La guerra europea

Part 9

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Ho citato questi due soli esempi per non dilungarmi troppo. Ma questi due soli bastano forse ad avvalorare una conclusione. Lo spirito tedesco è stato nell’ultimo secolo molto attivo, invadente, ambizioso: è riuscito ad acquistare, con sforzi perseveranti, molta autorità in ogni parte della terra; e come è accaduto a tutti i popoli nel tempo della loro potenza maggiore, ha fatto di questa autorità un uso, parte buono e parte cattivo; ma siamo ora giunti a un punto in cui sembra essere interesse di tutti — e della stessa Germania — che quell’autorità non cresca più, almeno per qualche tempo. Importa assai a tutti i popoli dell’Europa e dell’America, che la Germania, esaltata da nuove vittorie, non rinfocoli ancora nel mondo la smania delle cose colossali, l’ammirazione della forza, la frenesia della quantità, l’orgoglio della ricchezza, la vertigine della velocità, la superstizione del nuovo. Il mondo moderno ha bisogno non soltanto di ricchezze, di godimenti, di ferro, di macchine, di potenza, di scienza; ma anche di equilibrio, di misura, di un senso più profondo, più sicuro e più lucido del bene e del male. Chè il bene e il male da un pezzo vanno stranamente confondendosi nella mente degli uomini. Noi credevamo di esser tutti cristiani e civili; e in pochi mesi di guerra abbiamo visto non soltanto orrori, che credevamo cancellati per sempre dalla storia dell’Europa, ma ne abbiamo intese tali strane giustificazioni che ci è forza chiederci spaventati se gli uomini sieno oggi più feroci o incoscienti. Come si spiegherebbe questa sorpresa se, troppo intento ad accrescere le ricchezze e ad allargare il suo dominio sulla natura, l’uomo non avesse trascurato se medesimo e cessato di vigilare su quegli istinti feroci e perversi che, insiti nella natura umana, si addormentano talora, ma non si spengono mai?

Sopratutto è necessario decada e si obliteri nelle menti quel culto della forza, cui la Germania aveva data, con la guerra del 1870, tanta voga; poichè gli sfrenati armamenti dell’ultimo quarantennio e la conflagrazione europea non sono stati che due riti di questo culto sanguinario. Se dopo questa guerra i popoli d’Europa non torneranno ad innalzare di nuovo gli altari della Pace e della Giustizia, intorno ai quali si era per qualche tempo raccolta, seria e grave, condotta dai suoi poeti e dai suoi migliori statisti, la generazione del 1848; se non riconosceranno tutti — anche i più forti — che gli altri — anche i più deboli — hanno diritto di vivere e di progredire indipendenti, secondo le tradizioni e il genio della loro razza, l’Europa non potrà mai godere di una pace lunga e sicura, e quindi rimbarbarirà. Non si può assicurare la pace al mondo solamente con un equilibrio di forze avverse; perchè l’equilibrio delle forze è una ipotesi che ogni tanto occorre verificare con la guerra, come ora si sta facendo: si deve assicurarla riconoscendo lealmente, sotto certe condizioni precise, il diritto dei popoli — grandi e piccoli — alla indipendenza e alla libertà. Ma come potrebbe la religione della forza che nega questo diritto decadere in Europa, se la Germania fosse di nuovo vittoriosa — e di mezza Europa — questa volta?

Ho detto essere necessario che l’autorità della Germania non cresca ancora nel mondo, anche nell’interesse della stessa Germania. L’affermazione non è paradossale e strana che in apparenza. Quale infatti è stato il difetto che negli ultimi quarant’anni ha guastato il carattere tedesco, che pure è ricco di molte virtù? Il difetto che ha spinta la Germania a scatenare sull’Europa, desiderosa di pace, questa guerra terribile; e che ancora le impedisce di capire la gravità del soqquadro, in cui ha travolto il mondo? L’orgoglio. Le vittorie del 1866 e del 1870, il rapido incremento della popolazione e della ricchezza, lo sviluppo prodigioso davvero di alcune industrie, e massime della metallurgia, l’ammirazione che tutti gli altri popoli professavano per la sua scienza, per i suoi ordini sociali, per le sue industrie, per il suo esercito e per la sua marina, hanno messa a dura prova la sua saggezza. A tante fortune non ha resistito. Ha creduto di essere il maestro di tutti i popoli d’Europa; il più colto, il più morale, il più attivo, il più valoroso, il più laborioso e il più forte; e persuasosi di essere il primo, ha veduto in ogni parte persecutori e nemici. Gli altri popoli non gli rendevano la dovuta giustizia per invidia, per ignoranza, per gelosia; doveva dunque vigilare da ogni parte, difendere il proprio primato, che popoli da meno di lui insidiavano. E un giorno ha dichiarata guerra all’Europa.

La Germania ha dunque anch’essa bisogno di raccogliersi e di convincersi che nel mondo ci sono popoli che, meno valenti di lei in certe cose, le vanno invece innanzi in altre; e popoli che, pur essendo da meno di lei in tutto o in quasi tutto, hanno anche essi diritto di vivere, di lavorare, di farsi migliori. Che cosa succederebbe invece, se questo orgoglio, già troppo grande, fosse esaltato da nuove vittorie? No: i tempi e la civiltà in cui viviamo sono tali, che non potrebbero tollerare un grande Impero universale, soverchiante tutti gli altri Stati di un continente. I tempi antichi poterono obbedire, ammirare e venerare l’Impero universale di Roma, perchè l’orgoglio, l’ambizione, la cupidigia e tutte le passioni umane che più facilmente si esaltano, erano allora limitate dalle tradizioni, dalla religione, dalla cultura artistica e filosofica, dalla stessa povertà e ignoranza in cui gli uomini vivevano. Un imperatore romano era una creatura modesta, a paragone del più umile di noi, perchè da ogni parte le cose e gli uomini lo ammonivano senza tregua a non presumere troppo di sè, del proprio ingegno, della propria fortuna, della propria potenza.

Oggi non più. Oggi il mondo è ricco, sapiente e potente. Osa criticare le tradizioni, fare e disfare gli Stati, chiedere conto a Dio dei suoi comandi, alla Natura delle sue leggi. La letteratura, la filosofia e il costume, quel che si chiama lo spirito dei tempi, esaltano, invece di limitare, l’audacia, l’orgoglio, l’ambizione, la cupidigia degli uomini. Perciò è necessario che sussista nel mondo una specie di equilibrio morale; che ogni popolo senta la sua potenza limitata dalla potenza di altri popoli egualmente forti, intelligenti e sapienti. Se un popolo diventasse così potente da soverchiare tutti gli altri, l’equilibrio morale del mondo sarebbe rotto per sempre; e quel popolo, in tempi già così proclivi in ogni cosa all’eccesso, diventerebbe il Nabuccodonosor delle nazioni.

La nostra generazione, pur non essendoci ancora tra noi il Nabuccodonosor dei popoli, ha già fatta la guerra universale. Parrebbe che basti.

III.

L’EQUILIBRIO POLITICO DELL’EUROPA

Disparatissime voci corrono intorno alla pace che l’Inghilterra, la Francia e la Russia, vincendo, imporrebbero alla Germania. Che la Francia reclamerà la Alsazia e la Lorena, è sicuro; poichè il Governo francese l’ha già dichiarato ripetute volte. Molti dubitano invece che la Russia manterrà la promessa di scoperchiare il sepolcro, in cui la Polonia giace sepolta e viva da più di un secolo. Ma dell’Inghilterra non si sa nulla di preciso; e perciò più si discorre, si discute, si farnetica. Chi dice che intenda costituire un regno di Ungheria e un regno di Boemia indipendenti; chi pretende che voglia unire in un solo Stato, separandole dall’Impero, le provincie tedesche dell’Austria e gli Stati meridionali della Confederazione germanica; chi afferma che non toccherà l’Impero tedesco, ma imporrà invece una specie di disarmo e certi patti — trattati di commercio e di navigazione, convenzioni sui brevetti e via dicendo — che impedirebbero alla Germania di produrre e vendere troppo, come fa da trent’anni, esagerando a quel modo il principio moderno di accrescere la quantità a scapito della qualità.

Che vale discutere queste dicerie, che non hanno alcun solido fondamento? La pace è purtroppo ancora molto lontana; e non fu mai cosa savia vendere la pelle prima di aver ammazzato l’orso. D’altra parte ci sono più qualità di vittorie; poichè si può vincere in molti modi: pienamente, a mezzo, appena appena. Io penso che la Francia, la Russia e l’Inghilterra saranno alla fine vittoriose; ma nessuno, credo, potrebbe predire con sicurezza in quale misura saranno vittoriose e perciò quali condizioni saranno in grado di imporre. Sarebbe quindi proprio un vanissimo perditempo ragionare intorno alla pace futura e ai suoi effetti. Meglio sarà cercar di argomentare, in modo più generale, quali effetti seguiranno una vittoria della coalizione, astrazione fatta dalla sua grandezza e importanza: gli effetti che si può presumere debbano in ogni caso seguire la vittoria, sia questa grandissima o grande o modesta....

Il primo effetto e il più sicuro sarà un profondo rivolgimento psicologico, politico e morale della Germania. Soltanto una sconfitta potrà persuadere il popolo tedesco che neppure la sua spada è incantata, invulnerabile e invincibile. Non ci fu mai — tutti lo sanno — e non ci sarà mai, un popolo invincibile; la guerra fu e sarà sempre un’alterna e misteriosa vicenda di sorti. Ma dopo le guerre del 1866 e del 1870 i tedeschi erano invece venuti nell’opinione che la Germania fosse invincibile; e in questa opinione erano tutti d’accordo. Socialisti e conservatori, operai e generali, professori e banchieri, prussiani e bavaresi ripetevano, sicuri come enunciassero una verità matematica, che non c’era esercito al mondo il quale potesse misurarsi con l’esercito tedesco. Quale argomento o ragionamento avrebbe potuto vincere questa illusione, questo orgoglio, questa beata sicurezza di sè, in milioni e milioni di menti, rozze e istruite, ma tutte egualmente accese ed illuse? Una guerra ci voleva, che argomentasse, non con i sillogismi, ma con i disastri e le sciagure: sola logica che la moltitudine intende.

Ma il giorno in cui il popolo tedesco si ricrederà sulla virtù della sua spada, una immensa rivoluzione avverrà in Germania; perchè l’opinione che l’esercito tedesco fosse invincibile era una delle colonne su cui posava tutta la macchinosa struttura del nuovo Impero germanico. Intanto il prestigio di cui godono la dinastia degli Hohenzollern, le minori dinastie tedesche e l’aristocrazia prussiana declinerà rapidamente. Si suole ripetere spesso che in Germania vige un governo feudale, adoperando una parola che ha un senso troppo limitato e preciso, perchè non generi confusione. Meglio sarebbe dire che in Germania l’_ancien régime_ — l’ordine di cose anteriore alla Rivoluzione francese — è stato meno alterato dagli eventi del XIX secolo, che in Inghilterra e che in Francia. L’Impero tedesco è posto sotto l’egemonia della Prussia, la quale a sua volta è governata da una aristocrazia che, per forza di tradizioni e di privilegi riconosciuti dalla legge, prevale ancora ed ha il passo su tutti gli altri ordini sociali nel Parlamento, nell’amministrazione civile, nell’esercito, alla Corte, vantandosi di essere in ogni parte della società il sostegno del trono. La borghesia colta che in Francia e in Inghilterra si è fatta largo nello Stato e predomina — gli avvocati, i banchieri, i professori, i medici, i giornalisti, i commercianti, gli industriali — è in Germania molto meno influente e molto più umile. Ma il prestigio di questa nobiltà di funzionari e di guerrieri resisterebbe ad una sciagura, di cui essa fosse responsabile assai più che gli altri ordini sociali?

È lecito dubitarne. Si ripete spesso e volentieri che i tedeschi sono un popolo sottomesso, obbediente, docile all’autorità per natura. Sarà: ma non al punto da dover essere, per forza innata e sempre, i devotissimi e fedelissimi servitori di una aristocrazia semidivina. Anche in Germania le idee e le ambizioni democratiche fermentano; anche in Germania piacerebbe alle classi medie e alle classi colte di potere aspirare alle grandi cariche dello Stato e comandare, come in Francia. Tanto è vero che da un pezzo la Prussia vuole che sia riformato il sistema elettorale, il quale è ordinato in modo da fare della maggioranza un privilegio eterno e intangibile della nobiltà. Ma sinora domandò invano la riforma; perchè l’aristocrazia prussiana, appoggiata dalla monarchia, è riuscita a frustrare tutti i conati e le agitazioni del partito socialista e dei partiti borghesi. Ma se la Germania sarà vinta, la monarchia si affretterà a concedere al popolo, a compenso della sconfitta, la tanto contrastata riforma; e una parte almeno della nobiltà, sentendosi meno appoggiata dalla monarchia e indebolita dalla guerra, si rassegnerà al destino. Come l’Austria, vinta nel 1866, abolì l’assolutismo e introdusse le istituzioni parlamentari; come la Francia, vinta nel 1870, fondò la repubblica e concesse il suffragio universale; come la Russia, vinta dal Giappone nel 1905, convocò la Duma, così la Prussia, se la Germania sarà vinta nella grande guerra europea, sarà forzata a riformare la costituzione prussiana. E allora che rivolgimento, nella Prussia prima e nella Germania poi! Nel Parlamento prussiano compariranno socialisti e partiti di sinistra, tutti animosi, pugnaci, risoluti — perchè sentiranno di aver a fronte un Governo e un regime indeboliti dalla sconfitta, esitanti e discordi. Anche in Prussia il regime parlamentare prenderà il posto del regime costituzionale; sull’albero del diritto divino molti poteri della Corona seccheranno, come rami morti; le Camere impareranno a fare e a rovesciare i Ministeri; liberali e socialisti diventeranno ministri. E dalla Prussia il movimento dilagherà nell’Impero e nel Governo imperiale; nel quale i poteri del Reichstag cresceranno a scapito dei poteri imperiali.

Una sconfitta infine offuscherà il prestigio degli Hohenzollern. Molti chiedono oggi se la Germania, sconfitta, non farà una rivoluzione, rovesciando la dinastia prussiana, come la Francia rovesciò dopo Sédan i Napoleonidi. Di questa paura non sono esenti neppure alti funzionari tedeschi. So di un gran personaggio tedesco che, quando seppe che l’Inghilterra aveva dichiarata la guerra alla Germania, esclamò ad uno straniero con cui parlava in francese: «_Les Hohenzollern sont par terre!_». Ma può anche argomentarsi che i tempi non siano maturi per tanta rovina. Gli Hohenzollern sono oggi molto più tenacemente radicati in Prussia, che i Napoleonidi non fossero radicati nel 1870 in Francia. Nè la Germania è terra così vulcanica come la Francia. Tuttavia, se pare prematuro predire, tra gli effetti della sconfitta, la caduta degli Hohenzollern, sarebbe errore il pensare che la sconfitta non li toccherà. La guerra europea potrebbe essere per la Casa degli Hohenzollern quel che per la monarchia francese fu la guerra dei sette anni: il principio della irrevocabile decadenza. Guglielmo II potrà ancora regnare dopo una sconfitta, e trasmettere al figlio la corona: ma la sua corona non sarà più venerata dopo, come prima della guerra; non rifulgerà più agli occhi del popolo per il sacro prestigio delle grandi vittorie e dell’Impero ricostituito. Crescerà invece il numero dei tedeschi, i quali chiederanno per qual ragione una famiglia debba possedere per diritto ereditario il potere supremo; e se non sarebbe meglio affidar questo potere ad una persona liberamente scelta, che sembri possedere le qualità necessarie, come si fa nelle Repubbliche.

Tale è il rivolgimento di idee e di sentimenti, che par si possa aspettare in Germania da una sconfitta. Ma avrebbe questo mutamento della Germania a sua volta effetto sull’Europa e sul mondo? Immenso effetto — si può presumere. Solo se la Germania muterà a questo modo, la coalizione vittoriosa potrà assicurare all’Europa quel gran bene da tutti sospirato: la pace lunga, sicura, definitiva.

Molti credono — massime in America — che l’Europa non possa vivere in pace, perchè non ha ancora sradicato dal suo suolo un certo numero di vecchie idee e di vecchi pregiudizi. Ma anche gli Europei, i più istruiti come i più ignoranti, si sono da un pezzo convinti che le dolcezze della pace valgono meglio che gli orrori della guerra: tanto è vero che la Francia e l’Inghilterra avevano mostrato dal 1900 in poi un così vivo desiderio di pace, da indurre molti ad accusarle un po’ alla leggera di ignavia. La Francia aveva tacitamente rinunciato all’Alsazia e alla Lorena, chiedendo solo che la Germania non le maltrattasse come ostaggi nemici. La Francia e l’Inghilterra avevano acconsentito a far largo alla Germania e alle sue ambizioni coloniali in Africa; e la Francia aveva persino ceduto un pezzo del Congo, che era terra sua, in cambio della rinuncia della Germania a diritti, molto vaghi e ipotetici, sopra un impero quale il Marocco, che non apparteneva a nessuno, e al quale — come i fatti hanno provato — non era facile imporre la propria protezione. La Francia aveva nel decennio dal 1900 al 1910 a più riprese lasciata la Germania sorpassarla negli armamenti, mentre fino al 1900 aveva voluto che la rivale non la precedesse neppur di un passo; e aveva favorito tutti i tentativi fatti dal pacifismo per limitare gli armamenti e impedire le guerre. E l’Inghilterra aveva più volte cercato di intendersi con la Germania, per porre un freno alla reciproca gara degli armamenti.

Ora la Francia e l’Inghilterra sono, con la Germania, le due Potenze maggiori dell’Europa. È manifesto che il giorno in cui Francia, Inghilterra e Germania fossero veramente d’accordo, potrebbe regnare in Europa una pace se non inerme, neppur sovracarica d’armi, armata secondo ragione e con misura. Anche la Russia sarebbe impotente contro la concorde volontà di questi tre Stati. Ma per qual ragione l’Inghilterra e la Francia hanno potuto così facilmente intendersi fra di loro, e invece non son riuscite mai a mettersi d’accordo con la Germania? Non perchè la Francia volesse riconquistare l’Alsazia e la Lorena; non perchè l’Inghilterra fosse invidiosa della Germania; non perchè i tedeschi siano una razza che ha bisogno di combattere una grande guerra ogni mezzo secolo; ma perchè tra la Francia e l’Inghilterra da una parte, e la Germania dall’altra, c’era, per dir così, uno squilibrio politico. Le forze e lo spirito che governano l’Inghilterra e la Francia sono diversi dalle forze e dallo spirito che governano la Germania. Mentre la Francia e l’Inghilterra sono governate da borghesie pacifiche per lunga esperienza, per inclinazione professionale, per interesse, in Germania un popolo che si credeva invincibile era fino a pochi mesi fa retto da una aristocrazia di guerrieri, nemica della pace per dovere di casta.

Molti si meravigliano che lo spirito di pace non sia mai entrato in Germania, nemmeno tra i socialisti, i quali sono pacifisti dappertutto; cosicchè nemmeno i socialisti si sono sentiti commuovere dallo strazio fatto del Belgio. Ma potrà un popolo che si crede invincibile essere mai pacifista; prendere sul serio i principî del diritto internazionale, la Corte dell’Aja, le generose fondazioni del Carnegie, i Congressi della pace? Nè è umano aspettare che una aristocrazia e parecchie dinastie investite di preziosi privilegi perchè vittoriose, vorranno adoperarsi per dare al mondo quella sicurezza della pace che renderebbe inutili quelle loro virtù — vere o supposte — per le quali il popolo le venera ed obbedisce ai loro comandi.

La guerra europea è quindi, almeno in parte, nata da un disquilibrio politico. La Francia e l’Inghilterra non potevano nè persuadere con le ragioni, nè costringere con la forza la Germania a disarmare; onde un giorno alla fine la Germania ha adoperate le armi che non voleva deporre, contro i vicini che reputava più deboli perchè più pacifici. Se la guerra europea spianerà queste differenze, se rallenterà il moto democratico in Francia ed in Inghilterra e lo inciterà in Germania, sarà più facile ai tre maggiori Stati europei di intendersi. E allora l’Europa potrà sperare di aver pace.

IV.

DA SCILLA A CARIDDI? IL PERICOLO RUSSO

Ma un dubbio potrebbe nascere a questo punto: se non sia piuttosto da temere che la sconfitta esasperi la Germania e quindi lasci infiniti semi di nuove guerre; o che la vittoria rinfocoli in Francia, in Inghilterra, in Russia lo spirito bellicoso e le ambizioni d’impero, cosicchè l’Europa guadagnerebbe per un verso quel che perderebbe per un altro. Molti temono che, per schivare il pericolo tedesco, l’Europa non incorra nel pericolo russo.

Una guerra disgraziata lascerà certamente un lungo strascico di rancori e di rammarici in Germania. Un popolo che per mezzo secolo si è illuso di essere invincibile, non apre volentieri gli occhi alla verità; non si rassegna allegramente a riconoscere di essere soggetto in guerra alla legge comune, che Napoleone enunciò così bene sul campo di battaglia di Marengo: _battu battant, c’est le sort des batailles_. Tuttavia, almeno se la pace toglierà alla Germania soltanto quel che essa tolse agli altri con la forza e tenne con ingiustizia, lasciandole quel che è suo per diritto storico e nazionale, queste collere dovrebbero placarsi a poco a poco. Intanto per molti anni la Germania, come le altre nazioni, dovrà attendere a curare le sue ferite. Chi potrebbe pensare che una tal guerra possa essere ricominciata di qui a qualche anno? E col tempo il naturale risentimento della delusione dovrebbe cedere, nei vecchi e nei giovani, se non alla ragione almeno alla necessità, che nella vita è poi sempre il supremo argomento. La pace non è una aspirazione di filantropi e di idealisti, ma un bisogno vitale dei nostri tempi: anche i tedeschi dovranno pure accorgersene un giorno, come se ne sono accorti a un certo punto della loro storia i francesi. Quale popolo ha combattuto negli ultimi due secoli tante e così grandi guerre quante i francesi? Non sono essi stati maestri dell’arte della guerra a tutta Europa ed anche ai tedeschi, i quali in fatto d’armi hanno imparato dai loro odierni nemici molto più di quanto non sembrano aver loro insegnato? Anche dei francesi l’Europa non aveva per lungo tempo temuto che quel demonio della guerra da cui parevano invasi, non potesse calmarsi; che la Francia e il suo spirito guerresco non avrebbero lasciato mai riposare l’Europa? Invece anche la Francia, dopo aver tanto combattuto, aveva ringuainato la spada; e non l’ha tratta nell’agosto del 1914, se non perchè fu costretta dall’altrui aggressione.

Perchè lo stesso mutamento non dovrebbe avvenir nei tedeschi, in condizioni e sotto l’azione di circostanze analoghe? La guerra e la pace non dipendono oggi in Europa dal temperamento dei popoli, ma dalle situazioni storiche e politiche. La Francia fu, dopo la Rivoluzione, bellicosa, finchè i Governi per reggersi furono costretti a esaltare e perciò ogni tanto a soddisfare la passione popolare della gloria militare, generata dalle grandi guerre del secolo XVII, del secolo XVIII, della Rivoluzione e dell’Impero. La Germania ha minacciata per tanti anni e infine ha intimata la guerra a mezza l’Europa, perchè l’aristocrazia e le dinastie non potevano governarla a loro modo, se non inebriandola con i ricordi delle vittorie passate e con le promesse di una straordinaria grandezza futura. La Francia ha imparato ad amare la pace, quando fu retta da un Governo — la Repubblica — cui non fu più necessario minacciare i vicini e inquietare l’Europa, per durare. È legittimo dunque supporre che anche la Germania perturberà meno facilmente la pace del mondo, quando sarà governata da classi e partiti, che non avendo più tanti privilegi da difendere, avranno minor bisogno di prestigio militare.