Part 10
E con ragioni di questo stesso ordine noi possiamo rispondere alla seconda questione e rassicurarci che la Francia e l’Inghilterra non muteranno con la vittoria l’umore pacifico in aggressivo. Queste due nazioni volevano pace: non pensavano di aggredire nessuno Stato nè di far conquiste in Europa, già prima di questa guerra, perchè i loro Governi non avevano bisogno, per reggersi, di fare sfoggio ad ogni momento della propria forza. Si rafforzerebbero, dopo una vittoria, come sempre avviene, di nuovo prestigio dentro e fuori dei confini; e se già prima della guerra non avevano bisogno per reggersi di inquietare e molestare il mondo, lo lasceranno più sicuramente tranquillo, quando la vittoria li avrà fatti anche più autorevoli. Le popolazioni, se amavano la pace prima, più l’ameranno dopo, quando potranno godere più sicuramente, senza le ansietà che la hanno avvelenata negli ultimi anni.
Non bisogna inoltre dimenticare che la Francia e l’Inghilterra sono nazioni di spirito più misurato che la Germania; ambedue esenti da quella esagerazione tumultuosa e da quell’orgoglio, che così spesso trascina i tedeschi, per la smania di far sempre cose più grandi, a tentar l’impossibile. Vogliono rafforzarsi e durare nell’alta situazione storica, a cui sono giunte con secoli di lavoro e di lotta, e che è tale da accontentarsene, almeno per due popoli saggi. Perciò non vinceranno solo per sè, ma anche per gli altri e per tutti i popoli.
Non ripeteremo insomma mai quanto basti — perchè è punto di sommo rilievo — che la pace e la guerra dipendono oggi in Europa dalle istituzioni politiche. La Germania ha dichiarata la guerra all’Europa, perchè è governata da una aristocrazia e da una monarchia militare. La Francia invece, governata dalle classi a cui la guerra è più funesta, sarebbe contenta della sua condizione presente, il giorno in cui avesse recuperata l’Alsazia e la Lorena; e perciò il giorno dopo la vittoria non desidererà che di dichiarare la pace all’Europa, come aveva previsto Michelet. Chi suppone che essa ricomincerà ad ambire conquiste in Europa, si inganna come si ingannavano quanti pensavano che avrebbe buttate le armi, all’avvicinarsi dei tedeschi. In Inghilterra l’aristocrazia e l’alta borghesia possono assai più nello Stato che in Francia, e il popolo invece può meno: ma in compenso il popolo è più pacifico che in Francia. Da secoli il popolo inglese, si può dire, non combatte, poichè adopera per le sue guerre eserciti di mercenari: non può quindi avere la tradizione, l’esperienza e neppure la passione della guerra, come il popolo francese che ha versato il suo sangue, in cento guerre.
Senonchè proprio per questa ragione, perchè la guerra e la pace dipendono dalla natura e dallo spirito dei regimi politici, molti sono inquieti per la Russia. E dicono: sta bene, la Francia è, e l’Inghilterra è quasi, una democrazia; perciò si può confidare che, anche fatte più grandi e potenti, non molesteranno l’Europa; ma e la Russia? Non è la Russia un impero militare, come la Germania, e per giunta poco meno che autocratico ed assoluto? Non è da credere che in questa autocrazia guerresca, mal controllata da un Parlamento fanciullo, inesperto, timido, senza autorità, la vittoria risvegli quell’orgoglio, quell’audacia, quello spirito aggressivo che ora minaccia l’Europa dalla Germania? E se il pericolo passasse da Berlino a Pietroburgo?
I giornali austriaci e tedeschi, i partiti e i giornali fautori della causa tedesca nei paesi neutri non si stancano infatti, dal principio della guerra, di annunciare all’Europa l’imminente _pericolo slavo_. Sul principio anzi lo stesso Governo di Berlino aveva annunciato al popolo che la guerra sarebbe proprio una guerra nazionale di difesa contro la «barbarie russa»; e i socialisti di Germania e d’Austria hanno creduto di difendere il loro atteggiamento bellicoso, protestando che non potevano aprire le porte della Germania e dell’Austria ai Cosacchi. La futura potenza e prepotenza della Russia è uno degli argomenti preferiti in Italia dai superstiti fautori della Triplice alleanza; i quali ogni mattina vedono già la Russia arbitra dell’Europa continentale, Santa Sofia riconsacrata dallo Czar al culto cristiano, le navi da guerra russe scorrazzanti per il Mediterraneo e i Cosacchi in via per l’Adriatico....
L’avvenire siede sulle ginocchia di Giove, dicevano gli antichi. Sta nelle mani di Dio, dicono ora i Cristiani. Io non mi sento il coraggio di profetare l’avvenire dell’Impero moscovita. Ma se ci contentiamo di argomentare quel che può accadere di qui a poco da quel che ora succede, sembra lecito affermare che la egemonia russa in Europa è un vano fantasma, e per parecchie ragioni. Prima, una ragione di ordine geografico. A dominare con le armi e il prestigio un vasto continente, è necessario che un popolo tenga una posizione centrale, così da poter minacciare e al caso colpire su punti diversi, a nord, a sud, ad est, ad ovest. Per questa ragione l’Italia antica potè, per secoli, dominare in tutto il bacino mediterraneo dalla Gallia e dalla Spagna all’Egitto e alla Siria, dall’Africa del Nord alla Penisola balcanica. Per questa ragione la Francia e la Germania hanno potuto ambire, a più riprese, l’egemonia dell’Europa; ma non hanno potuto mai ambirla nè l’Inghilterra nè l’Italia, collocate sul fianco o all’estremità del continente. E per questa stessa ragione non potrà neppure ambirla la Russia.
La stessa presente guerra, del resto, lo prova. La Russia è un colosso. Ha il più numeroso esercito del mondo; e soldati che non la cedono ai soldati di nessun altro paese di Europa per valore. Eppure chi non vede che, sola, non potrebbe vincere l’Austria e la Germania, le quali pure anche unite hanno popolazione ed eserciti minori? E per quale ragione? Perchè essa deve oggi combattere ad un capo del suo vastissimo Impero, verso l’Europa, come dieci anni fa dovè combattere all’altro capo, contro il Giappone. La grandezza sua le è d’impaccio a guerreggiare. Potenze più piccole ma più agili; e perciò dovrebbe essere ragione non di inquietudine ma di tranquillità a quanti temono l’egemonia della Russia vittoriosa. L’autorità di una Potenza in pace si misura all’ingrosso dalla forza che essa eserciterebbe — o si presume potrebbe esercitare — in tempo di guerra.
Nè basta. La Russia è un immenso impero, metà europeo, metà asiatico; che confina con la Svezia, con la Germania, con l’Austria, con la Rumenia, con la Turchia, con la Persia, con la China, con il Giappone. Ciascuna di queste frontiere l’impegna in una politica particolare, che deve curare certi interessi, proporsi certi fini e adoperare certi mezzi. Il Governo russo, se deve tener d’occhio le faccende europee, non può trascurare le cose balcaniche, le cose turche, gli affari dell’Estremo Oriente. Ma appunto perchè ha tante frontiere, tanti interessi e tanti impegni diversi a cui badare, la Russia non potrà mai puntare con tutte le forze nella sola politica europea. Gli altri interessi suoi la distrarranno ogni tanto dalle faccende europee, come è successo tante volte in passato.
Non aveva la Russia, dopo il 1895, trascurati gli affari balcanici, che sono uno dei suoi maggiori impegni ed interessi in Europa, perchè era stata troppo attirata dall’Estremo Oriente? I Serbi, i Montenegrini, i Bulgari se ne lagnavano assai vivamente; e non a torto, perchè mentre la Russia, già così vasta, si allargava anche di più in Asia, gli Slavi dei Balcani restavano in balìa dell’Austria e quindi della Germania, alleata dell’Austria. A sua volta la Germania ha cercato sempre di spingere la Russia verso l’Estremo Oriente, per allontanarla dall’Europa, adoperando a questo scopo perfino l’amicizia intima che fino allo scoppio della guerra intercedeva tra l’imperatore di Germania e l’imperatore di Russia, e l’ascendente che Guglielmo II, uomo ardito, invadente, un po’ fantastico, aveva acquistato sullo spirito più timido e chiuso di Nicola II. Io so, perchè me l’ha detto uno dei funzionari della Corte di Pietroburgo che stanno più vicino allo Czar, che l’imperatore di Germania non tralasciava mai, quando si trovava con l’imperatore di Russia, di incoraggiarlo ad ampliare il suo Impero asiatico. L’imperatore di Germania spronava Nicola II ad impegnarsi in vaste conquiste in Cina e contro il Giappone, sapendo che non c’era per la Germania mezzo più efficace e sicuro di indebolire l’alleanza della Francia e della Russia in Europa.
Si potrebbe, anzi, dire addirittura che la politica russa sia una specie di pendolo, oscillante tra l’Asia e l’Europa. Tra il 1895 e il 1905 la Russia fu, per dir così, presente in Asia e assente dall’Europa. Disinteressandosi quanto poteva dagli affari d’Europa, si tenne facilmente in buoni rapporti con l’Austria e con la Germania. Ma la guerra contro il Giappone risospinge di nuovo la Russia verso l’Europa. Dopo il 1905 la Russia ripiglia in mano, amplia, rinforza l’alleanza con la Francia; conchiude l’_entente_ con l’Inghilterra; riprende a vigilare le faccende balcaniche e i piccoli popoli slavi, tanto trascurati nel decennio precedente; conchiude una intesa anche con il Giappone, acconsentendo a mantenere in Estremo Oriente le cose nel loro stato presente. Ma ben presto si guasta con l’Austria e con la Germania, dopochè i Giovani Turchi fanno la rivoluzione in Turchia. L’Austria annette la Bosnia-Erzegovina; la Russia è obbligata a cedere alla minaccia tedesca; si inasprisce tra Russia e Germania la discussione intorno al trattato di commercio, che la Germania vuol rinnovato tale quale e la Russia invece vuol ritoccare in ogni parte; si esaspera a Costantinopoli la rivalità tra la Russia e la Germania; scoppia la guerra Balcanica, e infine la guerra tra l’Austria e la Serbia, principio della guerra europea.
La guerra europea è la crisi decisiva della nuova politica europea, incominciata dalla Russia dopo il 1905. Terminata la guerra europea il pendolo dovrebbe dunque discendere di nuovo verso l’opposta parte; e la Russia per un certo tempo dileguare di nuovo dall’Europa, sprofondandosi nella sacra immensità dell’Asia. Appunto perchè la Russia non è nè Potenza tutta europea nè Potenza tutta asiatica, non potrà mai dominare nè l’Europa nè l’Asia; ma incomberà invece sui due continenti, come una forza immane e lenta, più regolatrice che egemone.
C’è infine un’ultima ragione per la quale non si deve temere che una vittoria della coalizione anglo-franco-russa alteri l’equilibrio politico dell’Europa, come l’altererebbe certamente la vittoria dell’alleanza austro-germanica. Abbiamo già veduto che questa alleanza è così possente, perchè l’Impero tedesco e l’Impero austriaco sono contigui. Si aggiunga che hanno la medesima lingua ufficiale e istituzioni politiche affini. Nella coalizione franco-anglo-russa invece, se la Francia e l’Inghilterra si possono considerare contigue, non ostante gli impedimenti non piccoli, che un braccio di mare, anche corto, interpone, tra la Russia, invece e i suoi alleati di Occidente sta la mole dei due Imperi nemici. Inoltre la lingua e le istituzioni politiche di queste tre Potenze sono molto diverse. Ne segue che la vittoria potrebbe fare dell’alleanza austro-germanica, ma non della coalizione anglo-franco-russa, un tutto unico. La posizione geografica, la diversità delle lingue delle istituzioni e degli ordini sociali, la molteplicità degli interessi, terranno sempre tutte e tre le Potenze alleate ad una certa distanza e come in un certo isolamento. Lo dimostra la debolezza di cui per molti anni la Triplice Intesa ha fatto prova; e la parziale impreparazione in cui fu sorpresa dall’attacco germanico.
Per tutte queste ragioni la vittoria della Triplice Intesa sembra legittimare maggiori e migliori speranze per il mondo, il quale a giusta ragione vuole che a questa guerra possa tener dietro una lunga e sicura pace. La moltitudine l’ha intuito in tutti i paesi; e perciò apertamente parteggia per la Francia, per l’Inghilterra e la Russia. Nelle classi alte, nel mondo intellettuale, tra gli uomini politici ci sono dei dispareri; nelle masse no. Anzi, le masse in Europa sperano addirittura che con questa guerra, se la coalizione anglo-franco-russa trionferà, tutte le guerre finiranno, il militarismo cadrà per sempre e incomincerà la pace universale ed eterna. Gli uomini l’hanno sempre sognata, questa pace inalterabile del mondo e dei secoli; tutti gli imperi e tutte le religioni l’hanno annunciata, sfidando l’ostinata esperienza di tante generazioni: non è dunque meraviglia se tale speranza rinasce, come un conforto, in mezzo agli orrori della più terribile delle guerre. Potrebbe il mondo sostenere oggi la prova, se non sperasse che le stragi e le rovine presenti serviranno almeno a risparmiare ai nostri figli e ai nostri nipoti una simigliante sciagura?
Senonchè la speranza spiana sovente troppo facilmente le difficoltà. Che la vittoria della Francia, della Russia e dell’Inghilterra, possa assicurare all’Europa la pace per qualche tempo, sembra cosa certa. Incerto è invece che possa, non dirò toglier di mezzo il militarismo, ma moderare quel mostruoso accrescimento degli eserciti che negli ultimi trent’anni ha così profondamente perturbata l’Europa, e alla fine generato il gran soqquadro di questi tempi. La vittoria dei tre Imperi alleati potrebbe generare anche questo effetto: ma solo se fosse seguita da un profondo rivolgimento dello spirito pubblico, che sarebbe poco meno che un nuovo indirizzo della civiltà.
Quale è questo rivolgimento dello spirito pubblico? Questo nuovo indirizzo della civiltà? Lo vedremo conchiudendo questi studî.
V.
TRAGEDIA DI ORGOGLIO
Pace vera e disarmo, sono una cosa. L’Europa è oggi in guerra, perchè ha creduto di poter mantenere la pace equilibrando gli armamenti, e cioè accrescendoli egualmente da tutte le parti. Come ogni organo vuol compiere il suo ufficio; come il polmone vuol respirare, il braccio muoversi e lo stomaco digerire, così gli eserciti vogliono combattere. La guerra europea è scoppiata, perchè i tedeschi non volevano aver speso tanto denaro per acquistare armi, senza almeno poter vantarsi che la potenza tedesca era rispettata e temuta in tutto il mondo. Ma a loro volta in Francia, in Russia, in Inghilterra i popoli che spendevano somme così ingenti per armare l’esercito e la flotta, volevano poter con quelli resistere alle esigenze eccessive della politica tedesca. E naturalmente quel che al Governo tedesco pareva richiesta giustissima sembrava sempre alla Francia, alla Russia, all’Inghilterra esigenza quanto mai indiscreta e insopportabile: perciò quelle Potenze hanno per anni ed anni litigato, finchè alla fine, ogni popolo volendo che le armi acquistate a così caro prezzo non fossero acquistate invano, i Governi si sono tutti impuntati in una questione; e la guerra dei popoli è incominciata.
E così avverrà sinchè ogni popolo di Europa ambisca di avere il più forte esercito e la più forte armata che può. Ma potrà l’Europa disarmare dopo la guerra? Non è dubbio che nei primi anni della pace gli Stati non potranno accrescere e forse dovranno tutti diminuire gli armamenti. La guerra distrugge ricchezze e impedisce di produrne: anche se cessasse domani — e potrebbe invece durare ancora mesi, forse anni — già tutti gli Stati belligeranti si troverebbero nell’alternativa o di fallire o di ridurre le spese militari a proporzioni più ragionevoli. Ma il fallire aggraverebbe il male, perchè fatta la pace gli Stati saranno in grandissimo bisogno di denaro; e nessuno vorrà prestarne loro, se mancheranno agli impegni più antichi. Non resterà dunque che l’altro scampo.
Ma questo disarmo, imposto dalla necessità, quanto tempo durerà? Ecco il gran punto. La presente guerra, certo, distrugge infinite ricchezze; ma dieci anni d’intenso lavoro possono riparare molte rovine. E l’uomo dimentica così presto! Se dopo un decennio o due di raccoglimento o di saggezza, le idee e i sentimenti che hanno dominate le menti negli ultimi anni ripigliassero voga nelle generazioni di coloro che non furono nè testimoni nè parte della guerra europea, l’Europa ricomincerà ad armare; e dopo aver fucinate le armi, vorrà di nuovo un giorno o l’altro provarle. Cosicchè noi dobbiamo chiederci che cosa occorra, affinchè il disarmo parziale a cui possibilmente le Potenze ricorreranno dopo la fine della guerra, non sia uno spediente transitorio, ma il primo passo risoluto sulla via della pace definitiva.
Occorre che il frenetico orgoglio dei popoli moderni si umilii un poco. Questa guerra è una delle tante tragedie dell’orgoglio umano. Le rivalità politiche ed economiche non avrebbero, sole, avuta la forza di generare un tal soqquadro, perchè le rivalità politiche toccano soltanto piccoli gruppi, e gli interessi economici sono troppo numerosi e diversi. Sono i popoli interi, che oggi combattono sui campi di battaglia e si affrontano con le armi alla mano; nè le plebi non si sarebbero lasciate così facilmente condurre a versare il loro sangue per l’onore di una corona, per i programmi politici di un partito o per gli interessi di qualche industria o di qualche commercio. Ma le rivalità politiche e gli interessi economici hanno invece potuto trascinare i popoli a questo cimento, eccitandone l’orgoglio. Ogni popolo d’Europa vuole essere primo o almeno pari agli altri in ogni cosa; vuole possedere un esercito, un’armata, delle navi mercantili, delle industrie, dei commerci, una letteratura, un’arte, una scienza, una finanza, una politica coloniale che non sfigurino a petto delle altrui. Nazioni che si sono appena dirozzate da una barbarie secolare vogliono essere stimate colte come popoli che scrivono, scolpiscono, dipingono, indagano il vero e filosofeggiano da secoli; e perciò inventano ogni giorno dei genii, se non riescono a generarli. Popoli che cercano a prestito capitali, ne prestano a lor volta ad altri popoli per credersi anch’essi una potenza finanziaria del mondo. Nazioni che non hanno carbone o che non hanno ferro, vogliono a tutti i costi fondere il ferro e l’acciaio. Popoli scarsi di capitali o ancora poco numerosi conquistano immense colonie. Di qui una lotta incessante, accanita, talora puerile, che a poco a poco ha inferociti gli animi da frontiera a frontiera. Per somma sventura, viveva nel cuore dell’Europa un popolo che, a torto o a ragione, si era persuaso di esser più grande, più sapiente, più virtuoso, più coraggioso, più forte dei suoi vicini; che voleva perciò esser considerato e trattato come un popolo eletto. Ma i suoi vicini, pur riconoscendogli molte qualità, non volevano considerarsi da meno di lui e umiliarsi in sua presenza. Da dieci anni tutti questi popoli lottavano tra di loro con la penna, con la parola, con il denaro, con il commercio, con gli intrighi diplomatici, ciascuno cercando di dimostrare la sua eccellenza in confronto degli altri. E alla fine, siccome le discussioni non giungevano ad alcuna conclusione, si è venuto al giudizio di Dio!
Guardiamo nella nostra coscienza e siamo una volta almeno sinceri con noi medesimi.... Quell’ardente patriottismo che sostiene oggi i popoli d’Europa nell’immane contesa, che fa loro sopportare stoicamente tanti lutti, tante rovine e tante privazioni, è un tragico puntiglio di amor proprio. I tedeschi vogliono mostrare all’Europa di che cosa sono capaci, anche contro tanti nemici; e si ostinano, e muoiono, e impegnano le loro sostanze, e si rassegnano alla carestia, e si stanno rovinando, dopo aver raggiunta, lavorando trent’anni senza riposo, una bella agiatezza. Gli altri popoli d’Europa vogliono mostrare ai tedeschi che nè il loro numero nè la loro audacia, nè la loro preparazione, nè la loro ostinazione non li spaventano; e a loro volta sacrificano senza risparmio vite e tesori. L’orgoglio e la ostinazione delle due parti si esasperano a vicenda; e la lotta si inferocisce. Cosicchè terribili guerre devasteranno l’Europa sinchè i popoli saranno ebbri di tanto orgoglio; sinchè vorranno tutti primeggiare in tutte le cose; sinchè ognuno facilmente verrà nella persuasione di essere da più degli altri e di aver diritto ad esser trattato come un popolo eletto: sinchè l’Ungherese e il Serbo, il Francese e il Tedesco, l’Inglese e l’Irlandese, il Russo e il Polacco non saranno capaci di sedere alla stessa mensa, sia pur senza amore, ma senza odio e dispetto, sentendo di essere tutti eguali, riconoscendo che le opere civili sono numerosissime e diverse, onde ogni popolo può compierne con onore alcune, lasciando senza vergogna altri eccellere in altre.
Ardua impresa, dunque, pacificare la vecchia Europa; perchè l’orgoglio è da un secolo lo stimolo più forte dell’attività di tutti i popoli. La civiltà moderna ha procurati all’uomo molti vantaggi: infinita comodità di rapide comunicazioni; una abbondanza di tutte le cose necessarie e superflue, quale il mondo non aveva mai neppure sognata; valida difesa contro molti flagelli che avevano tormentate tante generazioni, come le malattie, la pestilenza, le carestie; una libertà di pensare, di dire e di fare, di cui i secoli passati avrebbero avuto sgomento. Ma in compenso i tempi moderni impongono agli uomini parecchi obblighi che i tempi antichi non conobbero: il servizio militare, balzelli da pagare in quantità e tutti gravissimi, una attività incessante, assidua, mai libera, sempre preoccupata della propria responsabilità, e perciò sempre grave e accigliata. Gli uomini vivevano più semplicemente due secoli fa; ma lavoravano anche meno, più pacatamente e più allegri. Cosicchè tutti i vantaggi che questa civiltà offre a compenso di tanti obblighi e del più grave e più serio lavoro, non basterebbero a vincere in molti l’innata pigrizia e a scuotere quell’egoismo del maggior numero, che vuol piuttosto il poco tranquillo che il molto agitato, se non si aggiungesse quest’altro stimolo dell’orgoglio. Tutti i popoli lavorano più di quanto sarebbe necessario a soddisfare i loro bisogni, perchè sono animati dalla emulazione di far più e di far meglio che gli altri popoli.
Perciò l’orgoglio è oggi, per tutti gli Stati dell’Europa, uno strumento necessario di governo. Sferzando l’orgoglio nazionale e lo spirito di emulazione dei popoli, che non vogliono esser da meno gli uni degli altri, i Governi ottengono che i Parlamenti accrescano le pubbliche spese per costruire nuove scuole e nuove caserme, nuove strade e nuove ferrovie; che i popoli ansanti si curvino volentieri a ricevere sulle spalle i crescenti carichi militari e i gravami del protezionismo; che tollerino rassegnati gli sperperi delle pubbliche amministrazioni, dappertutto ormai incurabili; che resistano al turbamento di cui è dappertutto cagione, sul principio, la grande industria; che facciano volentieri le spese e gli sforzi di quella politica coloniale, che nell’ultimo mezzo secolo ha aperta l’Africa all’Europa.