La guerra europea

Part 11

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Nè meno dei Governi si son prevalsi e si prevalgono dell’orgoglio dei popoli e del loro amor proprio gli interessi privati: le industrie, il commercio, la scienza, le arti, e persino i divertimenti e le religioni. Industrie e commerci che vogliono accreditare nuovi oggetti o nuove abitudini; scienze in cerca di protettori ed arti a caccia di clienti; patroni di nuovi sollazzi, propagatori di nuove idee politiche o di nuove sètte morali e religiose, tutti si valgono sempre di questo argomento: che un popolo deve misurarsi con tutti gli altri in tutte le cose.... Onde è facile argomentare il perturbamento che arrecherebbe nella vita dell’Europa l’umiliazione di questi orgogli frenetici; e quanto l’asse del mondo moderno sarebbe spostato, se i popoli consentissero finalmente a spartirsi il lavoro considerando che la civiltà è una officina troppo vasta, perchè anche le più grandi tra le nazioni possano presumere di riuscire le prime in tutto: nella guerra, nell’industria, nell’arte, nella scienza, nella finanza; se ogni popolo si sforzasse di eccellere in alcuni rami dell’umano lavoro, lasciando gli altri popoli eccellere in altri, riconoscendo senza invidia la loro superiorità senza nè minacciarla apertamente, nè insidiarla di soppiatto.

Insomma, l’orgoglio occupa una parte troppo grande tra i sentimenti che muovono così gli uomini come i popoli moderni. Questa è la debolezza dei nostri tempi; una ragione di tante catastrofi e di questa terribile guerra. E il male è compenetrato così addentro nella carne e nelle ossa del mondo moderno, che l’estirparlo è impresa ardua tra tutte.

Ma il mondo va sempre cercando, da un eccesso all’altro, un equilibrio che mai non trova. Una catastrofe tanto immane non può mancar di muovere profondamente le anime, in tutti gli ordini sociali, perchè tutte ci rimettono uomini e beni. Nei palazzi come nelle capanne oggi si piangono quelli che sono partiti e che non torneranno più; si pensa con ansia al futuro. Chi teme che tra poco gli manchi addirittura il pane; chi trema che precipiti quella che era per lui la ragione stessa del vivere: il potere e il prestigio della propria famiglia, della propria classe, del proprio partito, della propria patria. Perciò quanti si illudono che, conchiusa la pace, noi ripiglieremo la vita che conducemmo sino al primo giorno di agosto del 1914, si accorgeranno che la vita della nostra generazione è stata troncata da questo cataclisma; e che ormai a tutti sarà necessario rifarsi da capo. Nè il corusco orgoglio di cui oggi sfolgora la civiltà moderna è una forza necessaria della grandezza civile: poichè altre civiltà che pur fecero grandi cose, come le civiltà antiche, non lo conobbero; furono prudenti e modeste. Non c’è dunque ragione di pensare che la storia non possa muoversi più, se non per la spinta di questa forza satanica. Il mondo vive trasfigurandosi di continuo; le epoche si succedono, spesso contrapponendosi. Al secolo dell’orgoglio, della guerra e del ferro, potrebbe forse succedere un secolo di più operosa modestia, di più raccolta serietà, di pace più sicura e sincera.

IV.

L’ITALIA E LA GUERRA EUROPEA

Nel primo di questi tre studi sono ristampati quattro scritti pubblicati nel _Secolo_, il 23 e il 26 aprile, il 1º maggio e il 17 giugno 1914, i quali trattano dei fatti e degli avvenimenti di maggior rilievo, avvenuti negli anni precedenti la guerra. Sebbene le difficoltà di cui l’autore mostrava allora inquietarsi come s’inquietava il Paese, non appariscano ormai più ai nostri occhi che come dolci collinette a pie’ dell’Imalaia che ci sta innanzi e che ci è forza varcare, quegli studi sono stati ristampati tali e quali, perchè è sembrato all’autore possano servire come documenti storici e quindi aiutare così a capire i gravi avvenimenti degli ultimi tempi come ad orientarsi in mezzo alle difficoltà presenti.

Il secondo studio, «L’Italia esitante», è uno scritto, composto nel mese di gennaio del 1915 e stampato nel fascicolo dell’_Atlantic Monthly Review_ per il mese di aprile. L’_Atlantic_ è la più autorevole delle riviste non illustrate d’America; e si pubblica a Boston. Queste pagine furono scritte per spiegare le perplessità dell’Italia agli Americani — e non erano pochi — che un po’ per affetto all’Italia, un po’ per avversione agli Imperi germanici, si meravigliavano che essa tardasse tanto a prendere le armi. Espongono lo stato delle cose quale era al principio del 1915.

Il terzo studio, «La crisi di Maggio e la guerra», è inedito. Il titolo ne dichiara l’argomento e lo scopo, senza che occorrano dilucidazioni.

I.

PRIMA DELLA GUERRA: UOMINI E FATTI

1. — Il monopolio delle assicurazioni.

(Dal _Secolo_, del 23 aprile 1914).

L’erario, le industrie, i commerci in tormentose strettezze; disorientate le menti e inaspriti gli animi in ogni parte; i socialisti di nuovo in armi come nel 1900; mal sicure e piene di sospetti le relazioni coi vicini, in Europa ed in Africa; debole e incerto il Governo; la moltitudine un mare che si arriccia minacciando tempesta.... Lunga è la lista dei mali presenti. Quel certo assestamento a cui il Paese era giunto faticosamente nel primo decennio del secolo, è sconvolto di nuovo; ma nessuno potrebbe dire in quanto tempo ed a spese di chi le cose torneranno a bilanciarsi.

Ci rifaremo, per capire come venimmo a questi guai, da quel giorno della primavera del 1911, in cui Leonida Bissolati arrivò a piedi, in giacchetta e cappello moscio, alle porte della reggia; e salì bel bello le scale del Quirinale per ragionare con il Sovrano intorno alla situazione parlamentare. Nessuno ha dimenticato il susurro di quei giorni, e il gran malcontento che agitò il partito conservatore o costituzionale che dir si voglia, quando si ebbe notizia che il Bissolati era nelle viste del nuovo Governo come ministro. A stento e brontolando la maggioranza aveva tollerato che due ministri radicali sedessero nel Gabinetto Luzzatti; ed ora l’uomo in cui il partito o i partiti costituzionali riponevano piena fiducia, che tutti avevano evocato dal suo ritiro a Roma a impugnare con mano più ferma il timone, voleva chiamare al Governo i socialisti addirittura? Ma i malcontenti si rabbonirono, quando il Bissolati ebbe fatto il gran rifiuto; perchè a paragone del peggio che avevano temuto — dei socialisti — i ministri radicali parvero un male tollerabile. L’on. Giolitti era in quei dieci anni venuto in tanta fama di abilità, che non parve alla parte conservatrice lecito disperare egli volesse e sapesse servirla anche con quel Ministero screziato di rosso. Onde la Camera gli manifestò unanime fiducia, quando egli espose il suo programma, annunciando due grandi riforme: il monopolio delle assicurazioni sulla vita e il suffragio universale.

Fu dopo quel voto, e nei mesi di aprile e di maggio del 1911, che la fortuna dell’on. Giolitti toccò l’apogeo. «Siamo giunti al perfetto equilibrio — mi diceva verso la metà di maggio un deputato tra i più colti e intelligenti. I partiti si bilanciano ormai, egualmente contenti». E così poteva sembrare davvero, in quelle settimane. Delle tre sorelle dell’Estrema, l’Estrema radicale si godeva la luna di miele del potere; l’Estrema socialista non stava in sè per la gioia di sapersi ormai ufficialmente fidanzata con il Governo, si chiedeva ogni giorno se sognava o era desta, e affrettava con il desiderio le auspicate nozze; la Estrema repubblicana non poteva esser nè maritata nè fidanzata, avendo fatto voto di castità, ma non osava turbare la gioia delle due sorelle più fortunate, che del resto nell’egoismo della loro felicità non la guardavano più neanche in faccia. L’Estrema socialista anzi non si riconosceva più; e come succede spesso alle fidanzate, si sentiva presa di subito affetto e ammirazione per tutto quello che circondava o avvicinava lo sposo; anche per il suocero, che nel caso era l’on. Giolitti.

Ma la prosperità è caduca — diceva la saggezza antica. Questa gioia e questa ammirazione di tutti i partiti durarono fino al giorno in cui fu scoperto in Roma il gran monumento di Re Vittorio. La sera prima, a tarda ora, la «Stefani» aveva divulgato il disegno di legge proposto dal Governo per monopolizzare le assicurazioni sulla vita. Caddero quella mattina le tele che avvolgevano la statua del Re; e tutto il giorno, fino a notte inoltrata, Roma tripudiò, esaltandosi nelle memorie del passato. Ma che sorpresa, i giorni seguenti, quando, quetate le fanfare e tolte vie le bandiere della festa, le gente rilesse a mente fredda e con ponderazione il testo della legge! Io non voglio qui discutere le ragioni di alto interesse pubblico, con cui si cercò giustificare una tanto grave perturbazione dell’ordine giuridico garantito dalle leggi a tutte le industrie e a tutti i commerci: se cioè fosse quello il miglior modo o almeno un modo sicuro di far lo Stato meno ligio ai grandi potentati della finanza. Anche se l’avvenire dovesse comprovare definitivamente questo argomento, lo storico non può non osservare che, nel momento in cui la legge fu proposta, questo interesse di Stato appariva remoto, mentre la perturbazione era profonda e imminente. Con un tratto di penna quella legge pretendeva distruggere una industria fiorita liberamente per forza propria e all’ombra del diritto comune, rifiutando qualsiasi risarcimento a coloro che ne vivevano, per i capitali e il lavoro spesi a farla prosperare; gettava nell’ansietà un infinito numero di persone poco facoltose, riducendole a temere — a torto o a ragione — che rovinassero le Compagnie di assicurazione a cui avevano affidati i sudati risparmi, unico schermo contro certi colpi molto temuti della Fortuna; screditava l’Italia presso l’alta finanza dell’Europa, largamente interessata in molte Compagnie operanti nella penisola, e che non potevano rassegnarsi, senza almeno protestare, ad una così improvvisa confisca.

Io non so davvero spiegare come la consumata esperienza di uomo, invecchiato nel Governo degli uomini, abbia potuto così lungamente illudersi che una legge di quel tenore potesse essere facilmente approvata, in un Paese in cui — e chi poteva saperlo meglio di lui? — il Governo è così debole di fronte a tutti gli interessi particolari; ed è costretto a rispettare come sacri tanti diritti acquisiti molto meno legittimi e meno difesi di questi, di cui si proponeva di far scempio nel volger di un giorno. O piuttosto me lo spiego, ripensando che agli uomini i quali hanno governato a lungo succede spesso che alla fine presumono troppo della propria potenza. Questo caso così frequente si ripetè forse una volta ancora, nella primavera del 1911, in Italia. In pochi giorni, infatti, il Governo che poche settimane prima pareva idolatrato da tutta l’Italia, fu assalito da ogni parte da critiche, recriminazioni, invettive e rampogne furenti. L’Orlando Furioso dell’opposizione, il martello dei ministri novelli, il _Giornale d’Italia_, diè in un’altra di quelle sue matte furie e incominciò a tirar colpi all’impazzata; gli interessati — assicurati e assicuratori — si intesero e cercarono di far valere le proprie ragioni come sapevano e potevano; i sonnecchianti rancori dei gruppi e dei partiti si risvegliarono. Per opprimere i ricchi con leggi di quella natura l’Estrema Sinistra voleva scalare il potere e l’on. Giolitti si curvava a farle spalla!

Gli stessi socialisti avevano da principio ricevuto con una certa indifferenza questo regalo del Governo. Avrebbero forse preferito un altro presente di nozze. Non si riscaldarono un po’ che quando videro la maggioranza parlamentare e i giornali conservatori andar sulle furie: ma allora uscirono in un elogio della legge che dovette far venire la pelle d’oca al Governo. Dissero che la legge a loro piaceva solo perchè era il primo saggio di «espropriazione senza risarcimento!». Anche gli altri difensori meno accesi della legge usarono, forse anche abusarono, di argomenti presi a prestito alla demagogia: denunciarono all’invidia delle masse i grassi guadagni e le pingui sinecure degli assicuratori; malmenarono alla cieca l’alta banca; e scagliarono qualche saetta intrisa di tossico nazionalista contro la finanza che non conosce frontiere. Ma tutti questi argomenti esasperavano addirittura la maggioranza del Parlamento contro il detestato monopolio; cosicchè nelle settimane in cui il testo della legge giacque sul tavolo della Commissione parlamentare incaricata di scrutarne le viscere, la corrente delle opposizioni e delle critiche ingrossò rapidamente, rumoreggiando sempre più fragorosa, come una piena, nei giornali, negli anditi della Camera, nei crocchi politici e perfino in qualche pubblico comizio....

La critica del resto facilmente trionfava delle timide difese, perchè la legge, preparata con incredibile fretta e leggerezza da un ministro incompetente e incapace, era zeppa di errori, di lacune e di contradizioni. Ma quando la discussione incominciò nella Camera dei Deputati.... Oh meraviglia! Quella piena di critiche e di rampogne parve ad un tratto sparire sotto terra, in qualche misteriosa voragine. Per molti giorni la legge, che in piazza era stata impugnata con tanta veemenza, fu timidamente criticata e superficialmente difesa da oratori quasi tutti oscuri, silenti od assenti gli uomini più autorevoli, davanti ad una assemblea enigmatica, che applaudiva ugualmente amici e nemici, e nella quale si vedevano i socialisti volteggiare intorno al Governo come una torma di beduini, lanciando per difenderlo invettive e interruzioni ai conservatori, che infuriati raccattavano e ritorcevano contro di essi i dardi da cui tante volte erano stati feriti, chiamandoli ascari, mazzieri e servitori del Giolitti. Il mondo alla rovescia, insomma! Chi avesse seguito da una tribuna, come l’ho seguita io, questa discussione, ma senza conoscere uomini ed interessi, avrebbe potuto pensar di leggere un rebus vivente che sfidava l’intelletto più sottile. Come era chiaro e piano invece quel rebus, a chi ne possedeva la chiave! La Camera non voleva approvare la legge, ma non osava neppure rovesciare il Ministero, ognuno temendo lo scioglimento della Camera. Applaudiva quindi i deputati favorevoli per dimostrare ossequio al Governo; applaudiva gli oppositori per fare manifesto il proprio animo avverso alla legge; e intanto aspettava con pazienza, come una moglie sottomessa aspetta che il marito ritorni a lei da un passaggero capriccio, che il Governo si ravvedesse, capisse il tormento che la struggeva, e correggesse almeno la legge. Tante altre volte il capo del Governo aveva saputo cedere a tempo!

Ma il capo del Governo si ostinò questa volta. Non si lasciò smuovere nè dai giornali, nè dagli interessi, nè dai savî, nè dal numero delle opposizioni, nè dagli incerti umori della maggioranza. Fu necessario il discorso dell’on. Salandra e i segni manifesti di una imminente rivolta della maggioranza, perchè acconsentisse finalmente a tentare accordi e accomodamenti tra la legge e i diritti acquisiti: ma era troppo tardi!

Il momento in cui il Ministero avrebbe potuto riparare l’errore iniziale senza scapitare nel prestigio e nella forza era passato da un pezzo. La Camera si aggiornò dopo aver approvato il principio generico della legge e rimandata a novembre la discussione degli articoli. Ma ormai il destino era irrevocabile. Pochi mesi ancora, e il Governo democratico, con tutti i propositi che maturava, con tutte le speranze che aveva risvegliate, andrebbe ad arenarsi per sempre nelle Sirti. Poichè proprio la grave crisi interna e parlamentare, generata dall’accordo dell’on. Giolitti con l’Estrema Sinistra, dal monopolio e dalla legge del suffragio universale, ha spinto il Governo alla guerra di Libia.

2. — Il suffragio universale e la guerra di Libia.

(Dal _Secolo_, del 26 aprile 1914).

Per quale ragione l’Italia mosse, tre anni sono, così all’improvviso, tanta mole di armi alla conquista della Libia? Perchè l’ora del destino era suonata sul quadrante della storia? Perchè l’equilibrio del Mediterraneo sarebbe, se no, stato alterato ai nostri danni? Perchè i giornali avevano scaldata la testa al pubblico ignaro o perchè faceva comodo al Banco di Roma? Ognuno scioglie il quesito a modo suo; tutti credono di avere — e in parte hanno — ragione. Il popolo non si muove mai ad una impresa di guerra, se molti non sono a spingerlo. Tuttavia tra i fattori dell’impresa due furono certo di grande rilievo: il movimento della opinione pubblica, che tra l’agosto e il settembre del 1911 venne per la Tripolitania in quella furia di conquista che tutti ricordano; e la debolezza del Governo, che non potè opporsi alla pubblica esaltazione.

Nei mesi di giugno e di luglio del 1911, mentre la legge del monopolio era discussa nella Camera dei deputati, la situazione politica si alterò più profondamente che non paresse agli osservatori superficiali. Quella legge, la leggerezza e l’incapacità che l’avevano preparata, la sopraffazione statale che essa minacciava con ogni parola, gli argomenti demagogici che l’avevano difesa, la baldanza dei socialisti e la impazienza manifesta con cui affrettavano le desiate nozze con il potere, risvegliarono nei conservatori o costituzionali che dir si vogliano — nella maggioranza — il sopito malumore e la sonnecchiante diffidenza per l’avvento dell’Estrema Sinistra al potere. Con che diritto una minoranza usurpava tanta parte del potere? Spetta o non spetta il potere, nel regime parlamentare, alla maggioranza? E poi: era proprio matura una riforma, che inscriveva nella lista degli elettori milioni di analfabeti? Il suffragio universale, pure spiacendo, non aveva troppo inquietata da principio la maggioranza, sinchè questa aveva pensato di poter fidarsi a occhi chiusi del capo del Governo. Ma ormai molti non riconoscevano più nel capo del Governo l’uomo che per tanti anni aveva loro permesso di dormire sonni tranquilli. Dove volgeva? Quale uso intendeva fare dell’autorità acquistata governando per un decennio l’Italia? Voleva forse conciliare la Monarchia e i Rossi a spese dei vecchi partiti e delle classi ricche?

Chi sfogliasse i giornali di quei tempi li troverebbe pieni di queste ansie e di questi timori. Nel tempo stesso il Governo, dopo aver sognata per qualche mese l’onnipotenza sicura, apriva gli occhi; si avvedeva che così il mantenersi al potere come il far approvare il monopolio e il suffragio universale sarebbero imprese più ardue del previsto. E come sempre è accaduto e accadrà, dalle difficoltà interne cercò aiuto e riparo fuori di casa.

Tutti ricordano che tra il luglio e l’agosto del 1911 il Governo italiano attaccò briga con l’Argentina, a proposito di certi regolamenti sanitari; e da un giorno all’altro vietò l’emigrazione per il Plata. Questa mossa energica non poteva non piacere all’opinione pubblica, ancora calda delle feste cinquantenarie; e quindi rafforzava il Ministero. Ma intanto erano incominciate le trattative tra la Francia e la Germania per il Marocco; e ben presto fu chiaro che il decrepito impero stava per cadere, implorando protezione, ai piedi della Francia. Incominciò allora, nell’opinione pubblica, una inquietudine che, fomentata da molti giornali — e massime da quelli che più fortemente avevano avversato il Ministero e il monopolio — divampò presto in agitazione. Si rinfrescarono nella memoria del pubblico le delusioni dell’Egitto e di Tunisi; si ripetè che tutti pigliavan qualche cosa e noi sempre a mani vuote; si gridò che quella era la suprema occasione; sinchè commosso e agitato come un gran pericolo ci pendesse sul capo imminente, il pubblico chiese a gran voce la Tripolitania a compenso del Marocco preso dalla Francia. Quale sarebbe stato il dovere di un Governo forte in quel frangente difficile?

Resistere. Il pubblico non sapeva che, chiedendo la Tripolitania, chiedeva nientemeno che l’aggressione in piena pace di una grande Potenza europea; e dimenticava, mettendo in un fascio la Tripolitania, la Tunisia ed il Marocco, che la Tripolitania era una provincia dell’Impero turco, e l’Impero turco una grande Potenza europea, come la Francia, l’Austria-Ungheria o la Germania, rappresentata nelle capitali del mondo da ambasciatori; che tra Potenze europee non si fanno guerre e conquiste se non c’è almeno un serio pretesto, in mancanza di una ragione. La fatalità storica, il diritto della civiltà superiore, la necessità di compensi per gli altrui ingrandimenti non sono ammessi ancora in Europa tra i motivi o i pretesti di guerra. Se l’Austria, delusa nelle sue ambizioni orientali dalla guerra balcanica, avesse gridato a un tratto di sentirsi spinta dalla fatalità storica a impadronirsi del Veneto e ci avesse dichiarata la guerra, affermando che essa non voleva essere soffocata nell’Adriatico, che cosa avremmo detto noi e che cosa avrebbe detto il mondo? Ma il pubblico incitava il Governo italiano ad agire con la Turchia proprio a questo modo.

È vero che i letterati italiani, dal Machiavelli in poi, hanno sovente e volentieri considerato il diritto e la morale come veli bugiardi gettati sul mondo per nascondere la lotta brutale degli interessi, dai quali un uomo di Stato abile e destro non si lascia impacciar troppo. Ma è da sperare, per l’avvenire e per la salute del nostro Paese, che il Governo non dimenticherà sempre così facilmente che anche i principî di diritto internazionale, pur essendo limitati, parziali e convenzionali, sono una delle impalcature che reggono alla meglio nel mondo quell’ordine a cui si suol dare nome di civiltà. Nè credo possa dubitarsi che, se il Governo fosse stato più forte, non si sarebbe così facilmente indotto a dichiarare la guerra in quel modo che parve troppo spicciativo in tutta Europa, a quanti pensano che il diritto delle genti non debba essere solo un elegante passatempo di professori o un pretesto per concorrere al premio Nobel.

Ma il Governo non poteva fare più assegnamento nella Camera sopra una sicura maggioranza. Ma aveva proposto il monopolio e il suffragio universale che la Camera non voleva approvare. Ma aveva urtati, indispettiti, anche un po’ spaventati i partiti più potenti e i ceti più ricchi. Se avesse cercato anche di resistere a quella esaltata opinione popolare, avrebbe corso pericolo di essere rovesciato. Tutti i nemici del monopolio e del suffragio universale non l’avrebbero assalito, rimproverandogli di non aver difesi gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo? Con l’aiuto della collera pubblica, anche una opposizione imbelle come quella che guatava nell’ombra il Governo, poteva buttare nel Mediterraneo il Ministero e quelle leggi detestate, senza più temere lo scioglimento della Camera. Non parrà cosa probabile, a chi ricordi quale era lo spirito pubblico nell’autunno del 1911, che un Governo, rovesciato per non aver agito in Africa, avrebbe osato appellarsi al Paese; e tanto peggio per lui, se avesse osato!

Non è da meravigliarsi dunque che il Ministero Giolitti abbia in settembre gettati i dadi. La situazione politica interna non gli lasciava scampo: o conquistava la Tripolitania o era spacciato. E quella situazione non diè tregua al Governo nei primi mesi della guerra, sinchè le due leggi, da cui tutto questo scompiglio è nato — il monopolio ed il suffragio — non furono approvate.