La peste di Milano del 1630

Part 11

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Traendo adunque partito da ciò, il Governo fece in modo che l’anziano della parrocchia facesse sottoscrivere dagli abitanti le case attigue una petizione, in cui imploravano l’atterramento della Colonna, stante il cattivo stato cui era ridotta. Il Governo mandò la petizione al Senato, il quale ricusò, e, se è vero quanto allora si diceva, per ben tre volte, di farvi ragione, non volendo disapprovare con un atto pubblico la sentenza che un secolo e mezzo prima aveva emanata l’antico Senato. Allora il Governo, fermo nel suo proposito, mise mano all’opera; nell’agosto 1778 gli abitanti della Vedra dei Cittadini sentirono più volte di notte tempo battere con forti colpi la base. La notte del 24 e 25 atterrossi la Colonna, che nel cadere si spezzò; la palla che la sormontava, staccatasi, rotolò giù pel vicolo dei Vetraschi. Finalmente l’ultima notte dell’agosto suddetto fu compiuta la demolizione, e perchè nessuno fosse testimonio, si lavorò sul far del giorno, ora di generale quiete, e per maggior precauzione furono poste guardie agli sbocchi delle vicine contrade, vietando l’avvicinarsi a chiunque a caso di là passasse.

Trovo accennato in una vecchia Guida di Milano, che il giorno vegnente, cioè il 1.º settembre 1778, fu fatta una visita giudiziaria sul luogo; ma di questa non mi riuscì rinvenire l’atto ufficiale.

Distrutta la Colonna Infame, i cui frammenti vennero gettati nella cantina dell’antica casuccia del Mora, rimaneva ancora la lapide coll’iscrizione, ma essendo divenuta quasi illeggibile per vetustà, non fu tolta. Il che, a dir vero, era un controsenso alquanto ridicolo, dacchè l’iscrizione ricordava, al pari della Colonna, il processo degli Untori che tanto bramavasi di far cadere in dimenticanza. Nel 1801 sparirono affatto le rimaste vestigia, avendo quel luogo mutato totalmente d’aspetto.

Un Franzino, mercante di vino, comperò l’utile dominio del piazzale appartenente per livello alla famiglia Loria, indi Manzi, e v’innalzò un fabbricato, aprendovi botteghe. L’anno medesimo fu atterrato l’arco, o loggia abitabile, che riuniva i due lati della contrada. La Vedra de’ Cittadini ed il luogo in tal guisa abbellito, non conservò più traccia dell’antica destinazione d’infamia. La lapide nel 1803 fu data all’avvocato Borghi, che pretendesi la collocasse nel proprio giardino.

Queste minute particolarità, non senza interesse per gli amatori delle cose patrie, raccolsi con lunghe indagini e da una cronichetta manoscritta del famoso chimico Porati, testimonio dell’atterramento, e da molte altre private Memorie.

FRANCESCO CUSANI.

FINE DEL LIBRO SECONDO.

LIBRO TERZO

IL CARDINALE FEDERICO BORROMEO E IL CLERO DURANTE LA PESTE.

I

Bastantemente chiaro, io son d’avviso, appariscono nel libro che composi intorno la vita ed il pontificato del cardinale arcivescovo Federico, l’animo generoso e le virtù di lui in ogni circostanza gareggianti colle sublimi del santo suo cugino. Il quale volume[121] consegnai a Primicerio Visconti, nipote suo per parte di sorella, ed erede delle virtù avite, perchè, esaminata la mia narrazione di que’ singolari avvenimenti, la pubblichi, se il crede opportuno. Si ammirano in esso opere pastorali e virtù degne degli antichi vescovi ed imperatori: fatiche, sto per dire, militari nelle cose ecclesiastiche, animo cupido solo dell’onesto; modestia, sobrietà e quel misterioso candor virginale[122] che mai viene facilmente creduto in alcuno, e che Federico, per opinione comune custodì intatto per tanti anni: vi si discorre altresì de’ suoi studj e delle opere che compose. Avessi io almeno esposte tutte queste cose colla dignità e l’eleganza, eminenti doti proprie di quell’esimio scrittore!

La virtù di cui egli più compiacevasi, e che recava a tutti meraviglia, fu la vigilanza assidua pe’ suoi soggetti, non già come suol essere in molti limitata a sole parole e consigli; ma generosa, pronta a qualsiasi dispendio a vantaggio della pubblica salute, e della vita degli individui.

II.

Provvidenze e disposizioni del Cardinale ai primi rumori di peste.

Federico in quell’anno (1629) che si cominciò a susurrare della peste, udito che già serpeggiava all’estremità della milanese diocesi nelle vallate soggette ai Grigioni ed agli Svizzeri, si turbò a tale annunzio, come un padre di famiglia che sente colpiti all’improvviso i suoi figli da una grande sciagura. Prima inviò ordini ai parrochi ed ai vicarj su quanto dovevano tener d’occhio o fare, onde i rei di gravi colpe non morissero senza i soccorsi della Chiesa, ed anche perchè spinti dal bisogno e dalla fame non s’abbandonassero alla disperazione il peggiore di tutti i peccati. Indi elesse un sacerdote di sperimentata prudenza, e di specchiati costumi, e fornitolo di denaro, lo spedì nelle valli affinchè dirigesse co’ suoi consigli que’ rozzi abitanti; siccome fece con molto senno.

Di ritorno da essa missione, venne largamente rimunerato dall’arcivescovo, il quale aveva presa cura di quei valligiani appena tra loro s’introdusse, per le facili comunicazioni colla Germania, la peste, di cui allora neppure eravi timore fra noi. Durante la carestia, che fu la prima ruina del nostro paese, non il solo Milano, ma le terre vicine e discoste, gli abitanti della pianura e dei monti sperimentarono del pari gli effetti della paterna sollecitudine di lui.

Come se fosse ei pure uno del pubblico Consiglio, emulatore della carità cittadina e promovitore in uno di essa, spediva e faceva distribuire pe’ villaggi sacelli d’orzo e frumento, perchè almeno patissero meno la fame se non gli era dato di nutrirli tutti. E allora che quella turba di contadini, abbandonati i campi, i monti e le valli rifuggiossi, come narrammo, in Milano, egli dischiuse agli infelici spontaneamente una casa dove ogni giorno venivano loro distribuiti alimenti: le schiere de’ poveri rifocillati il mattino con pane e minestra, avevano per quel giorno certa la vita, cui minacciava la fame[123].

E siccome i poveri, allettati da quella elemosina, accorrevano sempre più numerosi alla città, e molti, sfiniti per languore, giacevano moribondi per le strade, esalando l’ultimo fiato prima di poter ricevere alcun alimento, il Cardinale con antiveggenza paterna faceva girare de’ sacerdoti[124], che a quei moribondi porgevano cibi e bevande confortanti, e li munivano ad un tempo de’ conforti religiosi; conducendoli poscia in attigue case, ove col necessario riposo e coi rimedj potessero riaversi. Cotesta caritatevole istituzione continuò fintanto che il pubblico Consiglio giudicò opportuno raccogliere tutti i poveri vaganti per la città e rinchiuderli nel Lazzaretto.

Non per questo desistè Federico di nutrire in egual modo e riconfortare i molti che, o nojati della disciplina del Lazzaretto e della chiusura ne uscivano, o giungevano nuovi in Milano, abbandonati i proprj abituri. Egli sostenne, insieme al Consiglio, il peso di quegli affamati fin dove concedevano le sue rendite: e in lui trovarono ancora sostegno i miserabili quando, usciti dal Lazzaretto, riempirono e contaminarono di nuovo la città. La carità del nostro Pastore è paragonabile alla carità e munificenza del municipio verso l’afflitta patria, e verso tanto popolo ridotto agli estremi[125]. Il qual paragone sarà valutato dagli imparziali, poichè siccome Federico era anch’egli uno de’ cittadini, così la gloria comune di questo esempio vivrà duratura nei secoli.

III.

Suoi fatti durante la peste.

Assecondando i magnati, che alle prime minaccie del contagio fecero quanto loro suggeriva il timore e l’esperienza, Federico si diede premura per salvare i corpi, e più assai le anime del proprio gregge. Nè credendosi atto a sostenere da solo sì grave incarico, raccoglieva ogni giorno a consiglio i più prudenti suoi sacerdoti, eccitandoli ansiosamente ad esporre le loro opinioni, ed agiva in conformità delle medesime e della propria saggezza.

Ottimo consigliere, sulla cui autorità riposava sicuro, era S. Carlo, che scrisse Commentarj ed il _Memoriale intorno la pestilenza del suo tempo_ (1576). Traendo norma da tali Memorie, altre aggiungendone, Federico stabilì il metodo di tenersi in quelle calamitose circostanze, additando ai sacerdoti ed al popolo la via che guidava a salvamento. Indicò che cosa dovessero fare, che cosa evitare, per non contrar la peste coll’alito o col contatto, e per non inasprire vieppiù l’ira divina.

Tramise a’ sacerdoti tutte le facoltà ch’egli aveva dalla Santa Sede per assolvere i moribondi, e nuove impetronne dal Pontefice, estendendole a tutto quanto il clero della diocesi, affinchè non mancassero ai peccatori negli estremi momenti i soccorsi della religione. Tali provvedimenti furono disposti dal Cardinale allorquando andavano crescendo i rumori di peste; ma non appena ella avvicinossi a Milano, crebbe in lui lo zelo; teneva continui colloquj coi decurioni, inanimava i parrochi, calmava lo spavento, ed offriva premj perchè si affrontassero con coraggio pericoli ormai inevitabili. Eccitò anche i superiori de’ monasteri ed i capi degli Ordini religiosi, i quali, mossi dalla celebrità dell’Arcivescovo, volonterosi accorsero, offerendo l’opera loro, pronti ad ubbidire ogni suo cenno. Ed egli gli encomiava, dando promessa, che oltre l’eterno premio che sperar potevano dal cielo, terrebbe conto della carità e dell’ossequio dei singoli, ricompensandoli in modo, che riuscisse a vantaggio de’ rispettivi loro Ordini.

Assicurava che non si muoverebbe dal suo posto finchè la peste durasse in Milano[126], non uscendo nè dalla città, nè dal palazzo se non chiamato dalla salute del popolo o da qualche pubblica necessità. E attenne la promessa fino al punto che da taluni si tacciò la sua costanza di pertinacia; imperocchè, morti quasi tutti i famigliari, Federico, desolato e mancante de’ necessarj sussidj, ricusò di partire, contro le preghiere degli amici, dei grandi, degli stessi medici, i quali lo persuadevano a ritirarsi per alcun tempo in una salubre villa[127].

Pregato, andava a visitare i Lazzaretti, e affacciavasi alle porte ed alle finestre dei poveri tenuti in sequestro per soccorrerli. Non vietava l’accesso a chiunque voleva parlargli, non tralasciava i sacri riti e le cerimonie e le omelie, e rimproverava con voce paterna ora dal pulpito, ora sui carrobbj chi fosse restio a riconoscere gli oracoli e gli avvisi del cielo. Fui presente anch’io allorquando predicò al fonte di San Barnaba[128], ove si recò processionalmente a ordinarvi preghiere affine d’impetrare soccorso dal cielo per mezzo dell’Apostolo, che le antiche memorie di Milano e la comune credenza acclamano fondatore e primo vescovo della Chiesa nostra.

Non erano ancora serrate tutte le case, come avvenne in appresso, non ancora i cittadini si evitavano l’un l’altro, non era la città ancor ridotta in solitudine, e il popolo, che in breve cader doveva vittima del contagio, tuttora in vita, seguiva alla rinfusa l’Arcivescovo supplicante, il quale col ricordare, per la scarna e pallida faccia, S. Carlo, traeva le lagrime sugli occhi ed i sospiri dall’imo petto ai molti, che rammentavano averlo veduto girare orando per la città nell’antecedente peste.

Celebrato che fu al fonte di San Barnaba il divino sacrificio, Federico salì in pulpito, e con voce quando chiara e sonora, quando rauca e flebile, facendosi intendere in tutto il circostante campo, vaticinò, come i profeti, ciocchè avvenne.

«Milanesi! popolo infelice! moltitudine che stai per divenir preda della peste! Già già ti sovrastano le saette della giustizia divina: andrete cadaveri sotterra, e le anime vostre dovranno presentarsi al tribunale di Dio. Ma tu, o popolo, non mi vuoi credere finchè non avrai riempiti di morti le fosse, finchè le tue carni non saranno pasto ai vermi!» E continuò di questo tenore.

Allorchè poi si chiusero tutte le case della città, e fu pieno il Lazzaretto, l’Arcivescovo scelse i più cospicui del clero che attendessero ai singoli ufficj, invigilando ai loro soggetti. E non fidandosi alla cieca nè degli uni, nè degli altri, mandava in segreto alcuni suoi fidi, che ogni giorno lo informassero esattamente di tutto quanto accadeva. Voleva egli sapere prima il numero dei morti; indi i casi speciali, e se alcuno ve n’era nuovo atroce, miserando, o andava all’istante egli stesso[129], ovvero spediva altri, porgendo tutti i possibili soccorsi. Rimproverava e puniva, colla severità dello sguardo, i renitenti al loro dovere; ed era il gastigo da lui adoperato quando aveva giusto motivo di malcontento. Un sacerdote che abbandonò il proprio gregge, fu da Federico costretto a tornare, sotto pena di sospensione: con tutti poi largheggiò di ricompense, estendendole anche ai loro parenti. I parrochi furono i più benemeriti, poichè fra le azioni mirabili ch’io narrai, primeggiò l’alacrità indicibile colla quale essi sprezzarono i pericoli ed affrontarono la morte, mentre servivano a Dio, alla patria, al Cardinale.

Vidersi a que’ giorni i sacerdoti accorrere in mezzo al popolo moribondo: spettacolo orrendo e in un pietoso, che forse più non rinnoverassi! A tutte le ore della notte andavano in giro per le case dov’eranvi malati o morti di peste per assisterli ed amministrar loro i sacramenti. Alcuni de’ medesimi contrassero la peste, e morirono insieme con tutta la famiglia; altri, superstiti ai loro cari, non vinti dall’angoscia, nè l’immagine della morte, continuarono imperterriti fino all’ultimo nell’adempimento de’ proprj doveri. I parrochi, i canonici, i semplici preti si meritarono lodi per sì esemplare condotta; e molti, cui sarebbe stato lecito l’allontanarsi, rimasero al posto, fungendo il ministero di parrochi. I Domenicani specialmente, i Teatini, i Frati Minori, distinti pel cappuccio, ed i zoccoli[130] presero parte alle fatiche ed al martirio; e come martiri gli ammirava l’intera città. Accrebbero essi con tali meriti la nobiltà de’ proprj Ordini, e i Milanesi gli tennero e li terranno sempre in luogo di padri. Bello vedere quei religiosi frammisti ai parrochi gareggiando nella gloriosa lotta contro i pericoli e la morte! bello e consolante in mezzo a tanto lutto vedere i parrochi raddoppiare gli sforzi per uscir vincitori, e se pure venivano da’ zelanti religiosi superati, andarne lieti come d’un loro trionfo.

Il Viatico portavasi intorno per le strade coll’apparato e coi lumi che permettevano le circostanze: ove incontravasi qualche moribondo giacente per terra, sostavano, ed uditane la confessione, gli porgevano il pane degli Angeli, il che era d’eccitamento agli altri a ricevere il santo Viatico, che loro schiudesse le porte del cielo. Frati e sacerdoti battevano alle porte, salivano con scale per le finestre, recando seco vivande e distribuendole con pronta e fervorosa carità. Traevano seco loro dal palazzo del Cardinale cestelli con entro frutti e ghiottornie che stuzzicassero il palato anche de’ moribondi.

Mentr’essi così provvedevano ai bisogni corporali, ed in uno delle anime, sopraggiungeva sovente il Cardinale medesimo, con gran gioja dei malati e de’ pietosi sacerdoti che gli assistevano. E se egli ne incontrava alcuno portante sotto il serico ombrello il Viatico in qualche casa d’appestati, il seguiva, e ritornava fino alla chiesa d’ond’era uscito. Accadde un giorno, cosa degna d’essere ricordata: una vecchia ed un uomo d’età matura s’inginocchiarono dinanzi un sacerdote che portava il Viatico, chiedendo di comunicarsi, sebbene non avessero lavata l’anima dalle peccata. Il cardinale presente li rimbrottò in tal tuono, che agli astanti sembrò udire un profetico vaticinio. «Perchè qui venite con falsa e intempestiva pietà? perchè non mondarvi col Sacramento della Penitenza innanzi d’accostarvi al tremendo mistero dell’Eucaristia?» I due se ne andarono confusi, e palesarono, confessandosi, il tentato sacrilegio.

Adoperavasi il Cardinale che l’augustissimo Sacramento Eucaristico venisse amministrato con decoro in mezzo a tanta confusione d’uomini e di cose. E ciò fu di grande vantaggio spirituale.

IV.

Lazzaretto ecclesiastico istituito da Federico.

Indegna e sconcia cosa era non solo il vedere, ma il pensare che i sacri ministri venivano ammonticchiati sui carri, insieme fin anche a’ nudi cadaveri di donne, e gettati alla rinfusa nelle fosse senza onor di sepolcro. Turpe spettacolo e turpe uso, conseguenza di quei giorni di miserie e calamità! L’edificio che dicesi la Canonica, apparteneva già agli Umiliati, i quali vi passavano i giorni nell’inerzia colle inutili loro ricchezze: incorsero le ecclesiastiche censure, e dopo l’inaudito misfatto, abolito l’Ordine[131], vi sottentrarono i chierici che ivi hanno stanza, e vengono educati al sacerdozio. Federico destinò codesto edificio per lazzaretto ecclesiastico, all’uopo di trasportarvi non già tutti i preti ed i chierici appestati, ma quelli soltanto che prendessero il contagio nell’esercizio del loro sacro ministerio.

Vi mise a direttore Girolamo Settala[132], fratello del protofisico, e che da arciprete di Monza era venuto penitenziere maggiore in Milano; uomo di tal sapere e virtù, che pochi ne ebbe d’eguali la Chiesa nostra, e pochi forse ne vedranno in futuro le altre chiese e città. Lui morto, vi mandò Primicerio Visconti, nipote suo per parte di sorella, nominato dal principio di questo libro. I due accennati direttori del lazzaretto ecclesiastico scelsero parecchj tra i più idonei della veneranda Congregazione degli Oblati, i quali avessero cura che i sacerdoti infermi alla Canonica fossero ben trattati, e in uno non mancassero dei sussidj della religione a ben morire. Grandi provviste eransi fatte nel locale delle cose necessarie; e il Cardinale ordinò si mandasse ivi dal suo palazzo ciocchè abbisognava.

Eranvi medici, chirurghi, inservienti ed altri mercenarj per supplire alla meglio qualora alcuno di loro perisse. Morti i primi Oblati nel lazzaretto[133], altri di quella Congregazione sottentrarono alacremente, desiderosi della palma e per far cosa grata al Cardinale, e perchè reputavano una gloria l’avventurare la vita in quell’ufficio di carità. Siccome però le ricchezze del Borromeo ed i denari del pubblico mal bastavano a tante spese, s’invitarono i parrochi, i canonici e gli altri ecclesiastici della città a voler dare quella somma che ciascuno poteva per sostenere quel lazzaretto, aperto a loro vantaggio, e del quale forse ciascuno avrebbe bisogno. Non pochi inviarono denaro per sentimento di carità, altri per rossore, altri perchè ricchi.

Molti danarosi, che trovavansi malati in quel lazzaretto, vedendo avvicinarsi la morte, testarono ai custodi le ricchezze che seco non potevano portare, e che ormai dispregiavano, rivolti i desiderj ai beni dell’altra vita. In tal modo s’accrebbero i fondi di quella caritatevole istituzione. Sussistè per quattro mesi il lazzaretto nel locale della Canonica, con numero variabile di ammalati, però non minori giammai di sessanta. Ognuno di essi, guarendo, assisteva gli altri, ed in tal guisa mostravano la loro riconoscenza della ricuperata salute a Dio, al Cardinale ed alla nostra Chiesa.

V.

Denaro portato al Cardinale da due contadini e dal Lomellini di Genova.

Il 22 giugno stava Federico nella sala del palazzo in cui si custodisce la croce arcivescovile. Erano due ore di giorno, ed egli, celebrata nella domestica cappella la messa, passeggiava su e giù a lenti passi immerso ne’ suoi pensieri, ovvero appoggiandosi al muro, dava udienza a chiunque bramasse parlargli, essendo a tutti libera l’entrata: così soleva impiegare il Cardinale quell’ora mattutina a sollievo dell’animo oppresso da tante cure. Io mi trovava a caso in un angolo di quella sala vicino alla porta, e vidi per la lunga fila di stanze inoltrarsi a pari passo due contadini d’età quasi eguale, d’onesta fisonomia, ma con vesti ancora più vili di quelle che indossano i bifolchi.

Entrati alla foggia contadinesca, s’inginocchiarono innanzi il Cardinale, e quegli che pareva il maggiore, disse:

«Signore, noi siamo due fratelli coltivatori d’un campicello, che nostro padre, contadino anch’esso, ci lasciò. Abbiamo nascosti in seno e cuciti negli abiti due mila zecchini, denaro raccolto colle nostre fatiche e a forza d’economia, ed è nostra intenzione deporre quest’oro ai piedi di Vostra Eminenza, affinchè lo adoperi come crede meglio».

Una sì inaspettata offerta fece stupire l’Arcivescovo, il quale sospettando un equivoco, ovvero che i due contadini fossero pazzi, rispose badassero bene a quanto dicevano.

L’altro replicò essere sani di mente, e che parlavano da vero; allora l’Arcivescovo, chiamato uno de’ suoi famigli, ordinò li conducesse a parlare coll’arcidiacono. Scesi per le interne scale e introdotti alla sua presenza, dopo alcune parole sulla loro intenzione, levate le casacche, trassero fuori parecchi cartocci di zecchini, e avendoli numerati, chiesero che un pubblico notajo rogasse un atto, qualmente il denaro da loro portato rimanesse nelle mani dell’Arcivescovo da spendersi a suo beneplacito: firmata la quittanza, che l’arcidiacono rilasciò a nome di Federico, i due contadini la riposero e se ne andarono.

La narrata avventura, della quale fui testimonio, m’ispirò allora e sempre grande venerazione per l’animo sublime del Cardinale, che, sprezzando l’oro, non volle giammai contaminare le mani toccando l’altrui denaro. Anzi egli non soleva maneggiare neppure il proprio; e spinse la delicatezza fino a ricusare in que’ giorni somme ingentissime offerte da alcuni donatori.

Viveva in Milano un Lomellini, ricchissimo genovese, d’alta statura, di colorito bruno, e che girava per città con abiti da privato anzichè da gran signore. Egli, o per negozj, o perchè il soggiorno di Genova gli fosse venuto a noja, dimorava di quando in quando in Milano, ed era degno di esserne cittadino. Uomo pio e caritatevole, inviava segrete limosine a’ monasteri, quando sapeva esservi alcun urgente bisogno, e dicevasi aver egli portati in più volte tre mila zecchini da distribuirsi, come avrebbe creduto opportuno il Cardinale, che molto encomiò la pietà e la splendidezza del forastiero. Ma ritornato questi con dieci mila zecchini e più, Federico, sorpreso per l’entità di tal somma, rimase titubante, e corrugò la fronte sul riflesso che non fosse decoroso per l’Arcivescovo il ricevere tanto denaro da un privato. Indi, rasserenandosi, rispose: «Date piuttosto quest’oro ad altri che ne abbiano maggior bisogno». Il Lomellini partì stupefatto, e come si seppe in seguito, distribuì parte del denaro a persone avvezze a non rifiutarlo mai, le quali, accettato ben volentieri sì magnifico dono, comperarono molti sacri vasi di gran costo, ed abbellirono la loro chiesa di colonne, statue, pitture e dorate soffitta[134]. Il residuo lo impiegò a sollievo de’ pubblici bisogni, che erano molti ed urgenti a quei giorni.

VI.

Avvisi e consigli del Cardinale al suo clero.

Esiste una lunga nota di rimedj e di cautele pubblicate da Federico per uso del clero, ed io credo non inopportuno riferirne le principali, e per mostrare l’attiva vigilanza del nostro Pastore, e per utilità altrui se mai in alcun luogo, che Iddio tolga, ne venisse il bisogno. Quanto al battesimo de’ bambini nati da donne appestate e in pericolo di vita, Federico ingiungeva:

«Ove occorra a te, parroco del luogo, o a te, sacerdote, che ne adempi le funzioni, di battezzare uno di codesti bambini, procura di avvicinare alla faccia il fuoco per dissipare l’aria pestilenziale d’intorno al volto del bambino, o almeno correggerla: adopera altresì absenzio o erbe aromatiche per preservativo.