La peste di Milano del 1630

Part 17

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Le schiere che sotto gli ordini de’ singoli comandanti discesero dall’Alemagna in Lombardia, portandovi la desolazione, la carestia e la peste, componevansi di 7456 cavalieri, e 28,000 fanti, in totale 35,456 uomini[170].

Lungo tutto lo stradale percorso da queste schiere, i soldati avevano gli alloggi militari nelle campagne e nei paesi circonvicini. Se fossero stati Francesi in guerra con noi, non poteva essere più sfrenata la licenza, nè maggiore la fuga dei terrazzani. Quasi avessero l’incarico di depredare i luoghi donde passavano, incendiavano, rapinavano, rubando buoi, giumenti e quanto trovavano nascosto nelle case o sotterra. Laddove il loro furore non rinveniva su che sfogarsi, legati i capi di casa trascinavanli seco prigioni: le più scoscese cime dei monti non erano a’ fuggitivi sicuro asilo, perchè un contadino più ricco, o qualche invidioso li scopriva, e non di rado i soldati medesimi coll’astuzia loro propria. Il soldato, avido di bottino, teneva dietro al suo ospite e trovandolo entro i nascondigli lo tempestava di busse finchè, costretto a seguirlo, avesse scavato per lui quanto aveva seppellito.

I comandanti non provvedevano a simili nequizie, sia perchè partecipi del bottino, sia perchè alcuni di essi gran signori, malcontenti d’aver dovuto lasciare la patria, e occupati dei propri affari, chiudevano l’orecchio ai reclami, sprezzando rimediare a’ disordini, secondo loro, di nessuna entità.

Quando poi alle prime schiere che diedero siffatti esempj d’indisciplina, tennero dietro le susseguenti, crebbe la ruina, perocchè, furibonde le nuove soldatesche di non trovar più nulla che saziasse la miseria o la cupidigia loro, sfogavano sui miseri abitanti la rabbia della sfuggita preda. Intere famiglie restavano per giorni, finchè potevano resistere, in vetta ai monti o ne’ burroni delle valli, e quando, passato l’esercito oltre i loro confini, s’avventuravano di tornare alle proprie abitazioni, trovavano rubato quanto eravi di trasportabile, ogni altro oggetto a pezzi, sparpagliato, arso, distrutto. Codeste ingiurie tollerate in quel tempo a danno dei contadini, non solo snervarono a forza di patimenti i corpi, ma indussero gli animi a disperazione. E quand’anche le tedesche coorti non avessero portata seco la peste, l’avrebbero fatta scoppiare.

Le quali cose mi fu necessario notare, affinchè i nostri reggitori conoscano di quante cautele sia d’uopo ogni qual volta muovono gli eserciti.

Nel Lazzaretto, alle leggi e discipline sopra descritte si aggiunse un savio regolamento, opportunissimo a scemare i tanti mali di esso luogo. Due nobili vennero scelti ad intervalli per visitare ivi le capanne ed ogni angolo del recinto, per invigilare sui bisogni dei poveri, sulla fedeltà e lo zelo dei singoli impiegati nell’adempimento dei proprj doveri, e provvedere ad ogni emergenza coll’autorità loro impartita, o renderne avvisato il Tribunale di Sanità ed i Decurioni.

I medici conservatori ebbero l’incarico di fare ogni giorno per turno la visita alle capanne degli appestati e tenere informato il Tribunale. Si trascelsero sacerdoti, mantenuti a spese pubbliche nel Lazzaretto, non solo per amministrare i sacramenti, attendendo alla cura delle anime, ma affinchè con esortazioni, e dolci e paterni discorsi, procurassero d’ispirare a ciascuno pazienza e coraggio.

Si stabilì che alcuni sovrintendenti salariati, si recassero giornalmente nel Lazzaretto, osservando i casi varj, le morti, e quant’altro trovavano cui bisognasse gastighi o rimedii, notandolo in apposito libro da presentarsi tosto alla Sanità.

I medesimi s’incaricarono di visitare e far spurgare le cloache, le fogne, gli abituri degli indigenti, fetide non meno di queste, affinchè il lezzo non desse fomite al morbo. Così pure di tutti i cadaveri trovati nel Lazzaretto o per la città, dovevano notare i nomi in un registro, farne abbruciare gli abiti e qualunque oggetto di cui erasi servito il morto. Dovevano altresì accendere il fuoco e bruciar profumi nella stanza o capanna dov’era spirato; costringere a star disgiunti gli appestati, e gli altri più o meno sospetti, non permettendo veruna comunanza tra essi.

Eravi poi un custode cui incombeva la sorveglianza del Lazzaretto e delle private abitazioni, e che su tutto doveva invigilare a norma dei prescritti regolamenti.

Lungo sarebbe noverare la schiera degli uffiziali di Sanità, lungo svolgerne i singoli incarichi e le molte e varie discipline con cui governavasi la moltitudine dei malati raccolti nel Lazzaretto quasi in una sola famiglia. Due casuccie e due uomini dell’infimo volgo ruinarono Milano, spargendovi il contagio; del pari una lieve scintilla incendiò, e quasi distrusse Monza, Saronno ed altre primarie terre. Nè fia inutile ricordare due casi ad esempio, perchè si conosca, sto per dire, l’indole di questo morbo, il quale esce donde meno si crederebbe, e se assale un plebeo, acquistando terribile forza, a niuno perdona, nè umano potere il può domare prima che fra tutte le classi non abbia menato strage.

Una vecchia comperò da un soldato tedesco un sucido mantello foderato di pelliccia, che aveva servito per avventura a qualche vivandiera; pericoloso arnese anche senza sospetto di contagio. La vecchia, indossatolo, venne dal suo villaggio a Saronno pel mercato, ed ivi morì d’improvviso, e col suo contatto diffuse la peste in tutto quel nobile borgo.

A Cassano sopra l’Adda, paese ancora sano, un tale comperò da un soldato un sacchetto di polvere, e maneggiandolo, fu côlto da vertigini e da fortissima emicrania, e in brev’ora cessò di penare e di vivere[171]. Alcuni mesi dopo, la peste scoppiò nei dintorni di Cassano, ma per allora quel caso singolare che spaventò i terrazzani, con grande loro meraviglia e gioja non ebbe conseguenze. Delle molte persone che avevano tocco il sacchetto di polvere e confabulato col venditore e più col compratore nell’osteria e sulle barche, neppur uno contrasse la peste che a ragione paventavano serpeggiasse loro nelle viscere.

Il contrario accadde in Monza, dove una donna ebbe in regalo da un uffiziale tedesco un astuccio con entro spille ed altri ferri per lavori femminili. Avendone cavato uno spillone per accomodarsi i capegli, cadde morta sull’istante. Due o tre sue parenti e vicine, e gli uomini della loro famiglia ne rimasero vittima; ma niun altro caso si verificò per allora in essa città, che in seguito fu desolata dalla pestilenza quasi al pari di Milano.

APPENDICE

DEL TRADUTTORE AL LIBRO QUARTO

_Intorno la mortalità della peste del 1630 e la popolazione di Milano a quell’epoca._

La città stremata dalle morti.

RIPAM., _Lib. I, pag. 4_.

V’hanno nella presente storia molti fatti oscuri e controversi, ma nessuno di certo sul quale le opinioni siano tanto divergenti come sulla mortalità cagionata dalla peste. Volerne determinare la cifra con esattezza riesce impossibile, perchè i registri battesimali o mortuarj erano tenuti, a quell’epoca, con gran trascuranza. Inoltre si trovano in questi registri grandi lacune durante il contagio, conseguenza inevitabile delle morti di chi li teneva, e del generale trambusto. Nel secolo XVII non s’aveva idea di quadri statistici, per cui lo storico, in questo argomento, non può fondare le sue opinioni che su congetture.

Mi proverò nondimeno a schiarire possibilmente la questione, e prima di tutto giovi qui riportare le cifre della mortalità, secondo varj autori contemporanei.

Ripamonti, che lavorava sui documenti autentici messi dal Consiglio a disposizione di lui qual storiografo di Milano, dice, _giusta la comune congettura, si calcolò morissero_ 140,000 _persone_. (Pag. 222.)

Tadino, stabilendo la popolazione di Milano avanti la peste a 250,000, dice che morirono 185,558, esclusi i religiosi (pag. 136); altrove invece parla della _grandissima mortalità seguita in numero eccedente di_ 165,000 _persone_ (pag. 86).

Somaglia afferma che ne perirono 180,000 oltre i bambini.

L’iscrizione dei Frati della Pace da me riportata (pag. 164) dice 190,000.

Pio della Croce: _Morirono entro il circuito della mura_ 150,000 _di certissima scienza, non mancando chi lo accresce di altri_ 20,000.

Il Rivola nella vita di Federico, lib. V, cap. XIV, più moderatamente: _Cessata per divina misericordia la ferocità del morbo, la quale, secondo il calcolo fattosi circa la metà di settembre_ (1630), _trovate furono essere morte di peste_ 122,000 _persone_.

Al Rivola s’avvicina il canonico Torri, che, scrivendo quarant’anni dopo il _Ritratto di Milano_, diceva: _Nel_ 1630, _vivendo in que’ tempi anch’io benchè fanciullo, sovvi dire che vidi spettacoli da inorridire pietre non che cuori umani, morendo de’ cittadini più di dugento alla giornata ne’ principj del male, ed in meno di sei mesi nella stessa città più di cento mila_. (Pag. 8.)

Siccome però questi ultimi due scrittori non parlano che della mortalità di sei mesi, così estendendola ai due anni e mezzo che durò il contagio (novembre 1629 — febbrajo 1632), si avrebbe una cifra poco minore della citata.

Ma sarà dunque vero che in Milano il contagio mietesse da 160,000 a 180,000 vittime? Su che fondasi questa spaventevole cifra? Sulle vaghe asserzioni del Tadino e del Ripamonti copiati dagli altri, i quali scrissero parecchi anni dopo.

La vera e positiva base su cui istituire i calcoli della mortalità fu, e sarà sempre, la popolazione. Vediamo quindi se indagando qual era la popolazione di Milano d’allora, ne riescisse di sciogliere in modo plausibile la questione.

Che la città nostra anticamente fosse numerosa d’abitanti, pare indubitato, stante le manifatture d’armi, di lane e seterie che occupavano gran numero d’artefici e commercianti. Bonvicino fa ascendere nel 1288 a 200,000 gli abitanti. Il Morigia dice che nel 1590 erano 264,000.

Il Ripamonti: _Contava un tempo trecento mila abitanti, duecento mila avanti la peste, ec_. (Pag. 6.) Il Tadino va oltre: _Trouandosi la città per l’addietro più di duecento cinquanta mila persone_.

Ma nel 1630, quando già da un secolo la dominazione spagnuola aveva ruinate le manifatture e il commercio, è egli presumibile ragionevolmente che Milano fosse ancora sì popolato? Arrogi il gran numero di chiese e monasteri che ricettavano un piccolo numero di persone a confronto dell’area occupata.

Io feci lunghe indagini per rinvenire in qualcuno dei vecchi archivj pubblici l’anagrafi della popolazione, eseguita durante la carestia nelle singole parrocchie per ordine del Consiglio che voleva conoscere in modo positivo il numero dei poveri da alimentare. Ma questo documento, di cui parla a lungo il Ripamonti (pag. 225), senza però indicare la cifra, che appunto è ciò che importerebbe, andò fatalmente smarrito; almeno io non ne rinvenni traccia.

Esiste per buona fortuna nell’archivio di San Fedele un registro mortuario dal 1452 in avanti, anno per anno, anzi mese per mese[172] con poche lacune, con importanti annotazioni in margine sulle epidemie e contagi che accrebbero in diversi tempi il numero dei morti.

Questo registro è l’unico documento che offre una base non certa ma plausibile per determinare la popolazione di Milano in date epoche. La mortalità ordinaria si ritiene al sommo di quattro per cento all’anno: aggiungendo tutt’al più un due per cento pei morti negli ospitali e conventi che non venivano notificati, riusciremo in qualche modo a dedurre dai registri della Sanità quale fosse la popolazione.

Nei quattro anni prima della carestia abbiamo il seguente quadro:

Anno 1625 Morti Num. 4181 » 1626 » » 3482 » 1627 » » 3157 » 1628 » » 3513

Sommando i quali anni trovasi un adequato di 3600, trascurate le frazioni. Aggiungasi il 2 per cento per la mortalità degli ospitali, conventi, ec., e risulterà che la popolazione di Milano avanti la peste era di 140 a 150 mila anime.

Ora quanti è da supporsi ne morissero di peste o d’altre malattie dal novembre 1629 al febbrajo 1632, periodo in cui durò il contagio?

Il citato registro mi dà le seguenti cifre:

Anno 1629 Novembre Morti Num. 422 » » Dicembre » » 488 » 1630 » » 13,350 » 1631 » » 3,288 » 1632 Gennajo » » 181

Totale 17.729

I morti nel Lazzaretto, ove, secondo Ripamonti e Somaglia, salirono fino a 1700-1800 per giorno nel maggior furore della pestilenza in luglio e agosto, si possono calcolare al più 60,000, ritenuto come dato abitrario il numero di 1700 morti per giorno, stante l’incremento ed il rallentamento proprio sempre dei contagi. Aggiungasi per ultimo i morti negli ospitali, nei conventi, per le strade e i non registrati, che non si potrebbero con ragionevolezza spingere più di 8000-9000, e si avrà:

Dai Registri Num. 17.729 Nel Lazzaretto » 60,000 Ospitali, ec. » 8,271

Totale 86,000

La qual cifra ritengo sia la più vicina al vero. In prova di che torna in acconcio un passo del Tadino, il quale scrive che _per le santissime feste del Natale_ (1631) _era restato nella città per le diligenze fatte solamente il numero di_ 64,442 _persone_.

Dunque, supposti come sopra i morti 86,000 I sopravvissuti circa 64,000

Avremo un totale di 150,000

che sarebbe a un dipresso la popolazione di Milano avanti la peste.

Che poi gli abitanti fossero morti più della metà, riducendosi appunto a circa 60,000, lo comprova il più volte citato registro, dal quale risulta, che nel 1632 morirono soli 1795, e che per undici anni, cioè dal 1632 al 1643, la mortalità annua rimase fra i 1700 e 2000, che è appunto la metà di quella dei quattro anni precedenti il contagio.

Quanto alla mortalità del Ducato di Milano è impossibile determinarla per la mancanza di documenti; oltrechè le morti subirono variazioni innumerevoli secondo i paesi, i quali soffrirono più o meno, e alcuni perfino rimasero deserti, essendo periti tutti gli abitanti. Forse però non andrebbe molto lontano dal vero chi facesse ascendere a mezzo milione i periti di contagio nella Lombardia spagnuola.

Tanta perdita di gente recò gravissimo danno all’agricoltura, al commercio, alle arti, e lasciò nei superstiti alla catastrofe e nei loro discendenti un profondo sentimento di terrore. Di ciò fa prova il più volte citato registro, nel quale dal 1630 s’incominciò a porre le iniziali S. S. P., ovvero S. P. S., _sine suspicione pestis — sine pestis suspicione_, segnatura d’ordine, che trovasi continuata per un secolo e mezzo, cioè fino al 1780.

«Per tutto il passato secolo (dice Verri)[173] risentì questo infelicissimo stato la enorme scossa di quella pestilenza. Le campagne mancarono di agricoltori; le arti e i mestieri si annientarono; e fors’anche al giorno d’oggi abbiamo dei terreni incolti, che prima di quell’esterminio fruttavano a coltura. Si avvilì il restante del popolo nella desolazione in cui giacque; poco rimase delle antiche ricchezze, e non si citerà una casa fabbricata per cinquant’anni dopo la pestilenza, che non sia meschina. I nobili s’inselvatichirono; ciascuno, vivendo in una società molto angusta di parenti, si risguardò come isolato nella sua patria; e non si ripigliarono i costumi sociali, che erano tanto splendidi e giocondi prima di tale sciagura, se non appena al principio del secolo presente.

_Francesco Cusani_

FINE DEL LIBRO QUARTO.

LIBRO QUINTO

CONFRONTO DELLA PESTE DEL 1630 CON ALTRE, E SPECIALMENTE CON QUELLA DEL 1576.

PROEMIO

AL LIBRO QUINTO

Col Libro Quinto il Ripamonti dà termine alla _Storia della Peste del 1630_. Io cercai illustrarla per quanto mi concedeva l’ingegno e l’angustia del tempo; ed ora rendo pubbliche grazie a miei concittadini, che accolsero con vero favore quest’opera ai medesimi dedicata e in uno ai molti i quali mi furono cortesi di documenti e notizie.

Le ricerche negli archivj e biblioteche, sì pubbliche che private, le minuziose indagini per verificare fatti o date controverse, l’esame dei monumenti, iscrizioni e di quant’altro ricorda fra noi la pestilenza del 1630, sono per sè tali che esigono fatica e perseveranza non poco. Se quindi, malgrado la scrupolosa diligenza usata, incorsi in ommissioni e inesattezze, mi verranno, spero, condonate da chi conosce le molte difficoltà, inseparabili in lavori storici di simil genere.

Siami però concesso, data l’opportunità, di scolparmi d’una inesattezza che a torto mi venne rimproverata. Il signor Alfonso Frisiani nell’Appendice della Gazzetta Privilegiata di Milano del 25 gennajo, parlando del mio lavoro sul Ripamonti in modo per me lusinghiero, soggiunge:

«Noteremo soltanto al Cusani che il Lazzaretto di Milano da lui attribuito, secondo la comune opinione, a Bramante da Urbino (vedi pag. 18, nota 2.ª) lo è invece di Lazzaro Palazzi, siccome abbiamo scoperto e pubblicato in questa Gazzetta al n.º 13».

Il signor Frisiani annunziò d’aver rinvenuto nell’archivio del nostro Ospitale Civico documenti comprovanti che l’autore del Lazzaretto fu un _Lazzaro de’ Palazzi_, ingegnere architetto, ed io, lungi dal negare questa scoperta, che rivendica al vero autore di quel grandioso edificio la gloria d’averlo innalzato, me ne rallegro con lui. Ma come era possibile, senz’esser indovino, ch’io me ne giovassi nella citata nota del Libro Primo, pubblicato nell’ottobre 1841, mentre il Frisiani annunziò la sua scoperta il 13 gennajo 1842? Di ciò non avrei fatta parola se parecchi amici miei, studiosi delle cose patrie, non m’avessero tenuto discorso di quella supposta inesattezza.

Il LIBRO QUINTO del Ripamonti può chiamarsi un’aggiunta alla sua storia, altro non essendo che un confronto del contagio del 1630 con altri. Nei primi tre capitoli, sfoggiando erudizione, com’era usanza de’ secentisti, il nostro autore compendia e traduce nel suo maestoso latino Tucidide ed il Boccaccio, le cui descrizioni della peste di Atene e di Firenze rimangono modelli di storica eloquenza. Poscia, tacendo, per buona fortuna! delle moltissime pestilenze che afflissero l’Italia e la Lombardia negli antecedenti secoli, viene a descrivere quella del 1576, detta comunemente di S. Carlo, e ne racconta i casi.

Ora intendendo io d’illustrare anche quest’ultimo Libro con note desunte specialmente dagli scrittori contemporanei, trovo necessario dire in breve dei più importanti tra questi, inserendo qui un altro brano del mio _Ragionamento sui principali Storici e Cronisti milanesi_.

* * * * *

ASCANIO CENTORIO, Commendatore di San Giacomo di Compostella, raccolse e pubblicò in Venezia pel Giolito 1579 _I cinque Libri degli Avvertimenti, Ordini, Gride, Editti, Fatti, osservati in Milano ne’ tempi sospettosi della peste negli anni 1576, 1577_.

È un volume in 4.º di 450 pagine, dedicato a Gerolamo Monti Senatore e Presidente della Sanità, avo di quello che vedremo figurare nelle stesse magistrature durante la successiva peste del 1630. Il Monti accettò la dedica, lodando molto il Centorio, ed anche d’aver scritto _in lingua volgare, perchè gli ordini possino essere meglio intesi da ognuno_.

Questo è il libro più completo ed importante circa la peste del 1576, e per essere d’un contemporaneo che lo pubblicò subito dopo, e per la copia delle notizie, e giacchè contenendo gli editti, ordini, ec., risparmia la fatica, non di rado inutile, di andarle a pescare nei gridarj quasi tutti incompleti. L’esposizione e lo stile si risentono dei difetti del secolo; ma almeno trovasi l’ordine, chè il Centorio seguì passo passo l’andamento del contagio.

Il Padre BUGATO, Dominicano a Sant’Eustorgio, diede in luce nel 1578 un libricciuolo di 60 pagine, intitolato: _I fatti di Milano al contrasto della peste, over pestifero contagio dal 1 agosto 1576 all’ultimo dell’anno 1577_. L’editore lo dedicò al cavaliere Gabrio Serbelloni, il quale, sendo luogotenente del governatore d’Ayamonte, adoperossi, benchè vecchio, con gran zelo in quella calamità a vantaggio della patria. Quest’operetta serve di raffronto, e nulla più, attesa la brevità sua.

Un FILIPPO BESTA, procuratore milanese, raccolse e pubblicò la _Vera Narrazione del successo della peste che afflisse l’inclita città di Milano l’anno 1576_. Libretto di 140 pagine, dedicato a S. E. il Gran Cancelliere Ferrer. È di niun uso allo storico, perchè semplice compendio del Centorio, e perchè pubblicato mezzo secolo dopo l’epoca di cui tratta, cioè nel maggio 1630, quando, crescendo la pestilenza, si ristamparono molti opuscoli, ordini, discipline, ec., riguardanti il contagio del 1576, sia per ordine dell’autorità, sia per speculazioni private.

Molte rilevanti notizie si raccolgono dal Giussani, dal Bescapè, e dagli altri biografi di S. Carlo, il quale a tutti è noto con che zelo s’adoperò a mitigare pel suo gregge quel flagello. Nel 1579 egli diede in luce _per Michele Zini, stampatore del Seminario, il Memoriale di Mons. Ill.mo et Rev.mo Cardinale di Santa Prassede, Arcivescovo, al suo diletto popolo della città et diocesi di Milano_. Volumetto in 24º di pagine 500, preziosissimo per quanto risguarda il clero durante il contagio, e per l’unzione cristiana del santo arcivescovo che lo compose a vantaggio spirituale del suo popolo.

Il _Memoriale_ di S. Carlo, unitamente alle pastorali regole, ec., da lui dirette al clero in occasione del contagio, si trovano raccolte negli _Atti della Chiesa Milanese, Parte VII_.

Potrei aggiungere molti altri Libri, ma essendo questi d’importanza secondaria, sarebbe un dilungarmi con superfluo e vanitoso sfoggio di bibliografica erudizione.

* * * * *

È mio intendimento di non apporre numerose note a questo Libro V, perchè il racconto del Ripamonti è per sè stesso di già abbastanza minuzioso, e perchè, a dirla francamente, la peste del 1576 fu in realtà assai meno terribile e disastrosa di quello che ne suoni la fama tra noi.

Ho già avvertito nella mia _Introduzione_ che in Milano, per tradizione popolare, si conservò memoria unicamente della peste del 1576, facendone una sola con quella senza confronto più micidiale che le succedette, soltanto per la memoria di S. Carlo. A vieppiù comprovarlo, ora soggiungo che venne dimenticata altresì la pestilenza del 1524, avvenuta 52 anni prima, come per bizzarra coincidenza, avvenne 52 anni dopo quella del 1629-30.

L’obblio in cui caddero queste due grandi calamità è invero strano qualora si rifletta alle stragi ed ai danni gravissimi che ne soffrì la nostra patria. Non sarà quindi inopportuno e discaro ai lettori di qui ricordare brevemente il contagio del 1524.

Fervente la guerra tra Carlo V e Francesco I, i quali disputavansi il ducato di Milano, vivo ancora l’infelice Francesco II, ultimo degli Sforza, l’ammiraglio francese Bonnivet, sceso dalle Alpi, strinse d’assedio Milano nel settembre 1523: ma dopo otto settimane, costretto dalla pioggia e dalla neve a levare il campo, si ricoverò a quartieri d’inverno in Rosate, ed Abbiategrasso.

La vicinanza di quel corpo nemico e la molestia che recava intercettando i trasporti di viveri e provvisioni, che dal naviglio passando per Abbiategrasso giungono alla capitale, indusse il Duca a sloggiarlo. Nell’aprile, messosi egli alla testa di una squadra scelta di Milanesi s’impadronì per assalto di quel borgo. Funesta vittoria! perocchè, avendo gli stenti e la miseria generata la peste tra i Francesi, i nostri, nel saccheggio, la contrassero e la portarono, tornando col ricco bottino.