La peste di Milano del 1630

Part 16

Chapter 163,766 wordsPublic domain

I medesimi riferivano giornalmente al Tribunale che mancava loro autorità per costringere all’osservanza delle leggi sanitarie, non solo i plebei, ma anche molti nobili, i quali andavano dicendo essere falso il pericolo del contagio, e nemici della patria i medici che la sostenevano. L’ottimo e venerando Settala ebbe a soffrire gravi insulti, e per poco non fu dal volgo lapidato: un barbiere ingiuriò il Tadino, e tentò suscitargli contro quelli che passavano per la strada. Altri medici di minor grido, stranieri, e quindi senz’amor di patria, ovvero nostrali, ma corrotti da malevolenza e da invidia contro il collegio perchè non voleva riceverli, schiamazzavano frementi, adoperandosi a tutto potere per mandar a vuoto i suggerimenti dei conservatori e i decreti della Sanità, schernendola, come se fosse magistratura inutile e di puro nome. Colleghi a costoro erano non solo spregevoli barbieri, che dal rasojo e dal pettine passavano a fare il medicastro, ma anche veri chirurgi, i quali avrebber dovuto sostenere la medicina, come quelli ch’esercitano un’arte alla medesima sorella.

Costoro, in ischiera serrata, si scagliarono contro i sostenitori della peste additandoli ai nobili ed al volgo quai carnefici, se non de’ corpi certo degli animi, come quelli che spargevano la costernazione ed il terrore della morte e del pubblico eccidio. La Sanità, vedendo che tutti gli argomenti per comprovare l’esistenza del contagio fra noi erano derisi, decise tentare una prova efficacissima a far conoscere la verità ai prudenti e agli stolti, e ad infondere un ragionevole timore negli animi.

Era venuto il giorno in cui uomini, donne, molti nobili a cavallo o in cocchio, giusta l’uso, ed il popolo, libero dai lavori per essere dì festivo, accorrevano in folla al Foppone di San Gregorio da mattino a sera a pregare pei morti dell’antecedente peste, colà sepolti. Pietosa usanza conservatasi da mezzo secolo tra i milanesi, non senza che taluni, giova confessarlo, v’andassero per far pompa di sè, o per godere lo spettacolo dell’accorrente moltitudine.

I conservatori della Sanità scelsero quel giorno per vincere, con un lugubre spettacolo, l’incredulità al contagio, che in molti, quasi per celeste castigo, era invincibile. Posti sopra carri i cadaveri di non pochi appestati morti in quella giornata, comandarono si traducessero alle aperte sepolture nell’ora del maggior concorso di popolo, come se ciò accadesse per semplice caso.

All’apparire dell’orribile convoglio, scoppiarono pianti, gemiti e voci imploranti la divina misericordia. E fu avvisato il Tribunale che la vista di quei carri aveva fatta sì grande impressione, che anche i più increduli ormai s’erano persuasi dell’esistenza della peste.

Decretossi di chiudere le comunicazioni colla Savoja, affinchè altri barbari da Susa e Pinarolo non introducessero eglino pure in Lombardia il contagio, che già infieriva tra noi a segno, da poterlo trasmettere di nuovo ai medesimi. Proibirono, sotto pena di morte e del bando, qualunque compera d’abiti o stracci, spaventati forse dalla morte di coloro che abitavano in casa del Bellano, venditore di cenci.

In mezzo alle cure che non davano tregua, e crescenti vieppiù di giorno in giorno, suscitava indegnazione e dolore la prepotenza degli individui posti alla sorveglianza delle poste e dei quartieri in Milano, e dei custodi che stavano a guardia al di fuori. Costoro, divenuti arbitri delle faccende e del traffico giornaliero, invece di esercitare un’equa magistratura, tiranneggiavano il popolo.

Erano dessi falliti, in bisogno di pubblico impiego per campare la vita, ovvero uomini danarosi che nelle calamità della patria agognavano d’accrescere le loro ricchezze, o infine gente prezzolata, avida di regali, speculante sulla miseria degli indigenti, e che spartiva i guadagni co’ suoi padroni.

Chi di essi fingeva zelo, quasi fosse uno dei padri della patria, chi vantavasi per ingegno e dovizie, atto a tener in freno gli uffiziali subalterni, altri erano adoperati nel far eseguire gli ordini: pessimi tutti, e fatali quanto il contagio, si tolleravano per la scarsità de’ buoni cittadini ch’eransi dati alla fuga.

Fuvvi uno, non so se fallito, o ricco prepotente, il quale ordinava gli si portassero dalle case rimaste vuote per la morte de’ proprietarj quanto vi si rinveniva di prezioso, ed anche le suppellettili domestiche. In tal modo avevano que’ furfanti raccolto anelli, gioje, vasi di rame e di stagno, biancherie e simili, fingendo tenerli presso di sè come in deposito da restituirsi; ma in realtà per farne bottino.

Il Tribunale, conosciute le rapine di codesti iniqui, non riuscì sulle prime a levarli dal loro posto, ma qualche tempo dopo, côlta l’opportunità, li rimosse, oltrecchè la stessa peste molti ne tolse di mezzo senz’altra briga[157].

In seguito uscì un decreto che sminuiva il numero di costoro, la cui temporaria e illimitata autorità, era sì fatale al paese. Ridotti a minor numero, le cose camminarono un po’ meglio, e la Sanità ebbe meno reclami.

Morti parecchi medici e chirurgi, e trovandosi a stento persone che far ne potessero le veci, sia nell’ordinare rimedj, sia nel cacciar sangue ed altre operazioni di flebotomia, la Sanità invitò con premj quanti esercitavano la medicina e la chirurgia in Milano, ed offrì lauti stipendj a coloro che venissero dalle città e dai paesi vicini.

Il decreto di spurgare Milano colla quarantena fu di pochissimo giovamento, anzi fu causa di disordine, e diede nuovo fomite alla peste, imperocchè, sconsigliatamente, mettevansi insieme i sani, i convalescenti, e quelli che portavano nascosto nelle viscere il male. Tale quarantena, attivata non già nel Lazzaretto maggiore, ma ne’ succursali, stabiliti presso le singole porte della città, ammucchiava, come dissi, i guariti di fresco cogli appestati. Ivi, come se fossero in taverne, davansi in preda a gozzoviglie e giuochi, e con ogni genere di lascivie contaminarono sè e gli altri, morendo avanti il termine fisso all’uscita, per cui riuscì dannosissima quella disciplina sanitaria. Il Tribunale non trovò altro rimedio al disordine, fuorchè di aprire que’ recinti, e non far eseguire il decreto com’era accaduto di parecchi altri, lasciando impuniti i trasgressori, perocchè in quei luoghi riconoscevasi solo l’impero della morte.

Un caso impreveduto, o, per dir meglio, la vana speranza e la cieca smania di creder vero ciò che ardentemente si desidera, trasse in errore il Tribunale. Una donnicciuola giunse a Milano da un villaggio del Lago Maggiore, e per materna tenerezza verso un suo figliuolo condannato alle galere, presentossi al Tribunale, assicurando di avere rimedj mirabili contro la peste, scoperti collo studio dei semplici per grazia celeste, ed anche con mezzi arcani che non le era lecito appalesare. Ella propose che ove le restituissero libero il figliuolo, o almeno glielo promettessero, entrerebbe immediatamente nel Lazzaretto, ove i fatti farebbero prova della verità di sue promesse.

La Sanità accettò, ed ammise tosto la vecchia medicastra nel Lazzaretto, ove amministrò certe erbe e polveri agli appestati, mormorando sovr’essi alcune misteriose parole con aria ispirata. Ma coloro che la tenevano d’occhio osservarono che pronunziava parole senza senso, e che le erbe e le polveri non avevano virtù efficace, anzi quando porse rimedj attivi ai malati, riuscirono fatali, essendone morti parecchi nelle sue mani. In tal guisa una donnicciuola ingannò il rispettabile Tribunale della Sanità[158].

Il suddetto rappresentò poscia al Senato che nelle carceri i rei di delitti capitali, e molti che vi si trovavano per debiti, cadevano ammalati per lo squallore ed il sucidume delle prigioni, e molti erano già morti[159]. Laonde suggeriva essere prudente consiglio lasciare in libertà quanti si poteva senza rischio. Il Senato scelse alcuni de’ suoi membri per esaminare le controversie e le liti de’ singoli detenuti, non chè i loro delitti con piena facoltà di rilasciarli o di trattenerli in carcere: inoltre decretò che per tre mesi alcuno non s’imprigionasse per debiti[160].

In quest’ultima parte del mio racconto, inserii varj casi, non solo di lieve conto, ma abbietti a tale che appena la storia degnasi farne menzione. E li raccolsi dovunque, narrandoli a misura mi capitavano per le mani e mi venivano sulla penna, a ciò mosso dal desiderio di nulla ommettere di quanto fecero i nostri magistrati per zelo della pubblica salute.

Presero molta cura per le filande, e perchè non si ammucchiassero gli escrementi dei bachi di seta, dai quali estraesi quel filo emulatore dell’oro, e che, tessuto in splendide vesti, fa brillare e rende superbi i nobili. S’avvidero che, vietando pel lezzo il mettere bachi e le filature de’ medesimi, sarebbe un togliere al popolo il mezzo di vivere e in città e nelle campagne, giacchè quasi in tutti i paesi del nostro territorio si aspetta avidamente la stagione de’ bozzoli che dà lavoro a tante braccia. D’altra parte riflettevano che i contadini per amor di guadagno e per abitudine, non baderebbero al pericolo d’infettar l’aria col lezzo prodotto dalle diverse operazioni intorno i bachi da seta. Perciò, quantunque nell’editto generale avessero ordinato che in quell’anno della peste non si mettesse semente, modificarono il divieto, concedendo di farlo sotto certe discipline e cautele. Fu conceduto tener bachi non entro i borghi e villaggi, ma soltanto nelle cascine e case isolate, qualora però queste non fossero già infette per casi di peste. Se alcuno cittadino o campagnuolo dava la semente a metà ai contadini, come si usa, doveva offrire sicurtà per l’osservanza dei prescritti regolamenti.

Il letto de’ bachi, e le immondizie rimaste dopo che si sono messi al lavoro dei cocconi, fu ordinato che si trasportassero ne’ campi all’aperto, lungi dall’abitato. Nelle stanze, dove eranvi i bachi, si prescrisse di accendere di tempo in tempo falò di lauro, ginepro, ed altre erbe odorifere, comuni nelle campagne, servendosi in mancanza di radici e tralci delle viti. In esse stanze poi niuno dormisse, anche per ventidue giorni dopo, badando che il fetore non producesse deliquj.

I politici volgari, che vivono alla giornata, sentenziarono codeste discipline minuziose e inconcludenti, ma ben altro giudizio ne daranno coloro i quali rammentino ciò che un greco sapiente lasciò scritto. Esservi, cioè, in una sola parola, in un movimento opportuno del corpo, un cenno, in un volger d’occhi, maggior forza per indicare il senno e la grandezza dell’animo, che non siavi in molte egregie azioni.

E siccome l’impero di Roma, giusta la sentenza d’un illustre storico latino, crebbe appunto per molte minime circostanze da esso narrate, così le minute prescrizioni immaginate e poste in opera dai nostri magistrati, furono causa, dopo la divina misericordia, che non perisse l’intera città pel contagio, e in tutte le terre dello Stato non si propagasse.

Molti errori si commisero, e principalmente nell’aver trascurato con grave danno di sequestrare dal commercio giornaliero le due Porte Orientale e Ticinese. Il che ove si fosse fatto, ponendo guardiani a custodia delle medesime, infette di peste, era sperabile che, raffrenato il male, e respintolo come nemico, avrebbero salvata la città, impedendo che si allargasse nel cuore di essa. Ma questa misura era più facile suggerirla che mandarla ad effetto; però non v’ha dubbio che il Locato in Porta Orientale, ed il cenciajuolo in Porta Vercellina, furono i primi ad introdurre la peste in Milano.

Tutta la colpa di non aver avvertita simile cautela, o d’averla trascurata, diedesi ad un uomo, l’opinione del quale, nel Consiglio Pubblico, riuscì dannosa, e non solo in questo affare. Perocchè il medesimo, contrario ai lavacri, che situati presso le acque correnti del Lazzaretto, detergevano le immondizie, e via le trasportavano, godendo il vantaggio d’una scaturigine perenne[161], s’adoperò a tutto potere per far erigere altri lavacri in un padule, le cui acque stagnanti e putrefatte, già di per sè corrotte, e vieppiù da sì gran cumulo d’immondizie alimentavano ed esalavano la peste. Trovai ne’ registri che furono spesi quattro mila zecchini in quell’edifizio. Così un uomo impetuoso ed ignaro della natura delle cose, fece sprecare al pubblico sì grossa somma senz’altro effetto che di porgere fomite al morbo ed accrescerlo[162].

Non già ch’io voglia farmi interprete dei divini giudizj, e chiamare temerariamente l’imperscrutabile provvidenza, ministra dell’ire nostre, e punitrice di chi, per leggerezza o per colpa, ne arrecò danno. Ma fu caso mirabile e degno di ricordanza che il nobile summentovato, il quale dirigeva le cose a suo capriccio, senza le necessarie cognizioni, e parecchi commissarj e ministri subalterni della Sanità, colpevoli di trascuratezza nell’adempimento dei loro doveri, perirono tutti quanti. Il Primoldo, il Confalonieri, l’apparitore Pontino, il quale col comperare, indi vendere il lenzuolo d’un appestato, fu causa che perissero più di sette mila persone, ed altri furfanti di simil tempra, morirono colle loro famiglie lo stesso giorno, offrendo un esempio della giustizia divina.

È impossibile descrivere la violenza e l’atrocità di questo contagio. I tanti casi narrati, e la città, resa quasi deserta d’abitanti, basterebbero, ov’altro non fosse, a comprovarlo; pure mi turbano l’animo meraviglia e terrore al ricordare la morte repentina di tutti i religiosi d’un convento. E ciò non per contatto o per gli unguenti ed i veleni pestiferi, ma per una cosa vana e leggera qual è il fumo. Nella strada Marina, rinomata per amena posizione e per il vivace ingegno d’un nobile e ricco vecchio, che indicò ai magistrati quello spazio adjacente al pomerio della città[163], come opportuno al corso dei cocchi ed ai passeggeri. E, ottenutane licenza, lo spurgò, lo ridusse in linea retta, e l’abbellì, imponendo alla nuova strada il proprio nome che tuttora conserva.

Ivi, mentre di notte tempo, nella supposizione che tutti i vicini abitanti dormissero, abbruciavansi abiti, coltri, piumacci, cenci ed altre suppellettili, il puzzo penetrò nell’adiacente monastero, insinuandosi traverso le griglie delle finestre nelle stanze dei religiosi.

Il dì seguente morirono parecchi di loro, gli altri per due giorni lottarono col male, indi spirarono; quelli soltanto che abitavano nell’interno in luoghi chiusi dove non penetrò il fumo ed il puzzo, sopravvissero.

Fra tutte le cose rimarchevoli di quest’anno, e la catastrofe del popolo milanese, nulla tanto mi commosse e commoverà, cred’io, gli animi dei lettori, quanto l’esimia pietà del medesimo, che propria di questa città, d’onde sembra siasi sparsa nelle altre regioni, s’infervorò vieppiù tra le miserie, restando illustre ed imitabile esempio a tutte le genti nei tempi futuri.

Oltre i digiuni pubblicamente intrapresi, i voti, e i sacri riti, e quant’altro può rendere propizio Iddio; oltre le elargizioni a’ Luoghi Pii, decretate dal Consiglio Generale, le limosine a’ poveri, in nome di Cristo Salvatore per placarlo; in breve, oltre quanto la religione e la natia munificenza della città suggerì, ciascuno gareggiava nel promovere gli atti di pietà e di beneficenza, e tutto ciò che reputavasi valevole a impietosire Dio, affinchè perdonasse colla bontà e misericordia sua le colpe dei mortali.

Andavano a visitare le chiese a piedi scalzi, coperti di sacco, battendosi il dorso col cilicio, finchè ne grondava in copia il sangue, e tingevano di porpora quella veste di dolore e di penitenza. Molti giravano di giorno coperti di sacco, assai più, durante la notte, andavano ignoti e soli; poi, riunendosi a schiere, insieme piangevano, oravano, flagellavansi, battendosi a gara gli uni gli altri nelle tenebre. Lo spesseggiare dei colpi, ed il crescente romore raddoppiava l’emulazione ne’ loro animi, siccome notarono certuni, cui prese vaghezza di tener dietro di notte a quelle schiere spiandone gli atti.

Anche le donne, le quali sempre nei disastri sono più pietose ed eccedono sì nelle cose oneste che nelle riprovevoli, intervenivano a tali processioni e si flagellavano, offrendo le penitenze come espiazione a Dio, alla Vergine, ai Santi loro protettori in cielo. Queste pratiche facevansi in pubblico, altre moltissime tra le domestiche mura, e più efficaci, io son d’avviso[164], ad impetrar grazia del Cielo; ed erano le estreme prove degli animi compunti per ottenere la misericordia del Signore.

L’amor del denaro è l’ultima passione da cui staccasi l’uomo anche quando dispera di tutto, e a lui sovrasta la morte; nondimeno i Milanesi l’offerivano a Dio, non già come vile e sprezzato metallo, ma come prezioso e carissimo pegno. Non che credessero aver Dio bisogno di quell’oro, ma nella speranza che accetterebbe benigno il loro buon volere.

Donne avare, vecchi tenacissimi, crudi e sfacciati usuraj, che custodivano il proprio scrigno come il gran drago[165]; molti nobili, i quali, non per illeciti guadagni, ma per eredità d’antiche famiglie eransi arricchiti; ogni agiato mercante, ogni artefice, per poco denaroso, rivenditori, sensali, sacerdoti, ricchi per pingui prebende o per risparmj d’una lunga vita, tutti costoro, chi al primo scoppiar della peste, chi dopo morte, mostrarono che l’uomo, perduta ogni speranza e cura delle terrene cose, affida sè stesso e gli averi a Dio, o, per dir meglio, li restituisce a lui. Quelli de’ soprannomati che vedevano con ispavento avvicinarsi il termine de’ loro giorni; altri che pur speravano sopravvivere al contagio, altri finalmente, i quali anelavano emigrare in lontani paesi per fuggire il morbo, ed ivi trovare quieta stanza, tutti, secondo la propria condizione, diedero denari per la comune salvezza.

Taluno li consegnò al confessore, altri all’amico, e fino al proprio nemico. Chi lasciò per testamento alla città, chi a’ monasteri, alle chiese, alle confraternite. Aprirono gli scrigni, legarono i crediti loro, e palesarono fino i tesori nascosti nelle caverne, o tra i ruderi delle case. Ve ne furono però di quelli che morirono senza testare a favore di alcuno il molto oro trovato in seguito a caso ne’ più schifosi nascondigli, rimanendo incerto chi mai ne fosse stato il proprietario.

Trovai ne’ pubblici atti orazioni contro la peste, composte da pie persone, ovvero per ordine de’ magistrati, quasi che in Milano, città fin dai più antichi tempi religiosissima, non si facessero bastanti preghiere, e divote pratiche!

«O S. Nicola, decoro e gloria di Tolentino, caro a Dio per amore della povertà, della virginità e dell’ubbidienza, i cui miracoli illustrano l’ordine degli Eremitani, e lo rendono venerato fra gli uomini, deh! tu co’ tuoi meriti ne intercedi il termine della pestilenza».

La qual divota antifona impararono cantare i nostri fanciulli e le donne, avendo udito che in altri paesi era riuscita efficace.

Parecchie simili orazioni stampate o scritte, giravano per le mani e pendevano affisse alle porte delle case. Una recitavasi con grandissima divozione a Maria Vergine, che aveva liberata, com’era fama, la città di Coimbra dalla peste, ed io qui la trascrivo colle proprie parole.

«La Stella del cielo che allattò il Nostro Signore, estirpò la morte di peste, che il primo padre degli uomini piantò. Essa Stella si degni ora frenare gli astri che avversi uccidono il popolo, piagandolo crudelmente a morte. O piissima Stella del mare, liberaci dalla pestilenza; porgi orecchio, o Signora, alle nostre preci, chè il Figliuolo tuo ti onora, e nulla ricusa alle tue suppliche. Ne salva, o Gesù![166]»

Questa ed altre molte orazioni furono usate insieme co’ rimedj umani per allontanare il contagio; e il Signore, che per gl’imperscrutabili suoi decreti pareva da principio negare soccorso, si mostrò poscia clementissimo al supplicante popolo.

Io non sono di quelli, nè deggio esserlo, che vogliono scevri di qualsiasi colpa i magistrati e la patria, anzi temo che alcuno non trovi soverchj gli elogi da me compartiti in questo racconto. Ad ogni modo, ove mi sia conceduta la libertà propria d’una veridica storia, non esiterò a ripetere quanto già notai, e biasimai altrove. Questo contagio non fu sulle prime conosciuto e creduto, e gli appestati non vennero tosto rinchiusi nel Lazzaretto per tener conto dei sintomi. Invece si rinserrarono, ammucchiati nelle case, ed ivi sulle scale, ne’ cortili, e perfino nelle soffitta, in numero di quaranta, e più ancora, coll’alito, il lezzo, ed il fetore continuo, s’infettavano a vicenda. Queste furono le cause per cui le stesse preghiere rimasero inefficaci coll’Onnipotente, da cui dipendeva il cessare del flagello.

È altresì opportuno che io impunemente deplori un’altra calamità, la quale non si potrà leggere o udire senza rammarico e senz’onta per Milano come d’ingiuria alla natura. Per alcuni mesi, durante il contagio, perì non solo la moltitudine già adulta, e che tosto o tardi pur deve morire, ma anche la futura generazione, speranza dello Stato, i bambini, che appena usciti in luce, morivano in uno colla madre di peste. Imperocchè le nutrici mercenarie, per timore, ricusavano dar le poppe, o prestandosi, comunicavano il male ai lattanti o da essi il contraevano.

In tal guisa, oltre tante migliaja di cittadini, perirono i neonati, che non avevano per anche il sentimento dell’esistenza. Più infelici, mille e mille altri, i quali trovarono tomba nell’utero materno! E sebbene i medesimi non sentissero la morte, ne patì il danno lo Stato, mancandogli i nascituri che supplir dovevano al vuoto lasciato dai periti pel contagio. I magistrati adducevano a scusa del non aver posto riparo a tale sciagura la violenza del morbo, le immense spese e la difficoltà di rinvenire in quei giorni, per qualsiasi mercede, puerpere, il cui latte non fosse viziato.

III.

Nuove particolarità sulla carestia e la peste.

Torna a me pure in acconcio quello che afferma in un passo della sua opera il principe della Storia Romana, cioè che vediamo accrescere le pagine di un volume il quale sul principio credevamo dovesse riuscire di piccola mole; così, mettendo il piede nel mare, a misura che ci scostiamo dalla spiaggia, ci troviamo in acque più alte.

Nè mi sarebbe agevole venire al termine di questa storia, se volessi continuare a raccogliere da quel calamitoso triennio, qui riunendoli a fascio, tutti i terribili casi degli uomini, le sciagure tutte di Milano, le cure dei governanti, i nuovi editti ed i pubblici sforzi d’inesausta munificenza, i rimedj svariatissimi che vennero suggeriti o usati; i doni, le elargizioni, la divina potenza, dalle accecate menti non conosciuta, che preparava al popolo questo flagello, riserbandosi di farlo cessare a suo beneplacito. Tutte le quali cose allungherebbero fuor di modo il mio racconto, sicchè accennerò solo le circostanze che mi sembrano preferibili, perchè servano d’esempio ai posteri, ed anche per rallegrare alquanto l’animo attristato de’ leggitori.

Noterò prima di tutto, sul finire di questo doloroso racconto, un accidente che servir potrebbe come esordio di una nuova opera. Oltre i segni celesti e gli avvisi degli astri, non mai veduti fra noi, ma che ai conoscitori riescono sempre formidabili, e le due comete apparse nel 1628 e nel 1630, orribili entrambe a vedersi, corsero fatidiche predizioni intorno la carestia e la peste. Nè mi vergognerò di citare quei versi, benchè storpiati, correndo per la bocca di tutti gli sciocchi, giacchè da ogni bocca udivasi ripetere:

Regneranno dovunque e fame e morte[167].

E l’altro:

Vedrem prodigi; letal morbo appresta[168].

Avverossi il vaticinio del poeta, chè ambidue i flagelli colpirono l’anno predestinato, se non che io ho di già fatta protesta, e la rinnovo, di non avere alcuna fede in somiglianti predizioni. Certissima invece, e verace pur troppo, fu un’altra predizione, esposta non in versi ma con cifre[169], ed origine delle nostre sciagure, previste avanti che accadessero. Della quale ragionerò perchè ne rimanga perpetua ricordanza.