La peste di Milano del 1630

Part 12

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«Quanto all’amministrare il sacramento della penitenza, la seconda porta di salvezza dopo il battesimo, ti regolerai nel modo seguente. Se l’ammalato trovasi in istato che si possa muovere, lo farai venire in luogo dove entrambi siate all’aria aperta; ed ivi ne udirai la confessione; che se non può muoversi, ti collocherai vicino alla finestra o sull’uscio in tale distanza però, che i segreti della confessione non corrano pericolo d’essere uditi al difuori. Ove poi necessitasse l’avvicinarsi di più, bada a non toccare colla tua veste gli abiti o le coperte del malato, ed abbi la massima cura di non aspirare l’alito suo[135], tenendo, per quanto è fattibile, la faccia rivolta dall’opposta parte della sua bocca.

«La camera in cui sarete dovrà purgarsi con qualche suffumigio per scacciarne la puzza e l’aria contagiosa. Ciò si ottiene con facilità, bruciando lauro, ginepro od altre simili bacche; e in caso estremo, che null’altro si trovi, anche paglia. Giova altresì umettare con aceto la fronte e le tempia, ed avvicinare al naso pallottoline d’avorio o d’osso con entro spugne odorifere, come si usò anche nell’ultima peste. Voi, usando tali cautele e tenendovi riguardati, avrete ad ogni modo almeno il merito dell’ubbidienza».

Con eguale premura il Cardinale prescrisse a’ suoi sacerdoti quant’altro concerneva il loro ministero. Poter essi tralasciare del tutto il sacramento dell’estrema unzione, che prepara all’ultima lotta i moribondi; che se alcun sacerdote d’esimia pietà voleva pure amministrarlo, ungesse soltanto l’occhio, omettendo le unzioni meno necessarie alle reni ed alle gambe; ingiungesse poi al malato di giacere colla bocca chiusa e il corpo ricoperto, per evitare di contrar la peste dall’alito o dalle esalazioni di lui. Quanto ai matrimonj, diceva Federico, che non abbisognando contatto, il sacerdote poteva tenersi lontano dagli sposi mentre pronunziava le parole del sacro rito. Circa poi alla messa, mistero del quale è impossibile escludere il popolo, che si raccoglie promiscuamente nelle chiese, ordinava di collocare un altare portatile vicino alla porta del tempio, affinchè la gente potesse udire la messa in modo che nè il sacerdote contragga la peste dall’accalcata moltitudine, nè questa ritorni a casa con maggior numero di appestati che non aveva al suo venire[136]. Però badasse il celebrante di non adoperare paramenti usati da altro sacerdote morto di peste.

Morto appena un prete, tutti i sacri arredi, i camici, le tovaglie, i pannolini e le robe medesime del defunto, dovevansi spurgare e porre in disparte. Soggiungeva che sarebbe anzi meglio avanti la sua morte, ai primi indizj di vicino pericolo, mettere in custodia gli oggetti preziosi della chiesa e quanto è difficile a spurgarsi, facendone un esatto elenco, affinchè, cessata la peste, si potessero scernere le cose integre dalle sospette. Anche le cerimonie e i riti funebri temperò a seconda del pericolo.

Tutte le quali cose, quantunque di minor conto, io le ho riferite per vieppiù chiaramente mostrare la vigilanza del nostro Pastore, che nulla trascurava, e perchè argomenti il lettore quali fossero le cure di lui nelle cose di rilievo, dacchè anche delle più lievi cotanto s’interessava.

Le pastorali diramate dall’Arcivescovo ai parrochi ed ai vicari della milanese diocesi, esprimono ancora più al vivo i sentimenti di lui per le anime del suo gregge. Le parole di Federico sembrano quelle dell’apostolo Paolo.

«Vestite viscere di carità: vedete il gregge, vedete ridotti all’estremo bisogno i figli, che la santa Madre Chiesa vi partorì e vi affidò. Siate pronti come noi siamo pronti a perdere questa vita mortale anzichè abbandonare la nostra famiglia, la casa, i figliuoli. Abbracciate la peste come vita e consolazione, purchè possiate guadagnare un’anima a Cristo. La modestia, la sobrietà e la pudicizia vostra e tutte le virtù risplendano come fiaccole. Ciò placherà l’ira celeste».

Altre ammonizioni quasi colle stesse parole ritrovai nelle lettere arcivescovili da lui dirette ai parrochi, cui inculcava ammonissero sovente il popolo di non dissimulare e tener occulta la peste, perocchè il farlo era gravissimo peccato.

VII.

Premura del Cardinale pei monasteri delle Sacre Vergini.

Federico sovvenne, premuroso, con ogni sorta di soccorsi e conforti, le vergini consacrate a Dio ne’ monasteri, dove il debol sesso vive dal sociale consorzio segregato. Egli prescrisse quanto doveva farsi subito e per l’avvenire, affinchè quelle religiose e solitarie vergini conservassero integra la fama, tranquillo l’animo, nè mancassero loro i necessarj alimenti. Provvide che si comperassero di tempo in tempo i cibi duraturi per alcuni giorni, ordinando, fra le altre cose, di evitare in tali compere gli inutili discorsi coi venditori e l’intromettersi di molte persone ne’ monasteri, non esclusi i servi, perchè sempre sospetti.

Le cose poi che soglionsi introdurre pel torno fossero senza panni od involucro, ma poste in vasi di stagno, di rame, di vetro. I quali vasi e le cordicelle non si ricevessero entro il monastero, ma cavato fuori il contenuto nei medesimi, si restituissero subito, mandandoli al di fuori. Così pure non dovevasi per allora mandar fuori stoviglie, canestri, cesti, ovvero usciti una volta che fossero non più riprenderli e toccarli. Proibì altresì di ricevere scrigni, casse, e quant’altri oggetti i parenti, gli amici o i benefattori del monastero e dell’Ordine volessero dare in custodia alle sacre vergini.

Stabilì e circoscrisse il numero degli inservienti, e limitò pure i soliti cicalecci al parlatorio, le lettere femminili, i donativi di dolci ed altre futilità quasi illecite sempre, e in quel tempo pericolose e fatali, perchè non vietandole avrebbero introdotto il contagio ne’ monasteri.

VIII.

Il Cardinale presagisce per ispirazione divina la prossima cessazione della pestilenza, e si accinge a riordinare gli studj ecclesiastici e le arti.

Il Cardinale, quando gli fu riferito essere morti sessanta parrochi urbani[137], lagrimò per sì gran strage. E i pochi ecclesiastici sopravvissuti che stavano al suo fianco nel solitario palazzo, narrarono come in quel momento di costernazione e di lutto lo videro rivolgersi all’effigie di Sant’Ambrogio con tal espressione di fisonomia e muovere di labbra, che udivansi lagni misti a preghiere all’antico pastore della città nostra, affinchè non lasciasse tutto perire il suo clero e la sua chiesa. E notarono altresì che dopo quel colloquio s’avvicinò a loro con fronte rasserenata come se avesse ricevuta la favorevole risposta, che cesserebbe la pestilenza, e che Iddio, placato, consentiva a salvare l’ambrosiana diocesi.

Da quel giorno l’animo del Cardinale s’andò calmando; e insieme scemava gradatamente la peste, finchè all’incominciar del settembre, Federico, vieppiù rassicuratosi, celebrò con solenne pompa la Natività di Maria, e recitando, giusta il consueto, l’omelia non esitò a promettere al suo popolo giorni fausti e lieti, ed il termine del contagio; e così avvenne. Ricuperata che ebbe Milano la salute, e sgombro il nembo che aveva ogni cosa ottenebrata, rifulse di nuovo lo zelo di Federico per gli studj e le belle arti, da cui l’orribile calamità l’aveva a forza distolto.

Egli diede opera a riordinare i seminarj pei giovani, a proporre premj, cercar maestri e dotti, e tutti i mezzi opportuni ad educare gli ingegni. E siccome morti in tanta strage esimj pittori e scultori, le belle arti, delizia e decoro di Milano, erano abbandonate, il Borromeo attese con tutta la premura a far rifiorire in città le arti stesse, le lettere e le maggiori scienze. Riaprì a tal uopo nella Biblioteca e nel Collegio Ambrosiano scuole d’ambo i generi; e comperati a giusto prezzo i lavori d’illustri artisti che giacevano negletti nelle deserte case, li trasportò nel museo della Biblioteca medesima. Non ebbe il Cardinale cure più gradite di queste, com’io credo avere più diffusamente esposto nella vita che di lui scrissi.

IX.

Opinioni e sentenze di Federico Borromeo circa la peste.

Narrati i precedenti fatti ch’io vidi, o udii, mi diedi ad indagare e raccogliere d’ogni parte altre notizie che viemeglio illustrino la memoria del Cardinale, e la tramandino all’esempio dei posteri. In tali ricerche ho rinvenuto un breve manoscritto[138] in cui, secondo era uso, notava, anche fra tanta calamità della patria, le amene lucubrazioni della feconda sua mente, sempre intenta al filosofare. Ed io, non volendo defraudare lui di questa gloria, e gli uomini d’ingegno del frutto che trar ponno da’ suoi utili ed eleganti scritti, riporterò in codesta mia storia molti fatti belli e insieme tristissimi, che l’Arcivescovo, testimonio oculare della pestilenza, lasciò scritti, ovvero raccontò ne’ discorsi famigliari. In quel modo che antichi scrittori conservarono i detti memorabili di Socrate e l’altissima sapienza di lui, così noi conserveremo i commentarj e i detti di Federico intorno la peste.

Egli incomincia a paragonare la strage di Milano con quella di Gerusalemme al tempo de’ Maccabei, quando il re Antioco, ministro dell’ira divina, la desolò; e le attribuisce entrambe ai giusti e clementi giudizj d’Iddio; affermando che quei castighi furono prove della benignità e misericordia di lui, perchè il popolo Ebreo ed i Milanesi divenissero migliori. E soggiungeva, che mirando egli le buone opere e la pietà dei cittadini, sperava non si rinnovasse più sì tremendo esempio dell’ira celeste; quantunque non sia lecito all’uomo scrutare gli arcani della Provvidenza. La quale sentenza, da lui profferita, sarà sempre un conforto ed una grata testimonianza per la nostra metropoli.

Viene poscia a esporre la sua opinione circa l’origine della peste, col senno che in esso univasi ai talenti letterarj ed alle molteplici cognizioni, affermando che, sebbene scoppiata per divino volere, avevano contribuita a spargerla anche cause umane. Appoggiandosi all’autorità di Omero, citato da gravissimi filosofi e dai Santi Padri, dimostra che non senza ragione il poeta introduce Apollo che vibra i dardi avvelenati sul campo de’ Greci, per indicare che la Divinità si serve anche di questo mezzo per castigare i mortali. E da ciò conferma che la nostra pestilenza fu divino castigo, notando a maggior prova che l’esercito alemanno, il quale recò a noi il contagio, ne andò quasi immune; e che le truppe spagnuole occupate all’assedio di Casale, ricevendo quasi giornalmente viveri dalla Lombardia, non contrassero il male per tale comunicazione, essendo manifestamente così piaciuto a Dio. Il quale volle certi luoghi ed uomini punire con tale morbo, ed altri risparmiare, serbandoli forse ad altre pene. Anche nel recinto del Lazzaretto, quella notte che poteva essere l’ultima ai rinchiusi per l’allagamento, furono salvi dalle acque coloro che poscia la peste tolse di vita. Laonde chiaro appariva essere destinato che tali uomini dovevano morire di contagio. Stabilita in tal guisa una causa soprannaturale, ragionava delle umane cose come segue, non diversamente da quanto noi abbiamo esposto.

«La fame, dice Federico, originò il contagio; e la fame venne dalla sterilità dei campi e più dai soprusi delle soldatesche e dalle violenze usate dagli stranieri a questo paese. È la lombarda gente forte e in uno delicata: la robustezza sua la rende indomita alla guerra ed alle fatiche come attestano le storie; ma d’altronde sprezza ed abborre, per superbia e mollezza, gli incomodi a’ quali aggiungasi anche l’avvilimento. Laonde essendo ne’ Lombardi più vivo il senso dei mali, la noja, la disperazione e l’impazienza loro li rese più proclivi a contrarre la peste».

Tale è l’opinione di Federico intorno la duplice origine del morbo; quanto a inganni ed artificj di principi e re stranieri per diffonderlo, ed a congiure per devastare Milano, egli nega ve ne siano stati. Circa l’unto venefico per spargere la peste, le misture avvelenate, i veneficj, egli lascia in dubbio se realmente ve ne furono, ovvero se li abbia sognati la vanità ed il timore degli uomini. Pur nondimeno mostrasi proclive a dar fede a quanto fu detto e creduto, che alcuni facinorosi e insani immaginassero la scelleraggine degli unti nella speranza di rubare; e paragona la loro follia alla stoltezza di certe arti. Che mai non fantasticano gli astrologi e gli alchimisti? così del pari gli untori avevano forse vagheggiato un immenso bottino e cambiamento di fortuna qualora si estinguessero le famiglie e si distruggessero le case; ad ogni modo è cosa incerta ed ancora nascosta nel mistero, ciò solo è sicuro ed evidente, che la peste afflisse Milano per voler celeste, affinchè i cittadini si emendassero.

Dopo le stragi della pestilenza, apparvero in maggior numero che per l’innanzi delitti e libidini dei plebei e de’ nobili; della quale corruttela e perversità, molteplici furono per avventura le cause e principalissima la seguente. Gli uomini, cessata la peste, insuperbirono, abbandonandosi ad una gioja smodata e puerile come se avessero trionfato della morte, essendo favoriti dalla prospera loro sorte nell’universale calamità. Siccome quei che privi a lungo di cibo e di vino, non appena vien loro fatto d’averne se ne riempiono l’epa, così costoro, immergendosi in ogni genere di voluttà delle quali credevano essere rimasti defraudati, si gettarono più sfrenatamente ad ogni vizio, gozzovigliarono, lascivirono.

Le esposte cose rinvenni scritte nelle Memorie che il Cardinale compilava di mano in mano.

In esse con eguale diligenza e saggezza notò e raccolse quanto riferivasi alle arti di spargere il contagio ed all’origine loro; ragionò de’ mostri, dell’orribile aspetto della peste, della penitenza dei cittadini e frequenza ai sacri misteri de’ sacerdoti: descrisse i vani specifici adoperati dal volgo per evitare il contagio; ed i rimedj salutari che potevano adoperarsi per ristorare, dopo sì gran strage, la città, e far rifiorire le arti. Tali ed altre cose desunte dalle sue Memorie, e qui ripetute, hanno tanta maggiore autorità, in quantochè lo Scrittore, per grado e per santità eminente, discuteva con somma prudenza ogni fatto riferito.

Nel capitolo DEGLI UNGUENTI PESTIFERI, Federico s’esprime in questa guisa: «Agevolmente e volentieri si mischia la verità colla menzogna, le cose veridiche colle false; quindi intorno la peste manufatta molto fu detto che può essere creduto, o confutato con pari facilità. E noi abbiamo ammesse alcune cose, mentre siam d’avviso che a certe altre si possa negare credenza. Non esitiamo di affermare per sicuro che furonvi molti i quali per iscusarsi della loro riprovevole negligenza, divulgavano che venne loro attaccata la peste cogli unguenti, mentre la contrassero coll’alito od il contatto.

«Circa le arti dell’ungere, raccontavansi le seguenti cose, se vere o false lo ignoro. Aggirarsi e vagarsi per Milano taluni con carte avvelenate che, sporte come suppliche agli incauti, contaminavano e davan morte a chi le pigliava. La terra, i grani e perfino le picciole monete distribuite in elemosina a’ poveri, essere asperse di quella materia venefica. Aggiungevano che si appiccicavano gli unti alle pareti col mezzo di pertiche e soffietti, e che la rabbia de’ congiurati untori giunse a tale, che uno dei loro emissarj cercò d’introdursi in un monastero, dove ammesso, recò, sotto velo di santimonia, il contagio, ungendo dal primo all’ultimo gl’infelici monaci, i quali tutti perirono prima che venisse discoperta la frode.

«Questi ed altri racconti che giravano in bocca di molti, noi nè crediamo, dice il Cardinale, nè osiamo dire temerariamente divulgate».

Quanto poi al furore dell’ungere si esprime come segue.

«Nel Lazzaretto un untore confessò in pubblico d’aver fatto patto col demonio, e additò il luogo ove aveva nascosti i barattoli e i vasi dei veleni, ed appena ebbe finito di parlare, spirò. Momenti prima, stimolato da disperazione e rabbia, egli aveva cercato un pugnale per uccidersi; ma non riuscendogli ottenerlo, tentò segarsi la gola con una pietra tagliente. Una donna confessato il delitto, accusò la figlia sua partecipe e ministra: arrestata immediatamente, si rinvennero presso di lei i barattoli e gli altri stromenti delle unzioni. Un tale reo convinto dello stesso misfatto traducevasi al supplizio sopra un carro fra la moltitudine accorsa allo spettacolo, martoriato, a tenore della sentenza, per tutta la strada dal carnefice, il quale con tenaglie roventi gli stringeva le braccia e le nude membra. Il paziente, additando uno degli spettatori, disse ai satelliti d’arrestarlo, essendo reo d’aver sparsi in sua compagnia gli unti, facendo morire un gran numero di persone.

Questi ed altri casi furono raccolti e narrati dal Cardinale, ed io ne trascelsi alcuni pochi per offrire un saggio ed un esempio della stoltezza di quegli untori. Ma poichè, siccome accennai più sopra, gli animi ondeggiavano in molte dubbiezze circa la questione se vi furono realmente unti ed un’arte di spargerli, ovvero se fu uno di quei vani timori senza fondamento che spesso fan delirare gli uomini caduti nell’estremo de’ mali[139]; io, per conchiudere sulle controverse opinioni, riferirò un passo del medesimo Federico, che pone ad esame le ragioni addotte da entrambe le parti.

«Consta, dic’egli, non essere stata questa la prima o l’unica pestilenza che si dice composta per frode e colpa dei mortali, poichè e in Italia e fuori ebbero luogo più d’una volta somiglianti sfrenatezze. Esiste un libro della peste manufatta, prova non dubbia che gli uomini inferocirono altre volte a danno della vita e della pubblica salute, imitando in certa guisa le divine saette, con scellerate invenzioni, per compiere il loro delitto. Nè questa è cosa di facile esecuzione, sibbene soggetta a molte e incredibili difficoltà, come si riferisce dell’arte degli alchimisti, i quali s’affannano a cuocere metalli e trasmutarli, ma ad onta degli indicibili loro sforzi, invecchiano senza riuscirvi. Gli untori però, trovato che abbiano i venefici unguenti, paghi d’aver in mano questo colpevole mezzo, con molta facilità e speditamente commettono il misfatto. Agli sfrenati appetiti degli uomini ed a’ molteplici veleni che offre la natura, s’aggiunse il potere dei demonj, nemici sempre del genere umano, eccitatori e maestri ai delitti con cui i mortali, nuocendosi tra loro, offrono all’eterno nemico graditissima preda di corpi e di anime.

«Tutto ciò conferma la divulgata opinione degli unguenti e dei veleni, ma alla stessa opponesi che tali misfatti erano ineseguibili con soli mezzi privati, e d’altronde nessun re o principe ajutò gli untori coll’autorità sua o con sussidj. Di più non si rinvenne mai alcun capo od autore di codeste scellerate unzioni, a provare l’insussistenza delle quali non è lieve congettura, l’essere svanite da sè, mentre sarebbero, fuori di dubbio, continuate fino all’ultimo, ove fossero state sparse con metodo sicuro. La storia pende dubbiosa fra le due opposte sentenze. Soltanto sì Lombardi che stranieri, di carattere violenti, usi alle lascivie, annojati dello scarso stipendio de’ faticosi lavori e di soffrire la fame, conseguenze tutte della condizione infelice dei tempi, incominciarono a far tra di sè combriccole per rinvenire un termine ai proprj mali. Ajutati dal demonio, il quale vieppiù aizzava i loro animi accesi, immaginarono quest’arte di ungere, i cui elementi avevano per avventura imparati ne’ paesi, d’onde la peste fu recata in Lombardia.

«E non è cosa nuova che uomini scellerati, per sottrarsi a’ mali ed incomodi, ricorrano ai delitti. In ogni secolo esisterono uomini che i sentimenti e la fortuna eguale consociò, siccome attestano le storie romane, dei congiurati di Catilina. Che poi codesti untori fossero i più spregevoli e corrotti degli uomini, chiaro apparisce dal modo con cui incontrarono la morte. Parecchi di loro, sprezzando gli inviti all’eterna salute e i sacramenti, perseverarono torvi e impenitenti già col laccio alla gola, talchè, dopo varj tentativi ed esortazioni, si strangolavano come già dannati all’inferno.

«Uno tra essi, côlto sul fatto mentre ungeva, e tradotto senz’indugio alla forca, veduto un carro sul quale stavano i Monatti sovra cadaveri d’appestati, prese la corsa, e si slanciò in mezzo a quella pestifera turba, quasi in sicurissimo asilo, fra i bubboni e la marcia grondante, dove nessuno avria osato porre le mani su lui. Côlto da un nembo di sassi e projettili, cadde ferito in più parti, e sul carro medesimo fu tradotto alla fossa[140]».

Fin qui il Cardinale con prudenti sentenze; e continua a discutere con maggiore sottigliezza, all’uso dei filosofi, sui veleni ed unguenti per comporre, alimentare e spargere la peste, affinchè gli untori avessero tutto l’agio di rapinare e far bottino in mezzo ai malati ed ai cadaveri.

Il Cardinale narra poscia i seguenti miserandi e abbominevoli casi.

Ad una nobile fanciulla erasi talmente enfiata la lingua chiudendo la chiostra dei denti, che per otto interi giorni non potè inghiottire cibo. Tagliata dappoi l’ulcera, ed introdotta in bocca una cannuccia, i genitori vi stillarono alcune goccie, che diedero all’inferma un momentaneo ristoro; ma rincalzando il male, poco stante spirò. Un monaco, per un eguale tumore, rimase dieci giorni senza potersi cibare, e colla lingua sporgente dalle fauci due dita di lunghezza, sicchè tra spasimi atroci, e presentando un ributtante spettacolo, morì. Una donna nel Lazzaretto continuò cinque giorni a correre su e giù, percorrendo sempre lo stesso tratto, nè fu possibile tenerla quieta, chè il morbo l’aveva resa furente: stracciava la veste, nudandosi il corpo, e spezzando i legami. Casi simili e la smania di andar nudi, riferisce Tucidide, che nobilitò colla sua storia la peste di Atene.

Fuvvi un altro nella turba del Lazzaretto che avendo a nausea il cibo, rimase per otto giorni quasi digiuno e senza parlare come fosse privo di lingua, talchè fu ritenuto per morto. Il nono dì, ito alla stalla dei Monatti, ed agguantato la notte un indomito cavallaccio, lo inforcò, e cacciandolo a corsa fino all’alba senza respiro, l’affaticò in guisa, che il cavalcatore e la bestia, cadendo esanimi a terra, spirarono.

Uno rimase in vita, cadutegli ambidue le gambe incancrenite; un altro, scoppiatogli un bubbone sul petto, mostrava, in respirare, orrenda vista! i palpitanti precordj.

Un giovane monaco, smarrito il lume dell’intelletto e in delirio per violenza del morbo, fuggì dal chiostro, e vagava per la città, e dicendo esser egli il papa, sporgeva il piede al bacio. E siccome niuno appagava questa pazza fantasia, si astenne dal cibo, risoluto di morire. Il simulato ossequio fu rimedio all’infelice deliro, e venerato come pontefice da taluni, consentì a prendere gli offerti alimenti, e risanò dalla peste, e in uno della sua monomania.

Miseranda e ridicola fu l’insania d’un altro, il quale, immersosi in uno stagno coll’acqua fino alle fauci, durò per tre giorni senza pigliar cibo, canterellando d’aver trovato un asilo sicurissimo contro i satelliti, e che gli erano stati derubati dieci mila zecchini avuti in regalo dall’imperatore.

Un fenomeno quasi identico a quello della pestilenza d’Atene, secondo racconta Tucidide, fu rimarcato anche tra noi, cioè che i moribondi cercavano i pozzi e le acque in genere.

Orrendo spettacolo e ributtante a vedersi più d’ogni altro, fu che malati ed anche gli uomini sani e robusti, stillando marcia e sangue dalla bocca o dal naso, stramazzavano a terra, spirando al momento.

Il dolore di capo fece ad alcuni schizzar gli occhi ridendo, e vantandosi di non aver indosso la peste, esalavano l’anima; altri si precipitarono dalle finestre. Taluni vennero a rissa armati di bastoni: abbattuti dalle percosse, e in uno dal morbo, giacquero estinti nel luogo stesso dove si batterono, spinti da pazzo furore.