La peste di Milano del 1630

Part 18

Chapter 183,821 wordsPublic domain

_Apichata_, dice il cronista Grumello, _fu la peste crudelissima in epsa città per le robe amorbate d’epso castello portate in dicta cittate_: E un altro cronista, il pizzicagnolo Burigozzo, ingenuo raccontatore di quanto vedeva: _El povero Milano infettato de pestilentia comenzò a far de mal in pezzo... al giugno tanta mortalità e piccoli, e grandi, che quaxi per Milano non era come nessuno, perche li sani fuggivano, et li amalati non se potevano movere... El qual mese di luglio (1524) fu tanto crudele che veramente non saria possibile poter narrare la crudelità, et la mortalità grande che fu, donde era più sicuro a star a casa che andar in volta: et non se vedeva se non gente con campanini in mane, se non carri de ammalati; non vi era officio, ne campana che sonasse se non da corpo. In domo non li erano ordenarj, ne offizii al solito ma doy o tre preti li quali cantavano alla meglio che potevano. El mese de augusto sino al mezzo lavorò anche lui, donde el dir seria troppo, ma al veder delli cimiterj delle giexe era una paura_.

Questo contagio, che secondo la energica frase del Senatore Monti, nella sua Lettera in risposta alla Dedica del Centorio, _venne come una impetuosa onda, la quale, in poco spazio di tempo, inondò il paese e diede infinito guasto_, durò tre mesi, dal giugno all’agosto 1524. Grande a que’ giorni fu la mortalità in Milano fiorente di popolo. Il Burigozzo: _Non credo che mai fusse simile pestilentia et fu detto della morte di cento millia persone et così credo_.

Il Grumello: _Si existima morressero delle anime octanta millia et più presto de più che di mancho_.

Lo spagnuolo Sepulveda, nella sua storia latina delle imprese di Carlo V: _La peste invase con tal violenza Milano che tolse di vita in essa città più di cinquanta mille persone_.

E finalmente il Bescapè, nella vita di S. Carlo: _Perirono in città più di cinquantamila, oltre gli altri innumerevoli morti nelle ville_.

Conchiudiamo col ripetere che la peste del 1576, di gran lunga minore e di questa e della successiva, deve la sua triste rinomanza, tramandata d’età in età fra il nostro popolo, e viva anche in oggi, a null’altro fuorchè alla gratitudine pel santo Arcivescovo, le cui esimie virtù rifulsero luminose in quel disastro.

_Francesco Cusani._

I

Porrò fine alla mia triste e funebre istoria, col raffronto tra la descritta pestilenza ed altre che afflissero un tempo grandi città e la stessa Milano. Un simile paragone è convenevole tanto per provare ciocchè dissi sul principio essere stato questo contagio il più grave di tutti, e quello cui per intero s’addiceva il nome di sì orrendo morbo, quanto perchè nella diversità di essi mali si osservi una grande somiglianza ne’ particolari. Da ciò potrassi conoscere che la peste, quando scoppia, si appalesa sempre co’ medesimi sintomi, fa stragi in modo uniforme, e dovunque produce le medesime follie negli uomini. Inoltre è decoroso cogliere l’opportunità di ricordare le glorie di nobilissimi scrittori.

In tempi antichi la pestilenza s’introdusse nella città d’Atene, e vi menò tanta strage, che divenne famoso lo storico che la descrisse. Non verrà forse mai un narratore eloquente al pari di lui, che espulso da’ concittadini, fu da Roma inviato alla Grecia; e nessun altro de’ suoi scritti è sì elegante ed arguto come la descrizione della peste. I quai pregi derivano non tanto dall’ingegno dello scrittore, quanto dall’atroce spettacolo delle cose che turbano e in uno dilettano l’animo dei leggitori. Così un serpente sovra una tavola tanto più piace quanto più è ributtante a vedersi; e gli occhi, avidi sempre di nuovi spettacoli, s’affissano avidamente nel deforme rettile.

La pestilenza che menò sì gran strage in Atene, e lo storico della medesima, sono in oggi celebratissimi dopo tanti secoli ne’ licei e nelle scuole de’ filosofi. E il nome di essa città vive famoso, non meno per memoria di quel disastro, che per avervi fiorite le scienze e le arti.

A Tucidide sta presso per eleganza il padovano Livio, il quale descrisse Siracusa, stretta da due potenti eserciti battaglianti e ridotta all’estrema miseria da lento morbo. Anche i pochi versi con cui Omero nell’_Iliade_ canta i dardi scoccati da Apollo sul campo dei Greci, i mucchi di cadaveri lasciati pasto agli augelli ed ai cani, anche que’ versi inspirano oggidì, in chi li legge, spavento, meraviglia e diletto.

Uno scrittore, per l’età in cui visse e per la lingua che usò, non paragonabile agli accennati, ma il quale trasse favole dal vero, ovvero insegnò a raccontare favole; maestro ed artefice del linguaggio volgare italiano, che da lui acquistò eleganza e leggiadria, narrò la peste della sua patria.

Egli, faceto e scherzoso favellatore, descrivendo, coll’arte imparata da sommi storici, l’eccidio di Firenze, desta meraviglia del suo ingegno e pietà di tanta strage.

I letterati rileggeranno mai sempre la peste del Boccaccio, e i critici più austeri essi pure non si sazieranno dall’ammirare quell’esempio delle umane vicissitudini.

Gli atroci, turpi e miserandi esempi che la pestilenza mostrò negli umani corpi nella mia patria, eguagliarono gli antichi o forse li superarono. E se non fossero esposti con minore ingegno, offrirebbero in queste carte spettacolo più imponente e più orrendo.

Ma ponendo fine ormai alle lagrime, alle miserie, ai flebili lamenti di Milano, io mi proverò a temperare il sin qui mesto e lugubre racconto con qualche vivezza, paragonando ciò che vide e sofferse l’età nostra coi fatti che i citati scrittori ordinarono con pompa, direi teatrale. Piacevole riuscirà un tale raffronto, ricreando l’animo e colla varietà dei casi, e col trascorrere dai tempi antichi agli odierni, dai nostri mali a quelli d’estranee genti.

E siccome la città nostra risorge quasi da stipite più florida dopo l’eccidio, e i cittadini riedono ai prischi sollazzi, deggio anch’io far sì che venga raddolcita l’amara ricordanza della strage col raffrontarla ad altre di straniere contrade.

II.

Confronto della pestilenza di Milano coll’antichissima degli Ateniesi.

Se non fosse sconvenevole l’usare comici detti in argomenti tragici, non troverei più simile il latte al latte, l’uovo all’uovo, che il milanese contagio all’antichissima pestilenza d’Atene descritta da Tucidide. Il germogliare, i primi passi e le cause d’entrambi i contagi si rassomigliarono: l’indole stessa del morbo, le traccie che lasciava procedendo, i terrori, le ruine, le stragi, i sospetti, i portenti, in breve il cumulo di tutte le calamità della peste di Milano, in nulla differirono dalla ateniese: sia che il caso abbia prodotto effetti identici, sia che esista per le umane cose una certa legge che riproduce ad intervalli di secoli le vicende medesime.

La peste che trasse quasi all’estrema ruina Atene, città famosa per tante varietà di vicende, la minacciò in prima da lungi; poi da Lenno ed altri luoghi più e più avvicinandosi s’introdusse fra le sue mura e tutta l’invase. Il pensiero d’essere rimasti indolenti, malgrado i fatti che avrebbero dovuto suggerir cautele contro il morbo, esacerbava i dolori de’ moribondi e dei superstiti. Così avvenne tra noi, e taluno direbbe che la peste cospirò con eguali mezzi all’eccidio di due illustri città in Grecia e in Italia.

Anche il nostro contagio incominciò a desolare lontane genti, poscia, avvicinandosi alle frontiere, invase lo Stato e da ultimo la capitale con siffatto impeto, che pareva dovessero sopravvivere soltanto gli edifizj e il nome di essa. Sì l’antica peste d’Atene che la recentissima di Milano, lasciarono vestigia simili nel loro passaggio e nelle altre circostanze.

Riferisce Tucidide che il popolo, vedendo il morbo uccidire quanti colpiva, disperando d’ogni umano soccorso, ricorse sulle prime agli Dei, poscia viste le preci inesaudite, e trovandosi in preda alla disperazione ed alla morte, non più curando rimedj o suppliche alle are dei numi, abbandonò sè e la repubblica senza schermo al flagello. Da tale scoraggiamento ne venne che gli stessi medici perirono tra i primi, rapiti dalla violenza del morbo, e le preghiere e i voti cui ritornossi sovente, altro non fecero che rincrudirlo. Il citato storico, rappresentando ne’ primordj della pestilenza gli Ateniesi costernati per lo sterminio della loro patria, e privi di qualunque ajuto divino o umano, infonde nell’anima terrore e pietà per gli infelici che in siffatta guisa perivano.

Non altrimenti fra noi i medici perdettero la vita nei primi tentativi di cure, e la città per alcun tempo vide ad evidenza che l’ira di Dio per preci non mitigavasi.

E noterò un’altra somiglianza: le due popolazioni scorgendo il flagello non avere termine, e non potersi spiegare l’origine e le cause del morbo, l’attribuirono ad umana frode, supponendo la peste artificio umano, mentr’era castigo di Dio. Gli abitanti d’Atene credettero che i Peloponnesii, coi quali allora guerreggiavano, avessero avvelenati i pozzi per ruinare la loro città. Noi del pari, trovando vano ogni rimedio e provvidenza, credemmo vi fosse un gran capo il quale, col mezzo d’altri e con denari, componesse veleni e li facesse spargere: il qual sospetto fu pure una seconda calamità per Milano. Gli Ateniesi portarono intorno il falso simulacro d’Iside, come noi il corpo di S. Carlo. Parecchi di loro si gettarono nell’acqua e fecero molte cose incredibili, talchè si può conchiudere essere in tutto simile il contagio che desolò le due grandi e illustri metropoli.

III.

Confronto della peste di Milano con quella di Firenze.

All’antica pestilenza d’Atene, succede la più recente di Firenze, della quale l’autore delle eleganti novelle lasciò una descrizione non favolosa ma vera, e che differisce dalla mia come una copia che ingegnoso artista trae da un dipinto originale per vendere. Nè soltanto il Boccaccio, principe elegantissimo de’ toscani scrittori, ma altri annalisti di quel paese, da me consultati, raccontano come segue l’andamento di essa pestilenza.

Scoppiata a Fiesole, Prato Volterra ed in altri luoghi di minor conto, minacciava Firenze, dove era aspettata e in uno sprezzata e derisa. Dopo aver vagato pei colli e le ridenti campagne ne’ dintorni, irruppe da ultimo nella capitale della Toscana e vi fissò il suo regno. Allora qua colla ferocia di mal sicuro tiranno, là a modo di severissimo censore, ogni cosa stravolse e insieme ordinò, riducendo entro giusti confini quel popolo riottoso e mercatore, nuotante negli agi e nel lusso smodato, e che, superbiendo pe’ doni del cielo e l’amenità del clima, vantavasi superiore agli altri.

Se ciò pure sia accaduto fra noi, o se invece i costumi, malgrado il gastigo, siano tornati qual prima, io lascerò che il decida la verità e la fama, giacchè le genti lontane ponno meglio e con più certezza giudicarne di quel che noi medesimi possiamo farlo.

Tutto il restante ha un colore sì uniforme, che la descrizione della nostra peste, sarebbe pur quella dell’altra, ove io volessi narrare ciocchè accadde in Firenze, allorquando i suoi cittadini erano afflitti dal passeggero morbo, che in tanto numero li rapì. Nessuna vigilanza de’ magistrati fiorentini contro il minaccioso morbo che sopraggiungeva, come se côlti da fatale sonnolenza; vennero bensì chiuse le porte della città e vietato l’entrarvi, ma con sì grande noncuranza, che tanto valeva il non custodirle, a segno che la peste inviata da Dio vi penetrò anche per colpa dell’indolenza degli uomini. Si tentarono ivi pure suppliche, voti, e quanto il timore e la divozione suggerisce per placare il cielo; ma riuscirono vane ad ottenere pietà fino al tempo in cui, giusta i suoi imperscrutabili arcani, la Provvidenza schiudere doveva i tesori di sua misericordia, e spargere una salutifera rugiada sull’infelice città.

Anche i sintomi e le macchie, segnali ed effetti della peste, furono eguali per l’andamento e le varietà in ambedue i contagi.

I furoncoli, i carbonchj, gli antraci, i buboni, tante volte nominati durante la nostra calamità, apparirono anche a Firenze, in alcuni malati grosse come una mela, in altri come un uovo, nell’anguinaja o sotto le ditelle. Dalle quali parti del corpo a poco a poco si estesero poscia per tutte le membra. Questi tumori, che i volgari nominavano gavoccioli, si permutarono in macchie nere o livide, le quali nelle braccia, e per le coscie ed in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade, ed a cui minute e spesse. Indizio certissimo di morte, perocchè quasi tutti infra ’l terzo giorno dalla apparizione dei sopraddetti segni, chi più tosto e chi meno, e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano[174].

Narrano gli storici della peste di Firenze, che se alcuno toccava un appestato, era inevitabile la morte, e che molti per questo perirono. Ne accade soltanto che gli uomini contaminassero sè ed altri, contraendo il nascosto principio morbifero col tocco di oggetti inanimati, ma gli animali medesimi, le cui immondezze nulla hanno di comune coll’alito e la vita dell’uomo, in egual modo s’infettarono. Così i citati storici, che lo riferiscono come d’incredibile portento. A noi però non fa meraviglia alcuna, stantechè era cosa notoria che il contagio con somma facilità appiccicavasi alle vesti ed alle suppellettili. Vedemmo qua e là i corpi di cani, gatti e d’altri animali morti, senza dubbio, per avere toccato col muso, o trascinati intorno robe d’appestati gettate in istrada.

Framezzo a tante ruine, e nella deplorabile condizione cui trovasi ridotta l’umana vita, raccontasi che tre generi di persone furono notate in Firenze. Era il primo degli uomini sobrj, ilari, moderati, ai quali non avrebbesi potuto far rimprovero dai filosofi o dai più severi moralisti, anche quando la città era florida e tranquilla. Costoro, fuggendo ogni mordace cura ed ogni triste pensiero, ed evitando le voluttà disoneste, erano parchi, ma dilicati nell’uso dei cibi e delle bevande, e raccolti entro qualche albergo, ove non giungesse a turbarli nè lo strepito nè il racconto delle esequie, ivi oziavano tra suoni, canti ed amichevoli colloquj; credendo in siffatta guisa essi di ben premunirsi contro la peste.

Altri, al contrario, per rimedio davansi in braccio ad ogni genere di stravizj e lascivie; vagolavano come baccanti e baldanzosi per le contrade, e introducendosi fin anche nelle altrui abitazioni, rimaste vuote per la morte de’ padroni, vi gozzovigliavano per breve tempo, come se fossero in casa propria. E trovando in loro balía i commestibili e le cose tutte che nelle famiglie soglionsi tener rinchiuse, se le godevano liberamente senza darsi alcuna briga che fossero avanzi dei morti. Quando erano sazj di godimenti in una casa, trasportando seco ciocchè ad essi dava più nel genio, e lasciandosi dietro i morti della loro caterva, sen givano a tripudiare in altre case colle abbandonate dovizie. Ivi, sprecando e gettando via anzichè consumare la roba, morivano sui letti, le arche, le botti, ovvero raccolto quanto eravi di prezioso, accumulavano tesori, ingrossandoli per via, in guisa che perdevano la vita sotto il peso, prima di giungere al luogo ove avevano fissato di seppellirli. A certuni riuscì trasportarli e nasconderli, e qualche famiglia fiorentina arricchì con tale spoglio nella calamità, mentre altri casati impoverirono o si spensero.

Però a questi uomini rapaci e disperati, ed agli altri sobrj, modesti e dilicati, s’aggiunse un terzo genere di persone, nè facinorose, nè timide, le quali con savia circospezione recavansi a passeggiare negli orti suburbani e pei campi, intorno le mura della città, alleviando l’animo oppresso colla vista della ridente natura, e insieme nutrendosi di laute e delicate vivande. Premunivansi contro l’alito pestifero, odorando fiori ed aromi d’ogni specie, nella speranza di evitare in tal guisa la sorte comune, o almeno di protrarre intanto giocondamente e tranquilla la vita in mezzo allo spavento, alla fuga, alle morti dei concittadini. Altri, d’egual tempra, scampando lungi da Firenze, si ritiravano nelle ville, quasi in asilo sicuro dalla pestilenza, che molti di loro nondimeno ivi pure raggiunse.

In siffatto modo gl’ingegnosi Fiorentini fuggirono, sprezzarono e tentarono d’eludere il contagio, ma invano. Del pari in Milano si videro ladroni sfrenati e lascivi bottinare nelle vuote case; altri invece, modesti e cauti, solo curarsi della propria salvezza; e uomini gaudenti, ed esito eguale come accadde tra il popolo di Firenze.

IV.

Confronto della pestilenza del 1630 con quella del 1576.

Ora, lasciati gli estranei, indagheremo il sempre uniforme andamento della peste tra noi, e fia non tanto paragone, quanto nuovo racconto delle vicende di Milano. Veramente all’età dei nostri padri non vi furono nè guerre, nè eserciti stranieri che col passaggio o la dimora angariassero il paese, disseminando per le terre il contagio, d’onde s’introdusse in città, siccome dimostrai essere avvenuto ai giorni nostri.

Imperocchè, debellato dall’imperatore Carlo V il re Francesco I, la Francia, per la prigionia di lui a Madrid, e l’esempio delle sofferte sciagure, prostrata ed avvilita, invano fremeva. Il figlio del vittorioso Carlo, bramoso di quiete, con ogni mezzo la procurava, essendo in lui trasfuso dal cielo lo spirito di sapienza e di pace più vivo che mai non fosse in alcun principe o mortale, a detta dei saggi. Perciò non solo tutta Italia era tranquillissima, ma anche i re stranieri tacevano, non osi di muoversi in armi. Allora non precedette il contagio la fame[175], pessima delle tre furie, la quale a dì nostri spinse a tumultuare il popolo, rompendo al suo monarca quella fede ond’era sì superbo, che avrebbe impugnate le armi, se un altro popolo si fosse vantato averla più ossequiosa di lui.

I primordj del contagio nel 1576 vennero d’onde meno aspettavansi. L’origine del morbo fu diversa, e non pertanto simile per noi e per gli avi nostri.

Trento, Mantova, le città confinanti colla repubblica di Venezia e la stessa Venezia erano sporche di peste, e andavansi spopolando le terre lungo tutta la frontiera dello Stato. In quell’anno celebravasi in Milano il Giubileo secolare, impartito per favore del pontefice Gregorio XIII a codesta metropoli, colle stesse discipline con cui poc’anzi erasi celebrato in Roma, ove desideravasi la stabilita rinnovazione di quel grande e salutare mistero.

Mentre la gente accorreva in schiere a Milano per celebrare il Giubileo, che, offrendo il mezzo di tergere le colpe, riconciliava con Dio l’uman genere, non deve far meraviglia se alcuni delle terre infette portarono, venendo, la peste[176].

Paruzero, meschino villaggio sulle sponde del lago Maggiore, e Melegnano, popoloso borgo discosto dieci miglia dalla città, chiamare si ponno le porte per cui s’introdusse il contagio nel 1576, come furono nel 1630 Clusio, Bellano, Monza e Saronno, ed altre più o meno nobili terre. In que’ luoghi e in questi si svilupparono i germi del morbo, e dilatossi in ambedue le epoche verso la metropoli, cui recò non lieve danno la prima volta, gravissimo la seconda, lasciando di sè non peritura memoria presso i posteri e le estranee genti.

E siccome il Locato, il Bellano ed altre persone del volgo si resero famose presso le venture età, acquistando un’infame celebrità, essendo usciti dalle loro casipole i primi cadaveri con buboni ed altri sintomi di peste, così le cascine Comino, vicino al borgo degli Ortolani, e nel medesimo borgo, una vecchia ortolana sono per noi di triste ricordanza, poichè i loro nomi leggonsi primi tra quelli che infettarono Milano all’epoca dei nostri padri[177]. Riferiscono gli annali di quel tempo, quali uomini introdussero e seminarono il morbo, come ho riferito. L’origine ed il progresso d’ambedue le pestilenze apparisce uniforme in quanto che vennero da straniere contrade, soltanto la prima in vece d’un soldato la recarono i pellegrini del Giubileo.

Differenza rimarchevole nel principio delle due pesti fu, che gli avi non si mostrarono increduli al morbo, la plebe stoltamente non ne rise, nè s’indugiò a por mano ai rimedj, mentre invece a’ dì nostri accadde il contrario con grave danno, siccome, scrivendo la presente storia, non ho potuto dissimulare. Nel 1576, all’irrompere del contagio, i governanti e coloro tutti che eseguire ne dovevano gli ordini, non lasciandosi vincere dal terrore, s’adoperarono per salvare il paese dall’imminente naufragio.

Non trovo che allora la plebe si scagliasse petulantemente contro i medici, inseguendoli a sassate, o che i nobili e gli impiegati li ingiuriassero a parole. Si comandò con energia, e l’ubbidienza de’ cittadini fu modesta e intera; talchè se non riuscì ad essi con ciò di evitare il morbo, ne resero minore il danno. Invece a’ giorni nostri i loro figli ed eredi, non credendo e sprezzando la peste, ne sperimentarono più rapide e fatali le stragi. Pur nondimeno in questa fatale disparità di regime, di circostanze e opinioni, verificossi una coincidenza mirabile, e sto per dire divina; che tale potrebbero crederla fin quelli che interpretano molti degli umani eventi come effetto del caso. Ora dirò quale dessa fu.

Il Tribunale di Sanità, istituito dalla sapienza dei nostri antenati come una salvaguardia contro le stragi della morte, allorchè regnava tiranna la peste[178], ed al quale i trepidanti monarchi affidarono l’autorità loro durante il pericolo, il Tribunale della Sanità nel 1576 ebbe a presidente il senatore Gerolamo Monti, padre di Princivalle, ed avo di quel Marc’Antonio che fu presidente durante la nostra peste, e morì in carica, siccome raccontai.

Fu opinione non ambigua dell’intera città, che il generoso Monti, sprezzando i pericoli e non curante della vita, si sacrificasse per la patria, propostosi di seguire le vestigia dell’avo, e di lasciare in sè imitabile esempio ai posteri.

Essendo adunque Gerolamo Monti[179] presidente della Sanità l’anno 1576, ai primi romori di peste, d’animo nobilissimo com’era, s’infervorò di zelo e carità, eccitando i tribunali e gli altri magistrati, i quali però trovai che non abbisognarono d’eccitamento e di esortazioni.

I decreti e gli istituti ebbero un’impronta di grandezza e magnificenza pari a quelli fatti all’età nostra, meno che in allora non fuvvi incredulità, e quindi nessuna fatale tardanza. Vennero poste guardie ai ponti, ai traghetti dei fiumi; oltre la custodia delle porte in città, s’innalzarono le mura in que’ luoghi che bassi rendevano facile la scalata, e si ristaurarono dove ruinose, affine di chiudere ogni adito a’ quei di fuori.

Si scrissero soldati nelle singole regioni di Milano, ordinandoli in squadre, perchè a vicenda facessero la notte il giro delle mura. Furono scelti tra i nobili quelli che dovevano girare a cavallo per città, visitare le porte ed aver occhio a tutto; altri che procedessero ogni giorno fino tre e quattro miglia ed anche di più; altri che perlustrassero le campagne più lontane con una squadriglia di birri e soldati, come se andassero contro il nemico. Lo stesso Monti, benchè vecchio, e più forte d’animo che di corpo, si recava in persona ai villaggi sospetti con al fianco altri nobili, i quali lo seguivano per l’influenza che aveva su tutti gli animi e per la riputazione d’integrità e sapere di esso senatore.

Furono usate grandi cautele per le bollette e le osterie nei villaggi e dovunque, affinchè non accadessero frodi, esibendo false bollette invece delle autentiche. Si proibì ricevere ne’ pubblici alberghi i pellegrini, come anche nelle terre i custodi dovevano, traverso i cancelli, gridar loro che si tenessero discosti, additando sentieri fuor di mano, seguendo i quali sarebbero pervenuti a taverne o casolari, dove loro accordavasi, secondo il diritto delle genti, ospitalità; ma segregati da qualunque comunicazione.

Fu interdetto di venire a Milano ai facchini e a tutti coloro che sogliono concorrervi dai monti e dalle vallate in cerca di lavoro, affinchè non eccedesse il numero stabilito de’ medesimi.