Part 33
«Non venite domani al convegno, non ci sarò. Se avete vergogna o fastidio di me, non io son quello che voglia impormi o farvi arrossire. Tenetevi la vostra boria e rinunciate all'amore. Io mi sento uguale a qualunque dei più superbi fra i vostri visitatori, e mi sento degno di voi. Se non lo credete non avrò la debolezza di volervene persuadere, e mi allontanerò per sempre.»
Ripiegò questo pezzetto di carta e lo pose nel taschino del panciotto. Poi discese rapidamente le scale, prese il suo pastrano al guardarobe, uscì di teatro e corse sollecito sino alla bottega del confettiere Bass. Vi comprò un'elegante scatola da dolci, e mentre la si riempiva, col pretesto di assaggiarne uno, fece cascare molto destramente in fondo ad essa la cartolina ripiegata che aveva presa fra le dita. Pagò senza ribatter parola le trenta lire che il confettiere gli domandò per prezzo, e presa la scatola tornò a corsa in teatro.
Pochi minuti dopo entrava nel palchetto di second'ordine, dove tutte due le panche erano occupate dai visitatori che si stringevano intorno alla contessa di Staffarda.
All'entrare del giovane che nella società elegante era conosciuto sotto il nome di dottor Quercia, nessuno di quanti si trovavano in quel palchetto fece il menomo cenno di saluto, e sogguardato appena chi fosse, non prestarono meglio attenzione a lui di quel che facevano al domestico quando veniva a porgere il cannocchiale incrostato di madreperla alla padrona.
Gian-Luigi non fu niente del tutto impacciato per questa accoglienza. Guardò bene l'un dopo l'altro in volto i presenti, fra cui notò non senza soddisfazione che c'erano eziandio il marchesino di Baldissero e il conte San Luca, quindi insinuandosi fra le gambe dei seduti tanto da poter porgere la mano a Candida, disse ad alta voce con accento rispettoso ma sicuro e con qualche tinta di amichevole domestichezza:
— Contessa, la saluto.
Candida fin dal primo momento che aveva visto Luigi entrare in teatro andava domandandosi s'egli si presenterebbe nella sua loggia. Il desiderio di pur vederla poteva averlo spinto a venire e il timore di scontentarla avrebbe potuto tenerlo dal recarsi a farle visita. Glie ne sarebbe stata riconoscente se così avesse fatto. Ma quando poi s'accorse che il dottore era andato nel palco della _Leggera_, ella si disse con irritazione concentrata che di certo egli non avrebbe più avuto l'audacia di introdursi nel palchetto di lei, che se mai avesse tanta temerità, non si potrebbe a meno che accoglierlo come un impudente importuno a cui si fa capire quello non esser luogo per lui.
Col meraviglioso istinto di donna innamorata, ella aveva tosto sentito all'aprirsi dell'uscio che chi entrava era egli; e una fiamma le era salita al volto, per dissimulare la quale la povera donna non aveva trovato di meglio che mettersi rapidamente il cannocchiale agli occhi e guardare con tutta attenzione un punto qualunque in platea, dove la non ci vedea nulla. Ella pensava intanto ad un tratto: non rispondere al saluto del giovane, mostrare di non accorgersi della sua presenza, oppure dirgli alcuna di quelle parole con uno di quei certi toni che servono a dare formale congedo al più audace uomo di questo mondo. Il suo cuore le palpitava penosamente e le tempia le battevano con frequenza tormentosa.
Luigi era lì, ad un passo dal suo cuor palpitante, chinato verso di lei; la voce di lui le aveva suonato all'orecchio, le stava dinanzi il guanto paglierino della mano ch'egli le aveva porto; ed ella non sapeva ancora, o meglio non sapeva più che cosa avesse da fare. Meccanicamente abbassò il cannocchiale dagli occhi, volse un quarto della faccia verso Gian-Luigi e senza punto guardarlo rispose con un'altezzosa freddezza:
— Buon giorno, dottore.
Poi si chinò verso il cavaliere che aveva seduto innanzi a sè a dirgli con molto interesse una cosa di nessuna importanza.
L'accoglimento fattogli non era tale da metter molto a suo agio il _medichino_; ma egli pur tuttavia, non apparve punto punto sconcertato. Al primo istante la sua fronte ratto si solcò di quella ruga che noi già conosciamo, ma poi tosto, per lo sforzo della sua potente volontà, si rispianò più placidamente che mai, e la sua fisionomia continuò ad essere la più serena e graziosa che si possa vedere.
— Contessa: soggiuns'egli col più soave accento della sua bella voce: ecco qui alcuni confetti di Bass che desiderano far conoscenza col corallo delle sue labbra[12].
[12] L'uso di recare in dono dolci e confetti alle signore che si vanno a visitare in palco al teatro Regio vive ancora oggidì — ma di vita stentata; — nei tempi addietro era assai più generale e seguitato.
Candida prese con mano disdegnosa la scatola che Luigi le porgeva e la lasciò cadere nella tasca che c'era nell'interno del parapetto.
— Grazie! Diss'ella asciuttamente.
Luigi si ritrasse in fondo alla loggia.
Siccome non c'era più luogo a sedersi, l'uso voleva che quello dei visitatori il quale da maggior tempo trovavasi nel palchetto partisse per lasciar posto, ma nessuno si mosse, e Luigi dovette restare in piedi presso all'uscio, senza che alcuno gli rivolgesse la parola.
Sotto la placida espressione della sua figura, Gian-Luigi era come il leone _quærens quem devoret_, scorrendo cogli occhi le varie faccie dei presenti, affine di trovare sopra una di esse il pretesto per isfogare il suo interno dispetto e far pagare a qualcheduno l'inflittagli umiliazione, insistendo sopratutto nel fissare il conte San Luca, il quale, meno ancora degli altri, pareva darsi per inteso della presenza di lui.
Finalmente colui che sedeva in prospetto della contessa strinse la mano alla signora, si alzò e partissi. Un altro, ed era il turno di San Luca, passò a sedere sopra il seggio presso al parapetto rimasto vuoto; ciascuno si avanzò d'un grado verso la contessa, e Luigi potè sedersi sopra l'ultimo sgabello presso l'uscio. Si continuò a non rivolgergli la parola, e quando egli volle intromettersi nei discorsi che si tenevano, le cose ch'egli disse furono lasciate cadere come se non fossero state udite da alcuno. Il _medichino_ sentiva aver bisogno di molta prudenza e dissimulava; ma frattanto cercava di far nascere qualche occasione di conflitto con San Luca, e in modo che a costui restasse tutto il torto.
Era il tempo del ballo e si applaudiva con frenesia la prima ballerina. Il conte San Luca batteva ancor esso le mani con entusiasmo cui non frenava neppure la presenza della contessa.
— Cara, carina, _charmante_! Esclamava egli colla sua voce mezzo blesa, biascicando gli erre. Ma guardi, contessa, quanta grazia, che precisione, che _aplomb_! E come va a tempo! Le dico che è una _tempista_ di prim'ordine.
E per mostrare che la ballerina andava a tempo di musica, egli colla mano segnava fuor di misura la battuta sul velluto del parapetto.
— Già non ci sono che le francesi per ballare così bene. Si vede subito a primo colpo d'occhio che quella silfide lì è francese.
Gian-Luigi si sporse per far arrivare la sua voce sino al contino San Luca.
— Scusi, conte, gli disse, ma il suo colpo d'occhio ha torto. Quella furba d'una ballerina, sapendo come la scuola francese possa pretendere maggior valore nella nostra smania di non istimare che le cose forestiere, ha preso nome e linguaggio francese, ma è nata bravamente in un villaggio di Lombardia, allieva della scuola di Milano e recatasi poi a perfezionarsi nell'arte e nei costumi fra le corifee della Senna.
San Luca si volse in fretta a vedere chi fosse a contraddirlo, ma trattandosi del dottore pensò superfluo e non conveniente il pur rispondergli. Tornò a dirizzare la parola alla contessa.
— È una ragazza piena di spirito, sa contessa... Di quello spirito eziandio che si trova solamente nelle donne parigine...
— Ah davvero? Esclamò con ironia la contessa.
— _Pardon!_ Voglio dire nelle donne di quel genere lì... Quello spirito leggiero e _mousseux_ come il loro vino di Sciampagna.
— Ho l'onore di ripeterle, signor conte, disse a voce più alta Gian-Luigi, ch'ella si sbaglia. Quella ragazza lì non è punto francese; lo so di sicuro. E s'ella desidera, io son pronto a fare qualunque scommessa più le piaccia a questo proposito.
San Luca continuò come se nessuno avesse parlato.
— Il barone di San Silvestro fa ogni sorta di follie per quella furbacchiona lì. Dicono che le ha offerto una rendita di due mila lire il mese se la voleva abbandonare le scene e dedicarsi interamente a far felice l'amore cinquantenne di lui. Ella ha risposto che preferiva continuare a volare in punta di piedi sulle tavole del palco scenico e mangiarne quattro di mila lire al mese ai suoi molteplici adoratori.
Gian-Luigi lasciò che il conte pigliasse fiato; e poi con voce calma, tranquilla ma ferma ed elevata da superare il bisbiglio delle conversazioni di tutto il teatro e i suoni dell'orchestra, disse:
— Ella forse non ha badato, signor conte, che le ho diretto la parola e che sono ancora in credito d'una risposta?
Il contino, così direttamente interpellato, rivolse un superbo cipiglio verso chi gli parlava.
— Che? Pronunziò egli a mezze labbra. Ella dice? Siamo così lontani, che le sue parole non arrivano fino a me.
L'intenzione di questa frase era notata con evidente affettazione nella pronuncia.
Gian-Luigi rispose colla maggior calma e colla maggiore urbanità:
— La pregherò allora di farmi conoscere qual sia la distanza alla quale sono accessibili le sue orecchie.
— Signore!... Esclamò il contino che divenne rosso come un galletto.
Candida fu sollecita ad intromettersi.
— Conte San Luca, diss'ella, mi saprebbe dire chi è quella signora vestita in azzurro, là, quasi di faccia, al terz'ordine?
San-Luca rispose alla contessa e non disse più altra parola al dottor Quercia: questi da parte sua non disserrò più le labbra.
Poco dopo, entrato un altro visitatore, fu la volta di San-Luca a dipartirsi. Passando innanzi a Gian-Luigi per dar luogo a colui che entrava e faceva ad inoltrarsi per salutar la signora, il contino dovette accostarsi al _medichino_ e per disavventura gli pestò un piede. Gian-Luigi alzò la faccia verso San-Luca come aspettandone una parola di scusa, e poichè questa non veniva, egli disse forte colla medesima calma:
— Le faccio osservare, signor conte, che quella cosa cui Ella ha calpestato con sì poca destrezza è il mio piede.
San-Luca non se ne diede per inteso il meno del mondo ed uscì. Luigi soggiunse allora a voce alta che tutti potessero udir bene:
— Ho sempre creduto sinora che chi facesse come ha fatto adesso il conte di San-Luca e non si scusasse commettesse atto da villano.
Il contino certo udì queste parole, perchè l'uscio si riaprì di nuovo a metà, come s'egli volesse rientrare; ma poi, cambiato avviso, continuò il suo cammino.
Luigi non parlò più. Aspettò con santa pazienza che il suo turno venisse di andarsi a sedere in prospetto alla contessa, e quando esso fu arrivato invece di passare sul seggio che gli competeva, porse la mano alla signora e ne tolse commiato.
Candida gli diede la punta delle sue dita.
— Ah! esclamò egli, come ricordandosi subitamente di qualche cosa. Debbo ancora dare una risposta a quanto ella mi fece l'onore di domandarmi ieri.
E chinatosi verso di lei, le disse sollecito sotto voce:
— Nella scatola c'è un biglietto; bisogna assolutamente che lo leggiate.
Poscia abbandonò il palchetto così calmo, sicuro e indifferente in apparenza come quando era entrato.
Al fondo delle scale dei palchi, in quel piccolo atrio che mette in platea, il _medichino_ trovò il conte San-Luca che discorreva vivamente col marito di Candida; e s'avanzò verso di loro colla maggiore agiatezza del mondo.
San-Luca si tirò su della persona con mossa piena di superba minaccia, e guardando disdegnosamente Gian-Luigi, gli disse:
— Giusto lei che si aspettava. Ella ha bisogno d'imparare come si tratta con i pari miei ed io avrò la compiacenza di mostrarglielo. Il mio amico, il conte di Staffarda, ha ben voluto farmi il favore d'incaricarsi di dirgliene il modo.
Gian-Luigi s'inchinò con aria leggermente ironica.
— Ne godo, rispos'egli. Così imparerò quella giusta distanza a cui ho fatto allusione poc'anzi nella loggia della contessa.
Il contino represse un atto di dispetto, strinse la mano a Langosco, fece un cenno di saluto col capo al suo avversario e partì.
Il _medichino_ ed il marito di Candida rimasero fronte a fronte, e si guardarono per un poco ambedue negli occhi. Il conte si ricordava del contegno tenuto la sera innanzi da quel giovane e non dubitava del suo coraggio; Luigi che diffatti non temeva nulla, divisava d'essere modesto e temperato pur tuttavia, per guadagnarsi i suffragi dello stesso padrino del suo avversario.
Cominciò a parlare il giovane:
— Duolmi, assai che il conte di San-Luca mi abbia prevenuto in due maniere; prima inviando a chieder da me quelle spiegazioni che io era in diritto e nella precisa intenzione di chiedere a lui; secondo incaricando di ciò colui appunto, al quale io aveva in animo di rivolgermi per domandare consiglio e il suo potente sostegno.
— Me? disse il conte tutto stupito, mettendosi una mano sul petto. Era suo proposito di richiedermi di farle da padrino?
Gian-Luigi s'inchinò.
— Non la avrei pregata subito d'essermi padrino, perchè codesto suppone già il duello come necessario, ed io mi sarei lusingato che coll'intervento della S. V. il contino di San-Luca avrebbe inteso ragione, ed uno scontro si sarebbe potuto evitare.
— Oh oh! Esclamò il conte. Avrebbe forse più caro d'evitarlo?
— Signor sì: rispose fermamente Luigi pur con evidentissima audacia nello sguardo: perchè se molto è l'onore per me nel cimentarmi col signor conte, credo poi che la cosa in fondo non valga la spesa di mettere a repentaglio la vita di due uomini, di cui uno d'illustre prosapia e l'altro non voglioso affè di tirar giù così presto il telone sulla commedia della sua vita.
— Di modo che: disse lentamente il conte di Staffarda, serrando le ciglia per gettare uno sguardo acuto ed incisivo sul giovane che gli stava dinanzi; di modo che lei rifiuterebbe uno scontro...
— Non dico questo: interruppe vivamente Gian-Luigi. Dico che se a me, come si doveva, fosse stata lasciata l'iniziativa in questo affare — imperocchè io sono l'offeso dai diportamenti del signor conte — io avrei mandato non a recare un cartello di sfida, ma a domandare a chi mancò di creanza verso di me le opportune spiegazioni...
— Il conte di San-Luca non dà spiegazioni di fatta alcuna: disse asciuttamente Langosco.
— Ha torto; ribattè pacato il _medichino_. Perchè quando si oltraggia qualcheduno senza ragione, si deve dichiarare che la cosa è successa involontariamente, o si confessa che si è un prepotente...
— La prego di risparmiarmi i suoi apprezzamenti. Noi siamo qui ora per altra bisogna. Accetta ella una disfida?
— Non la rifiuto e non l'accetto. Dico che c'è campo da trattare.
— Noi non trattiamo. Se non vuole una disfida, è ella disposta a fare le sue scuse al conte di San-Luca?
Un vivo rossore corse al volto del _medichino_; pure si contenne calmo e diede lentamente la risposta.
— Farei queste scuse, quando fossi persuaso che il torto è dalla mia parte; ma siccome invece è chiaro che tutto il torto è da parte di colui ch'ella rappresenta, non posso far io una cosa che a lui in verità toccherebbe di fare. Permetta, signor conte, che io le parli colla franchezza cui mi pare che la non breve consuetudine facciano lecita al suo compagno di caccia e di sollazzi: un duello io non lo desidero, perchè ho l'onore di assicurarle che in un duello io sarei vincitore, e l'aver ferito o peggio, il conte di San-Luca è un troppo pericoloso onore per me. Quindi io sarò disposto a finir la contesa pacificamente affatto.... ma ad una condizione: che non mi si domandi nulla che altri non farebbe, che ella stessa, signor conte, non vorrebbe fare...
— Eh! io non farei nemmanco tante chiacchere: disse con impazienza il conte Amedeo.
Gian-Luigi prese subitamente un aspetto più superbo e più fiero di quello del suo interlocutore.
— Non facciamone più. I padrini del conte di San-Luca sono Ella e?....
— Il marchesino di Baldissero.
— Va benissimo. Li metterò tosto in rapporto coi miei...... To' per farla più presto, potranno trovarsi tutti quanti dopo lo spettacolo in casa la _Leggera_. In due parole tutto sarà combinato per domattina e a noi medesimi comunicati i presi accordi. Sta bene così?
— Sta bene: rispose il conte.
Si salutarono gravemente e si separarono, questo ultimo per salire nel palchetto di sua moglie, il _medichino_ per entrare in platea. Qui, trovati due ufficiali suoi conoscenti, li informò di tutto, ottenne che gli servissero da secondi, diede loro per mandato di scegliere la pistola, poichè a lui come a sfidato si apparteneva la scelta dell'arma, e finito il teatro li condusse con sè nella suntuosa abitazione della _Leggera_, che faceva risplendere alla luce di centinaia di lumi la sfarzosa farragine dei suoi arredi di prezzo e dei suoi mobili di lusso.
CAPITOLO XXV.
Anche la _Leggera_ era una povera creatura appartenente alla classe dei derelitti. Ella aveva bensì avuta la buona sorte di nascere da legittime nozze, nell'infima plebe, dove si stenta il pane ed è più travagliata la vita. Le memorie che le ne erano rimaste di quella sua prima infanzia erano debolissime, offuscate e cancellate dalle tante e sì strane vicende che le erano intravvenute di poi. Solamente si ricordava di aver avuto freddo l'inverno, caldo la state in una soffittaccia vuota di masserizie, fame tutto l'anno, e troppo sovente l'accompagnatura di battiture senza ragione.
Un bel giorno ella si ricordava essersi ferma sur una piazza a mirare una schiera di saltimbanchi che faceva degli esercizi i quali a lei parevano i più meravigliosi del mondo. C'erano due ragazze, presso a poco della sua età, che con un sorriso fisso sulle labbra sottili contorcevano le loro piccole membra in mosse le più forzate e violente. Gli occhi della piccola Martuccia — allora la non si chiamava ancora nè Zoe nè la _Leggera_ — erano attratti come per una malìa dai lustrini che lucicchiavano nelle sottane corte e sporche di quelle sue coetanee, dai ricami dorati nei loro corpettini frusti e sgualciti che agli occhi della bambina abituati allo spettacolo della peggiore miseria parevano poco meno che una sontuosità ed una ricchezza.
Il capo di quella schiera di saltimbanchi, un uomo grande, grosso, straordinariamente membruto nelle braccia e nelle coscie, con un collo da toro ed una voce eternamente rauca, una matassa arruffata di capelli lanosi sulla grossa testa dalla fronte bassa, la faccia sempre sporca e la barba sempre da radere; il capo adocchiò questa bambina pallida, ma di avvenente aspetto e di sì ben costrutta corporatura che un ginnastico ne sarebbe stato molto soddisfatto ed un artista ammirato, la quale con tanto d'occhi stava intenta allo spettacolo offerto pubblicamente ai fannulloni della piazza. L'istruire dei bambini e sopratutto delle bambine all'arte dei salti mortali e delle contorsioni impossibili era, come si suol dire, la specialità di quell'uomo; il quale accortamente aveva notato come la vista degli esercizi di quelle povere creaturine, massime se femmine, eccitando assai meglio la compassione degli spettatori, procurasse una più abbondante raccolta di soldi.
Ora la sua compagnia infantile erasi ridotta a due soltanto; e ciò non gli bastava. Ancora, una delle due rimastegli minacciava intisichire ed andare a raggiungere quanto prima nel mondo di là le sue compagne, che il saltimbanco aveva seminato qua e colà pei varii cimiteri delle città traverso cui si era trascinata la sua nomade vita. Da qualche tempo cercava una preda, e l'aspetto della piccina strappata e macilenta, che vedemmo poc'anzi, fatta donna, in palco al teatro, che troveremo or ora nel suo splendido quartiere, l'attenzione profonda prestata da essa ai giuochi che le si venivano facendo dinanzi, gli parvero indizi quella essere fatta apposta pel suo bisogno.
Un vecchio organetto scordato, posto sopra un cavalletto di legno zoppo, accompagnava colle sue disarmoniche armonie irritanti gli esercizi di forza e di destrezza che le due bambine venivano facendo sopra il logoro tappeto steso sul suolo a mezzo il circolo degli spettatori. Quest'organetto laceratore di ogni orecchio, anche del più mal costrutto, era suonato da un giovinotto magro magro, le cui guancie infossate erano coperte da un centimetro di belletto e che vestiva da pagliaccio. Il poverino con una fame da sedicenne non mai saziata, fatta azzittire mercè i mali trattamenti del principale, aveva l'incarico di tener allegri gli spettatori mediante certe facezie che aveva imparato a memoria a suon di bastonate e mediante le smorfie che doveva fare quando il capo gli tirava le orecchie o gli assestava un calcio nel sedere in presenza del rispettabile pubblico rappresentato da una frotta di facchini e di furfantelli, e dell'inclita guarnigione presente per mezzo di qualche sfaccendato coscritto. Queste tirate d'orecchio e questi calci dovevano essere figurativi, e il buon pubblico, che li prendeva per tali, si sganasciava allegramente alle boccaccie spiritate che faceva il meschinello di pagliaccio, ricevendoli; ma in realtà avveniva che troppo spesso erano di maledetto senno, sì che il giovinetto tutto indolenzito ne portava i contrassegni per un pezzo, senza che ciò andasse pure in diminuzione di quella provvista di cazzotti e di picchiature che il bravo principale aveva per abitudine di distribuirgli a domicilio.
Accanto allo strimpellante organetto, una donna di corporatura enorme, con lineamenti da uomo e colorito permanente da ubriaco sulle guancie paffute, con certe braccia da parer coscie di un alcide, batteva a contrattempo dei colpi tremendi sopra una gran cassa sostenuta ancor essa da un cavalletto di legno. Era essa vestita eziandio colla sottana corta di color rosso e giallo, tempestata di lustrini, e mostrava certe gambe che a paragonarle a quelle dell'elefante era far torto a queste ultime.
Il saltimbanco si accostò a questa donnaccia, ed accennando la piccola Martuccia, le disse sottovoce:
— Eh? mi pare che quel bocconcino lì sia l'affar nostro.
La donna fece rotare i suoi occhi senza luce verso la piccina, e rispose con un cenno affermativo. Martuccia sentì su di sè lo sguardo di quell'uomo e di quella donna, e benchè ne provasse una specie di malessere, non ebbe tuttavia la risoluzione e neppure l'idea di allontanarsi da quel luogo.
Gli esercizi erano finiti, il cerchio degli spettatori erasi dileguato, e Martuccia era ancora lì con occhi spalancati a fissare quelle due bambine, alle quali la femmina enorme aveva distribuito un pezzo di pane ed un pomo per ciascuna, e che se lo mangiavano avidamente, accoccolate sopra il tappeto ripiegato e portato presso l'organetto. Il pagliaccio, forse in punizione di qualche commesso malestro, non aveva ricevuto nè pomo nè pane, e sedutosi per terra dall'altra parte dell'organo, stava colle gomita appoggiate alle ginocchia e la faccia nascosta fra le mani.
Lo sguardo che Martuccia fissava sul pane e sul pomo delle due piccole saltatrici, era tutta una rivelazione. La donnaccia pensò subito trarne profitto. Si accostò alla piccina con in mano un pomo e sulle labbra un sorriso che voleva esser grazioso e riusciva ad orribile.
— Bella piccolina: diss'ella alla bimba. To', vorresti tu questo bel pomo?
Il primo movimento della piccina fu di paura. Si trasse in là vivamente e guardò esterrefatta quella faccia grossa di color pavonazzo, da cui usciva fuori una voce inqualificabile nella gamma delle voci umane.