. Gettò egli tosto un'occhiata al palco di second'ordine che apparteneva alla contessa, e la vide abbagliante di bellezza e di gioie, in tutta la pompa d'una sfarzosissima acconciatura.
Candida vide tosto ancor essa, appena giunto, il suo amante nella platea. Gli occhi di lei si volgevano spesso alla porta d'entrata; ella avea scritto a Luigi di non venire, e pur non sapeva se in quel momento le fosse più caro ch'egli obbedisse a quel cenno o meno. La disobbedienza non sarebb'ella stata un segno del vivo desiderio di vederla, e quindi un segno d'amore? Forse, dov'egli non si fosse mostrato, questo sentimento sarebbe stato quello che avrebbe finito di predominare nell'animo della contessa, la quale avrebbe preso il facile rassegnarsi di lui per prova d'una quasi indifferenza; eppure al momento in cui i suoi occhi furono come per influsso magnetico chiamati alla platea dalla presenza di lui, Candida provò una viva contrarietà. I suoi lineamenti si atteggiarono rapidamente ad una espressione di dispetto e gli occhi lanciarono una fiamma di rimprovero al sopraggiunto per volgersi quindi altrove, mentre nell'aspetto e nelle parole essa si metteva ad ostentare un'allegria che non aveva prima, e degnava di sorrisi e risatine, che non meritavano punto, i discorsi dei visitatori del suo palco.
Gian-Luigi non apparve niente affatto mortificato di questa poco lusinghiera accoglienza; fece un suo superbo sorriso, e ripulito ben bene da ogni appannatura i cristalli del suo elegante cannocchiale che aveva preso, salendo la scala, dal custode che li tiene in guardia a comodo degli abbonati, si diede con attenzione ad esaminare la sala.
Il teatro era affollato da uno di quei pubblici eleganti che ora ci si vedono raramente, ma che allora, sotto il regno di Carlo Alberto, era il pubblico solito agli spettacoli di quella massima scena torinese. I due primi ordini di loggie erano riservati solamente all'aristocrazia, la quale mandava in gran pompa le sue dame cariche di titoli, di quarti e di diamanti; al terzo ordine cominciava a potersi insinuare la borghesia, quella più ricca e che avesse uno zampino nelle cariche dello Stato, magistratura o ministeri; nel quarto e quinto potevano introdursi, non senza stento il commercio e l'industria, cedendo il passo però all'ozio ed alla nullità ammantati sotto il comodo titolo d'avvocato, comprato con una facile laurea. Occhi belli e brutti, gioie ed ori, colori smaglianti e spalle nude, fiori artificiali e guancie imbellettate brillavano da tutte parti. Le regine della moda e della bellezza attiravano su di sè maggiormente l'attenzione, e gli abiti neri e le spalline lucenti della platea se le additavano a vicenda dicendo il nome. Alle bellezze nobiliari dei primi ordini faceva però quella sera concorrenza assai potente una strana bellezza che sfoggiava uno sfarzo impertinente in una mossa piena d'audacia nelle alte sfere del quarto ordine, e molti erano i cannocchiali che si appuntavano sino a quel rimoto cielo a contemplare quell'astro non ordinario di tali plaghe, che ci si mostrava come una stravagante cometa.
Era una donna giovane, sola, con apparenza tutt'altro che di modestia. Aveva una massa enorme di capelli d'un biondo che tirava sul rosso i quali facevano intorno al suo volto non brutto, ma più provocante che bello, un'aureola d'oro; aveva certi occhi di colore indefinibile, che ora ti parevano azzurri e limpidi come un cielo sereno, ora d'uno scuro verzigno come un mare commosso. Aveva forme voluttuose che si vedeva compiacersi ella di mettere in mostra con procace atteggio. Le labbra carnose, rosse del color di sangue che spiccia fresco dalla vena, spiravano una voluttà che quasi direi feroce e potevano essere indizio ad un osservatore per giudicar male degli istinti di quella creatura. Si vedeva insomma che essa apparteneva a quella razza di donne-vampiri, che, senza ispirar mai un vero amore, pur tuttavia s'impadroniscono del senso, dell'anima, del cervello di quanti uomini sono troppo deboli e troppo incauti per non romper tosto la prima maglia della rete gettata su di loro, e fisicamente e moralmente li depauperano, li spogliano, come d'ogni avere, così d'ogni generoso affetto, d'ogni virtù; Dalile che fanno un debole e vile d'ogni più vigoroso Sansone.
Il contegno di questa donna era tutto una provocazione ai sensi e dirò anzi ai vizi degli uomini, una sfida all'onestà delle donne, in una calma che si sarebbe potuta dire cinismo; una calma da paragonarsi a quella d'una tigre in riposo, pronta a balzare al primo svegliarsi d'un istinto di sangue. Sotto alla pioggia di luce del lampadario che gettava i raggi delle sue fiammelle su quelle forme da etaira greca, le carni sode, leggermente abbrunate della sirena avevano dei riflessi, che quasi direi metallici, pieni d'incanto inesplicabile. Vestita d'un color di fiamma viva, ella spiccava sulla doratura monotona di tutto il teatro, come una nota acuta in un canto grave e solenne. Era, per dir così, una piacevole disarmonia. L'acconciatura di lei appariva come il portato d'un'arte selvaggia, istintiva, ma tanto più efficace; ed aveva intanto il merito rarissimo di uscir fuori dello stampo comune. Possibile che non piacesse, ma impossibile che su di lei non si fermasse l'attenzione di chicchessia.
Il _medichino_ che seguendo la direzione dei cannocchiali della platea scoprì ancor egli la bizzarra, brillante figura di quella donna, la quale sporgeva fuori del parapetto il suo busto audacemente scollacciato, fece un moto di contentezza e schiuse le labbra ad un sorriso. Aveva riconosciuto la _Leggera_.
Ella vide pure Gian-Luigi in platea; i loro due cannocchiali s'incontrarono e si scambiarono un saluto da intimi amici ed un segno d'intelligenza. La _Leggera_ fece un cenno che invitava a salire da lei il _medichino_, e questi rispose con un leggero atto di acconsentimento.
Ora la contessa, quantunque guardasse in apparenza in tutt'altra parte, per uno di quei meravigliosi sguardi delle donne che vedono ciò appunto a cui non volgono gli occhi, la contessa si accorse di questo scambio di segni e ne sentì una penosa puntura al cuore. I suoi sospetti intorno alle relazioni fra Luigi e quella donna non erano punto svaniti; ed ecco quei semplici cenni, ad un tratto confermarglieli ed afforzarglieli. Un dubbio crudele subitamente l'assalse; non era per lei che Luigi era venuto al teatro; era per quella donna ch'essa sentiva fatale al suo destino. Vide tosto dopo Luigi partirsi dalla platea, e pochi minuti di poi la _Leggera_ rivolgersi all'interno del suo palchetto, dare un saluto e una stretta di mano a qualcuno, e rimanere colle spalle voltate al pubblico per confabulare vivamente con chi era entrato e stava indietro nella loggia affine di non esser visto. Candida non dubitò punto che Luigi trovavasi colà. Senza comprenderne il perchè i visitatori della contessa s'accorsero che l'umore di lei diventava più bizzarro e più forzata la sua falsa allegria.
— Che? Tu qui! Disse Gian-Luigi, entrando nel palchetto della _Leggera_. E non s'avvisa nemmanco la gente, di guisa che se un azzardo non mi avesse menato in teatro io non ne avrei saputo nulla!
La _Leggera_ guardò il giovane bene in faccia con que' suoi occhi color di mare.
— Ebbene? E con ciò?
— Con ciò voglio dire che se avessi avuto bisogno di vederti non avrei saputo dove prenderti.
— Il bisogno di vedermi, tu ce l'hai quando io ho da esserti utile a qualche cosa.
Il _medichino_ prese la mano inguantata della donna e la strinse, mentre i suoi occhi mandavano sulle giovanili, seducenti attrattive di lei l'omaggio di accesi desiderii.
— Oibò! oibò! Diss'egli in tono di galanteria. Possibile che mi giudichi così male! Ho bisogno di vederti quando mi occorre ricrearmi l'animo nell'amor tuo.
La _Leggera_ scosse l'abbondante sua fulva capelliera.
— Ah! ti conosco, bel mobile: soggiunse. Amore tu per una donna? Eh via! Cerchi in noi povere creature uno spasso od uno stromento, a seconda, ma del resto....
Con una crollatina di spalle espresse, meglio che non avrebbe fatto colle parole, la fine della sua frase.
— Ah Zoe! Tu fai le parti alla rovescia e attribuisci a me colle donne ciò che tu usi fare degli uomini.
I loro occhi s'incontrarono, e sorrisero in quella ambedue come riconoscendosi e confessandosi pari.
— Lasciamola lì: rispose Zoe, aggiustandosi al seno proeminente l'orlo della veste scollacciata. Forse gli è appunto perchè sei tale che mi piaci.... Imperocchè, brutto mostro che sei, tu mi piaci.
Gian-Luigi s'inchinò con quel suo sorriso ironico, superbo e pur leggiadro.
— Ho lasciato detto a casa, continuò la donna, che se tu ci venivi, ti avvisassero che io era qui.
Il _medichino_ fece un cenno col capo come per indicare che ciò era bene e ne andava soddisfatto; poi domandò, quasi passando ad altro ordine di idee:
— Da chi ti sei fatto offrire questo palchetto?
— Da San Luca.
— L'hai nelle branche?
Zoe scosse leggermente le spalle con atto che diceva: — Ne farei quel che voglio.
— Benissimo. È ricco, vanaglorioso, superbo ed imbecille. È fatto apposta....
— Per che cosa? Domandò come risentita la _Leggera_.
— Per quello che ne vuoi far tu: rispose freddamente Gian-Luigi.
Ella fece il suo solito moto di spalle e guardò in platea.
— Quell'animale piumato, te lo raccomando anzi specialmente. Non lo posso soffrire. Osa aver certe arie con me che meritano una lezione; e siccome avrei bisogno di mettere un centimetro di lama od una mezz'oncia di piombo nel corpo di qualcheduno, sono lì esitante nella scelta del mio piastrone o del mio bersaglio fra il conte di San Luca e il marchesino di Baldissero meno vuoto di cervello, e superbo del pari.
La _Leggera_ si volse vivamente verso il suo compagno.
— No, il marchesino. È un bel giocattolo; una scatola magica inesauribile di confetti....
— Vuoi dire di _marenghi_?
— Perchè guastarla?
— Tu mi decidi... Veramente avrei quasi preferito il marchesino, perchè ne avrei ottenuto una maggiore importanza del fatto. Dopo uno scontro avvenuto il più cavallerescamente possibile, in cui avrei dimostrato chiaro come quel lampadario che ho risparmiata la vita di quel nobile discendente di sì illustre stirpe; dopo uno scontro simile il marchesino sarebbe diventato mio amico e la sua famiglia mia protettrice obbligata; ma bah! anche San Luca appartiene a quell'aristocrazia che sta tutta unita come una congrega od una consorteria, e nella famiglia Baldissero d'altronde troverò altro modo meno tragico di introdurmi in buona vista. Per non guastarti un giuocattolo a cui ci tieni, mi appiglierò a quella testa vuota di San Luca.
— Vuoi fargli molto male? Domandò la donna coll'indifferenza con cui avrebbe domandato: piove o fa bel tempo?
— Anzi poco: rispose Gian-Luigi giocherellando col suo cannocchiale. Ecco il programma. Una ferita ad un braccio, due giorni di febbre, quindici di malattia; un _déjeuner_ da Trombetta ed amiconi per la vita.
— Sai tu perchè ho voluto venire a teatro questa sera? Disse Zoe ad un tratto, come saltando in altro discorso.
— Veramente tu non sei di quelle che non abbiano un fine riposto in tutte le azioni loro, anche le più indifferenti. Se mi ci mettessi ad osservare e studiare, forse potrei giungere a scoprire da me questa ragione: ma per ora non ho tempo ed ho altro onde occuparmi. Se vuoi ch'io sappia questa ragione, dimmela; e se non vuoi, avanzati la pena di dirmi una bugia.
— Sono venuta per vedere la tua contessa.
— Ah!
— Non l'avevo ancora vista che di sfuggita in campagna, e ci tengo a conoscere com'è fatta una donna onesta che cammina sulle nostre traccie e ci ruba gli amanti. È una bellissima figura. Tu devi farle piangere lagrime molto amare. Mi desterebbe compassione se non mi muovesse dispetto. Ah! quante stupide pur troppo ci sono che guastano il mestiere di donna!... Se non isbaglio, San Luca le faceva la corte.
— Glie la fa ancora.
— Gli è forse per codesto che vuoi bucargli la pelle?
— Se ti dicevo che avrei avuto più caro aver da fare con Baldissero!
— Ma anche questi bazzica molto intorno alla Langosco.
Gian-Luigi alzò le spalle con espressione di suprema indifferenza.
— La ragione te l'ho già fatta capire... A proposito, San Luca è già stato qui a vederti?
— Non ancora.
— E il conte di Staffarda?
— Nemmeno.
— Benissimo. Converrà che tu faccia in modo da trarli senza fallo a casa tua dopo il teatro.
— Li inviterò a cena. Ho già tutto disposto, e il tavoliere del Faraone sarà là ad aspettarli.
— Brava!
— Necessariamente anche tu vuoi essere invitato?
— Sì, ci tengo a questo favore.
— Hai bisogno di guadagnare?
— Voglio anzi perdere.... E desidero trovarmi insieme a quei due.
— Vuoi fare una scena in casa mia?
— Non isgomentarti. Sarà una scena di commedia. Se non mi riesce di trarre San Luca a pie' del muro altrove, convien bene che lo cimenti a casa tua.
Si sentì in quella una mano che si posava sulla maniglia della serratura all'uscio del palchetto.
— Viene qualcheduno: disse affrettatamente Gian-Luigi. Siamo dunque intesi. Io conto su te.
L'uscio si aprì e comparve il cranio pelato del conte Langosco di Staffarda.
Gian-Luigi si alzò, strinse la mano a Zoe, e scambiato un lieve saluto del capo col conte, uscì dalla loggia. Quando fu nel corridoio, trasse di tasca un taccuino, ne strappò un foglietto e col toccalapis vi scrisse le seguenti parole, in francese ancor esse: