La guerra e la pace nel mondo antico

Part 8

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Il provocato intervento di Pirro fu la prima avvisaglia della nuova potenza occidentale con la potenza orientale che, avendo ora raggiunto il suo apice, si avviava per la curva discendente della parabola; ma fu soltanto un’avvisaglia. Pirro, più capitano che principe, più cavaliere di ventura che conquistatore, neppure affatto sicuro del suo nido epirota, potè essere efficacemente e vittoriosamente combattuto, su terreno non suo, in battaglie che lo sfibravano anche quando avevano forma di vittorie, tra le crescenti diffidenze de’ suoi stessi alleati d’Italia, che proprio mentre cominciavano ad accorgersi d’avere importato un padrone mentre chiamavano un mercenario — si sentivano per la prima volta davvero attratti verso Roma e s’accorgevano d’essere congiunti ad essa da legami etnici, geografici, politici.

Con la vittoria avuta su Taranto, Roma era omai giunta al confine meridionale d’Italia; e, in cospetto del mare che cingeva e limitava la penisola, in vista del biforcato Appennino che apriva le braccia come un anfiteatro e un altro baluardo, potè sembrare a molti che si fosse chiusa la storia di Roma. Con l’anno che segna la presa di Taranto (482 a. u. c. — 272 a. C.), Roma si trovava già di avere sparso per l’Italia come sentinelle della sua egemonia, come pionieri del suo nome e della sua civiltà ben trentatre colonie latine e romane[117], e pochi anni appresso (266 a. C.) repressa la sollevazione di Reggio e del Piceno, vinti i Salentini, era omai esteso ed assodato l’impero di Roma su tutta quella parte della penisola che, — sin quando il nome non ne fu spinto più oltre a’ confini naturali — s’intese sotto il nome d’Italia. Ma a più d’uno quello stesso mare, sul cui sfondo a breve distanza si disegnavano le coste della Sicilia e della penisola balcanica, posti avanzati dell’Africa e dell’Oriente, doveva apparire come un nuovo e maggiore campo di lotta, un mobile ponte verso un ignoto e più fortunoso avvenire.

In realtà non si era chiusa la storia, ma un periodo soltanto della storia di Roma: un altro se ne apriva più vario e più grande.

Questo fantastico miraggio della pace, che ogni allargamento di confini pareva dover realizzare, in realtà non faceva che spostarsi con lo stesso spostarsi de’ confini, e, vera fata morgana della vita, traeva a sè sempre più oltre, dissimulando agli occhi allettati ed illusi i baratri che si schiudevano innanzi a’ piedi.

Oltre quel mare pieno di lusinghe e di promesse, gravido di tutti i pericoli e le attrazioni dell’ignoto, sulle sponde estreme, che, cingendolo, ne segnavano i confini, erano le membra divise di quello che era stato l’ultimo e più grande impero della storia, ma che pur così divise — gloriose di antiche tradizioni e del prestigio più recente, ricche di risorse e ridivenute, nello spezzarsi del più grande impero, esse stesse centri di commercî, di civiltà e di cultura — rappresentano una potenza e una minaccia. Erano la Macedonia, la Siria, l’Egitto.

Rimpetto, appena oltre la Sicilia, quasi in vista, era Cartagine, disputante vittoriosamente all’elemento ellenico il dominio del Mediterraneo occidentale.

Ma la Grecia, ma la Sicilia specialmente, due antemurali verso l’Oriente e verso l’Africa, erano anche due ponti, che, disputati, si convertivano naturalmente, com’era accaduto prima, come accadde poi, in due grandi e quasi perpetui campi di battaglia.

Così, non un preordinato piano di conquista e uno schema d’impero da tradursi in atto — quale sembra apparire dalla storia — ma una necessità storica, determinata di volta in volta da difese che si convertivano in aggressioni, da interventi precauzionali o lusingatori che divenivano occupazioni, portava i Romani ad estendere il loro dominio con la sembianza del primo piccolo cerchio di un’acqua percossa, che si dilata in tanti cerchi maggiori, propagandosi, finchè il moto dura, sino all’estremo. E da’ fatti stessi il senso di questa necessità storica si traduceva nelle menti e diveniva prima in alcuni, poi ne’ molti, — come la fortuna secondava e i contrasti scemavano ne’ più o in tutti — politica di espansione, politica _imperialista_ come oggi si direbbe, per cui l’_urbs_ si mutava nell’_orbis_, e l’umile rifugio di pastori del Palatino diveniva il centro della terra abitata, l’ombelico del mondo, l’erede e il crogiuolo di tutti gl’imperi e di tutte le civiltà preesistenti.

Prima a scoppiare fu la lotta con Cartagine, che, ingaggiata da prima per la protezione e poi pel possesso della Sicilia, non tardò a rivelarsi, nella sua durata secolare (490-608 a. u. c. — 264-146 a. C.) una vera lotta mortale, e finì, nella sua terza fase, secondo l’indole del mondo antico, col completo annientamento della rivale soccombente, con la sparizione di Cartagine.

Era questo — più che non ogni altro, avvenuto in passato tra potenze navali e terrestri — il duello della balena con l’elefante.

L’elemento fenicio, duttile, pieghevole, forte di tutti i vantaggi e gli espedienti dell’adattamento divergente in Oriente, si era trovato dalla necessità delle cose educato alla resistenza ed alla lotta in questo suo rifugio d’Occidente, onde non aveva altro scampo; e dove, alla fine, sopraffare od essere sopraffatto, era divenuto un dilemma senza uscita, e non era possibile scorrere i mari senza dominarli, nè commerciare senza combattere e conquistare. Ma a combattere e conquistare si adattò sopratutto per mezzo di mercenarî, in modo che, come assai felicemente è stato osservato, anche la guerra per esso divenne una specie di traffico. E l’arte di governo, il dominio, la politica erano anch’essi in fondo riguardati come un affare trattato col colpo d’occhio, ma anche con la corta veduta dal mercante e rovinato con l’avidità che vuol trarne troppo frutto in una volta. Ridotta a una oligarchia chiusa, Cartagine, finiva così per vivere isolata, non solo rispetto a’ sudditi e a’ possessi più lontani, ma in mezzo allo stesso suo dominio africano, col legame lento e temporaneo del traffico, che mette spesso i due contraenti di fronte come due schermidori se non come due nemici, imperando e procedendo attraverso e mediante tutto un sistema di diffidenze, senza virtù assimilatrice, senza quella veramente romana arte d’imperio che trasforma, che fonde, che congiunge per mille vie con un vero processo di concrescenza il dominato al dominatore.

Al cozzo con questa sua prima davvero grandiosa rivale, Roma procedeva con tutta la forza, l’energia, la virtù perseverante e penetrativa del suo popolo di agricoltori da’ progressi lenti ma stabili, che dissoda il campo e fabbrica la casa dove il mercante ha piantata la tenda, col sostegno di quelle stirpi italiche, che, anche attraverso qualche risorgente proposito di defezioni e i dissidî di una condizione disuguale, si sentivano nondimeno strette da comunanza di aspirazione e d’interesse, costituendo per Roma una base e uno schermo nel suo progresso verso l’Impero universale. Così potè accadere che la battaglia di Canne fosse soltanto una ferita larga e sanguinosa cicatrizzata con relativa sollecitudine, mentre la battaglia, forse meno disastrosa, di Zama, fu colpo mortale che pose fine alla guerra di rivincita, minacciando l’esistenza stessa di Cartagine; così accadde che, mentre Annibale in vista di Roma non aveva potuto osare l’assedio e l’assalto, Roma potè, nell’ultima fase della guerra, stringere da vicino Cartagine e spianarla.

La lotta con Cartagine, oltre a tutti gli effetti diretti inerenti al grande conflitto, aveva avuto la conseguenza di attrarre Roma in tutti gli avvolgimenti e i contrasti della politica estraitalica; e la seconda guerra punica, primieramente divampata in Ispagna, non era ancora finita, e già altre nubi, suscitate da nuove gelosie, da nuovi temuti o incipienti conflitti d’interesse, addensate dall’instancabile odio di Annibale, si stendevano dall’Oriente per approdare, gravide di procella, alla guerra tre volte rinnovata con la Macedonia, a quella con la Siria. La lusinga, prima accarezzata in certi circoli della classe dominante romana, di risolvere que’ confitti in un’egemonia di Roma su di un sistema di Stati ridotti a considerarla come arbitra, urtò primieramente contro l’instabilità di una simile posizione e il conseguente risorgere de’ conflitti, invano risoluti, e delle guerre inutilmente vinte; mentre la forza delle cose, che si rivelava nell’incompatibilità di un’ulteriore coesistenza, ne’ bisogni crescenti di Roma, nella dilagante attività economica e avidità delle sue classi dominanti, portava irresistibilmente a fare di quegli Stati prima de’ tributarî e poi de’ sudditi, avendo l’epilogo nella distruzione di Cartagine e in quello di Corinto.

Così dalla parte d’Oriente, Roma non aveva a guardarsi che per proteggere o per dilatare i suoi confini, come fece nelle guerre più tarde della Repubblica, nella mitridatica, nella conquista di Egitto, episodio dell’ultima guerra civile, nella guerra dell’Impero contro ribellioni più o meno ostinate di popoli soggiogati e contro i Parti, gli Armeni fiottanti a’ confini.

Assicurata da quella parte, Roma allungava la mano sulla Numidia, riprendeva l’ascensione verso il Nord interrotta dalla seconda guerra punica, legando all’Impero l’impresa, omai dall’evento rifranta e riflettuta come missione, di fare de’ confini del mondo conosciuto e del mondo romano una sola ed unica cosa e riuscendo così, attraverso la guerra tante volte secolare, al solo temporaneo periodo di pace, che il mondo antico pareva promettere e consentire, l’unione di tutti i popoli in un dominio, sotto un solo imperio; una pace figlia della forza, legata a una catena, comunque dissimulata dal tempo e dall’adattamento, troppo artificiale per essere durevole, troppo costosa e inquinata di parassitismo per riuscire appieno feconda, troppo piena di antagonismi mal costretti per cementare i varî elementi in un organismo e impedire che dal loro seno stesso risorgessero altri conflitti più volte secolari.

A tutto, intanto, questo ampliamento progrediente del dominio romano, che dall’esterno e nel suo complesso appare nell’aspetto di una forza che si esplica con moto continuo e in un solo senso, corrisponde all’interno dello Stato un contrasto di forze e d’indirizzi di cui quel movimento non è che la risultante.

Già la storia tradizionale è tutta penetrata dal dissidio interno, in cui si ripercuote, nelle sue premesse e nelle sue conseguenze, ogni azione di guerra; e, se la tradizione non può essere accolta in questo come espressione del _certo_, può aversi in conto come riflessione del _vero_, secondo il concetto del Vico, e vale nelle sue linee generali sia come proiezione in tempi più antichi di lotte venute posteriormente a farne più visibili le proporzioni maggiori, sia come interpretazione data dalla coscienza nazionale di più remoti ma non alieni rapporti di vita.

Nella versione così di Dionigi, come di Livio, la tradizione lascia spesso trasparire il desiderio di pace che fa argine al partito della guerra, e il più delle volte la guerra s’inizia tra la reluttanza e la resistenza aperta della plebe, o come diversivo di una sedizione interna, o come una concessione della plebe in cambio di promessi alleviamenti economici e di ottenute riforme costituzionali.

«..... Quanto è bella cosa — fa dire Dionigi[118] perfino a Coriolano — che ognuno si abbia il suo e vivasi in pace: quanto pregevole che niuno tema nè i nemici, nè i tempi; e come è biasimevole che chi ritiene l’altrui si esponga senza necessità alla guerra con pericolo delle cose anche proprie.....».

E Livio, alla sua volta, tra le altre cose accenna a un dissidio tra il partito della pace e quello della guerra tra i Sabini[119]; e, presso i Latini, tanto è l’odio della guerra e la brama della pace, dopo la tradizionale battaglia del lago Regillo, che non si rispetta nemmeno il carattere sacro degli ambasciatori volsci incitanti alla guerra, e, contro il diritto delle genti, se ne fa la consegna a Roma[120].

«Una moltitudine ingente d’invocanti la pace atterrì con clamore sedizioso i consoli passanti in rassegna le legioni»[121] per la rinnovata impresa contro i Volsci. «Consoli e senato» — in questa impresa contro Coriolano — «in niente fuorchè nelle armi riponevano la loro speranza, la plebe tutto preferiva alla guerra»[122].

La guerra provocata per riversare all’esterno l’inquietudine interna e sopirla col cercarle una nuova mèta e un nuovo sfogo, è motivo che ricorre con frequenza così nell’uno come nell’altro storico delle origini di Roma[123]; ma occorre lo scalpitare de’ nemici alle porte per riuscire a stento e dopo molto tentennare e molto promettere, se non molto concedere, a trarre nel turbine della guerra i dissenzienti. Spesso anzi il dissidio interno riaccende e fortifica l’avversione alla guerra.

«Non appena fu bandita — dice Livio[124] — [la nuova guerra contro i Veienti (447 a. u. c.)] ecco la gioventù fremere che non ancora si era usciti dalla guerra con i Volsci, e pur mo’ erano stretti di assedio due presidii, che si ritenevano ancora con gran pericolo; non passava anno in cui non si venisse a battaglia campale, e, quasi che non se ne avesse abbastanza, si preparava una nuova guerra con un popolo confinante e potentissimo, che avrebbe suscitata a favor suo tutta l’Etruria. I tribuni della plebe, per soprassello, soffiano su questo malcontento sorto spontaneamente. La guerra maggiore, van dicendo, è tra la plebe e i patrizi: a disegno perciò la si espone a’ travagli della guerra e alle armi de’ nemici, la si ricaccia e relega lontano dalla città, perchè non agiti stando in patria a riposo, non si occupi di libertà, di colonie, di demanio pubblico o di libero diritto di voto».

Questo sospetto reale o immaginario, spontaneo o fomentato, della guerra suscitata come un diversivo, traeva tanto più le classi inferiori e più disagiate della popolazione a patteggiare la loro cooperazione, esigendo alleviamenti nel diritto rigoroso e crudele delle obbligazioni, guarentige politiche di una maggiore tutela in ogni campo della vita sociale; e così l’atteggiamento discorde verso la guerra, naturalmente provocato dalla diversità degl’interessi e dalla repugnanza a una vita di continui pericoli, cresceva per ragione artificiale con lo studiato calcolo della resistenza.

Col graduale scostarsi, poi, della guerra dalle più immediate adiacenze del territorio cittadino, mentre la guerra diveniva meno urgente e di utilità generale meno immediata, cresceva di durata, di difficoltà, di dispendio.

È vero che il territorio de’ nemici era in tal caso usufruito ad alimentare l’esercito invasore, che anzi talvolta la guerra si proponeva come scopo principale di cercare alimento a una parte del popolo a spese del nemico[125]; è vero che per l’imprescindibile forza delle stagioni e della economia agricola si regolavano il contingente e le fasi della campagna in modo da non sconvolgere troppo la produzione agricola; ma, quando la guerra era troppo lontana e l’azione si prolungava troppo inevitabilmente e il territorio nemico già devastato e non tornato a coltivare non forniva più il necessario alimento, la guerra approdava a un altro genere di difficoltà più gravi forse della stessa azione militare.

Fu così che, durante l’assedio di Veio, lo Stato si vide costretto (348 a. u. c. — 406 a. C.) ad assumersi esso l’obbligo di una indennità di guerra a’ cittadini militanti; e, con felice e naturale intuito della situazione dice Livio[126]: «niente si dice che sia mai stato accolto con tanto gaudio dalla plebe».

Ma questa gioia dovette ben presto temperarsi quando anche quel provvedimento cominciò a mostrare i suoi inconvenienti.

Secondo l’ordinamento che va sotto il nome di Servio Tullio, e finchè innovazioni non s’introdussero tra la seconda e la terza guerra punica e successivamente, il servizio militare nelle legioni ricadeva tutto su quelli che avevano un censo di undicimila assi; e, oltre al pesante servizio militare, questi stessi erano, per la loro parte, soggetti al _tributum_, prestito forzoso che lo Stato si obbligava di restituire; ma la restituzione, naturalmente subordinata alle condizioni finanziarie dello Stato, era così incerta o per lo meno irregolare, che le molestie e i danni della gravezza finivano per esserne di poco attenuati.

Come compenso a questa gravezza personale e reale, doveva in certo modo valere il bottino di guerra, che andò crescendo a misura che la guerra fu portata in paesi più ricchi, ma che, d’altra parte col procedere del tempo, non fu attribuito tutto a’ soldati, bensì nella proporzione voluta dal comandante.

V’era pure un altro vantaggio nelle assegnazioni sia coloniarie che viritane, individuali, della parte di territorio tolta non solo di diritto ma anche di fatto al nemico vinto ed avocata allo Stato.

In questa colonizzazione, subordinata e inspirata da prima a ragioni prevalentemente militari, si vennero a grado a grado contemperando scopi anche essenzialmente economici e sociali; sicchè Roma, molte volte e per molto tempo, trovò in essa uno sfogo alle agitazioni e al malessere interno, un vivaio della sua popolazione e della sua forza militare e al tempo stesso un mezzo, oltre che di dominare, di diffondere il suo nome e la sua costituzione e di assimilare le popolazioni soggette.

Ma un così lungo sèguito di guerre non poteva fare a meno di stremare una popolazione per sè stessa limitata; e l’immiserimento progressivo dipendente dalla continua sottrazione di tante forze vive all’agricoltura, esercitando i suoi ultimi tristi effetti, complicava continuamente il problema sia sotto l’aspetto economico che sotto quello demografico con le sue conseguenze militari e politiche.

Mentre, appunto dopo la prima guerra punica, la rogazione di C. Flaminio per l’assegnazione di terre nell’agro piceno e gallico mirava ad assicurare alla plebe rustica, alla piccola proprietà fondiaria un nuovo campo propizio al suo rigermogliare, sopravvenne la seconda guerra punica con tutte le devastazioni e le sciagure dell’invasione annibalica.

Al tempo di Polibio, per una innovazione introdotta probabilmente da poco, forse intorno al 566 a. u. c.[127], con provvedimento pregno di gravi conseguenze politiche, si abbassò a 4000 assi il censo richiesto pel servizio nelle legioni, mentre, anche quelli che avevano un censo inferiore a 4000 assi, erano chiamati a prestar servizio nella marina.

Ma, mentre un tale ordinamento non faceva altro, sottraendo forza all’agricoltura, che far succedere sempre più il latifondo alla piccola proprietà, il pascolo al terreno sativo, il lavoro servile al lavoro libero, riesciva tuttavia insufficiente alle cresciute esigenze della politica internazionale e della guerra trasportata su di una così larga zona in paesi lontani.

L’avversione ad ogni nuova impresa di guerra da parte di questa plebe rustica, che costituiva ancora il nerbo della forza combattente, si mostrava in ogni cosa. Solo le minacce, abilmente fatte balenare e fatte valere, di un’altra invasione in Italia[128] fecero compiere la prima guerra macedonica, a cui si portavano truppe protestanti a gran voce contro il nome ad esse dato di volontarie[129]. Il reclutamento di schiavi, di volontari, che comincia quind’innanzi a non essere più raro, gli espedienti de’ Latini per isfuggire alla coscrizione, mostrano la difficoltà del reclutamento ordinario. All’estremo opposto, in Ispagna, quanto più persisteva la guerra, tanto più suscitava ripugnanze e stentava a trovare forze combattenti, finchè non soccorse con l’incitamento, con l’azione sua personale, con l’esempio, Scipione Emiliano.

Di queste tendenze e di questi bisogni fu espressione la politica degli Scipioni, che, appoggiati al medio ceto campagnuolo, cercavano di far prevalere un indirizzo per cui Roma riuscisse a mantenere la propria egemonia, rispettando certe suscettività, un certo grado di autonomia delle regioni transmarine, e così si scongiurasse l’evento di guerre lunghe, difficili e frequenti.

Ma questa politica di mezzi termini, come si è accennato, non riuscì a prevalere che per poco e andò presto a rompersi contro tutte le difficoltà delle condizioni sia interne che esterne.

Catone il censore volle invece affrontare la situazione direttamente, rompendo per sempre con impeto vigoroso la resistenza e favorendo la persistenza e la rinascenza del medio ceto campagnuolo col combattere il lusso e determinare il ritorno a’ campi specie con un sistema d’imposizione, che, gravando sui bisogni voluttuarî, facesse al tempo stesso sopportare le spese della guerra a’ più ricchi e spingesse i capitali verso le forme d’impiego più produttive. Una più oculata e rigorosa amministrazione, poi, una larga distribuzione del bottino a’ soldati dovevano contribuire alla loro volta a restaurare le finanze del medio ceto e far convergere a loro vantaggio tutti gli accresciuti cespiti dello Stato.

Questo indirizzo, che Catone voleva dare allo Stato, si rivelava sinteticamente in quei motti brevi e concettosi con cui egli soleva spiegare e commentare una sua azione o ribattere e castigare un avversario; come quando, distribuendo dal bottino della Spagna una libbra d’argento ad ogni soldato aggiunse «esser meglio che molti Romani riportassero a casa argento che non pochi oro»; e quando disse che la «guerra deve alimentarsi da sè».

Intanto gli allargati orizzonti, il più ampio campo d’azione, la cresciuta quantità de’ bisogni e de’ rapporti avevano creato nello Stato tanti altri nuovi fini, tendenze, contrasti, tanti altri nuovi fattori, massime della politica sia interna che esterna, influenti l’uno sull’altro; e, non solo la guerra e la pace non andavano più soggetti a quelle ben delineate alternative e a quelle semplici forze agenti che ne determinano le vicende nelle condizioni dell’antica più semplice vita romana, ma le vedute in apparenza più semplici erano non di rado deluse dagli avvenimenti successivi e approdavano per ulteriori complicazioni a fini non preveduti e anche opposti, mentre nuovi e vecchi interessi ora si trovavano a cooperare sul terreno dell’opportunità, ora venivano di nuovo in contrasto.

La classe dominante si era andata biforcando nelle due categorie de’ grandi proprietari fondiarî e de’ capitalisti, ora in conflitto tra loro, ora alleati, come la plebe si era andata scindendo in urbana e rustica, possidente e proletaria, con interessi non di rado diametralmente opposti.

A tratti a tratti questi dissidî si risolvevano in maniera più pronunziata, finchè non cercavano e ritrovavano un modo di composizione a spese degli elementi esterni.

La controversia per la terza guerra punica che nello stesso acuto Polibio[130] appare troppo avvolta di legalità formali, appariva già da qualche tempo ad un accuratissimo interprete dell’antichità[131] come un dissidio in cui Catone e il ceto commerciale combattevano rispettivamente la concorrenza de’ cereali esiziale al ceto agricolo italico e la risorgente rivale commerciale, mentre i latifondisti allevatori d’armenti, con a capo Scipione Nasica, difendevano nella conservazione di Cartagine il mercato di bestiame sempre più proficuo con la progrediente messa a cultura della terra d’Africa.

E, con Cartagine, cadde contemporaneamente l’altro malvisto emporio commerciale, Corinto.

Parve poi venuta la volta di Rodi, ma la sua colpa poteva apparir lieve e contro di essa questa volta lottava una sola categoria d’interessi: si approdò a un accomodamento tra il sentimento, la giustizia e l’interesse delle classi commerciali: Rodi rimase, ma menomata, umiliata, depressa, con Delo alle spalle, elevata a privilegiata concorrente.