La guerra e la pace nel mondo antico
Part 6
«Da ultimo, per così dire, tutto il mondo ellenico fu messo in trambusto, essendo sorte da ogni parte contese tra i capi popolari, che volevano chiamare gli Ateniesi, e gli oligarchi che volevano chiamare i Lacedemoni, e in tempo di pace non ne aveano avuto il pretesto, nè erano pronti a chiamarli. Iniziata invece la guerra e contratte dall’una parte e dall’altra alleanze a danno degli avversarî ed a vantaggio proprio, facilmente, a quelli che volevano, si aprivano le vie di tentare novità. E sopravvennero allora alle città molte e tristi cose, che furono e saranno sempre, finchè la natura degli uomini sarà la stessa, ma accadono in forma più mite ed in aspetto più calmo, a seconda del giro degli eventi. Nella pace e nella buona fortuna gli Stati e i privati si conservano più sereni perchè non cadono in contrarietà non volute: la guerra invece, togliendo il benessere della vita quotidiana, è una violenta maestra e foggia su’ più difficili tempi gli animi de’ più. Era dunque perturbata la vita degli Stati, e le sedizioni che scoppiavano più tarde, per la stessa notizia delle cose già accadute, cercavano di mostrarsi più nuove ed ardite con l’ingegnosità delle imprese e la singolarità delle vendette. E, ad arbitrio, si mutò l’usato rapporto de’ nomi con le opere: l’ardire imprudente si chiamò coraggio a pro degli amici, il cauto temporeggiare larvata vigliaccheria, la saggezza maschera d’ignavia, dappocaggine verso tutto il contegno prudente verso ciascuna cosa. La fretta inconsiderata fu tenuta in conto di dote virile, la cauta ponderazione come un bel pretesto di disdirsi. Chi rinfocolava l’ira pareva fido sempre e chi moveva obbiezioni sembrava sospetto. Chi insidiava altrui pareva prudente, se riusciva nell’intento, e tanto più temibile quanto più astuto: chi invece provvedeva a che di ciò non vi fosse bisogno, era elemento dissolvente della sua fazione e timido degli avversarî. A dir breve, era lodato chi preveniva altrui nel male che si accingeva a fare e chi incitava altri che da sè non vi avesse pensato. Il congiunto diveniva meno stretto del partigiano come quello che era più pronto ad osare all’impazzata: giacchè queste consorterie non si costituivano secondo le leggi vigenti, a fin di bene, ma contro le leggi per sentimento di avidità. E la fede mutua tra loro non l’afforzavano tanto con la santità del giuramento quanto col violare insieme le leggi. Accoglievano le buone proposte degli avversarî come schermo pel caso prevalessero e non per generosità. Il vendicarsi era avuto in più pregio che non l’andare esente da offesa. Anche i giuramenti di pacificazione, se mai ve n’erano, dati da uno all’altro pel momento in qualche distretta, valevano pel momento, non avendo d’altronde potere; e all’occasione poi, chi prima se ne sentiva il coraggio, se vedeva l’altro disarmato, lo coglieva con più piacere nel suo fiducioso abbandono che non a viso aperto, sì perchè contava di essere più sicuro, sì perchè, riuscendo nell’inganno, ne riportava lode di accorgimento. Più agevolmente sono stati chiamati destri i molti malèfici che non buoni gl’ingenui, onde dell’ingenuità si ha vergogna e del malefizio s’inorgoglisce. Di tali danni era cagione il potere assunto per avidità ed ambizione; e dalle stesse cose nasce l’incitamento alle contese civili....»[85].
La guerra stessa così scalzava ed eliminava la guerra; ma non semplicemente coll’ispirare considerazioni simili a queste fatte da Tucidide, bensì col determinare, sul terreno pratico, condizioni di fatto che rendevano opportuno ed anzi necessario un diverso adattamento, un adattamento, come si dice, divergente. La guerra cominciava a non apparir più un punto di minima resistenza; invece, con l’incertezza delle sue fasi e degli stessi suoi acquisti, con le sue rappresaglie, con la ripercussione che aveva all’interno e all’esterno, dovea cominciare a destare sempre più repugnanza e dovea richiamare lo sguardo verso altri orizzonti, spingere verso altri campi l’attività umana.
Una guerra poi come quella del Peloponneso finita in una immane ruina, dovea, per necessità assoluta di cose, spingere a compensare il parassitismo esterno, venuto meno, con l’esplicazione di tutte le forze produttive interne, con l’impiego di ogni elemento utile che fosse in paese, col mettere a profitto ogni elemento di ricchezza.
Di questa necessità obiettiva e sentita si trova l’eco chiara ed esplicita riflessa in qualche scrittore del tempo[86]; e, d’allora in poi, la coscienza di questo nuovo indirizzo da dare alla politica dello Stato e l’opportunità di sostituire, con lo svolgimento delle energie interne, i mezzi di prosperità per l’innanzi cercati all’esterno, tornano con maggiore insistenza, specie dopo qualche rovescio, che con la forza stessa delle cose richiamava e ribadiva quell’insegnamento.
L’orazione d’Isocrate _intorno alla pace_, redatta dopo la ruinosa guerra sociale, tende appunto a far prevalere questo indirizzo e vuol conciliargli favore con ogni argomento sia di carattere utilitario, che di carattere morale, ma specialmente di carattere utilitario.
La pace che Isocrate vuole, è la pace con tutti, la pace a qualunque costo.
«Dico adunque — così egli si esprime — che bisogna fare la pace non solo con i Chioti, i Rodî, i Bizantini, ma con tutti gli uomini, e bisogna osservare non quelle convenzioni proposte ora da alcuni, ma quelle fatte col Re di Persia e con i Lacedemoni, che rendevano autonomi i Greci e disponevano che le guarnigioni sgombrassero le città altrui e che ognuno stesse contento del suo. Noi non troveremo mai nulla che sia insieme più giusto e più conveniente allo Stato»[87].
Seguita quindi ad illustrare questa proposta e a mostrare quanto vi fosse di buono sotto la modestia apparente dal suo ideale pacifico.
«Non ci basterebbe dunque l’abitare con sicurezza il nostro paese, l’avere a più agio tutto quanto occorre alla vita, il vivere concordi tra noi e il goder buona opinione presso gli altri Greci? Io credo che con tutte queste cose lo Stato finirebbe per essere di nuovo felice.
«Ora la guerra ci privò di tutte queste cose: ci rese più poveri, ci assoggettò a molti pericoli, ci ha messi in mala vista presso i Greci e ci ha in ogni modo danneggiati. Se faremo la pace e ci mostreremo quali vogliono i trattati, abiteremo con piena sicurezza il nostro paese, liberi da guerre, pericoli e trambusti, in cui reciprocamente ci siamo cacciati; ogni giorno aggiungeremo qualche cosa al nostro benessere, evitando le imposte, le triarchie e tutti gli altri obblighi della guerra, coltivando la terra tranquillamente, navigando il mare e attendendo a tutti gli altri lavori negletti ora a cagione della guerra. Vedremo il paese rendere il doppio di quello che ora rende, pieno come sarà di mercanti, di stranieri, di metèci, di cui ora è deserto. Quel che è più, avremo alleati tutti gli uomini, e non per forza ma per inclinazione, nè dediti a noi in tempi prosperi a cagione della nostra potenza e defezionanti ne’ pericoli, ma così disposti come debbono essere quelli che veramente sono alleati ed amici. Inoltre, avremo facilmente con le semplici ambascerie quello che ora non ci riesce avere con la guerra e con molta spesa. Non crediate che Chersoblepte voglia guerreggiare con noi pel Chersoneso e Filippo per Anfipoli, quando vedano che noi non aneliamo ad avere l’altro paese. Ora, verosimilmente, essi temono di averci come vicini a’ loro regni, giacchè vedono che noi non ci teniamo paghi a ciò che abbiamo, e bramiamo sempre di più. Se muteremo sistema e acquisteremo migliore opinione, non solo non insidieranno quello che è nostro, ma ci daranno del loro, perchè sarà loro utile, servendo alla potenza del nostro Stato, conservare con sicurezza i loro regni. Anche della Tracia ci sarà lecito averne tal parte, che non solo essi la terranno senza eccitare l’invidia altrui, ma i Greci, che espatriano per bisogni, ne avranno quanto basti a sostentarli. Dove Atenodoro e Callistrato, l’uno da privato e l’altro da esule, hanno potuto fondare città, là stesso noi, volendo, potremmo occupare molti luoghi. Occorre che acquistino preponderanza tra i Greci quelli, a cui stieno a cuore tali cose, piuttosto che la guerra e gli eserciti mercenarî, che ora massimamente desideriamo»[88].
Isocrate si faceva propugnatore di un indirizzo affatto opposto a quello ch’era nella tradizione e nella politica dell’ultimo secolo della storia ateniese: un indirizzo di raccoglimento, di neutralità disarmata, di rinunzia ad ogni pretesa od ambizione di dominio.
A quell’impero del mare, che l’oligarca dello _Stato degli Ateniesi_ avea considerato come la pietra angolare della repubblica, che avea formato l’ambizione, la mèta e la forza dell’Atene periclèa, egli vi rinunziava. «Io credo che staremo meglio nel nostro paese e saremo migliori noi stessi e ci avvantaggeremo in tutte le cose, se smetteremo di volere l’impero del mare. Giacchè è questo che ci ha cacciato nel disordine e ha sovvertito quella democrazia, sotto la quale, i nostri progenitori furono i più felici de’ Greci, ed è quasi la cagione di tutti i mali che noi soffriamo e facciamo soffrire agli altri»[89].
Senz’altro Isocrate tiene a dirlo e a ripeterlo che l’ambìto dominio del mare è la causa di tutti i danni. «Bisogna riferire le cause non a’ mali sopravvenuti, ma a’ primi errori, onde poi si venne a questo fine. Così che direbbe proprio il vero chi dicesse che allora hanno avuto origine i loro mali, quando assunsero il dominio del mare: infatti assunsero un potere in nulla simile al precedente»[90].
Lo spreco de’ tributi e la facile dissipazione delle ricchezze male acquistate, il contrasto tra gli antenati che lottano contro i barbari ed il tempo presente, i danni delle milizie mercenarie e gli effetti della guerra; tutti gli argomenti, i fatti, gl’incitamenti sono adoperati per sostenere la politica pacifica, facendo assorgere il ragionamento schiettamente utilitario, come si è detto, a tratto a tratto, a una più elevata ragione etica[91].
Questa tendenza alla pace rispondeva del resto così bene a un bisogno del tempo e alla condizione reale delle cose, che, nello stesso torno di tempo, contemporaneamente o a breve distanza, nello scritto di Senofonte sulle _Entrate degli Ateniesi_ s’insiste appunto sulla utilità e sulla necessità di dare tutto l’impulso possibile all’incremento della produzione interna per sopperire con essa a quei bisogni, che divenivano causa di conflitti e di guerre, quando se ne cercava, con l’estensione del dominio, all’esterno l’appagamento.
Lo scopo che Senofonte si proponeva, secondo la sua chiara ed esplicita frase, era appunto quello di «indagare se i cittadini non potessero trarre il sostentamento dal loro stesso paese»[92], togliendo così base od occasione al loro atteggiamento vessatorio e rapace verso altri popoli; e a ciò miravano le sue proposte dirette a favorire il commercio, a rendere lo Stato acquirente di navi da trasporto e di schiavi da allogare pel lavoro delle miniere.
Chiudendo lo scritto con lo stesso pensiero con cui l’avea iniziato, Senofonte affrontava, senza altre ambagi, la questione della pace e della guerra.
«Se alcuni pensano che, quando lo Stato resti in pace, diverrà per ciò più imbelle, più inglorioso e di minore nominanza nella Grecia, essi a parer mio non guardano da un punto di vista giusto la cosa. Felicissimi divengono tutti gli Stati che godono di periodi di pace più lunghi, e, fra tutte le città, Atene specialmente è fatta per prosperare con la pace. Chi dunque, quando la città nostra stesse tranquilla, non avrebbe bisogno di essa, a cominciare da’ naviganti e da’ mercanti? Non quelli che hanno molto frumento da smerciare e molto e buon vino? I produttori d’olio, i possessori d’armenti e quelli che mettono a profitto sia il denaro che le loro attitudini, e gli artefici e i sofisti e i filosofi, i poeti e quelli che si applicano a queste cose, quelli che hanno gusto negli spettacoli sacri e profani, degni di esser visti e sentiti, e quelli finalmente che hanno bisogno di vendere e comprare, qual luogo troverebbero più adatto di Atene? Se nessuno contraddice a ciò, nondimeno soggiungono quanti vogliono rivendicare l’egemonia allo Stato, che questa si ottiene più che con la guerra con la pace; ma ripensiamo dapprima alle guerre persiane, se fu con la violenza o con i beneficî che allora divenimmo i capi della forza navale e i cassieri della Grecia.
«Ancora, dopo che per volere troppo primeggiare, lo Stato perdette il comando, non ce lo conferirono ancora spontaneamente gli isolani, poichè ci astenemmo dall’operare contro giustizia?.... Quando si credesse che voi pensate a mantenere la pace per terra e per mare, credo che tutti pregherebbero per la salvezza e il benessere d’Atene dopo quello delle loro patrie. Se qualcuno credesse più vantaggiosa la guerra che non la pace allo Stato, per quanto riguarda la ricchezza, non so come meglio potrebbe essere giudicato ciò, che guardando al modo come andarono per la città gli avvenimenti passati. Troverà che anticamente durante la pace vennero alla città molte ricchezze e che in guerra tutte furono spese: vedrà, se osservi, che anche oggi molte delle entrate andarono perdute a cagione della guerra e le altre spese in bisogni d’ogni genere; e, dopo che sul mare è tornata la pace, le entrate si sono accresciute e i cittadini ne hanno potuto disporre a loro talento»[93].
Intanto, come venissero accolti da molti, anzi da’ più, questi propositi di pace, appare dalla stessa orazione d’Isocrate, ove si accenna, ripetutamente, al favore con cui erano ascoltati quelli che predicavano la guerra[94]. E la ragione ci vien data indirettamente da Senofonte, là dove fa dire dagli uomini di Stato ateniesi che «conoscono ciò che è giusto non meno di tutti gli altri uomini, ma dicevano che la povertà della plebe gli obbligava a non comportarsi secondo giustizia verso gli altri popoli»[95].
Perciò, quando Senofonte voleva risolvere questa contraddizione con lo sviluppare tutte le sorgenti di ricchezza all’interno, era acuto nello scorgere le cause del male e pratico nel porre la questione. Ma egli s’illudeva sul valore e sulle conseguenze de’ suoi rimedî.
Senofonte, quasi in via di proemio, al suo trattato sulle entrate degli Ateniesi, presentava un breve quadro della produttività dell’Attica e delle sue risorse per dedurne quanto bene fosse dotata e come fosse in grado di provvedere a sè stessa.
Quello che Senofonte diceva della varietà delle sue condizioni e de’ suoi prodotti era vero, ma era vero pure che l’Attica non produceva tanti cereali quanti occorrevano ad alimentare i suoi abitanti; e la notevole importazione[96], a cui dovea ricorrere, era fatta per dare, essa sola, un particolare carattere alla politica e allo svolgimento delle sue istituzioni. Senofonte faceva il massimo caso delle miniere d’argento ed anzi si illudeva su di esse, al punto da ritenerle inesauribili[97]. Ma, lasciando stare questa illusione presto smentita dalla realtà, egli faceva del _mercantilismo_: credeva che bastasse una grande quantità di metalli preziosi alla prosperità di un paese. Se non che vi erano tante cose da osservare. Noi sappiamo a un dipresso quanto rendevano allo Stato, ma non sappiamo quanto profitto netto dessero in realtà le miniere. In ogni modo si trattava di un profitto particolare degli assuntori delle imprese, a cui non partecipava direttamente la restante parte della popolazione; e l’acquisto di schiavi pubblici, proposto da Senofonte, solo in parte avrebbe accresciuta l’entrata dello Stato con la locazione degli schiavi.
Comunque, la quantità maggiore di metallo prezioso realizzata avea soltanto un valore di scambio, e poteva riescire utile ad Atene solo in quanto le riuscisse di convertirlo in valori di uso. Le stesse osservazioni quindi che Senofonte faceva sulla potenzialità economica dell’Attica, le sue stesse proposte sull’acquisto delle navi onerarie lo traevano successivamente alla conclusione che l’Attica fosse un paese fatto essenzialmente pel commercio[98]. Ora il commercio e il dominio del mare erano due cose così intimamente connesse, specialmente nell’antichità, che l’uno dipendeva dall’altro e non poteva svolgersi e svilupparsi senza di esso. Ma il dominio del mare era conseguenza e causa di guerre, e così si ricadeva nella necessità della guerra, quando più pareva che la si volesse e potesse evitare. E il contrasto lumeggiato da Senofonte fra i periodi di pace e i periodi di guerra era più sottile che vero, e poteva appagare piuttosto il lettore superficiale che non l’osservatore più acuto. Quei vantati periodi di pace non erano stati che conseguenza e preparazione di guerre, od erano stati una calma imposta e una soggezione accettata nell’intento di evitare un male maggiore. La prima e la seconda lega marittima, uscite da un periodo di guerra, facevano luogo all’egemonia ateniese anche per difesa contro la prepotenza spartana; e l’egemonia, per necessità di cose, naturalmente e insensibilmente, si trasformava o tendeva a trasformarsi nell’imperio marittimo di Atene.
Lo svolgimento delle energie interne del paese dovea ben servire a rendere meno frequenti le guerre; e l’orazione d’Isocrate e lo scritto di Senofonte non erano che la coscienza riflessa di un movimento reale che si produceva in questo senso. Ma questa esplicazione delle forze produttive non poteva essere così rapida e vigorosa da sopperire all’interno a tutti i bisogni, e, in ogni modo, quale che si fosse, sotto il sistema della proprietà privata, sotto forma di produzione individuale, non eliminava gli antagonismi e i contrasti di classe contro classe, all’interno, e di città contro città, all’esterno: piuttosto trasformava la proporzione e le forme degli antagonismi. Inoltre non in tutti gli Stati questa esplicazione delle forze produttive procedeva di pari passo, e così non si toglievano nè lo squilibrio, nè le cause di aggressione.
Un conflitto che dipendeva da così svariati elementi, come erano i molti Stati greci, non si eliminava col modificare le condizioni interne di qualcuno di esso soltanto. Anche la prosperità ottenuta per opera e virtù propria diveniva una occasione di guerra, stimolando le voglie altrui. Aristotele[99] osservava appunto che non bisogna essere tanto ricchi da eccitare la bramosia de’ vicini più forti, nè tanto poveri da non potere respingere le aggressioni. E la ricchezza e la povertà, da paese a paese, erano sempre qualche cosa di relativo, s’intende.
La favorita teoria aristotelica della soggezione naturale dell’inferiore al superiore faceva considerare la guerra come un mezzo naturale di acquisto, come una forma di caccia, della quale si poteva fare uso tanto verso le fiere, come verso gli uomini fatti dalla natura per obbedire ad altri. E questa era una guerra giusta secondo natura![100].
Le ragioni che, nella pratica si ritenevano atte a consigliare e sconsigliare la guerra, erano in fondo utilitarie[101].
In un ambiente come questo e con siffatta struttura economica, lo sviluppo delle energie interne non bastava ad evitare la guerra, e tanto meno bastava, quanto meno era possibile isolarsi.
Isocrate proponeva l’esempio di Megara[102], il che vuol dire che Atene avrebbe dovuto rinunziare al posto preeminente, da essa moralmente e politicamente occupato in Grecia, per ridursi alle proporzioni di Megara. E anche ciò le sarebbe giovato poco per evitare i pericoli e le conseguenze della guerra. Aristofane, per rappresentare le condizioni di Megara in mezzo alle distrette del tempo, la figurava in un mortaio, pestata spietatamente[103].
Era così: in forma sostanzialmente non diversa dalla nostra, ma in maniera anche più rudimentale, la vita antica era un viaggio fatto insieme, in poco lieta compagnia, da vasi di ferro con vasi di creta.
In fine del suo ragionamento anche Senofonte era costretto a proporsi il caso di un conflitto necessario e lo faceva in questi termini.
«Se qualcuno mi domandasse: Credi che bisogna conservare la pace, anche quando qualcuno faccia torto allo Stato? Non direi; ma dico piuttosto che più sollecitamente lo puniremmo, quando non avessimo fatto torto ad alcuno, giacchè l’avversario non troverebbe alleati»[104].
Questa domanda, evidentemente, scrollava dalla base tutto il ragionamento di Senofonte; e la risposta non era tale da eliminarla.
Il conflitto sorgeva, e da uno se ne svolgeva un altro, per necessità di cose; dalla difesa si passava all’attacco e dalla protezione del proprio territorio all’occupazione dell’altrui.
Le milizie mercenarie, contro cui tanto si ribellava Isocrate[105], erano state la conseguenza necessaria non solo di un maggiore progresso dell’arte militare, ma di un certo svolgimento di forze produttive, di un certo sviluppo industriale, che rendeva molesto a molti l’esercizio prima normale della milizia, e, per una maggiore specificazione delle funzioni sociali, faceva commettere la guerra ad una classe speciale tratta dal proletariato crescente e disoccupato.
La milizia mercenaria avea così in gran parte la sua origine in cause analoghe a quelle, che produssero nel Medio Evo le compagnie di ventura, e provava praticamente che lo svolgimento delle forze produttive, se è presupposto e base alla eliminazione della guerra e all’assicurazione della pace permanente, non è, per sè solo, sufficiente a produrre l’uno e l’altro di questi due effetti.
L’ideale della pace era sorto e si era venuto affermando naturalmente, a misura che da un lato la guerra, con le sue disillusioni e con i suoi lutti, si mostrava disadatta a realizzare uno stato di benessere durevole, e dall’altro si venivano sempre più maturando condizioni tali, che lasciavano sperare la possibilità di sopperire con lo sviluppo normale della produzione a’ bisogni della vita.
Ma, tutto ciò costituiva semplicemente la _possibilità_ della pace in un ambiente in cui varî elementi avessero omogeneità d’interesse e potessero, concorrentemente, giovarsi de’ benefici della pace e provvedere in maniera normale alla soddisfazione de’ propri bisogni con l’appropriazione diretta e resa più agevole de’ mezzi opportuni.
Invece, in quell’ambiente regnava sovrana la più completa eterogeneità d’interessi, un’opposizione d’interessi quale può sorgere dove sussistono vive le antitesi di cittadino e di straniero nelle relazioni esterne, di proprietario e proletario in quelle interne.
Allora quella pace che poteva rappresentare l’interesse e la mèta di uno Stato prospero e industrioso, rappresentava invece un ostacolo per uno Stato, che con la prevalenza politica, e la estensione del dominio sperava ovviare alla sua inferiorità economica; quella pace che rappresentava l’interesse e la sicurezza del proprietario e dell’agricoltore costituiva una minaccia di disagio pel commerciante, per il proletario, per il mercenario.
In tal caso, le parole che inculcavano la pace erano destinate a perdersi inascoltate di fronte all’azione continua e prepotente delle cose.
Che se, talvolta, questa illusione della pace riusciva ad imporsi come norma di politica presente, tristi effetti ne potevano nascere in un tempo, in cui si apparecchiava la pace solo facendo o minacciando la guerra. La politica bellicosa di Demostene era la conseguenza ed il rimedio, tardo forse e impotente, della politica pacifica di Eubulo.
Degli Stati dell’antichità e della loro inclinazione alla guerra, poteva dirsi davvero: _aut sint ut sunt aut non sint_!
Il movimento verso la pace era dunque semplicemente il riflesso nella coscienza di uno squilibrio che diveniva sempre più vivo e più sentito, di un contrasto tra la possibilità per tutti di ottenere pacificamente i mezzi di esistenza e la serie di conflitti con cui gli uni tendevano a procurarseli divenendo i parassiti degli altri.