La guerra europea

Part 12

Chapter 123,659 wordsPublic domain

Nell’ultima discussione parlamentare l’on. Giolitti, rispondendo agli oratori che avevano biasimate le lentezze della guerra, disse che il Governo aveva voluto piuttosto spendere denaro che versare sangue. Decisione che a me pare molto savia, anche se sarà giudicata un’eresia dai generali educati alla scuola di Napoleone. Ma la guerra è un’arte viva e parte della politica: bisogna dunque adattarne i metodi ai tempi e agli uomini. Chi pensa che le masse avrebbero allegramente consentito a prodigare il proprio sangue per conquistare la Tripolitania e la Cirenaica, vada a governare la repubblica di Platone. Ai tempi che corrono, guai al Governo il quale, in una guerra coloniale, dimenticasse che il sangue è un liquido più prezioso dell’inchiostro; e che non si può prodigare il sangue a far delle grandi battaglie, come i giornali prodigano l’inchiostro a reclamarle e a descriverle!

Senonchè qualche deputato socialista avrebbe, a quel punto del suo savio discorso, dovuto interrompere il capo del Governo, dicendogli: «Sta bene, ma allora non dovevate decretare l’annessione!». Qui sta il punto. Il decreto di annessione richiedeva una guerra rapida, energica, aggressiva: non la cauta guerra di posizioni, che abbiamo rinnovata in Africa dalle campagne militari del settecento. Tutti i guai della guerra di cui ci lagniamo sono nati da questa contradizione tra lo scopo che si voleva conseguire — l’annessione, ossia la resa incondizionata dell’avversario — e il modo di guerreggiare che abbiamo scelto e che — lo ripeto — era il solo che potesse essere voluto da un Governo non impazzito. Da questa contradizione, procedè infatti la interminabile lunghezza della guerra e la sua spesa immoderata; da questa contradizione, quello snervante gioco di minaccie eternamente sospese, di bombardamenti a fior di pelle, di operazioni mai decisive; da questa contradizione, quella guerra platonica, che alla fine aveva esasperato noi, i nostri nemici e l’Europa tutta; da questa contradizione, la fine della guerra, che sarebbe difficile dire se fu una gran fortuna o una catastrofe. La pace di Losanna fu sottoscritta dai Turchi, perchè ormai incalzava la guerra balcanica: la guerra balcanica, dunque, fu lì per lì una provvidenza, perchè ci permise di uscire alla meglio da quella contradizione impossibile in cui ci eravamo cacciati, volendo uccidere il nemico senza colpirlo a morte. Ma è lecito chiederci se non minacci di diventare nell’avvenire una catastrofe, tante difficoltà nuove sono nate da quella.

Orbene: perchè nei primi giorni di novembre, quando appena avevamo messo il piede nel paese, all’improvviso, il Governo usci fuori con quel decreto? Nella risposta sta la ragione di molte tra le maggiori difficoltà in cui siamo impigliati. Nè pretendo di darla io, questa risposta. Non occorre però esser molto addentro nei segreti della nostra politica, per affermare che il motivo primo di quell’atto gravissimo, il motivo senza il quale gli altri, che possono avervi contribuito, sarebbero stati senza effetto, deve cercarsi anche quello nella situazione interna. Una pace che avesse assegnato a noi i territori turchi dell’Africa salvando il prestigio del Sultano di fronte ai Mussulmani, poteva, pur essendo seme di difficoltà future, risparmiarci molte delle difficoltà presenti. Ma tale pace, finchè durava la furia nazionalista dell’opinione pubblica, e finchè le due famose leggi non erano approvate, poteva mettere in gran pericolo il Governo. Che rumore avrebbero levato in ogni parte i nemici del Ministero, i nemici del monopolio, i nemici del suffragio universale, che erano tanti, denunciandola all’opinione pubblica come una sciagura!

Non ci sarebbe da meravigliarsi se un giorno si venisse a sapere che il Governo, inquieto per lo zelo con cui qualche Potenza europea cercava di persuaderci ad una ragionevole transazione con la Turchia, abbia fatto il famoso decreto per poter meglio resistere a consigli ed esortazioni, che gli avrebbero create gravi difficoltà interne. Quel famoso Ministero insomma, per le persone che lo componevano e le leggi che proponeva, non ha potuto reggersi in una Camera di diversa opinione e di altro sentire; non ha potuto far approvare il monopolio e il suffragio universale, che capitolando innanzi alla corrente nazionalista, scatenata dalla guerra. La guerra alla Turchia e il decreto di annessione furono il prezzo posto dal partito conservatore all’approvazione del monopolio e del suffragio. Il Paese sborsò volonteroso il prezzo; e quindi il Governo potè forzare la situazione parlamentare e far approvare, da una maggioranza ostile, una legge attenuata di monopolio, e il suffragio universale, tal quale l’aveva proposto. Ma il prezzo era più gravoso assai che il Paese non credesse da principio; onde è nato il penoso stato presente. Il quale richiede ancora una breve disamina; e sarà poi possibile tirare la conclusione di questa rapida storia.

3. — Non vogliate essere troppo abili!

(Dal _Secolo_, del 1º maggio 1914).

Mi è capitato spesso, in questi ultimi tempi, di udire deputati di parte ministeriale esclamare sospirando: «Pare impossibile, ma dal 1911 in poi Giolitti non ha commesso che errori! Dove se ne è andata quella sua antica e famosa abilità?». In verità l’on. Giolitti non ha commesso che un errore, dal quale tutti gli altri hanno poi proceduto, per quel ferreo destino che lega l’una all’altra le azioni umane.

Dico errore, perchè questo è forse uno dei pochi casi della storia politica in cui la parola «errore» può essere adoperata non impropriamente, ma per quel che davvero significa: atto cioè che ebbe conseguenze non liete e che poteva schivarsi. Troppo spesso infatti noi imputiamo le pubbliche sciagure all’errore di un uomo di Stato, il quale fu invece costretto ad agire a quel modo, pur scorgendo dell’agire il pericolo, perchè altrimenti incorreva in un male maggiore. A pochi uomini di Stato invece capitò la rara fortuna e il tremendo cimento, che toccò al Giolitti in quella primavera dell’11, in cui la sua potenza toccò l’apogeo. Egli era allora veramente arbitro della situazione: poteva cercare i suoi ministri a destra come a sinistra, perchè ogni parte della Camera era pronta all’ossequio e alla chiamata; poteva scegliere nella farragginosa eredità del Gabinetto antecedente a piacere; fare un passo indietro o fare un passo innanzi sulla via della riforma elettorale, in cui il suo predecessore aveva messo il piede troppo alla leggera.

Per qual ragione egli cercò i suoi collaboratori tra i radicali e i socialisti, e propose il monopolio e il suffragio universale? Lo mosse certamente la speranza di gettare un altro ponte tra le istituzioni e la moltitudine, anche a rischio di dover affrontare aspre lotte con i partiti conservatori. Proposito nobile, senza dubbio: ma alla nobiltà del proposito corrispondevano le forze? Se è vero quel che si dice, egli avrebbe pensato che la sua potenza personale, tanto cresciuta nell’ultimo decennio, potesse bastare, se appoggiata risolutamente dagli uomini di parte Estrema, a sforzare le resistenze dei partiti conservatori. Senonchè questo pensiero fu il vero e proprio errore suo, dal quale tutti gli altri mali hanno proceduto. I fatti hanno data ragione ai pochi che sin dal principio giudicarono artificioso e temerario quel piano. Offrendo parte del potere ai radicali e ai socialisti, il Giolitti si indebolì invece di rafforzarsi ad un Governo di riforme: perchè la maggioranza, composta ancora di conservatori, avversò le sue riforme per una doppia ragione e con una forza doppia: per essere quelle ancora acerbe al loro gusto e per esser proposte da un Ministero che scivolava troppo a sinistra. Cosicchè per conservare il potere e per poter vincere l’opposizione nascosta o palese alle due leggi capitali da lui proposte, dovè fare la guerra e farla secondando la corrente imperialista.

A questo errore del capo del Governo corrispose un errore della parte Estrema. Troppo facilmente questa parte si illuse, tre anni fa, di potere, facendo leva della potenza personale dell’on. Giolitti, smuovere il principio della maggioranza su cui posa il regime parlamentare e impadronirsi, almeno parzialmente, del Governo prima del tempo, pur essendo ancora piccola minoranza. Il sogno era bello, ma era un sogno: e quanto meglio avrebbero fatto quei partiti a dar retta al Fradeletto, che parve allora ai più un sognatore, mentre era il solo che vegliasse e vedesse, ad occhi aperti, il mondo e le cose quali erano! Forse il Paese non si troverebbe oggi in tanti guai.

Ma più grave è la responsabilità dei partiti e dei gruppi che disponevano della maggioranza nel Parlamento. Questi gruppi e questi partiti avevano il diritto di governare e la forza per far valere questo diritto, che nei regimi parlamentari è appunto la maggioranza. Questi gruppi e questi partiti non volevano nè un Governo per metà radicale, nè il monopolio, nè il suffragio universale: perchè dunque non si sono serviti della forza di cui pure disponevano per rovesciare il Ministero sin dal principio? Perchè hanno invece giuocato di astuzia prima e tentato poi, quando l’esaltazione popolare parve offrirne l’occasione, di affogare nel Mediterraneo quel detestato Governo con le sue leggi, mentre avevano pronta e alla mano l’arma infallibile per recidere il sottile stame a cui per tanti mesi fu appesa la sua vita? Perchè delirando alla fine anche essi insieme con le masse, e nella folle speranza di sterminare i socialisti, hanno forzato il Governo non soltanto a impadronirsi nel modo più spiccio e più semplice della Tripolitania, ma a fare di proposito e per un puntiglio d’amor proprio una guerra lunga e dispendiosa, che ha così sordamente irritate le plebi?

La qual cosa apparirà un immane errore, sopratutto a chi la consideri alla stregua dei ragionevoli interessi dei partiti conservatori. Questi avranno negli anni venturi fin troppo frequenti occasioni di borbottar fra i denti, come Strepsiade nelle _Nuvole_ di Aristofane: «Maledetta guerra! Non posso più nemmeno castigare i miei servi». La lunghezza della guerra — ci accadrà pur troppo di dover toccare spesso questo tasto — ha indebolito ancor più lo Stato così di fronte alle masse, come a petto delle potenti consorterie finanziarie e burocratiche che da un pezzo minacciano sopraffarlo: ed è questo, tra gli effetti della guerra, certamente il più funesto, quello che forse annulla da solo tutti gli altri vantaggi che la guerra ha potuto procurarci, e quello che peserà maggiormente sulle classi alte.

Non ho ricapitolata la storia di questi tre anni per incoraggiare il pubblico alle sterili recriminazioni o per giudicare uomini e cose con il facile senno di poi: l’ho ricapitolata affinchè riesca più agevole ai più intendere la luminosa lezione che essa ci porge. Per quale ragione siamo noi cascati nelle presenti difficoltà, che se non sono invincibili, sono certo gravi e numerose? Perchè tutti i partiti hanno voluto esser troppo abili e furbi; e hanno creduto di poter giocare impunemente di scaltrezza con il principio stesso su cui riposa il regime parlamentare: il principio di maggioranza.

Questo principio, come tutti i principî su cui posa di secolo in secolo, nelle sue mutazioni incessanti, l’ordine sociale, è convenzionale, limitato, rovesciabile, non necessario. È una finzione, che un ingegno sottile e baldanzoso può facilmente, solo che voglia, sbugiardare, provando che non nelle maggioranze ma nelle minoranze si ritrova più spesso il senno e la ragione. Ma gli italiani furon sempre gente di ingegno sottile e baldanzoso: da quando poi hanno perduto il santo timor di Dio frequentando le scuole filosofiche aperte da due secoli nei diversi Paesi di Europa, e specialmente in Germania, sono diventati dei terribili sofisti, che giuocano con i principî politici, morali, giuridici, estetici di cui il mondo ha vissuto e in cui il mondo ha creduto per tanti secoli, come il prestigiatore giuoca con i fazzoletti, i coltelli, le palle od i piatti.

Non è quindi da meravigliare se un uomo, fattosi in dieci anni potentissimo nel Parlamento e nello Stato, abbia pensato alla fine di poter sforzare questa finzione convenzionale sino a farne lo strumento per porre ad effetto, a dispetto della maggioranza, un suo vasto disegno politico; se delle minoranze abbiano creduto di potere, con un po’ di scaltrezza, eluderla a proprio vantaggio e del Paese, scalzando la maggioranza; se la maggioranza, minacciata da queste scaltrissime abilità, si sia a sua volta illusa di poter difendersi con una scaltrezza ancor più sottile: mantenendo intatti i suoi diritti senza compier nessuno sforzo per farli valere!

Poche volte si videro tante abilità giostrare tra di loro in più elegante torneo, intorno ad una formula, che essendo finzione, e cioè apparenza, sembrava innocua ed inerte. Ma ahimè! Le finzioni che reggono il mondo si vendicano a volte in maniere impensate e terribili degli uomini che tentano far loro violenza o frodarle. Così fu che per voler vincersi l’un l’altro in abilità ed in scaltrezza, uomini e partiti accumularono negli ultimi tre anni tanta mole di errori, di imprudenze e di impegni, che il Governo non meno che il Paese se ne risentiranno per un pezzo.

È dunque venuto il tempo di ricordare che, se i principî su cui posa l’ordine sociale sono in una certa misura convenzionali, limitati, arbitrari, non necessari, non è possibile nè Stato, nè politica, nè ordine morale, nè ragionevole concordia di intenti e di opere, se gli uomini non frenano le passioni e la smania di ragionare in modo da agire come se quei principî, sinchè vigono, fossero assoluti ed eterni; se non li rispettano lealmente, invece di cercare di eluderli o violentarli. Il che tradotto in linguaggio meno filosofico e più chiaro vuol dire che la politica italiana ha bisogno di sincerità, di lealtà e di verità. Noi non ci trarremo dalle difficoltà in cui ci ha spinta una abilità troppo innamorata di combinazioni artificiose, se i partiti, se i gruppi, se gli uomini non ritorneranno ad una più aperta schiettezza e semplicità di intenzioni e di atti; se tra il dire e il fare continuerà a interporsi un oceano di reticenze, di sottintesi, di scaltre menzogne, di segrete mire, di interessate e consapevoli imposture; se le minoranze non avranno pazienza di aspettare il potere finchè non saranno maggioranza; se la maggioranza non avrà il coraggio e l’energia di far valere il proprio diritto, ma crederà che ad assicurarlo bastino i testi e le dottrine che i professori commentano nelle Università innanzi a qualche dozzina di studenti sonnecchianti e svogliati; se gli uomini cui tocca di governare il Paese, a furia di volere esser abili, saranno così ingenui da illudersi che all’abilità dei partiti politici sia rimasto quel potere di far miracoli, che gli uomini negano ormai perfino a Domeneddio.

4. — La settimana rossa.

(Dal _Secolo_, del 17 giugno 1914).

Abbiamo noi veduti in questi giorni, per le piazze e per le vie delle cento città, proprio quei guizzi e quei lampi, che precorrono nella storia tutte le guerre civili? Non saprei. Certo è però che i casi di Ancona furono più che altro l’occasione a manifestare una avversione generale contro lo Stato e l’ordine costituito, che, sebbene sorda e confusa, apparisce — il negarlo sarebbe cecità — largamente diffusa.

Si potrebbe discutere assai e molto si discuterà intorno alle cause di questa crescente avversione. Io ne vorrei oggi studiare una sola, che non è tra le minori: l’indebolimento dello Stato. I popoli sentono i governi, come il cavallo sente il cavaliere: se è fermo in sella o se si può sbalzarlo di groppa. Lo spirito rivoluzionario e la forza dello Stato son come i due piatti della bilancia: uno scende, quando l’altro sale. Le masse italiane prendono coraggio a manifestare con atti rivoluzionari la loro avversione allo Stato, perchè lo sentono indebolito. Indebolito dalla guerra e dalla Libia. Indebolito dalle strettezze di denaro e dalle ultime elezioni. Indebolito dalla rivolta della burocrazia, dal disordine intellettuale delle classi governanti, dagli odî e dalle discordie che le dividono. Indebolito infine dall’estenuamento in cui il Parlamento è caduto.

Chi voglia capire in che strette ci ritroviamo, volga lo sguardo dal Paese a Montecitorio. Mentre si incendiano stazioni e chiese; mentre in tutta la penisola folle infuriate assaltano lo Stato con i sassi e lo Stato risponde a fucilate; mentre si preparano in ogni parte repressioni e rappresaglie, oscure notizie arrivano dall’Abissinia. A chi le sa leggere dicon chiaro che potrebbe presto scoppiare un’altra guerra tra il regno d’Italia e l’impero di Etiopia. Abbiamo ancora sulle braccia la Libia conquistata solo a metà. Abbiamo sulle braccia l’Albania. Siamo ricascati di nuovo in quella contradizione tra la nostra politica coloniale e la nostra politica continentale, che fu una delle cause di Adua. Dobbiamo versare nell’erario, ogni anno, parecchie centinaia di milioni di più. E pronto per affrontare tutti questi pericoli, per vincere tutte queste difficoltà, sta un Ministero che, sebbene conti parecchi ministri di ingegno egregio, non ha e non avrà mai maggioranza sicura; che vive alla giornata, non sapendo ogni mattina se il tramonto lo saluterà ancora al potere.... Ma la Camera non si risolve a rovesciarlo, perchè sa che il Ministero che gli succederebbe non sarebbe nè più stabile nè più forte di questo; perchè sa che il solo uomo il quale sarebbe sostenuto da una maggioranza sicura, ha bisogno di riposo. Cosicchè i più sono ridotti ad augurarsi che il solito «interregno», che si apre al principio di ogni legislatura, duri poco.

Se la situazione fosse quale la vedon costoro, sarebbe già grave. In un momento difficile la fortuna dell’Italia potrebbe pender dunque da un filo così sottile e così fragile come è la energia, la forza, la salute di un uomo solo? Ma più grave apparirà se si consideri che anche le speranze riposte segretamente o palesemente da molti nell’uomo possono a ragione giudicarsi chimeriche. Altro che _interregno_! È una vera crisi dello Stato, questa: la crisi del Governo che ha retta l’Italia negli ultimi quattordici anni; di quel curioso, artificioso e in parte misterioso Governo non compreso dai più, che fu una mescolanza — o contaminazione, se vogliamo adoperare la parola antica — di potere personale e di governo di parte.

Questo fenomeno è di così vitale importanza, che giova soffermarsi alquanto a studiarlo. Ci sono nel Parlamento, come si agitano nel Paese, dei partiti veramente politici, bene o male organizzati, e che rappresentano, alla meglio o alla peggio, le aspirazioni e i bisogni di questa o di quella parte della Nazione. Tali il partito socialista, il partito repubblicano, il partito radicale, il partito clericale; tale anche quel partito, meno ben definito, più ondeggiante e svaporato, ma di tutti il più potente, che chiamandosi qui costituzionale, là liberale, altrove monarchico o moderato, dappertutto sbandierando il tricolore e intonando la marcia reale, è il braccio e la voce di quella parte delle classi alte che, per sentimento o per interesse, è più ligia all’ordine di cose stabilito nel 1860. Ma questi partiti non contendono tra di loro con varia fortuna che per una parte dei 508 collegi. Gli altri collegi sono rappresentati in Parlamento o da milionari che li hanno comperati a peso d’oro; o da faccendieri, che li hanno mendicati con i favori spiccioli; o da campioni di potenti consorterie locali, che se ne sono impadroniti con le buone o con le cattive maniere; o da beniamini del Governo, che li hanno scroccati con l’aiuto di questo.

Di questa disparità di condizioni politiche un uomo si è abilmente prevalso, nel primo decennio del secolo, per primeggiare, come nessun altro prima di lui, nello Stato. Forte del prestigio acquistato debellando ed ammansando i socialisti, favorito dalla prosperità economica e da altre circostanze, che sarebbe troppo lungo esporre, l’on. Giolitti riuscì, tra il 1900 e il 1906, a raccogliere, nei collegi dove i partiti politici erano meno forti, una clientela di deputati ligi a lui personalmente, numerosa e fedele. Ci riuscì qui imponendo con la forza del Governo degli amici provati; là puntellando la fortuna pericolante di un partito o di un uomo; dovunque discernendo con occhio sicuro quello tra gli uomini e i partiti rivali che già da solo era più forte e facendo piegare definitivamente a suo vantaggio le sorti della contesa.

Ma il rapido e il rigoglioso crescere in Parlamento d’una forte clientela ligia ad un uomo soltanto, e quindi di un potere personale, in mezzo ai partiti che già del Parlamento occupavano tanta parte, non poteva non generare un perturbamento profondo. Il Governo parlamentare è un sistema di convenzioni, che non può reggere alla critica del buon senso, se non ci sono dei partiti un po’ distinti e disposti a lottare tra di loro con una certa lealtà. Questi tolti di mezzo o indeboliti oltre misura, quel Governo non è più che una commedia senza senso. Si spiega dunque come tra il 1900 e il 1906 tutti i partiti — quelli di destra e quelli di sinistra — si siano sentiti ogni tanto spinti ad assaltare, per distruggerlo, quel potere personale che si andava rafforzando in mezzo a loro. Ma tutti gli assalti — movessero da destra o da sinistra — furono brevi, fiacchi, slegati. Ogni partito, solo, era troppo debole; e nessuno aveva tal repugnanza al potere personale, da non acconciarvisi facilmente, se il potere personale servisse le sue ambizioni e i suoi interessi. D’altra parte lo stringere alleanze era cosa difficile. Ci si provò il Sonnino nel 1906. Parve strano a molti che egli comparisse al banco dei ministri tra il Sacchi e il Pantano da una parte, il Boselli e il Rubini dall’altra! Ma strano non era. Il Sonnino aveva cercato con quel Ministero di unire tutti i partiti più propriamente politici, rappresentati alla Camera, contro la preponderanza di una clientela personale.

Il tentativo non riuscì, per molte ragioni; tra le altre, perchè poco prima della battaglia decisiva, i socialisti, l’ala sinistra della coalizione, si sbandarono. Ma se, a capo di quella clientela, l’on. Giolitti era il più forte tra tutti i parlamentari, non avrebbe neppur egli potuto governare a dispetto di tutti i partiti. Quindi lo studio indefesso per procurarsi, a destra e a sinistra, l’appoggio sottinteso e indiretto almeno, quando non poteva averlo dichiarato e manifesto, dei partiti politici. Ma egli non fu veramente l’arbitro della situazione che dopo il 1906, allorchè, fallito il tentativo del Sonnino, tutti i partiti rinunciarono, apertamente o tacitamente, a combattere la sua preminenza nello Stato. In ciascun partito gli inconciliabili che non vollero deporre le armi, il Ferri e il Ciccotti sulla montagna, il Sonnino e il Salandra a destra, furono lasciati in disparte a continuare una stanca guerriglia di sparuti manipoli. E gli altri cercarono d’intendersi con quel potere personale che ormai teneva saldo l’acropoli dello Stato.