La guerra e la pace nel mondo antico

Part 7

Chapter 73,623 wordsPublic domain

Questa aspirazione verso la pace, che, come un grande e luminoso arcobaleno, ondeggiava innanzi agli occhi, al disopra della vita, costituiva il nesso ideale tra una triste realtà, destinata a tramontare, ed una migliore realtà destinata a svolgersi da quella stessa.

Come aspirazione, come tendenza ideale, quindi, si affermava e progrediva, assai più che nella vita pratica, nel mondo della coscienza e delle idee, dove appariva come avvolta in un leggiero velo di malinconia.

Da Eschilo ad Euripide, da Erodoto a Tucidide la guerra veniva perdendo delle sue attrattive e la pace guadagnava favore.

A Tirteo si contrapponeva Bacchilide, e il suo poema era un inno alla pace.

«La grande pace dà a’ mortali la ricchezza e i fiori de’ canti soavi e fa che ardano agli dèi sugli altari fatti belli dall’arte, con aurea fiamma, le membra de’ bovi e delle pecore vellose; fa popolare di giovani i ginnasî e le aule. Negli scudi ferrati si stendono le tele de’ neri ragni; l’umidità rode le acute lancie e le spade taglienti; nè si ode più lo strepito delle trombe di bronzo, nè dalle mie palpebre è rapito il dolce sonno che molce il mio cuore. Le piazze son piene di amabili simposi, ed inni infantili si destano»[106].

Ma, altrove, Bacchilide stesso soggiungeva come oppresso dal peso di un destino crudele: «Non è dato agli uomini di eleggersi il benessere o l’instancabile guerra o la sedizione che tutto rovina; ma la sorte, ministra d’ogni cosa, spinge il nembo qua e là, su l’uno o l’altro paese»[107].

Così cantava Bacchilide.

Noi alla storia chiediamo appunto il segreto di quella «sorte ministra d’ogni cosa», la legge e la causa della pace e della guerra, nel passato e nell’avvenire; e qualche risposta pur ce la dà, la storia.

La pace e la guerra e la tendenza opposta all’una ed all’altra possono essere prese come due termini dell’evoluzione sociale. La tendenza alla guerra e la guerra permanente corrispondono alle forme economiche più primitive e allo stato più rudimentale di parassitismo. Con un modo di produzione più progredito si sviluppa sempre più fortemente la tendenza alla pace; ma resta aspirazione, spesso contrastata dalla realtà, finchè vuole soltanto sostituire la concorrenza all’appropriazione violenta; e mostra così, con la stessa sua inefficacia, di potersi tradurre in atto solo con l’avvenimento di una struttura economica, che, eliminando con la forma individuale della produzione ogni parassitismo di popolo verso popolo, d’individuo verso individuo, e limitando l’appropriazione della ricchezza per parte di ciascuno al solo prodotto del suo lavoro, tolga alla guerra ogni base ed ogni motivo utilitario.

V.

Pace e guerra nell’antica Roma.

Le istituzioni di Roma sembrano plasmate dalla guerra e per la guerra; e la lingua stessa serba tracce evidenti e profonde di una vita tutta penetrata dall’esercizio della guerra.

Virtù è nel suo significato etimologico il valore personale, la forza virile preponderante che si spiega e trionfa in campo. _Hostis_ è, al tempo stesso, il nemico e lo straniero, a cui giuridicamente non si riconosce diritto di sorta e a cui a rigore non compete alcuna tutela legale dello stesso suo stato di fatto[108]; e tutta la politica e la graduale organizzazione del dominio romano non sono che l’applicazione in parte strettamente logica, in parte temperata di questo principio. Se, nel seno della federazione latina la pace, stipulata in perpetuo, vale come la regola e la guerra come l’eccezione, fuori di quell’aggruppamento vale precisamente il contrario; e la pace, conservata come stato di fatto o assicurata temporaneamente da limitate stipulazioni, non è che un armistizio. La cittadinanza coincide, nelle sue più antiche manifestazioni, con l’esercito, e la sua attività politica sembra la funzione di quest’esercito mentre è in patria. Il potere nella sua forma più alta e completa si chiama, con un nome militare, _imperium_. Una delle funzioni della guerra, il servizio militare a cavallo, dà il nome e l’origine a tutta una classe della cittadinanza, l’ordine de’ cavalieri. Il possesso mobiliare mette capo alla preda, e quello immobiliare, per mezzo dello Stato, alla conquista. Roma estende il suo potere ad Oriente, ad Occidente, oltre le Alpi, oltre il mare; e, dovunque il vessillifero pianta le sue insegne, ivi tutto diventa proprietà di Roma. Che se la grande, ma pur limitata forza di espansione della sua popolazione, e considerazioni di ordine politico e amministrativo e interessi di dominanti le vietano di fare una colonia di ogni angolo di terra ottenuto per dedizione o conquistato, resta nondimeno ben fisso, in principio ed in legge, che solo il suolo italiano è suscettibile di dominio, mentre quello provinciale — propriamente tale — è semplicemente passibile di possesso e, anche lasciato agli antichi proprietari, rimane in mano loro a titolo precario con obbligo di un tributo, diverso secondo i casi, verso Roma proprietaria e sovrana. Perciò i paesi venuti in soggezione e chiamati amministrativamente _provinciae_, con nome che ne vuole dire l’origine, sono anche con espressiva metafora chiamati i fondi (_praedia_) del popolo romano[109]. «E, come la provincia stessa è stata concepita quale un’occupazione militare perpetuata, così la contribuzione, che si esige da’ provinciali, si concepisce come una contribuzione di guerra perpetuata, cosa a cui mena anche la denominazione _stipendium_; poichè il pagamento del soldo all’esercito vittorioso costituisce il punto di partenza per le contribuzioni di guerra... E, giacchè il suolo provinciale fu considerato come proprietà dello Stato romano, i pesi che vi gravano sono riguardati come rendita della terra (_vectigal_) dovuta al proprietario, e questa concezione ha appresso dominato»[110]. La finanza romana, specialmente dal cadere che fa in desuetudine il tributo di guerra, prelevato del resto straordinariamente e come imprestito forzoso sulla proprietà de’ cittadini, sino all’introduzione per opera dell’Impero di nuove imposte generali, è costituita tutta dal provento sia temporaneo che duraturo della guerra, impiegato in tutti gli usi della vita religiosa e civile, adoperato a dare uno sfogo alla popolazione esuberante, volto a sostenere nuove guerre, diretto a riparare e placare la sorgente e risorgente questione sociale. In modo che tutta la storia — quella rifoggiata dalla tradizione e quella rispecchiata da’ documenti — sembra comporsi e spiegarsi, come verso un nucleo ed un centro, intorno a questa preda strappata e difesa all’esterno, disputata all’interno; mentre la stessa coscienza riflessa del popolo consacra e magnifica, idealizzandolo, questo stato di cose e il poeta nazionale inculca il vaticinio d’imperare su’ popoli. Cicerone, egli stesso, sia pure per comodità di difesa, subordina con ogni altra l’emula virtù dell’eloquenza alla virtù militare, scudo e fondamento dello Stato[111], e più tardi ancora il giureconsulto, notomizzando il diritto esistente e intessendolo come una rete d’oro e di ferro intorno al congegno economico della società sua, dice come «diventano nostre per ragione naturale le cose che si prendono al nemico» e «quelle cose che prendiamo al nemico diventano immediatamente nostre per diritto delle genti, sino al punto che anche gli uomini liberi sono ridotti in nostra schiavitù»[112].

Pure, s’ingannerebbe, io credo, chi volesse riferire tutto questo a uno spirito naturalmente bellicoso de’ Romani, che, quasi per intimo e irrefrenabile impulso, corresse combattendo e conquistando tutta la terra.

A chi partisse da un tal preconcetto, andrebbe non senza opportunità rammentato quello che un finissimo scrittore francese faceva testè, con una vena di sottile ed elegante umorismo, osservare a un suo personaggio[113]: «... quanto a’ Romani, essi non erano essenzialmente militari dal momento che fecero conquiste profittevoli e durature, all’opposto de’ veri militari che prendono tutto e non conservano nulla, come, per esempio, i Francesi.

«Questo anche si deve notare che, nella Roma de’ re, gli stranieri non erano ammessi a servire come soldati. Ma i cittadini, al tempo del buon re Servio Tullo, poco gelosi di conservare soli l’onore delle fatiche e de’ pericoli, v’invitarono gli stranieri domiciliati nella città. Vi sono degli eroi; non vi sono popoli d’eroi, non vi sono eserciti d’eroi. I soldati non hanno mai marciato che sotto pena di morte. Il servizio militare fu odioso anche a questi pastori del Lazio che acquistarono a Roma l’impero del mondo e la gloria d’essere dea. Portare l’equipaggiamento fu per loro così duro che il nome di questo equipaggiamento, _aerumna_, espresse in seguito presso di loro l’oppressione, la stanchezza del corpo e dello spirito, la miseria, la sventura, i disastri. Ben condotti essi formarono, non già degli eroi, ma de’ buoni soldati e de’ buoni terrazzieri; a poco a poco conquistarono il mondo e lo covrirono di sentieri e di strade. I Romani non cercarono mai la gloria: essi non avevano immaginazione. Non fecero che guerre d’interesse, assolutamente necessarie. Il loro trionfo fu quello della pazienza e del buon senso».

La storia tradizionale, se anche altera il nesso e il sèguito vero de’ fatti, duplicando e moltiplicando, per esempio, le guerre, o spostando in tempi più antichi conflitti più recenti come quelli della lega latina, pure può accampare una pretesa di verità, in quanto attraverso i fatti singoli, sformati dalla tradizione orale e dall’elaborazione successiva, riproduce questo aspetto più remoto di popoli vicini e di territorio limitrofo o quasi, che stanno continuamente sotto la minaccia o il danno di reciproche incursioni e sopraffazioni. La menzione di uno stato di cose che non è pace e non è guerra, ricorre frequentemente in Livio, e, insieme alla stanchezza della guerra e alla repugnanza al conflitto, appare la necessità di prevenire con l’aggressione l’attacco e di scongiurare con atto anche audace la tempesta alla prima apparizione o al primo presentimento della lievissima nube che l’annunzia.

«A che tardate ancora? — fa dire lo storico latino da T. Quinzio Capitolino a’ plebei che non si vogliono arrolare[114]: — A che stato sono le vostre cose private? Già già stanno per essere annunziati a ciascuno dalle campagne i danni proprî. Quando, perdio, militavate sotto il comando di noi consoli, non sotto quello de’ tribuni, in campo non sul foro, e avevano paura del vostro clamore i nemici, avendovi a fronte schierati, non già i patrizi romani, allora tornavate a casa, a’ vostri penati, trionfanti, carichi di preda, ricchi di territorio preso al nemico, pieni di fortuna e di gloria, sì pubblica che privata: ora lasciate andar via il nemico carico delle vostre sostanze. Ve ne rimanete piantati nelle assemblee e vivete nel foro, mentre v’insegue quella necessità di combattere che fuggite. Era gravoso muovere contro agli Equi ed a’ Volsci: ora ecco che la guerra è innanzi alle porte. Se non la si rimuove di là, ben presto sarà tra le mura e salirà la rocca e il Campidoglio e vi premerà nelle stesse vostre case».

E, altra volta, Appio Claudio a proposito della guerra contro Veio[115]: «[Il nemico] non pose a coltura il suo territorio, e quella parte che coltivò è stata devastata dalla guerra. Se ritiriamo l’esercito, chi può mai dubitare che essi, avendo perdute le cose loro, non invaderanno il vostro territorio, non solo per la brama di vendetta ma anche per la necessità in cui si trovano di dover predare l’altrui? Non differiamo dunque con questo partito la guerra, la ricettiamo bensì entro i nostri confini....».

Sotto questo incubo il progresso di un popolo, il suo crescere, una impresa vittoriosa, per la gelosia e i timori che suscitava nel più prossimo vicino, divenivano anch’essi occasione di guerra. «La guerra di Veio — dice Livio[116] — crebbe pel repentino sopravvenire de’ Capenati e de’ Falisci. Questi due popoli di Etruria, essendo di regioni vicine, credendosi prossimi alla guerra con Roma quando Veio fosse vinta in guerra — i Falisci nemici anche per ragione propria per essersi già precedentemente immischiati nelle guerre di Fidene — strettisi insieme con giuramento mediante legati scambiati reciprocamente, inopinatamente con gli eserciti si accostarono a Veio».

Così la vittoria e la sconfitta, l’una con le brame che acuiva e le paure che suscitava, l’altra con l’aspirazione della rivincita e l’iroso desiderio della rappresaglia — tutto diveniva fomite e materia di guerra.

Anche qui la risoluzione del conflitto stava nella sua eliminazione, mediante la fondazione di un dominio unico e sovrano, ottenuto con tutti i mezzi che la forza delle armi e l’accorgimento della politica potevano suggerire e fornire.

Prima di tutto nella penisola.

Roma, benchè sòrta da umili inizî, anche per i suoi stessi umili mezzi, venne a trovarsi in condizioni straordinariamente favorevoli, rese tali anche vie maggiormente dalla sua posizione centrale.

Se Roma si fosse trovata di contro, in Italia, uno Stato assolutamente refrattario ad essere nè soggiogato, nè assimilato, la grandiosa opera politica di Roma sarebbe stata soffocata in germe, e l’Italia ci avrebbe presentato politicamente e militarmente lo stesso spettacolo della Grecia sempre scissa e sempre pugnante tra Sparta ed Atene. Ma in Italia mancava uno Stato, che, come Atene, messo alla testa di tutto un imperio marittimo, sfuggisse alla presa di un’opposta potenza territoriale e potesse irridere alla stessa devastazione de’ suoi campi fatti in vista delle sue mura; nè la politica e i metodi di lotta di Roma si restringevano in quelli angusti e sterili di Sparta.

Mentre Roma, modesta sovranità locale, combatteva ancora la sua lotta per l’esistenza, sulle coste d’Italia fiorivano colonie greche ricche e potenti, pel Mediterraneo andava dilagando l’egemonia cartaginese, al Nord fiorivano il potere, i commerci e la civiltà degli Etruschi, e dall’Italia centrale le stirpi sabelliche stendevano verso il mezzogiorno le loro propaggini, presto alla loro volta diramate ancora e moltiplicate.

Ma il contatto di tutti questi elementi, disgiunti da diversità di origine, di sistemi di vita, di sviluppo civile, era necessariamente un urto alla lunga estenuante e logorante, da cui i vincitori stessi uscivano affranti e consunti o senza sapere trarre un frutto adeguato e durevole dalla vittoria. Il dominio etrusco, già fiaccato su’ mari dal tiranno di Siracusa, sopraffatto contemporaneamente, secondo un sincronismo che il Mommsen chiama elegiaco, al confine meridionale da’ Romani e al settentrionale da’ Celti, era scalzato anche nell’Italia meridionale da’ Sanniti, che con le varie loro ramificazioni fiottavano, minando o fronteggiando, contro le colonie greche; e si venivano così disegnando nello sfondo come l’ultimo propugnacolo della resistenza italica e insieme il trionfo de’ Romani.

Mentre questi nuclei già annosi e potenti ruinavano, sgretolandosi spesso nella loro caduta, Roma era giunta all’egemonia del Lazio, che andò poi facendo luogo, attraverso resistenze e ribellioni, ad una vera sovranità di sostanza, se non sempre di forma, e protetta e rafforzata da quella limitata compagine di cui era il centro naturale. Alleata con gli Ernici, aveva ridotto in soggezione il paese de’ Sabini, de’ Volsci, aveva messo stabilmente piede sul territorio etrusco con la presa di Veio; e poteva già, come il falco che si libra per guatarsi attorno, volgere l’occhio pieno di cupidigie e di fascini alla circostante regione italiana.

Potevano i Celti irrompere anche vittoriosamente in Roma, ma, privi com’erano di salda organizzazione politica, di una vera coesione nazionale, la loro impresa di guerra, con tutte le disastrose sue conseguenze, rimaneva una tempesta che devasta, schianta ed abbatte, ma che, quando sia passata, feconda con le stesse piene riversate su’ campi. Potevano gli Etruschi con ricorrente inquietudine rialzare ancora il capo, ma come morti galvanizzati, dalle loro tombe che sole dovevano conservare la traccia misteriosa della loro storia. Le colonie greche, strette del resto da rapporti d’interesse e di amicizia, fatte mercato di provviste e di esportazione, potevano sussistere ancora, dove il ferro e il fuoco sabellico non erano giunti o non ne avevano trionfato, potevano costituire specie nell’estremo punto d’Italia una minaccia solo come punti di consistenza di un aiuto straniero. Contro la possibile riscossa de’ paesi sottomessi, Roma era andata stendendo le sue colonie e insinuando il suo spirito assimilatore.

Restava, grande antagonista, il Sannio, fiorente di gioventù bellicosa, ampio di territorio, addestrato alle armi, appoggiato all’Appennino come ad una rocca. Ma, come le fasi e l’esito del successivo conflitto hanno rivelato, per le stesse condizioni interne e la natura delle due compagini, la bilancia doveva finire per pendere dalla parte di Roma.

Roma favorita anche dalla sua posizione topografica, appoggiata alle rive di un gran fiume, baluardo e sentiero di traffico, in prossimità del mare, su lievi eminenze messe a cavaliere di un’ampia pianura, che da un lato si stendeva a perdita di vista, mentre dall’altro con dolce declivio andava a finire in una accidentata serie di colline e di montagne, sembrava fatta per essere il naturale centro di gravità della zona circostante, di cui non raccoglieva soltanto le forze, ma riassumeva anche la vita, divenendo perciò ben presto, come accadde, non solo la città egemonica e la signora, l’anima anche di una compagine, che in periodo di lotta esteriore ha tanto più forza, quanto più ha fusione ed unità. Questa stessa favorevole posizione topografica nel centro d’Italia le aveva permesso di polire e elevare l’agreste stato dell’agricoltore e del pastore col contatto commerciale e civile delle più varie civiltà e de’ gruppi etnici più diversi, senza che le subite e mutevoli fortune di una vita esclusivamente commerciale ne falsassero l’indole o ne sviassero lo sviluppo. Così un senso di bisogno o un desiderio del meglio che faceva guardare oltre il confine, un modesto appannaggio che consigliava di andar cauto, una disparità non grande di fortune, che manteneva, col desiderio e la possibilità dell’indipendenza all’interno, il reciproco controllo delle varie classi sociali obbligate ad assistersi e procedere concordi nella lotta esterna — tutti questi elementi costituivano il sostrato di una politica nè avventurosa, nè imbelle, nè miope, nè follemente ambiziosa, per cui la potenza di Roma — col progresso costante della luce solare, che dissipa le nubi, che si diffonde, che illumina, che riscalda quando più sale — potè allungarsi su tutto il mondo antico colle armi vittoriose che sgombravano la via, con i suoi negozianti che, alla avanguardia o alla retroguardia, ne accompagnavano il passo, con i suoi agricoltori che, venendo per ultimo, trapiantavano e radicavano le insegne, il nome, la lingua, le istituzioni della patria sempre viva e sempre presente in loro stessi. E, come conseguenza e complemento di tutto questo, una mai fiaccata virtù assimilatrice, che dovunque sapeva con occhio esperto trovare il punto di fusione, che su tutto metteva la propria impronta, che a tutto comunicava il suo spirito assumendone le forme e a tutto comunicava le sue forme assumendone lo spirito, innestandosi su qualunque ceppo diverso col miracolo del centauro che innesta sul dorso equino un busto umano, e proseguendo così invitta la sua corsa per avvincere a sè e in sè, in mirabile fusione, tutti i popoli, tutte le terre, tutte le civiltà della storia. E questo miracolo umano della storia si compiva sotto il pungolo dell’interesse, che, occhiuto si scagliava sulla preda, e prudente, a tempo opportuno, frenava gli eccessi dell’avidità, adoperando di volta in volta la generosità che lasciava liberi e ricchi, o la severità inesorabile che adeguava al suolo le città, colonizzando, invadendo, aggravando, civilizzando, pacificando, in modo da fare della stessa lotta per l’esistenza una missione epica ed etica, che dava alla storia il carattere grandioso e fantastico del poema e toglieva al poema il suo carattere costringendolo ne’ termini della storia.

Quanto al Sannio — anche senza volere oracoleggiare _ex eventu_, esagerando il giusto criterio di considerare come una necessità delle cose gli eventi della storia — quanto al Sannio, si può ben dire che per la sua ubicazione, per la sua fisonomia topografica e politica, pel suo grado di civiltà esso doveva rappresentare nella storia piuttosto l’episodio del valore sfortunato, il quale soccombe lottando per la propria indipendenza, anzichè la parte del popolo che dà l’indirizzo e il carattere a tutto un periodo della storia mondiale.

Disseminato per i contrafforti e le valli dell’Appennino, donde dilagava a’ piani e alle coste sottostanti non per assimilarsene la civiltà più progredita ma per sopraffarla con l’impeto di una raffica devastatrice, l’elemento sannita perdeva subito non solo il legame ma il contatto con le sue stesse ramificazioni più lontane; e anche le stirpi più vicine, nella mancanza di un centro di attrazione fatto tale dalla natura de’ luoghi e della vita, permanevano in una forma federativa, determinata più che altro dalle esigenze della difesa esterna, senza tuttavia fondersi in un più coerente organismo. Questo popolo che non aveva potuto trovare nemmeno in sè stesso un centro preponderante di attrazione, unificatore e moltiplicatore di tutti i suoi sforzi; a cui, se la mancanza di duttilità, di virtù assimilatrice e di adattibilità davano maggior potere di resistenza e maggior riluttanza al soggiogamento, toglievano altresì la possibilità di un’espansione durevole e pacifica; questo popolo aveva nella stessa sua posizione eccentrica, rispetto al resto della penisola, un’altra difficoltà a divenire il centro e la capitale d’Italia, il nucleo mediano di tanti popoli circostanti spinti a fondersi insieme, a costituirsi in uno Stato, a comporsi in una nazione. I montanari disadatti ad un’opera continua e restauratrice di assorbimento e di rinnovazione erano così destinati a vedere invaniti i loro sforzi ostinati e a soccombere — come soccombettero — contro il fiottare sempre più insistente e più gagliardo del popolo che aveva in sè tutta la virtù germinativa dell’albero ben piantato in suolo propizio e che, grazie alla forza delle sue radici, per ogni ramo reciso dalla scure o spezzato dalla bufera, spande meglio, con vendetta allegra, nell’aria una più lussureggiante dovizia di germogli e di rami.

E dopo il Sannio venne la volta di Taranto, la colonia greca più fiorente, piantata sul porto più bello, che aveva accarezzato benchè senza fortuna il sogno di un largo dominio territoriale alle sue spalle, ma che stava sempre là come una sentinella avanzata e un punto di approdo della razza greca, come un pomo della discordia tra l’elemento ellenico e quello che per gli Elleni prendeva anch’esso nome di barbarico.

Sino a questo punto Roma si era trovata nella condizione favorevole di non avere a lottare contro l’intervento di una potenza straniera bene organizzata; chè tali non erano i Galli; e dall’ingerenza de’ Siracusani e de’ Cartaginesi, limitati a difendere l’egemonia del mare, i Romani non avevano tratto che vantaggio nella lotta contro gli Etruschi.