La guerra e la pace nel mondo antico
Part 9
Il dominio romano intanto si era così allargato con la cooperazione più o meno entusiasta, più meno sforzata di tutti, in ossequio alla prevalente forza delle cose e all’azione decisiva degli interessi presenti: obbedendo agli stessi agenti, spiegava ora obbiettivamente tutta la sua azione realizzando e appagando le speranze di alcuni, deludendo e magari deridendo le illusioni di altri.
Con la distruzione di Cartagine non era nè cessata, nè ridotta la concorrenza a’ cereali italici, e il latifondo si estendeva sempre più, ricacciando continuamente il ceto medio espropriato nella città, spingendolo verso la voragine in cui scompariva.
Il dominio romano s’era ampliato ma non per ricostituire fuori d’Italia il decadente medio ceto italico. Nè l’aristocrazia fondiaria lo voleva, nè conveniva a’ capitalisti; nè Roma e l’Italia senza esaurirsi potevano scaricarsi di una popolazione già declinante; nè probabilmente gli stessi eventuali coloni erano allettati dalla prospettiva di essere trapiantati in paesi lontani, tra popolazione mal domite e talora in istato di barbarie, rinunziando all’esercizio effettivo de’ loro diritti politici.
Il dominio fu quindi ordinato per provincie, in linea di principio a tutto beneficio dello Stato, in linea di fatto a massimo se non esclusivo vantaggio dell’ordine senatorio chiamato a governarle con autorità quasi vicereale, a vantaggio de’ capitalisti ammessi a sfruttarle come appaltatori, pubblicani, parassiti di ogni grado e di ogni forma.
Tante guerre, insieme alla terra e a’ capitali, avevano anche dato con la schiavitù lo strumento animato, automatico per mettere a profitto l’uno e gli altri; e il medio ceto rustico, premuto, incalzato dal latifondo, fatto proletario, veniva anche in questa nuova veste, stretto e vessato dalla deprimente affamatrice concorrenza del lavoro servile.
Allora le speranze, le brame e i bisogni, che avevano cercato appagamento all’esterno, ricacciati entro i confini stessi d’Italia riarsero ivi più forte, come forza compressa che, vicino allo scoppio, cerca un ultimo sfogo, con aria minacciosa di tempesta.
Abili concessioni suggerite da una politica piena di perspicacia e di tatto posero per un momento i capitalisti dal lato della plebe, con cui potevano far causa comune questa volta anche perchè l’assegnazione dell’agro pubblico italiano non intaccava l’ordinamento provinciale e lasciava loro mano libera in questo.
Le resistenze erano molte e bene organizzate, quali potevano essere quelle dell’aristocrazia fondiaria, che s’era appropriato l’agro pubblico, ma gagliardo e potente era anche l’assalto, e la sua maniera di eliderlo era quello di deviarlo, come fu fatto.
Piuttosto che leggi agrarie, leggi frumentarie; piuttosto che terra da coltivare, pane da raccogliere sul Foro; pane e doni e feste e le bricciole del banchetto de’ dominatori.
La composizione avvenne sulle basi di un comune parassitismo, tutto a spese de’ dominati.
Con la fine della guerra perseica (167 a. C. — 587 a. u. c.) cessò il prelevamento del tributo in Italia, sicchè quel che restava e poteva ancora sussistere dalla piccola proprietà, n’era alleviato, mentre, al tempo stesso, si vedeva messo al sicuro di un’altra campagna, come l’annibalica.
Le classi dominanti imperavano, arricchivano, smungevano, corrompevano, diguazzavano nel lusso e nel piacere.
Il proletariato, specie l’urbano, oltre agl’impieghi in cui poteva vincere o sostenere la concorrenza servile, aveva aperto l’adito alla corruzione elettorale, alle distribuzioni di frumento: a tutti gli espedienti del parassitismo pubblico e privato.
Un altro sfogo s’aperse — naturale conseguenza di questa condizione di cose — al proletariato, e fu la milizia, dischiusa sotto Mario a tutti senza distinzione di classi e di possesso, e che cominciò a costituire, specie per tutti i detriti sociali, una professione, una carriera, un mezzo di sussistenza, onde s’usciva infine col gruzzolo del bottino risparmiato, con la scorta della terra assegnata al veterano, specie ad occasione delle guerre civili.
Parve un equilibrio, e, per quanto mutabile, mal fido, roso da un intimo vizio, era tale pel tempo; e trovò la sua espressione pratica nell’Impero, che, gravitante a lungo sotto forma di cesarismo, instaurato sotto forma di una transazione tra il principato cesareo e l’ordine senatorio, degenerato in una dispotia, appariva pur sempre come l’unico centro di gravità di tanti elementi discordi, come l’unico mezzo di soggezione del dominio e la guarentigia di una pace, di cui una serie di concentriche oligarchie, che dall’Italia anelavano alla Corte imperiale, raccoglievano i frutti, ma di cui anche l’intero dominio, pure sfruttato com’era, sentiva e godeva i vantaggi.
In quell’immenso dominio, che omai abbracciava quasi la terra abitata (οἰκουμένη) la guerra omai, ridesta da contese di successione o da ribellioni, riardeva solo come fuoco che irregolarmente divampa, e per poco, da’ resti di un incendio, o vagava incerta intorno a’ confini, come fiamma, che lambe a sbalzi, come per tentarlo, un tronco non ancora invecchiato, senza potervisi tuttavia apprendere e penetrare oltre la scorza.
VI.
Le cause della guerra.
Quanto non è mai grande e molteplice la varietà de’ casi, attraverso cui si determina o si fa più acuto il conflitto di due popoli e scoppia la guerra!
La passione, la bizzarria, la leggerezza, la sottigliezza di storici e di polemisti, di novellatori ed esegeti vi si fermano con compiacenza di artisti e di curiosi; e le piccole e le grandi tempeste passano, scatenate, a volta a volta, dall’ambizione di un re, dall’avidità di un demagogo, dal volubile capriccio di una donna, da un intrigo di bassa lega per assumere, agli occhi di un osservatore più acuto, successivamente, le forme dell’esplicazione di una tendenza bellicosa, dell’antagonismo di due razze o varietà etniche, di una piccola o grande rivalità commerciale, di una suggestione di fanatismo religioso.
In vero quella varietà episodica rappresenta talvolta una serie di fatti talvolta anche storicamente accertati, e queste vedute più generali e più approfondite hanno anch’esse riscontro in reali condizioni dell’ambiente: solo, un’indagine ancora più spinta riesce a scorgere nel primo caso le cause soltanto occasionali e nel secondo delle cause suscettibili di una generalizzazione ancora più ampia e capaci di andar tutte comprese sotto una causa di ordine anche più generale, che persiste, opera in continuazione, e si rifrange, si rivela, s’individua, secondo la varietà de’ casi e degli ambienti, in episodî e moventi di carattere più particolare.
Nelle sue forme più antiche e più semplici la guerra si svela apertamente come un mezzo di provvedere alla sussistenza di una popolazione.
Così in quella _primavera sacra_, comune all’Oriente come all’Occidente, alla Lydia come all’Italia[132], forma riflessa e consapevole del fenomeno più generale rivelato dalle grandi migrazioni di popoli e determinata, come diffusamente spiega Dionigi[133], dalla permanente sproporzione de’ mezzi di sussistenza rispetto alla popolazione o anche da vicende atmosferiche, che riducessero la consueta produzione del suolo o da qualsiasi altra ragione che rendesse necessaria una riduzione della popolazione.
In tutti i ricordi epigrafici assyro-babilonesi — tanto più manifestamente quanto più sono antichi — la guerra si risolve tutta in una gigantesca razzia, in una imposizione, in una rivendicazione di tributi rifiutati da sudditi ricalcitranti e che comprendono, oltre a’ metalli preziosi, i metalli d’uso comune specie per la guerra, e bestiame e tutto quanto potesse occorrere al vario bisogno della vita ordinaria[134].
E sotto quale altra forma si presentano le guerre più antiche di Sparta e Tegea, di Sparta e della Messenia, e le guerre continue in cui la storia tradizionale ci mostra avvolta Roma con i popoli immediatamente circostanti?
Questo scopo vero e diretto della guerra permane, del resto, come carattere intrinseco e saliente, per tutta la storia successiva con la riduzione in servitù de’ prigionieri e de’ soggiogati, con l’incorporazione de’ territori conquistati, con l’imposizione di tributi.
Con l’elevarsi intanto delle condizioni di vita, col moltiplicarsi de’ bisogni, con l’acquistare che il corpo sociale fa una struttura più varia e più complicata, questa lotta per l’esistenza, già così primitiva e rudimentale, confinata ancora nell’infimo stadio della contesa per la venere e il pane, si trasforma anch’essa, si complica di una quantità di concause che orpellano spesso come di un velo roseo e lucente la brutalità interna e istintiva del rinascente conflitto.
A misura che il processo conoscitivo del mondo e della vita assumeva in un primo momento forma cosmogonica, religiosa, la legge e i fatti della vita si rannodavano, come ad un centro, alla divinità e assumevano naturalmente la parvenza di emanazione e riflesso della volontà divina; e, in quanto si facevano dipendere dalla divinità i rapporti sociali, in quella rudimentale concezione cosmogonica si compenetravano con l’azione della divinità. E questa illusione, che in momenti successivi divenne un fatto consapevole utilizzato come tale, in periodi più antichi potè essere un fatto spontaneo che faceva solitamente della guerra una guerra religiosa. Il tempio, l’idolo che costituivano come l’estremo palladio e il punto di raccolta di tutto un popolo, ne costituivano perciò stesso come il vessillo e il punto di applicazione del massimo sforzo. Riprendere l’idolo rapito da’ nemici in una fortunata guerra precedente, o fiaccare il nume emulo e concorrente de’ nemici, oltre che un’affermazione evidente di superiorità e un titolo di onore, era un obbligo sacro; e, per quel principio di causalità insito nella materialità delle più antiche credenze religiose, era anche un mezzo di assicurare o rendere stabile il primato proprio, impegnando al bene proprio una potenza oltremondana con i vincoli del cointeresse e della riconoscenza. Il tributo imposto in nome della divinità e alla divinità rivendicato attraverso le varie vicende, la decima assicurata al nume protettore — ciò che con diversa gradazione di sentimento inconsapevole emerge da’ fasti di Oriente a quelli di Grecia, da questi a quelli di Roma — davano anche secondo i tempi ed i popoli carattere spiccatamente religioso alle cause della guerra. «Imposi loro — dice un re assiro[135] — il grave giogo della mia signoria e li sottomisi ad Ašur, il mio signore».
Accanto alla feudalità terrena, e intimamente compenetrata con essa, sussisteva, in Egitto, una feudalità divina, per cui coincidevano le sorti di principi e dèi, e la preminenza di Ammon e quella di Tebe erano termini correlativi come altrove erano termini correlativi quelli di Javeh e d’Israele, dell’Assiria e delle sue divinità.
Così Salmanassar II poteva dire: «Dietro comando di Ašur, il grande signore, il mio signore, combattetti con loro e li vinsi»[136].
«Per volere di Ašur, il grande signore, il mio signore, io presi Til-barsip, Aligu... etc.»[137]. «Per ordine di Ašur, il grande signore, il mio signore, e di Nergal, che procede innanzi a me, mi accostai a Sitamrat...»[138].
E Asarhaddon poteva dire parlando di un tempio spogliato da’ nemici: «Di ciò fu sdegnato il signore degli dèi, Merodach, e deliberò subito di devastare il paese, di annientare gli abitanti»[139]. Più chiaramente ancora in un’iscrizione di Tiglat-Pileser I: «Ašur (e) i grandi dèi, che fanno prosperare il mio regno, che mi concedono come mio retaggio forza e potenza, mi ordinarono di estendere l’ambito del loro territorio, posero in mia mano le loro armi potenti, il turbine della battaglia»[140].
Ma, sia per il ripetersi che fanno i conflitti tra popoli della stessa credenza religiosa, sia perchè, in società d’ordine più complesso e di civiltà più elevata la prima concezione religiosa della vita cede il posto a una concezione più positiva e sopratutto umana de’ fenomeni sociali, i motivi mondani non solo diventano prevalenti, ma la loro risoluzione esige che sieno messi in chiaro; e la guerra si viene quindi spogliando dell’involucro religioso, che in periodi più progrediti ricorre, così, assai raramente e solo come l’occasione o il pretesto o la forma esterna del conflitto: nell’ultima così detta guerra sacra in Grecia, per esempio.
La causa obbiettiva, permanente e fondamentale della guerra si rivela, allora, piuttosto in una lotta per l’egemonia commerciale, o si dissimula in una contesa d’indole politica o in un antagonismo di carattere etnico.
Col costituirsi e il venire a contatto di potenze antagonistiche, la ragione del conflitto assume la forma del mantenimento di un sedicente equilibrio che il mondo antico — per lo stesso sviluppo poco progredito della produzione — non comporta e che si traduce in una disputa di preda, o in una guerra precauzionale diretta a prevenire l’attacco e ad atterrare il nemico in condizioni favorevoli; così che vengono a scambiarsi e a fondersi le cause dell’offesa e della difesa.
Quella concorrenza vitale, che in condizioni più progredite, si esercita, fra individui e individui, fra città e città, fra popolo e popolo, col diffondere i propri commerci e aumentare la propria ricchezza, producendo a minor costo, conquistando i mercati a preferenza di altri, spiegando un’azione lenta e inavvertita nel suo esercizio quotidiano e permanente; in condizioni meno progredite si esercitava prevalentemente mediante la guerra; sì perchè lo sviluppo insufficiente della tecnica e delle forze produttive in generale non permetteva di svolgere sino alla più ampia soddisfazione de’ proprî bisogni la produzione propria, sì perchè quest’appropriazione violenta dell’altrui rappresentava, comparativamente ad ogni altro sforzo, la via di più facile escogitazione, di minore resistenza e di più immediata riuscita.
Le varietà etniche, tanto più accentuate, quanto più chiuse in sè stesse e diffidenti verso l’esterno; le vendette sorrette da’ criterî morali proprî di un ambiente di mutua violenza e fomentate dall’utilità in cui promettevano di risolversi; le ambizioni solleticate dalla facilità di trovare un appagamento e rafforzate dal corrispondere che facevano a un bisogno del tempo; i governi personali, che costituivano come un punto di applicazione e un moltiplicatore delle tendenze dell’ambiente — tutte queste cose accentuavano le ragioni continue e fondamentali di guerra, ne acceleravano, accrescevano e precipitavano l’azione, usurpandone spesso la forza e l’importanza agli occhi stessi degli storici, nella narrazione di molti de’ quali, così, il lungo sèguito di guerre si riconnetteva tutto a questo nesso di cause più appariscenti e tangibili, ma del pari mutevoli e secondarie.
Ma, attraverso l’indagine che spinge più a fondo l’osservazione, che mette la questione ne’ suoi termini e completa i dati necessarî alla esatta cognizione dell’argomento, i pretesti, le cause occasionali e i motivi secondarî, prendono tutti il loro posto per comporsi e far luogo alla causa delle cause, alla causa in ultima istanza, all’insufficiente sviluppo di forze produttive, che tende a spostare specialmente verso l’esterno un sistema di appropriazione violenta.
La guerra si presenta così come un aspetto dello sviluppo delle forze produttive.
Ne’ periodi più antichi, di minimo sviluppo, è perciò un fatto ordinario ed il miglior mezzo, se non il solo, di provvedere a maggiori comodità della vita, sino al punto che diventa anche un abito, che, o non trova, o tarda molto a trovare censori e scongiuratori.
L’immane Briareo incatenato, la grande macchina umana, il grande strumento vocale della produzione antica, la schiavitù, che costituiva la base su cui si adagiava e la radice da cui traeva elemento il mondo antico, avendo per molto tempo nella guerra la fonte principale e il mezzo continuo e migliore di rifornimento, mette in luce tutta l’indole e il carattere necessario della guerra nel mondo antico, che legittimava e da cui si faceva legittimare alla sua volta.
La guerra forniva così la terra e il braccio che la fecondava, la materia e la forza del lavoro, e veniva quindi a confondersi con le ragioni stesse dell’esistenza del mondo antico, con la possibilità — o ironia della storia! — di raggiungere certi scopi civili ed elevarsi a un grado più alto.
Col venir meno della sua utilità assoluta o relativa, scema quindi la tendenza alla guerra, che trova resistenza e impedimento nel seno stesso dello Stato da cui muove, perchè, con la maggiore complicazione e varietà degli elementi sociali dipendenti dall’ulteriore sviluppo delle forze produttive, la guerra presenta una diversa importanza e un diverso interesse per i diversi elementi della popolazione.
La guerra allora diviene una funzione degli interessi e delle classi predominanti in un dato aggregato sociale.
VII.
Gli aspetti della guerra.
Una tragica aura d’incendî, di rapine, di stragi passa attraverso le memorie, specie più antiche, delle gesta assyro-babilonesi; e tutto quell’immane macello, tanto più ripugnante e impressionante in quanto è glorificato in persona prima, si disegna sullo sfondo lontano come un lugubre sogno sanguinoso.
«Guerreggiando e battagliando — dice Ašurnâṣir-abal[141] — assalgo, prendo la città. Abbattei con le armi tremila guerrieri, portai via il loro bottino, il loro avere, i bovi, le pecore, arsi nel fuoco molti prigionieri, molti ne presi vivi; agli uni tagliai mani e braccia (?), agli altri naso (?) e orecchie (e braccia), molti ne accecai, elevai una piramide di viventi, un’altra di capi tronchi, agli.... alberi sparsi nel territorio della loro città sospesi le loro teste, consunsi nelle fiamme i loro fanciulli e le loro figliuole. Desolai la città, la ruinai, l’arsi col fuoco, l’annientai. Indi desolai le città di Nerbi e le minai, bruciai le loro solide mura».
E Tiglath-Pileser I: «Come un turbine infransi in un assalto furioso i corpi de’ loro guerrieri, feci scorrere il loro sangue per i valloni e le pendici de’ monti, tagliai le loro teste e le sparsi ne’ dintorni della loro città...»[142].
E Salmanassar II: «Atterrai i suoi guerrieri con le armi, simile a Rammân feci piovere la tempesta su loro, li riversai nelle fosse, riempii l’ampio campo de’ cadaveri de’ suoi bravi, tinsi del loro sangue il monte come lana... (?), alzai una piramide di teste rimpetto alla sua città, desolai, minai le sue città, le devastai con l’incendio»[143].
E Sargone parlando d’un ribelle: «... Lo assediai insieme a’ suoi guerrieri nella sua prediletta città di Karkar, la espugnai, arsi Karkar, lo scuoiai, massacrai i ribelli in quella città e vi ricondussi la quiete»[144].
E Senacherib: «Con la forza dell’armi sopraffeci gli uomini della città Chirimmi, nemici ostinati, non ne lasciai in vita neppure uno; i loro cadaveri li legai a’ pali e ne recinsi la città»[145].
«Le loro gole le tagliai come fossero gole d’agnelli, la loro cara vita la tagliai come una corda. Come una fitta, tempestosa pioggia che cade dal cielo, feci spandere per la pianura le loro onde di sangue»[146].
E Ašurbanipal: «A Mannu-kî-aḫí... Dunânu, e Nabû-uṣallî, che si erano condotti in maniera sconveniente verso i miei dèi, strappai le lingue in Arbela e li scuoiai. Dunânu lo gittai in Niniveh su di uno scanno da macellaio e lo scannai come un agnello»[147].
Nè si tratta di casi isolati od eccezionali.
Queste citazioni si potrebbero quasi dire scelte a caso fra le tante di cui riboccano i monumenti epigrafici assyro-babilonesi, ripetute con la monotonia incosciente di un rituale funebre[148].
Pare come se una mente tormentatrice si sia dilettata a escogitare crudeltà raffinate, che si rispecchiano nel documento storico con tutti i colori e le immagini di una fantasia entusiasticamente truculenta, compiaciuta dell’opera di distruzione.
Le città distrutte, incendiate, rase al suolo — tenuta anche ragione dall’iperbole millantatrice — non si numerano[149].
Le lingue sono irrevocabilmente strappate a’ ribelli spergiuri[150].
Ašurbanipal dopo aver scuoiato i suoi nemici, ricopre della loro pelle le mura della città[151]. Altra volta, dopo averli fatti a pezzi, «fece mangiare la loro carne dilaniata a cani, porci e avvoltoi, aquile, uccelli del cielo e a pesci dell’Oceano»[152]. Il pretendente del reame di Arabia, dopo averlo vinto, «lo pose in una gabbia in compagnia di cani, lo legò e lo lasciò a vigilare una porta di Niniveh...»[153].
Quest’altra è di Asarhaddon: «Per mostrare a’ popoli la potenza di Ašur, mio signore, legai le teste di Sanduarri e di Abdimilkutti a tergo de’ loro grandi e con canti e suoni di arpe entrai nel sobborgo di Niniveh»[154].
Questo è di Ašur-ba-nipal: «Io li legai al timone, al carro della mia maestà e a piacer di questa.... li menai attorno per tutti i paesi»[155].
I miti animali da macello, i feroci animali da preda, le potenze distruttrici della natura sono invocati da questi guerrieri auto-biografi come gradite similitudini per dare un’idea viva dell’opera loro.
Uno si paragona alla tempesta[156], a Rammân che tuona[157], un altro all’aquila[158]. Un esercito invasore è paragonato alle cavallette[159], un fuggiasco ad una volpe[160]. Un prigioniero sul rogo brucia come un legno da ardere[161]. I nemici sono infranti come pentole[162], sgozzati come agnelli o come minuto bestiame[163], mietuti come biada dal falciatore[164].
E tutto ciò con un’impassibilità che non trema, non si turba, non sente; una imperturbabilità, che ha una curiosa espressione in un documento egiziano: «Questo esercito andava in pace: esso entrò, come gli piacque, nel paese degli Hirousshaïtou. Quest’esercito andava in pace: esso schiacciò il paese degli Hiroushaïtou. Quest’esercito andava in pace: esso aprì una breccia in ogni cinta fortificata. Questo esercito andava in pace: esso tagliò i loro ficheti e le loro vigne. Quest’esercito andava in pace: esso incendiò tutte le loro messi. Quest’esercito andava in pace: esso massacrò i loro soldati a miriadi. Quest’esercito andava in pace: esso portò via i loro uomini, le donne e i loro figli in gran numero, come prigionieri viventi, cosa di cui Sua Santità gode più che di ogni altra cosa»[165].
Quanto lontano non si direbbe il mondo ellenico da una tale barbarie! Eppure l’_Iliade_, tanto diversa sotto certi aspetti, raccoglie ancora come l’eco di una simile mischia; e, volta a volta, è come il crepuscolo di quel giorno sanguigno di cui si temperano e si fondono i colori, come un lembo di uno di quei campi di battaglia, rispecchiato nel terso azzurro di un lago sereno, intravisto tra i concenti di una melodia paradisiaca.
Come già si è accennato altrove, anche nell’_Iliade_ ricorrono, con insistente frequenza, quelle comparazioni de’ guerrieri alle bestie feroci, che si riscontrano nelle epigrafi assyro-babilonesi.
Achille è veramente, come lo chiama il poeta nazionale latino, _durus, impius, inexorabilis, acer_. Le sue stragi, ove egli diguazza e di cui s’inebbria, sono orgiastici eccidî. Lo stesso Achille, al pari di Ulisse, è chiamato, quasi con epiteto di gloria, devastatore di città (πτολίπορθον)[166], come di un re assiro si dice che «annienta città»[167], che «stritola il complesso de’ suoi nemici e passa calpestando su’ paesi»[168]. Si spogliano i nemici uccisi[169]; si sacrificano prigionieri sulla tomba di un guerriero morto[170]; si fanno razzìe[171]; si usano frecce avvelenate[172]; si evoca, s’incoraggia la vendetta[173]; si adopera il tradimento, la perfidia, l’invidia; si saccheggiano regolarmente le terre de’ vinti, e una città presa d’assalto si presenta alla vista così:
...... trucidati i figli, Rapite le fanciulle, i casti letti Contaminati, crudelmente infranti Contro terra i bambini, e strascinate Dall’empio braccio degli Achei le nuore, Ed ultimo me pur, su le regali Porte trafitto e spoglia abbandonata, Voraci i cani sbraneran......[174].