Part 7
ASLAK. St! Leggetela quando sarete sola.
Sig.ª RUNDHOL. Vado subito. (_Esce_).
SCENA XVI.
=Stensgard, Ringdal.=
RINGD. Ebbene, siete dunque uscito vittorioso dalla battaglia elettorale, non è vero?
STENSG. Sicuro, signor amministratore, malgrado il voto del vostro nobile padrone.
RINGD. Egli si è valso, come tutti gli altri, dei suoi diritti di elettore.
STENSG. Fortunatamente per lui, egli avrà ancora ben poche occasioni di valersene.
RINGD. Che cosa volete dire?
STENSG. Voglio dire che si sono fatte certe perizie....
RINGD. Certe perizie? E su che?
STENSG. Non fate lo gnorri. Non lo sapete dunque che c’è un gran temporale in aria? È una bancarotta disastrosa?
RINGD. Ho inteso varie voci in proposito....
STENSG. E il signor Bratsberg e suo figlio non sono forse compromessi in quest’affare?
RINGD. Scusate.... Ma siete matto?
STENSG. Ma allora, non è vero?
RINGD. Per niente affatto. Ma chi vi ha detto questo?
STENSG. Non ve lo posso dire, per ora.
RINGD. Non importa. Colui che ve l’ha detto, aveva certo un secondo fine.
STENSG. Un secondo fine?
RINGD. Sì, pensateci bene. Non conoscete nessuno che abbia interesse ad allontanarvi dal signor ciambellano?
STENSG. Sì, sì, ce ne son parecchi che avrebbero questo desiderio.
RINGD. In fondo, sapete, il signor ciambellano ha molta simpatia per voi.
STENSG. Davvero?
RINGD. Certo. Soltanto per farvi perdere la sua stima, gli raccontano che non v’intendete ancora abbastanza degli affari del paese, che siete un esaltato, un sobillatore, un....
STENSG. Oh, maledetti assassini!... E la signora Rundholmen, che ha la mia lettera!
RINGD. Che lettera?
STENSG. Oh, niente, niente! Forse sono ancora in tempo! Caro signor Ringdal, questa sera vedrete il signor ciambellano?
RINGD. Certamente.
STENSG. Ditegli, vi prego, da parte mia, che non dia troppo peso a ciò che i miei nemici dicono contro di me: che sono tutte sciocohezze. Ditegli che domattina verrò io stesso da lui, per spiegarmi meglio.
_Ringd._ Ah, sì? Venite?
STENSG. Sì, per provargli.... per provargli.... che.... Ecco qua, signor Ringdal, dategli questa da parte mia.
RINGD. La cambiale?
STENSG. Non mi capite? Non importa. Ditegli soltanto da parte mia: «Ecco come si vendica l’uomo che voi volevate perdere.»
RINGD. Eseguirò la vostra commissione. (_Esce_).
STENSG. Sentite un po’ signor Hejre, perchè mi avete raccontato quella storia riguardo al signor Bratsberg e mi avete fatto credere?...
HEJRE. Io vi ho fatto credere?...
STENSG. Era una menzogna!
HEJRE. Davvero, davvero! Ma io ne sono felicissimo! Sapete, signor Lundestad, che quella storia del signor Bratsberg non è vera?
LUND. St! È stato un falso allarme! Pare che il guaio sia più vicino!
STENSG. Come, più vicino?
LUND. Ma.... ho inteso a mezza voce il nome della signora Rundholmen!
STENSG. Eh?!
HEJRE. Non ve l’avevo predetto? Le sue relazioni col gran signore di Storli....
LUND. Egli è partito di casa, stamattina, all’alba.
HEJRE. E i suoi che lo cercano dappertutto!
LUND. E il figlio che ha tanto interesse a maritar la sorella!
STENSG. A maritarla? Essa m’ha detto: «Domani.» E la sua agitazione riguardo a suo padre?...
HEJRE. Eh, eh! Scommetterei che s’è appiccato!
ASLAK. Oh, c’è qualcuno che s’è appiccato?
LUND. No, è Hejre che suppone che Monsen....
SCENA XVII.
=Monsen, Aslaksen, Stensgard, Bastiano, Hejre.=
MONSEN. Dello _champagne_ per tutti!
ASLAK. (_e qualche altro_). Monsen!
MONSEN. Sì, Monsen, precisamente! Monsen, il gran signore di Storli, il re di danari! Del vino dunque, corpo di mille bombe, del vino!
HEJRE. Ma, carissimo....
STENSG. Voi? Ma dove siete stato, che nessuno vi trovava più?
MONSEN. A conchiudere un magnifico affare! Cento mila corone guadagnate! Nè più, nè meno! Tutti sarete invitati! Dello _champagne_, vi dico! Presto! I miei complimenti, signor Stensgard, per la vostra elezione.
STENSG. Sì, ma io voglio prima spiegarvi....
MONSEN. Che! Non me ne importa proprio niente. Del vino, dunque! Ma dove s’è andata a nascondere la signora Rundholmen? (_Va verso la porta di sinistra_).
CAMERIERA (_entrando_). Nessuno può entrare! La signora sta leggendo una lettera.
BAST. Diamine! (_Esce_).
STENSG. Legge una lettera?
CAMERIERA. Sì, e ride e gesticola che pare una matta.
STENSG. A rivederci, signor Monsen. A domani a mezzogiorno, a Storli.
MONSEN. A domani!
STENSG. (_piano ad Hejre_). Signor Hejre, volete farmi un piacere?
HEJRE. Volontieri.
STENSG. Fatemi cadere in disgrazia di madama Rundholmen: ditele male di me; lanciate qualche parola a doppio senso. Voi siete così esperto in queste cose!
HEJRE. Ma, scusate, e perchè?
STENSG. Ho i miei motivi: è uno scherzo.... una scommessa che ho fatto con qualcuno.... contro il quale avete della ruggine!
HEJRE. Ah, ah! capisco, capisco!
STENSG. Tanto meglio; cercate dunque di scemare la buona opinione che ella ha di me.
HEJRE. State tranquillo; sarete servito a dovere.
STENSG. Grazie. Signor Lundestad, io vorrei parlarvi domattina, prima di mezzogiorno, in casa del signor ciambellano.
LUND. Avete qualche speranza?
STENSG. Triplice speranza!
LUND. Triplice? Non vi capisco.
STENSG. Non importa. D’or in avanti, voglio sempre agir di mia testa! (_Esce_).
MONSEN. Ancora un bicchiere, Aslaksen! Ma dov’è Bastiano?
ASLAK. È andato via di premura: e anzi io ho una sua lettera da consegnare.
MONSEN. A chi?
ASLAK. Alla signora Rundholmen.
MONSEN. Ah, così?
ASLAK. Ma egli m’ha detto, non prima di domattina! Nè prima, nè dopo. Alla vostra salute!
HEJRE (_a Lundestad_). Che cosa diavolo c’è fra Stensgard e la signora Rundholmen?
LUND. (_a mezza voce_). Egli ha delle idee sopra di lei.
HEJRE. Non l’avrei creduto. Egli m’ha pregato di denigrarlo agli occhi di lei, di parlar male di lui più che potevo.... Basta!
LUND. E voi avete promesso?
HEJRE. Naturalmente.
LUND. Crederà certo che voi facciate l’opposto di quanto avete promesso.
HEJRE. Eh, eh! L’innocentino! Questa volta s’è proprio sbagliato!
Sig.ª RUNDHOL. (_con una lettera in mano_). Dov’è l’avvocato Stensgard?
HEJRE. Ma, cara signora; l’ho veduto un momento fa, baciare la vostra cameriera, poi è scomparso.
(_Cala la tela_).
ATTO QUINTO.
Salone di ricevimento in casa Bratsberg. Porta d’ingresso in fondo. Porte laterali.
SCENA PRIMA.
=Ringdal, Fieldbo.=
RINGD. Avanti!
FIELDBO. Buongiorno!
RINGD. Buongiorno, signor dottore.
FIELDBO. Come va, dunque?
RINGD. Eh, non c’è male, qui: ma....
FIELDBO. Ma....
RINGD. Non sapete la grande notizia?
FIELDBO. No. Che cosa c’è?
RINGD. Come, non sapete che cos’è successo a Storli?
FIELDBO. No.
RINGD. Monsen è scomparso! Partito!
FIELDBO. Partito? Monsen?
RINGD. Partito!
FIELDBO. Ma, giusto cielo, è possibile?
RINGD. Già da ieri circolavano delle voci misteriose in proposito: ma Monsen è ritornato, sviando così ogni sospetto.
FIELDBO. E il motivo?
RINGD. Delle perdite enormi su carichi di legna. Inoltre due o tre case di Cristiania avrebbero sospesi i pagamenti, e allora....
FIELDBO. E allora è fuggito!
RINGD. Chi sa? Forse sarà andato in Svezia! Intanto, m’han detto, la giustizia ha già messo i suggelli, e si stanno iniziando i processi verbali.
FIELDBO. E la sua povera famiglia?
RINGD. Il figlio non si è mai occupato d’affari, specialmente poi in questi ultimi tempi.
FIELDBO. E la ragazza, poveretta?
RINGD. St! Essa è qui!
FIELDBO. Qui?
RINGD. Il precettore l’ha condotta qui stamattina coi bambini, e la signorina Bratsberg ha offerto loro ospitalità secretamente.
FIELDBO. E come ha preso la cosa?
RINGD. Eh, s’è rassegnata facilmente. Capirete del resto che in famiglia era tanto maltrattata che.... St! Ecco il signor ciambellano.
SCENA II.
=Bratsberg, Fieldbo, Ringdal.=
BRATSB. Ah, siete voi, dottore!
FIELDBO. Sì, sono venuto più presto stamattina, per presentarvi i miei auguri pel vostro anniversario, signor ciambellano.
BRATSB. Ah, sì, che Dio ci accordi dei giorni migliori! Grazie, dottore: so che i vostri auguri sono sinceri.
FIELDBO. Mi permettete, signor ciambellano....
BRATSB. Prego. Lasciate questo titolo in disparte.
FIELDBO. Ma, scusate, perchè?
BRATSB. Io sono padrone di ferriere, nè di più, nè meno.
FIELDBO. Ma.... che cosa significa tutto ciò?
BRATSB. Ho rinunciato ai miei titoli: la lettera di rinuncia sarà spedita oggi stesso.
FIELDBO. Ma datevi almeno il tempo di riflettere....
BRATSB. Quando il mio Re mi chiamò a coprire una delle più alte cariche della sua corte, egli lo fece per la considerazione e la stima di cui la mia famiglia godeva da parecchie generazioni.
FIELDBO. Ebbene?
BRATSB. Adesso la mia famiglia è disonorata con quella del possidente Monsen! Lo sapete, non è vero, che cos’è successo di Monsen!
FIELDBO. Sì, lo so.
BRATSB. (_a Ringdal_). Non si è saputo nessun altro particolare?
RINGD. No; soltanto che la sua rovina porta con sè quella di molti fittajuoli.
BRATSB. E mio figlio?
RINGD. M’ha fatto vedere il suo bilancio. Egli può pagare le sue passività; ma non gli rimane più nulla!
BRATSB. Hum! Fate dunque ricopiare la mia lettera.
RINGD. Ai vostri ordini. (_Esce_).
FIELDBO. Ma avete riflettuto? Non vi pare che le cose si potrebbero accomodare, in segreto?
BRATSB. E se anche fosse così, credete voi che io potrei cancellare dalla mia mente ciò che è stato?
FIELDBO. Ma che cosa è poi stato, in fin dei conti? Egli v’ha scritto, ha riconosciuto i suoi torti, ve n’ha chiesto perdono. Non è la fine del mondo, mi pare!...
BRATSB. Fareste voi, come ha fatto lui?
FIELDBO. Egli non ricomincerà, state pur sicuro.
BRATSB. Che garanzia posso avere io, che non ricominci con qualche altra pazzia?
FIELDBO. Sentite, per lo meno l’incidente provocato da vostra nuora, gli farà mettere giudizio per sempre!
BRATSB. (_attraversando la stanza_). Povera la mia Selma! Povera felicità nostra ormai distrutta!
FIELDBO. Eppure anche la vostra felicità non era che un’illusione o un edificio senza base! Anche voi, non avete sempre giudicate le cose con retto criterio, anche voi siete stato cieco ed orgoglioso, signor ciambellano.
BRATSB. Io?
FIELDBO. Sì, voi. Perdonatemi la mia franchezza. Voi che siete tanto fiero dell’onoratezza della vostra famiglia, ma era stata messa alla prova codesta onoratezza? Lo sapevate se ad una prova essa avrebbe resistito o no?
BRATSB. Vi prego.... non son disposto ad ascoltare i vostri sermoni. Sono abbastanza accuorato per gli avvenimenti di questi ultimi giorni.
FIELDBO. Lo capisco, ma bisogna però farsi una ragione delle cose. Voi condannate vostro figlio: ma che avete fatto per lui? Gli avete fatto molte prediche sul rispetto che doveva avere pel vostro nome, ecc., ecc., ma non lo avete però istruito o diretto in maniera, che trovandosi nell’occasione, egli sapesse condursi degnamente.
BRATSB. Ah, lo credete davvero?
FIELDBO. Non lo credo, lo so. Del resto è il sistema generale, è l’educazione moderna. E se ne vedono i risultati: dei giovani colle migliori doti d’intelligenza e di cuore, finiscono per diventar tutt’altro di quello che promettevano; come Stensgard, per esempio.
BRATSB. Sì, Stensgard. Che ve ne pare di lui?
FIELDBO. È un essere pieno di incongruenze. Io lo conosco fin da bambino. Suo padre era un poco di buono. Aveva un piccolo negozio di pegni, e inoltre, prestava il danaro ad usura: veramente a questo ci pensava la moglie. Una vera strega, quella! Prepotente, villana e ordinaria; bisognava vedere come faceva rigar dritto suo marito! È in quest’ambiente che Stensgard è cresciuto! Ogni tanto compariva a scuola: «Bisogna che studii, ripeteva sua madre, ne faremo un buon contabile.» Malgrado i cattivi esempi che aveva sott’occhio, il ragazzo prometteva bene. Era intelligente, attivo; aveva un’imaginazione fervida, delle grandi aspirazioni verso il bello e l’ideale: era però d’una volubilità sorprendente; ciò che gli piaceva oggi, non gli andava più domani. Ciò non lo poteva condurre, naturalmente, che allo sperpero di tutte le sue qualità!
BRATSB. Si capisce. Ma mi piacerebbe poi anche di sapere dove esiste il bene, secondo voi. Da Stensgard non si poteva aspettarsi nulla, da mio figlio neanche. Ma da voi, naturalmente, da voi....
FIELDBO. Sì, da me, precisamente. Non sorridete. Forse vi sembro presuntuoso.... Io possiedo ciò che dà l’equilibrio, la giusta misura delle cose, ciò che rende sicuri di sè stessi. Io sono cresciuto nell’ambiente sano e tranquillo di una onesta famiglia borghese. Mia madre è una donna nel vero senso della parola. Di noi, nessuno ha mai aspirato ad innalzarsi al di sopra della sua posizione. Nessun rovescio finanziario, nessuna disgrazia hanno mai turbato la quiete della nostra casa. Anche noi sentivamo l’amore del bello, ma esso consisteva nel nostro modo di apprezzare la vita, e non s’arrestava all’esteriorità delle cose. Nè mai abbiamo in alcun modo concesso di traviare nè al sentimento, nè all’intelligenza!
BRATSB. Sicuro, sicuro, è per questo che voi siete così perfetto.
FIELDBO. Oh, sono ben lungi dal credermi tale: vi facevo constatare solo che la vita è stata molto facile per me, e che ciò m’impone dei doveri.
BRATSB. Sia pure. E Stensgard allora che non ha di questi doveri, ha tanto più merito....
FIELDBO. Come?
BRATSB. Non giudicatelo tanto severamente, caro dottore. Guardate questo! Che ne dite?
FIELDBO. La cambiale di vostro figlio?
BRATSB. Sì, me l’ha rimandata.
FIELDBO. Di sua spontanea volontà?
BRATSB. Di sua spontanea volontà; e senza condizione alcuna: questo è bello, è generoso, ed è per ciò che d’or innanzi la mia casa gli sarà sempre aperta.
FIELDBO. Pensateci, nel vostro interesse, e in quello di vostra figlia.
BRATSB. Lasciamo stare. Egli ha molte belle qualità, che voi intanto non avete. Egli è franco, mentre voi fate sempre tutto alla sordina, caro dottore! FIELDBO. Io?
BRATSB. Sì, sì: voi venite sempre in casa mia, io vi domando il vostro parere su tutto; eppure voi.... non so.... avete sempre un’aria misteriosa, un certo fare diplomatico.... che so io, che infine mi urta i nervi.
FIELDBO. Ma potreste benissimo spiegarvi ciò....
BRATSB. Io? No, no, ciò riguarda voi e non me. Del resto lasciamo quest’argomento.
FIELDBO. Signor ciambellano, voi non mi capite. Io non ho nessuna cambiale da rimandarvi, ma faccio forse un sacrificio più doloroso assai.
BRATSB. Voi? in che modo?
FIELDBO. Tacendo.
BRATSB. Tacendo! Volete che vi dica io invece ciò che mi tenterebbe? Io vorrei diventar villano, brutale, entrare nella Lega dei giovani. Voi siete molto intelligente, molto distinto, signor medico delle ferriere; questo non conviene alla nostra libera società. Vedete Stensgard.... egli è tutt’altro! E appunto per questo verrà in casa mia, sicuro.... sicuro.... Ah, avrei proprio volontà di.... Basta, basta. E adesso regolatevi. Quello che si semina si raccoglie.
SCENA III.
=Detti= e =Lundestad=.
LUND. Mille auguri, signor ciambellano, vi desidero onori e prosperità e tutti i beni possibili.
BRATSB. Andate al diavolo!... auff!... Tutto crolla a questo mondo, caro Lundestad, non c’è niente di solido.
LUND. Già.... È quello che dicono i creditori di Monsen.
BRATSB. Questa faccenda di Monsen non vi ha fatto l’effetto di un fulmine a ciel sereno?
LUND. E glielo avevate predetto da tanto tempo, voi!
BRATSB. Hum, hum!... Anche l’altro ieri, quando è venuto qui per trascinarmi nei suoi imbrogli....
FIELDBO. Chi sa che non lo aveste salvato invece!
LUND. Impossibile. Era già andato a fondo! E può ancora ringraziare Dio che le cose siano andate così!
BRATSB. E voi ringraziate anche Dio per la vostra sconfitta elettorale?
LUND. Non è stata una sconfitta. Io sapevo già che sarebbe successo così. Non si può misurarsi con Stensgard. Egli ha un certo non so che.... che manca a noi, insomma.
BRATSB. Non vi capisco.
LUND. Egli ha la grand’arte di trascinare le masse; d’altra parte egli non ha nessun legame nè di carattere, nè di convinzioni, nè di posizione sociale: gli è facile in tal modo di fare il liberale.
BRATSB. Ma anche noi siamo liberali, mi pare!
LUND. Certamente che siamo liberali, per Dio! ma liberali alla nostra maniera; mentre invece Stensgard lo è alla maniera degli altri! Ed ecco precisamente ciò che cambia la situazione.
BRATSB. E voi approvate quest’opera di rivoluzione?
LUND. Ho letto in vecchi libri di storia, che vissero anticamente degli uomini i quali avevano il potere di evocare gli spettri, ma non potevano poi scacciarli.
BRATSB. Come!... voi mio caro Lundestad, voi uomo colto e intelligente.... voi credete....
LUND. Lo so bene che è superstizione, ma avviene per le nuove idee come per gli spettri evocati, non si possono più discacciare! Perciò è pur necessario accordarsi con essi il meno peggio che si può!
BRATSB. Sì; ma adesso che Monsen è caduto, e con lui la sua influenza perturbatrice....
LUND. Se Monsen fosse caduto due o tre giorni prima, quante cose sarebbero andate diversamente!
BRATSB. Peggio per voi, che avete avuto troppa fretta.
LUND. Mi sono fatto dei riguardi per la vostra situazione, signor ciambellano.
BRATSB. Per la mia situazione?
LUND. Il nostro partito deve conservare il suo prestigio agli occhi del popolo; noi rappresentiamo l’antica onestà norvegese. Se io avessi combattuto Stensgard, voi sapete.... egli ha quella famosa cambiale in mano....
BRATSB. Non l’ha più.
LUND. In che modo?
BRATSB. Eccola.
LUND. Ve l’ha rimandata?
BRATSB. Sì, è un uomo d’onore: non posso a meno d’affermarlo.
LUND. (_pensoso_). Quello Stensgard!... non manca di abilità.
SCENA IV.
=Detti= e =Stensgard.=
STENSG. (_sulla porta_). Posso entrare?
BRATSB. (_andandogli incontro_). Certamente.
STENSG. E mi permettete di presentarvi i miei auguri?
BRATSB. Volontieri.
STENSG. E allora accettateli: partono da un cuore ardente e sincero! Ma tirate un velo, vi prego, su tutte le sciocchezze che ho scritte.
BRATSB. Io bado ai fatti, signor Stensgard. E d’or innanzi, se vi farà piacere, consideratevi qui come in casa vostra.
STENSG. Posso?...
(_Bussano_).
BRATSB. Avanti!
SCENA V.
=Detti, Dora=, degli invitati, alcuni cittadini, e una rappresentanza delle ferriere.
(_Bratsberg riceve i loro auguri e parla con loro_).
DORA. Signor Stensgard, anch’io voglio ringraziarvi.
STENSG. Voi, signorina!
DORA. Papà m’ha raccontato il vostro nobile modo d’agire.
STENSG. Ma....
DORA. Come siamo stati ingiusti verso di voi, e come vorrei riparare i nostri torti!
STENSG. Voi vorreste?... Voi, davvero?
DORA. Se sapessi in che maniera....
BRATSB. Dei rinfreschi per questa gente, Dora.
DORA. Subito. (_A Stensgard_) Mi permettete?...
STENSG. Prego, prego, signorina. (_Dora esce; un momento dopo arriva una cameriera coi rinfreschi_). Caro signor Lundestad, oggi sono felice come il dio della Vittoria!
LUND. E ieri non eravate contento?
STENSG. Oh! è tutt’altra cosa, oggi! Questo è davvero il più bel giorno della mia vita! La gloria e la felicità!
LUND. Eccovi coi vostri sogni!
STENSG. Ma niente affatto sogni! è la felicità, la felicità d’amore!
LUND. Ah! allora il cognato Bastiano v’ha dato la risposta!
STENSG. Bastiano?
LUND. Ma sicuro! m’ha detto ieri che l’avevate creato vostro patrocinatore presso una certa signorina....
STENSG. Che pazzia!
LUND. Non abbiate timore di me. Se voi non siete ancora sicuro, ve lo dirò io, voi siete vittorioso, signor Stensgard! Me l’ha detto Ringdal.
STENSG. Che cosa v’ha detto Ringdal?
LUND. Che la signorina Monsen aveva acconsentito!
STENSG. Acconsentito! acconsentito! E suo padre è assente!
LUND. Ma essa è qui.
STENSG. Ha dato il suo consenso! Proprio mentre un simile scandalo colpiva la sua famigliai Ma questo è troppo! contrasta con ogni sentimento di delicatezza femminile. E qualunque uomo di cuore non potrà a meno di disapprovarla! Del resto c’è un equivoco. Io non ho chiesto nulla a Bastiano Monsen: la responsabilità è tutta sua.
SCENA VI.
=Detti, Hejre,= più tardi =Anna= e =Helle=.
HEJRE. Eh, eh, quanta bella gente! Tutti vestiti della festa!... fanno i loro discorsetti complimentosi, eh, eh! Allora, anch’io....
BRATSB. Grazie, grazie, mio vecchio amico!
HEJRE. Sì, sì, vecchio amico! Hum! (_Arrivano dei nuovi invitati_) Oh, ecco qua gli agenti della giustizia, il consiglio esecutivo. (_A Stensgard_) Oh caro e fortunatissimo giovanotto, qua la mano! I miei sinceri rallegramenti!
STENSG. A proposito di che?
HEJRE. Voi m’avete incaricato ieri di lanciare qualche parola a doppio senso sul vostro conto.
STENSG. Sì, ebbene?
HEJRE. Io vi ho servito, secondo i vostri desideri.
STENSG. E come l’ha presa? Dite.
HEJRE. Come una donna innamorata, caro mio; s’è messa a piangere, è scappata in camera sua, e felicissima notte! non ha voluto sentirne di più!
STENSG. Dio sia lodato!
HEJRE. Ma siete crudele, sapete: torturare così il cuore d’una povera vedova! Ma l’amore, sapete, ne fa proprio di graziose!... Oggi sono ritornato da lei e l’ho trovata di buonissimo umore, fresca, sorridente, che pettinava i suoi splendidi capelli d’oro davanti alla finestra aperta! Sembrava una sirena.... col vostro permesso! Una splendida donna....
STENSG. Bene: e poi?
HEJRE. E poi rideva, e la gioia brillava nei suoi occhi. M’ha mostrato una lettera, e m’ha gridato: «È una domanda di matrimonio, signor Hejre, mi sono fidanzata ieri!»
STENSG. Fidanzata?
HEJRE. Sicuro. I miei complimenti, e i miei auguri di felicità, giovanotto; mi rallegro d’essere io il primo a darvi la buona novella.
STENSG. Ma no: non erano che dei progetti, infondati!
HEJRE. Come?
STENSG. Voi avrete capito male, o sarà lei che non avrà capito niente del tutto. Fidanzata? Ma che! Adesso poi che Monsen è rovinato, anch’essa facilmente....
HEJRE. Ma no, mio carissimo, la signora Rundholmen è molto solida!
STENSG. Non importa: io ho tutt’altro in testa. Quella lettera non era che un semplice scherzo, caro signor Hejre, e vi prego, non raccontate a nessuno questa stupida storiella.
HEJRE. Va bene, va bene: staremo zitti! Ecco un bel romanzetto! Questa benedetta gioventù, ha la fantasia così poetica! Ma sapremo tacere, certo, certo!
BRATSB. (_che da un momento parlava con Lundestad_). No, Lundestad, non posso crederlo: è impossibile.
LUND. Vi assicuro: me l’ha detto Hejre.
HEJRE. Che cosa v’ho detto io?
BRATSB. Dimmi un po’: è vero che il signor Stensgard t’ha fatto veder la cambiale ieri?
HEJRE. Sicuro che è vero. Ma che cosa c’entra questo con....?
BRATSB. Te lo dirò dopo. E tu gli hai detto che era falsa?
HEJRE. Sì, fu uno scherzo innocente, per calmare la sua ebbrezza di gioia, che gli aveva montato la testa.
LUND. Ma gli avete detto che le due firme erano false?
HEJRE. Eh già! perchè una e non tutt’e due!
BRATSB. E così....
LUND. (_a Bratsberg_). E quando ha saputo questo....
BRATSB. Ha dato la cambiale a Ringdal.
LUND. Perchè non gli poteva più servire per intimorirvi.
BRATSB. Ed ha voluto fare il generoso! E ancora m’ha costretto a ringraziarlo, ad essere gentile con lui, ad aprirgli la mia casa! Ah quel.... quell’uomo!
HEJRE. Ma che cosa vuol dire tutto ciò?
BRATSB. Ti racconterò dopo, mio caro. (_A Lundestad_) E voi proteggete ed appoggiate un uomo simile!
LUND. Ma voi stesso?...
BRATSB. Oh, io ho una voglia di....
LUND. (_accennando Stensgard che parla con Dora_). Guardate! che cosa deve pensare la gente?
BRATSB. Lo vedranno ciò che debbono pensare!
LUND. Troppo tardi, signor ciambellano; egli sa troppo insinuarsi, con ogni mezzo....
BRATSB. Ma ho la mia tattica anch’io, signor Lundestad.
LUND. Che volete fare?
BRATSB. Lo vedrete subito. (_S’avvicina a Fieldbo_) Signor dottore, volete farmi un piacere?
FIELDBO. Ai vostri ordini....
BRATSB. Ebbene, mettete quell’uomo alla porta!
FIELDBO. Stensgard?
BRATSB. Sì, quel cavaliere d’industria.... non voglio neanche pronunciare il suo nome! Cacciatelo di qui! Vi do carta bianca!
FIELDBO. Carta bianca.... sotto ogni rapporto?
BRATSB. Ma sì, perdio!
FIELDBO. La vostra mano, signor ciambellano.
BRATSB. Eccola.