La peste di Milano del 1630

Part 10

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Chi dava fede a simili assurdità, era difficile non credesse agli unguenti pestiferi. E in vero risulta dal Processo che il Padilla opinava essere i medesimi adoperati in Milano. Nondimeno, benchè partecipasse a tale erronea ma comune credenza, addusse, per scolparsi, testimonianze che la dimostravano assurda. Voglio dire alcune deposizioni di medici che riferirò testualmente, perchè onorano il nostro paese, mostrando che nel generale delirio v’erano uomini che non lasciavansi illudere. Che se tacquero finchè cessato il tremendo contagio si calmarono gli animi, fu perchè avrebbero esposta inutilmente la vita senza lusinga che si desse loro retta, chè il fanatismo non ascolta ragione.

Il medico Appiano fu uno de’ più distinti e benemeriti, come vedremo nel Libro IV.

_Deposizione del medico G. B. Appiano della parrocchia di S. Stefano in Broglio._

«Non solamente io ho visto la peste, ma provatala dal primo principio et medicatola sino all’ultimo fine, sì nel Lazzaretto come per tutta la città et tuttavia io l’ho sempre vista uniforme sì nelli mali che apportaua come nella maniera che ammazzaua et nella prestezza del tempo. E questo per infiniti casi veduti in quei principj nel Lazzaretto dove tutti gli appestati o vivi o morti erano condotti, non essendovi in quei tempi pur sospetto alcuno non che parola d’onti, tuttavia con accidenti terribili, e repentinamente morivano molti delli appestati.... Che se forse ne’ mesi caldi di luglio e agosto morivano più persone più presto et con accidenti più terribili, cagione della quantità dei morti n’era l’essere disperso per il contagio o commercio il male per tutta la città. Delli accidenti o morti più terribili n’era cagione il caldo, il quale quanto è maggiore tanto più fa malignare gli umori... perciò non mi meraviglio de detti accidenti. E dopo ancora li detti mesi caldi, et passato il sospetto dell’onto sono morti molti con gl’istessi accidenti, con li quali morivano quando degli onti si parlava».

E conchiude: «Onde, siccome ho detto da principio, mi pare che sempre dal principiar di detto male sino al fine sii sempre stato et uniforme a sè stesso et conforme a quello che viene descritto da buoni autori; et che siano occorsi casi simili a quelli che erano riputati d’onti sì avanti il sospetto degli onti come doppo, io ne posso fare certa e vera testimonianza per aver prima et più d’ogni altro medicato detto male sì nel Lazzaretto come per tutta la città».

_Deposizione del fisico collegiato Branda Borri di Santa Maria alla Porta._

«Io ho medicato quasi tutto il tempo della peste, visitando moltissimi ammalati et ho notato in tutto quel tempo li segni di quel male, tanto in una persona quanto in un’altra, ch’io non seppi mai trovare, e accertare segni o accidenti o sintomi da noi detti, i quali mi potessero distintamente con le loro indicationi indurre a far conseguenza che più questo o quell’ammalato morisse di peste nata solamente da contagio, ovvero che procedesse dall’onto. E ciò l’ho potuto molto accuratamente notare et osservare, stando che essendo io già dalla peste infetto non visitauo altro che appestati ai quali io toccauo il polso, et vedeuo distintamente le urine, toccandoli ancora il male (bubboni) sì nelle persone ordinarie quanto ne’ grandi, et anche nelle clausure delle monache. In niuno de’ quali luoghi non ho mai potuto accertare et dire quest’è ammalato per esser onto, o per essergli in altra maniera il morbo contagioso comunicato... L’opinione del volgo ha sempre giudicato e tenuto piuttosto tutto il male procedere dall’onto, la qual opinione è sempre stata lontana dal mio sentimento. Poichè ancor ch’io non neghi che vi sii potuto essere stato l’onto col quale si potesse comunicare l’infettione, nulladimeno io tengo per fermo che moltissimi morissero di contagio ordinario, benchè da loro fosse stimato venir dall’onto.

_Deposizione del chirurgo Antonio Gambaloita a San Paolo in Compito._

Appoggiandosi al fatto che a taluni veniva prima la febbre, poi «sopraggiungevano bubboni, antraci et carboni», ed in altri accadeva il contrario, affermava essere il primo caso sintomo salutare, funesto il secondo giusta Ippocrate. «Questa fu la causa, dice, che presso di me (cioè in cuor suo) non credeuo che gli onti (se pure ve n’erano) auessero fatti progressi alcuni... E concludo che doppo cessato il sospetto degli onti la peste faceua l’istesso effetto, ed haueua gli stessi accidenti come nel tempo che si parlaua degli onti».

E seguono altre testimonianze di medici affermanti essere morto egual numero di persone anche dopo che non si parlò d’unti.

E il Padilla? era impossibile con tanto cumulo di prove che non uscisse innocente, ed uscì, dopo due e più anni di prigionia. Ma che il Senato lo dichiarasse tale con sentenza, ovvero gli aprisse il carcere, mettendo, come dicevasi, in tacere le cose, è quanto ignorasi, perocchè l’esemplare dell’intero Processo da me veduto finisce tronco. Per ora non mi riesce di sciogliere questo dubbio, malgrado lunghe e ripetute ricerche.

II.

CONSIDERAZIONI SUL PROCESSO DEGLI UNTORI

Nel 1630 quasi tutta l’Europa era involta in queste tenebre superstiziose.

VERRI. _Della Tortura, pag. 212_.

Dunque codesta triste e dolorosa storia delle unzioni si risolve in una patente ingiustizia imputabile soltanto alla crudeltà ed ignoranza dei Senatori? Prima di venire a siffatta conclusione, che sparge di tanta infamia la memoria loro, permettete che aggiunga alcuni riflessi.

Che dall’aprile all’ottobre 1630 siansi trovate più volte unte le pareti in varj luoghi di Milano, sembra indubitato, giacchè lo affermano e tutti gli autori contemporanei testimonj oculari, e le gride con tale unanimità, che il negarlo sarebbe un andar contro al criterio storico. Ma d’onde e perchè queste unzioni? Ecco il mistero. Dissero taluni che fu una burla di chi voleva ridere a spese della pubblica credulità, e ciò potrebbe accordarsi ove si fosse unto una o due volte, ma considerando la generale credenza nei veneficj di simili unzioni, il furore popolare e la morte sicura per legge cui affrontavasi, non è credibile che vi fossero ripetutamente uomini tanto disennati da mettere a repentaglio la vita per cavarsi il capriccio d’una semplice burla. Dunque? Io non sarei alieno dal credere che alcuni del volgo, e specialmente monatti ed altri addetti al servizio sanitario, persuasi come lo erano tutti a quell’epoca che vi fosse la peste manufatta, cioè unguenti e veleni atti a spargerla, combinassero chi sa quale miscuglio di schifosi ingredienti, imbrattandone le muraglie. E ciò allo scopo di vieppiù propagare il contagio che offriva loro insoliti e spropositati guadagni, e intera libertà di darsi in preda a gozzoviglie e sfoghi brutali.

È storico che questa vile genìa di furfanti s’adoperava per spargere la peste; i seguenti passi del Tadino, per non eccedere in soverchie citazioni, lo provano senza contrasto.

_Gli monatti ed apparitori vedendosi la grande libertà et vtile del guadagno per li furti che faceuano, a bella posta lasciauano la notte per malitia cascare dalli carra delle robbe infette, et per la ingordigia della robba, la meschina gente alla mattina gli portauano alle loro case per tempo; d’indi à puoco s’infettauano, per lo che cresceua l’vtile à questa canaglia de monatti et apparitori, atteso che da loro in poi nissuno ardiua entrare nelle case de gli infetti, sì che haueuano buona occasione di rubbare._ (Pag. 102.)

_Dependeua ancora in buona parte questo danno_ (dell’aria infettata) _dalla malitia dei monatti, li quali mirando il suo fine dell’interesse, acciò durasse longo tempo la loro fiera del guadagno; essendo bene pagati, oltre li furti che di continuo faceuano, lasciando alla notte cascare dalli carri di questa sorte di robbe infette, per le contrate, per li cantoni, li quali non conducendosi al Lazaretto destinato a questo effetto, per l’ingordigia veneuano rubbate dalli passagieri, per causa delle quali restauano molte persone tocche della peste in breue spatio di tempo, oltre che molti strazzi, et simile sorte di robbe putrefatte restauano sopra il corso Marino, et iui conueniua abbruggiarli per la loro pigritia et malitia di non condurgli al luogo destinato, et causauano fetori et pericoli grandissimi di nuouo contagio dell’aria. Fu ancora prouisto che sotto pena della forca, li monatti tenessero nette le contrate, ec._ (Pag. 127.)

Se tanto interesse avevano costoro a diffondere il contagio, non si potrebbe inferirne che ricorressero altresì alle unzioni qual mezzo infallibile, secondo la credenza generale, a riuscire nel scellerato loro progetto? Del resto è una mera congettura storica che sottopongo al vostro giudizio, o lettori.

Molto fu scritto sul Processo del Mora, del Piazza e degli altri untori, e compiangendo questi infelici, periti fra i barbari supplizj, si gridò altamente contro l’ignoranza, la mala fede e la crudeltà dei giudici che li condannarono.

Io non voglio mettere in dubbio l’innocenza de’ primi, nè giustificare compiutamente l’operato de’ secondi, ma ritengo per intima persuasione, derivata da paziente e minuto esame di questo fatto storico, che, incolpando i senatori, non siasi fatto abbastanza ragione all’epoca in cui essi vivevano.

Pietro Verri, educato alle dottrine filosofiche, nemico de’ vecchi pregiudizj e abusi, che s’adoperò con zelo indefesso per isradicarli a vantaggio della sua Milano, tanto a lui cara, fu il primo a disseppellire l’obbliato Processo degli Untori. Che egli, amicissimo di Beccaria, lo coadjuvasse nel santo ufficio di far abolire la tortura che il secolo illuminato e i raddolciti costumi ormai tollerare non potevano, è naturale. Quindi nelle _Osservazioni sulla Tortura_, abbandonandosi agli impulsi del cuore, con quel suo stile vibrato e immaginoso, sviscerò, se permettete la frase, il Processo degli Untori, fulminandone i giudici, per dimostrare vittoriosamente l’assurdità e la scelleratezza della tortura, quale mezzo per iscoprire i delitti.

Ma noi, che nessuno scopo muove fuorchè la scoperta del vero, badiamo a non confondere la commiserazione col freddo ed imparziale esame voluto dalla critica storica.

La credenza negli untori era, come abbiamo veduto, generale dagli infimi del popolo, ai sommi magistrati, ai medici, al clero, data appena qualche rarissima eccezione. Di più tenevasi per certo che vi fosse un Gran Capo, il quale, con ogni sorta di mezzi, non escluso l’ajuto del demonio, dirigesse tutta la macchinazione a danno della pubblica salute. Gli animi erano trepidanti per quel misterioso pericolo, contro cui non sapevasi immaginare difesa; e accresceva tale febbrile inquietudine la esaltazione di mente che sempre domina nelle grandi calamità, mantenuta dal pensiero continuo della morte, che fa obbliare agli uomini le solite cure, e rallenta tutti i vincoli sociali. In questo stato di cose vengono accusati il Piazza e Giacomo Mora, il quale impacciavasi anche di flebotomìa e un poco di medicina, come solevano i barbieri d’allora, e come fanno anche oggidì in molti paesi d’Europa. Nella visita fatta in casa sua si rinvengono impiastri, olj, unguenti in buon numero (_Processo, pag._ 50 e seg.) fra i quali alcuni preservativi contro la peste. Arrestate altre persone di dubbia fama, trovansi anche presso di loro unguenti che si prestavano a vicenda per guarire dalla lue venerea ond’erano sporchi. I giudici credono avere scoperto il filo della congiura, e li sottopongono alla prova della tortura, che a quei tempi nessuno per sogno credeva ingiusta e barbara. Gli infelici, senza badare alle terribili conseguenze delle loro confessioni, per sottrarsi allo strazio presente, come è istinto nell’uomo, dissero quanto loro suggeriva il dolore, inventando fatti, esagerando azioni per sè indifferenti; quindi confermarono sempre più la opinione preconcepita dai giudici. E siccome questi instavano perchè nominassero il capo, si denunziò il Padilla figlio del comandante del castello. Forse era desso l’unica persona d’importanza da loro conosciuta, e tale da rendere credibile l’accusa, fors’anche fu per vendetta di servigj mal ricompensati dallo spagnuolo. Il quale, affetto egli pure da lue venerea, come pare indichi il Processo (vedi specialmente pag. 329), aveva forse avuto relazione con alcuno degli accusati per rimedj, o peggio.

Allora i giudici credettero aver rinvenuto gli untori ed il loro capo, e con maggior fervore continuarono il processo, che a molti infelici sgraziatamente costò la vita. Ma chi erano questi giudici che li condannarono a morire tra le più orribili carnificine? Uomini distinti per nobiltà, per sapere, per impieghi, che, durante la carestia e la peste, si adoperarono con zelo non comune a vantaggio della patria, uomini, che, nel generale scompiglio, rimasero fermi ai loro posti, ingegnandosi con ogni mezzo di alleviare i danni del contagio, di cui parecchi, come il Monti, presidente della Sanità, morirono vittima.

Ora librate in eque lancie le circostanze tutte che ho esposte, la condanna degli untori è ella da rimproverarsi all’animo perverso ed alla ignoranza dei giudici, o sì veramente alla triste e quasi inevitabile conseguenza della superstizione de’ tempi? A voi, lettori, lo spassionato giudizio!

III.

LA COLONNA INFAME

Romita una colonna sorge. PARINI.

La casa del barbiere G. Giacomo Mora, come il Senato ordinava nella sentenza, venne distrutta sino dalle fondamenta, _et per memoria delli futuri secoli piantata una colonna in mezzo con inscritione_ detta _COLONNA INFAME ed a parte con epitaffio inserto nel muro del tenore seguente._ (Tadino.)

QUI DOV’È QUESTA PIAZZA SORGEVA UN TEMPO LA BARBIERIA DI GIAN GIACOMO MORA IL QUALE CONGIURATO CON GUGLIELMO PIAZZA PUBBLICO COMMISSARIO DI SANITÀ E CON ALTRI MENTRE LA PESTE INFIERIVA PIÙ ATROCE SPARSI QUA E LÀ MORTIFERI UNGUENTI MOLTI TRASSE A CRUDA MORTE QUESTI DUE ADUNQUE GIUDICATI NEMICI DELLA PATRIA IL SENATO COMANDÒ CHE SOVRA ALTO CARRO MARTORIATI PRIMA CON ROVENTE TANAGLIA E TRONCA LA MANO DESTRA SI FRANGESSERO COLLA RUOTA E ALLA RUOTA INTRECCIATI DOPO SEI ORE SCANNATI POSCIA ABBRUCIATI E PERCHÈ NULLA RESTI D’UOMINI COSÌ SCELLERATI CONFISCATI GLI AVERI SI GETTASSERO LE CENERI NEL FIUME A MEMORIA PERPETUA DI TALE REATO QUESTA CASA OFFICINA DEL DELITTO IL SENATO MEDESIMO ORDINÒ SPIANARE E GIAMMAI RIALZARSI IN FUTURO ED ERIGERE UNA COLONNA CHE SI APPELLI INFAME LUNGI ADUNQUE LUNGI DA QUI BUONI CITTADINI CHE VOI L’INFELICE INFAME SUOLO NON CONTAMINI IL PRIMO D’AGOSTO MDCXXX.

MARC’ANTONIO MONTI, pubblico Presidente della Sanità. G. BATTISTA TROTTO, Presidente dell’amplissimo Senato. G. BATTISTA VISCONTI, Capitano di Giustizia.

Questa Colonna, di granito con basamento di ceppo, ed una palla in cima, sorgeva sull’angolo sinistro della via detta la Vedra dei Cittadini entrando dal corso di San Lorenzo, precisamente rimpetto all’attuale farmacia Poratti. Monumento sciagurato d’errori più dei tempi che degli avi nostri, la Colonna Infame durò in piedi 148 anni, e fu sempre guardata con ribrezzo ed esecrazione. Il canonico di San Nazzaro Carlo Torre, il quale nel 1676 stampò il suo _Ritratto di Milano_, che per stranezze di concetti, giuochi di parole ed ampollosità di stile è un vero tipo del pessimo gusto dei seicentisti, nella _peregrinatione_ cui guida per Milano il suo lettore, arrivato alla Vedra de’ Cittadini, esclama:

«Venneui mai all’orrecchio più enorme sceleratezza? fu ragione cancellare dal libro dei viuenti chi desideraua estinti gli stessi viuenti: spiantare le mura dell’abitazione di colui che voleua dipopolata di cittadini la sua natiua città, e che con untioni rendeua più sdruccioloso il sentiere della morte. Credetemi che il nominato Mora hebbe coscienza da Moro, e se è nero chi è moro, egli fu un crudo moderno Nerone, che non con fuoco, ma con oglij haueua in pensiere d’apportare l’ultimo esterminio alla sua Patria, benchè gli oglij vengono adoprati per accrescere le mancanti forze negli indeboliti induidui». (Pag. 129.)

Il Lattuada, uno dei pochi scrittori tanto ragionevoli da mettere almeno in dubbio il fatto degli Untori, nella sua _Descrizione di Milano_, tomo III, pag. 330-338, 1736, si esprime nel modo seguente:

«Sopra la vasta strada che guida verso il centro della città si trova a mano manca una colonna piantata sopra piccola piazza che conduce entro un’altra contrada detta De’ Cittadini, perchè ivi abitava una nobile famiglia di questo nome, chiamasi Colonna Infame, ec.»

E narrato l’avvenimento colle parole del Tadino, conchiude: «Presso cui sia la fede, se tali unguenti fossero fatti per arte diabolica, et atti a dare la morte, non volendo noi farci mallevadori di tale asserzione».

Ma il giudizioso dubitare del buon Lattuada fu un’eccezione quasi senz’esempio, poichè ci è grave il dirlo, i più stimati ed eruditi uomini dello scorso secolo prestavano intera fede alle unzioni. Ed era sì profondamente radicata codesta credenza, che non solo il volgo, ma i primi magistrati e letterati chiarissimi l’avevano quasi per articolo di fede.

Nel 1713, vale a dire quasi un secolo dopo, essendovi sospetti di contagio dal lato del Piemonte, il presidente della Sanità di Milano scriveva al commissario d’un villaggio sul Lago Maggiore, raccomandando somma attività e vigilanza, perocchè era giunto a notizia del magistrato che girassero da quelle parti Untori per diffondere la peste. Ho veduto la lettera io stesso in una raccolta di documenti patrii.

Quell’Argellati, che i benemeriti cavalieri milanesi, fondatori della Società Palatina, chiamarono da Bologna a Milano per dirigere la splendida edizione degli _Scrittori delle Cose Italiane_, immaginata dal Muratori, quell’Argellati che sì bene rimeritò l’ospitalità avuta tra noi, stampando nel 1745 la sua laboriosa e tanto utile _Biblioteca degli Scrittori_ _Milanesi_, parlando in essa del Monti, presidente della Sanità durante la peste, chiama _Onorevole Menzione_ che il suo nome figuri nell’iscrizione della Colonna Infame tra i giudici degli Untori. Il sapientissimo Muratori, che ad una sterminata erudizione univa pietà sincera e carattere mansueto, credeva egli pure al delitto degli Untori: «Ne esiste tuttavia, dice nel _Governo della Peste_, cap. 10, la funesta memoria nella Colonna Infame posta ove era la casa di quegli inumani carnefici».

E in epoca ancora più vicina, l’Orazio Lombardo, che con sì frizzante ironia e ingegno sì svegliato insorse a flagellare gli effeminati costumi del suo tempo, e tanti vecchi pregiudizi fulminò coll’ira del verso potente; egli, uomo di alti sensi e di libera mente, che dalla sua cattedra d’eloquenza educava la novella generazione alle idee del giusto e del bello, partecipò all’erronea credenza sulle unzioni.

Il traduttore in dialetto milanese della _Gerusalemme_ del Tasso, Domenico Balestrieri, in una nota alla stanza 70 del canto VIII ci conservò un frammento _d’un Sermone Chiabreresco e del più fino gusto, Orazione che l’abate Parini, degnissimo R. Professore d’Eloquenza, ha recitato in un’accademia pubblica. Si figura in esso d’incamminarsi al Tempio di San Lorenzo, vivamente esprimendosi in questa guisa_.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . Quando tra vili case in mezzo a poche Rovine i’ vidi ignobil piazza aprirsi. Quivi romita una colonna sorge Infra l’erbe infeconde, e i sassi, e ’l lezzo, Ov’uom mai non penètra, perocch’indi Genio propizio all’Insubre Cittade Ognun rimove, alto gridando: lungi, O buoni cittadin’, lungi, che il suolo Miserabile infame non v’infetti. Al pie’ della colonna una sfacciata Donna sedea, che della base al destro Braccio facea puntello: e croci, e rote, E remi, e fruste, e ceppi erano il seggio Su cui posava il rilassato fianco. Ignuda affatto, se non che dal collo Pendeale un laccio, e scritti al petto aveva Obbrobriosi, e in capo strane mitre, Terribile ornamento. Ergeva in alto La fronte petulante; e quivi sopra Avea stampate con rovente ferro Parole che dicean: Io son l’Infamia. Io che, virtù seguendo, odio costei, Anzi gloria immortal co’ versi cerco, A tal vista fuggia; quando la Donna, Amaramente sorridendo, disse: . . . . . . . . . . . . . . . . . .

_Cioè espone poeticamente quanto contiensi nella mentovata iscrizione, soggiungendo:_

Così dicea la Donna... E il vil dispregio E mille turpi Genj intorno a lei La gian beffando intanto, ed inframezzo Il pollice alle due vicine dita Ad ambe mani le faceano scorno.

Ma ormai la Lombardia risorgeva dal letargo e dall’abbrutimento cui l’aveva ridotta il dominio spagnuolo, mercè il savio e umano regime di Maria Teresa; e alcuni cittadini, zelanti del patrio decoro, avvedutisi come quella ricordanza di atrocità e stoltezze dei tempi disonorasse Milano, idearono di fare in modo che la Colonna Infame venisse levata, perchè colla medesima cadesse in totale obblio quanto riferivasi agli untori. Pietro Verri ed i suoi amici del Caffè, i più chiari e attivi letterati dell’epoca, erano impegnatissimi in tale divisamento; ma la difficoltà stava nel trovar modo di eseguirlo.

Frattanto il Balestrieri aveva mandata una copia della sua _Gerusalemme Liberata_, tradotta in dialetto milanese, al barone di Sperges, ministro plenipotenziario per gli affari d’Italia in Vienna. E questi nella risposta si dolse col poeta che avesse citata nel suo libro la Colonna Infame, monumento di disonore pel Senato di Milano. Tale disapprovazione che si sparse fra gli eruditi della città nostra, fe’ risorgere più vivo il desiderio di annullare quella infausta memoria. Balestrieri, trovandosi a un pranzo del conte di Firmian, gli comunicò la lettera, e l’illuminato ministro, di concerto con S. A. l’arciduca Ferdinando, e gli altri membri componenti il governo della Lombardia, appigliossi al seguente partito per riuscire nell’intento colla minor pubblicità possibile.

Giusta un’antica legge, i monumenti d’infamia non si dovevano ristaurare qualora per vetustà minacciassero di cadere. Ora la Colonna Infame era, almeno in apparenza, minacciante ruina; il basamento, sia che non l’avessero sprofondato abbastanza quando fu costruito, sia pel naturale abbassarsi del terreno coll’andare del tempo, trovavasi quasi allo scoperto, ed il ceppo, corroso dall’umidità, sfracellavasi. La Colonna poi non era più ben ferma sul piedestallo, perchè, in occasione di concorso per feste od altro, i ragazzi, come sogliono, si arrampicavano tenendosi abbracciati al tronco di essa.