La guerra e la pace nel mondo antico
Part 5
Nelle condizioni dell’Attica, un paese che non produceva tanti cereali quanti ne occorrevano a sostentare la sua popolazione, e avea bisogno allora, come ancor oggi ne ha bisogno, d’importarne, il libero uso del mare e il preliminare possesso di Salamina, messa come una Sfinge a guardia de’ suoi approdi, non solo erano la premessa necessaria di ogni ulteriore grandezza, ma erano una questione di vita e di morte.
E il partito della guerra prevalse, malgrado l’orrore della guerra che le precedenti sconfitte aveano inspirato. Megara fu umiliata, se non prostrata, Salamina fu riacquistata, se non riconquistata; e, col vantaggio morale di una rivincita e di una gloria militare, si sorresse l’autorità morale dello Stato e si schiuse la via alla possibilità d’importazioni, di commercî, di un futuro dominio del mare.
Nondimeno fu guerra che non divenne incentivo immediato ad altre guerre; parve piuttosto l’epilogo di un lungo periodo di contese.
Il periodo che segue, è un periodo di raccoglimento e quasi di preparazione. La condizione incerta ed oscillante di una sovranità illegittima com’era la tirannide, spesso posta in pericolo, poteva, da parte sua, contribuire a distogliere la politica da un indirizzo pieno di avventure. Pure, altrove, la stessa forma di potere politico cercava una base ed un appoggio nella gloria militare ed in una politica, che, facendo de’ sudditi i signori ed i parassiti di altri popoli, li rendesse così più tolleranti della soggezione politica interna.
I fasti de’ Pisistratidi sono fasti civili, anzi che militari; e, benchè il loro dominio traesse occasione e alimento da una guerra esterna, tutta l’attività guerresca successiva si potrebbe limitare a qualche episodio non conservato nemmeno chiaramente nella tradizione.
Una delle ragioni e la precipua di siffatta politica di raccoglimento, caratteristica del dominio de’ Pisistratidi, va cercata appunto in quello svolgersi e fiorire delle energie interne, nello sforzo di suscitare tutta la potenzialità economica di cui l’Attica sembrava capace. Quel ritorno verso la campagna, rilevato specialmente da Aristotile[65], preparava la terra a rendere tutto quanto potesse; e la possibilità di una maggiore importazione di cereali agevolava un così promettente strumento di prosperità com’era la trasformazione delle culture. Le miniere del Laurio poi, se non ora scoperte, almeno ora messe meglio a profitto, erano un vero lievito degli scambî, de’ commercî, di una futura potenza commerciale.
L’interesse de’ Pisistratidi veniva a collimare con quello del ceto agricolo che formava la base stessa della società del tempo, e non era in conflitto con quello del proletariato cittadino. La stessa tendenza all’espansione, per quanto venisse crescendo, avea nella migliore e più abbondante moneta d’argento uno strumento pacifico di sviluppo.
Così la politica esterna de’ Pisistratidi avea dovuto assumere piuttosto un indirizzo difensivo che non un indirizzo offensivo; aveva dovuto consistere piuttosto nel rimuovere alcuni ostacoli che non nel costituire uno stato di violento predominio su paesi stranieri.
Soltanto, questo stato di cose non poteva essere durevole, e da esso stesso, dato il carattere e le condizioni del mondo antico, sarebbero sorti gl’incentivi e le inevitabili occasioni di guerre.
Lo svolgimento delle forze produttive dell’antichità era assai limitato, e ogni desiderio di miglioramento e ogni impulso di nuovi bisogni non si convertiva, nè si poteva facilmente convertire in uno sforzo diretto ad ottenerne l’appagamento col proprio lavoro e col diretto uso degli elementi forniti dalla natura. L’appropriazione più o meno violenta della ricchezza altrui, l’assoggettamento dell’uomo all’uomo, lo sfruttamento, sotto le forme meno larvate e più rudimentali, si presentavano come l’indirizzo prevalente, pel principio stesso della tendenza al minimo sforzo e dell’attrazione a’ punti di minore resistenza. Anche la divisione primordiale di lavoro sociale tra la classe guerriera protettrice e la classe produttrice spingeva più facilmente gli elementi dirigenti dello Stato ad estendere oltre i confini del proprio paese il loro dominio, attribuendosi, a titolo di conquista, quel frutto del lavoro altrui, che all’interno si attribuivano come corrispettivo della protezione e della difesa.
In queste condizioni lo stesso sviluppo delle energie interne e un più elevato grado di prosperità esponevano un paese produttore all’avidità e alle aggressioni altrui, e ne faceano così un paese servo, oppure, per naturale reazione, una potenza militare, che assai facilmente dalla difesa passava all’offesa, dall’aggressione felicemente respinta alla conquista.
Paesi ricchi e paesi poveri venivano in tal modo per diversa via, attratti nel vortice della guerra. E la guerra tendeva a rendersi permanente.
La politica internazionale, nell’antichità, piuttosto che assumere come criterio direttivo l’autonomia o l’equilibrio, tendeva così necessariamente all’assorbimento degli altri dominî, all’ampliamento indefinito e illimitato dello Stato. La coesistenza e la tolleranza reciproca costituivano soltanto un termine di passaggio e un espediente provvisorio; ma, obbiettivamente anche più che non subbiettivamente, la mèta era il dominio e la supremazia.
Per Atene quindi il periodo di raccoglimento dell’epoca de’ Pisistratidi non poteva rappresentare uno stato permanente, ma semplicemente un’utile preparazione e una lunga tregua. Lo stesso miglioramento delle sue condizioni e l’irradiarsi della sua attività l’attraeva in un’orbita di maggiori complicazioni e di più facili contrasti. E che così fosse, lo mostrarono prima le ingerenze di Sparta nella politica interna di Atene, e poi, in maniera più evidente, le guerre persiane.
A misura che uno Stato vien tratto dall’isolamento in un ambiente più vario e più vasto, la sua politica muta necessariamente di proporzioni e d’indirizzo, come muta un risultato quando variano i fattori. Il contatto e il contrasto con la potenza persiana era un fatto destinato ad indurre la più radicale mutazione di orientamento. I fattori, l’ambiente, la mèta della politica ateniese erano ormai e dovevano apparire diversi, e l’avere saputo intendere la necessità e scorgere i segni del tempo costituisce la gloria immortale degli uomini che seppero dare allo Stato un indirizzo rispondente alle condizioni delle cose.
Lo svolgimento calmo ma costante della ricchezza dell’Attica sotto i Pisistratidi, col necessario aumento di popolazione, con l’incremento lento ma continuo di benessere, avrebbe stimolato alla lunga il desiderio di espansione e avrebbe sviluppato, come in piccole proporzioni dovette già cominciare ad accadere, la marineria commerciale. La rivoluzione politica che pose fine alla tirannide e l’irrequietudine rivelata dagl’incidenti che valsero come causa prossima delle spedizioni persiane possono valere come una prova.
Lo stato di benessere che l’Attica poteva procacciare a’ suoi abitanti con l’impiego di tutte le sue energie interne, era sempre qualche cosa di relativo, e potea valere piuttosto come un solletico che come un appagamento; era tale che non ne poteva fare de’ soddisfatti, ma li allettava solo con la vista di più larghi orizzonti e di più elevate condizioni di vita.
Tuttavia l’espansione e il mutamento d’indirizzo sarebbero stati lenti e graduali, se l’invasione persiana non avesse resa inevitabile una unificazione ibrida e temporanea, una coalizione della schiatta ellenica, ch’era pur sempre un nuovo aggregato di forze, da cui si sarebbero sviluppati l’egemonia e il parassitismo di quella che avesse saputo divenirne l’elemento direttivo e il punto di attrazione.
Atene seppe essere l’una cosa e l’altra; ma con ciò stesso la sua politica, la sua fisonomia, la sua indole mutavano radicalmente.
Resistere alla potenza persiana, proteggere i membri della lega o il mondo ellenico, attaccare anche, occorrendo, il nemico; erano tutte cose che potevano compiersi o tentarsi con la costituzione di una forte marina da guerra. Ma a questa marina da guerra Atene non poteva sopperire del proprio; poteva bensì averne il comando e la cura, e gli alleati doveano contribuirvi con tributi o con navi.
La potenza militare intanto e lo sfruttamento più o meno larvato erano due termini corrispondenti, di cui l’uno serviva all’altro di ragione e di sostegno; e questa tendenza al parassitismo doveva crescere parallelamente allo spirito di aggressione e di guerra.
Il tributo di danaro sostituito al tributo di navi, cioè il disarmo quasi e il segno esterno della sudditanza; il trasporto del tesoro da Delo ad Atene; l’imposizione del potere giurisdizionale agli alleati; l’uso sempre più libero o meno dissimulato dal danaro comune; sono tanti passi verso una forma di parassitismo più avanzato.
Al tempo stesso l’Atene agricola del sesto secolo diventa l’Attica marinara e commerciale del quinto: alla repubblica aristocratica de’ grandi proprietari fondiari e alla tirannide, potere delegato della piccola proprietà, succede la repubblica de’ commercianti, degli artigiani, de’ proletarî. All’appropriazione diretta ed immediata de’ prodotti della terra succede una forma di appropriazione indiretta e mediata, il commercio, mezzo di sfruttamento più perfetto e più larvato; sul fondo de’ mestieri si va innestando una rudimentale manifattura; il potere politico scende sempre più verso il popolo e la politica esterna si fa sempre più avida, ambiziosa ed audace.
Ora questa relazione necessaria tra la potenza militare e la produzione indigena, tra la grande politica e il bisogno di espansione, tra il commercio messo a base della propria vita economica e la concorrenza di altri Stati; questa necessità del parassitismo insomma voleva dire la guerra all’ordine del giorno contro i concorrenti, contro i sudditi e gli alleati defezionati, contro i potentati stranieri il cui crescere avea in sè la minaccia e il vaticinio dell’assorbimento.
Il mezzo secolo che va dalla fine delle guerre persiane alla guerra del Peloponneso è come un lungo affilar d’armi mal dissimulato; è un seguito di paci bugiarde, che in realtà covano ed alimentano la guerra e si riducono ad una incessante vicenda di tregue più o meno lunghe e di ripetuti conflitti, in fondo a cui sta la guerra inevitabile, la guerra di sterminio, il duello finale, la guerra del Peloponneso, che verso il periodo precedente è come la caduta finale di un corpo libero rispetto al suo movimento di oscillazione sempre crescente.
Le cause occasionali della guerra potevano anche ridursi, come comicamente voleva un personaggio di Aristofane, ad una impresa ed una rappresaglia galante[66] di Megaresi e Ateniesi: il conflitto, in realtà, sbocciava dal seno della storia e dalle reali condizioni delle parti belligeranti come un fiore centenario, gigantesco, avvelenato e maturo.
Gli stessi motivi immediati e i pretesti della guerra, Potidea, l’impresa di Corcira, il _boycottaggio_ di Megara, la pretesa indipendenza di Egina rivelano chiaramente lo scopo vero e la ragione intima della guerra: — il desiderio di limitare l’espansione verso l’Oriente o di allargarla in Occidente, — come apparve più chiaro con la guerra di Sicilia da un lato e dall’altro col proposito di ristabilire «_il bruscolo nell’occhio del Pireo_» e la rivalità commerciale. Ma tutti questi non erano che fenomeni di un dissidio più profondo e irrimediabile; e tali apparivano bene anche agli uomini del tempo.
La struttura economica rudimentale, che faceva dipendere la vita e il benessere di un popolo da una forma anch’essa rudimentale di parassitismo, dall’assoggettamento di altri popoli al tributo e alle forme successive di sfruttamento, da un lato rendeva illimitato il bisogno di espansione e dall’altro faceva di ogni regione un continuo pomo di discordia, la preda presente o futura del più forte, il premio reale o possibile di un eventuale conquistatore. Perciò niente pace e sempre guerra; guerra palese o latente, ritardata o anticipata, con maggiore o minore senso di opportunismo meditata o differita, guerra contro il suddito, guerra contro l’emulo. Mancavano appunto le condizioni e con esse lo spirito della coesistenza, che soli sono fattori e condizioni di pace. Tutta la diplomazia e i progressi delle relazioni internazionali consistevano nel larvare il vero motivo della guerra e nel mettere _formalmente_ l’avversario dalla parte del torto: è la franca prepotenza del leone che prende in prestito dalla volpe il suo fare coverto e dal lupo il metodo di suscitare un’abile contesa con l’agnello.
Atene e i suoi avversari erano giunti a quella linea ultima, oltre la quale entrava in gioco, minacciata da presso, l’autonomia di tutta la Grecia.
Tutto ciò era così ben chiaro che, come dice Tucidide[67], «i Lacedemoni votarono di rompere il trattato e far la guerra, non tanto per essersi persuasi de’ discorsi degli alleati, quanto pel timore che gli Ateniesi non divenissero ancora più forti, vedendo che una sì gran parte dell’Ellade era loro soggetta». Del pari Pericle, secondo un discorso che gli fa pronunziare Tucidide, riconosceva il carattere inevitabile della guerra e l’opportunità di andarle incontro prima, piuttosto che poi[68].
Per questa sua stessa natura quella guerra doveva apparire agli occhi del suo storico[69] la più importante e grave di quante avevano avuto già luogo, e a’ nostri occhi si presenta come l’avvenimento centrale della storia ellenica, che costituisce il punto di arrivo della storia passata e il punto di partenza della successiva. Essa dovea rivelare, meglio di ogni altra cosa, le magagne e il principio dissolvente della vita greca; ma era destinata, ancor più, a suscitare ed acuire tutti que’ contrasti interni, che sono caratteristici della guerra dei Peloponneso[70], e rendono più chiare e visibili le vere cagioni della guerra e, mediante il contraccolpo che essa aveva all’interno, il suo vero rapporto con la struttura sociale del tempo.
Nel suo discorso, Pericle metteva bene in sodo quanto utile fosse il dominio del mare, ed aggiungeva come, considerando ciò più dappresso, occorresse non curarsi della campagna e delle case ed aver cura invece del mare e della città[71].
Dal punto di vista collettivo e della grandezza pubblica di Atene, il modo di vedere di Pericle era giusto. Nel mare stava la potenza di Atene: nel mare era tutto il segreto della sua forza, sì nel passato che nell’avvenire. Analiticamente lo avea già dimostrato l’oligarca autore dello «_Stato degli Ateniesi_» pseudo-senofontèo[72]. «Essi soli degli Elleni e degli stranieri sono in grado di acquistare ricchezza. Se qualche Stato è ricco di legname adatto alla costruzione delle navi, dove andrà a venderlo, se non voglia chi ha la signoria del mare? Se un altro ha abbondanza di ferro, di bronzo, di lino, dove andrà a venderli se non lo permetta chi impera sul mare? Or di queste cose appunto si fanno le navi: da uno si prende il legname, dall’altro il ferro, dall’altro il bronzo, dall’altro il lino, dall’altro la pece. Oltre di ciò, quelli che ci sono avversarî, non lasceranno andare che dove essi hanno l’uso del mare. Ed io dunque, senza affaticarmi, dalla terra ho tutte queste cose mediante il mare. Nessun paese poi ha due di queste cose, nè uno solo ha legname e lino, ma dove il lino è in gran copia, la terra è piana e priva di alberi: nè il ferro e il bronzo si hanno dallo stesso paese, nè da una regione le due o tre altre cose, ma in uno ve n’è una e l’altra in un altro. Ancora, presso ogni paese è una spiaggia, un’isola o uno stretto, così che è lecito a quelli che hanno il dominio del mare di bloccare i continentali e danneggiarli»[73].
E non si arrestano qui i vantaggi derivanti dal dominio del mare: tutto lo scritto sullo _Stato degli Ateniesi_ ne è pieno.
In tempo di pace, intanto la collisione tra le diverse classi della popolazione, che traevano i loro mezzi di sussistenza e i loro cespiti di entrata dal mare e dalla terra, poteva essere evitata o dissimulata ed attenuata; ma, in tempo di guerra, quando veniva la volta di sacrificare al dominio del mare l’uso della terra, o all’uso della terra il dominio del mare, l’antagonismo d’interessi risorgeva e si rendeva tanto più acre quanto più diveniva spiegato e duraturo.
L’interesse collettivo invocato da Pericle diveniva un’astrazione di fronte agl’interessi individuali e di classe realmente offesi.
Lo scritto sullo _Stato degli Ateniesi_ rileva bene questo contrasto. «Ora gli agricoltori e i ricchi tendono maggiormente a tenersi buoni i nemici: il popolo invece, ben sapendo che i nemici non gli potranno nulla bruciare e nulla tagliare, vive spensieratamente e non ha loro riguardo»[74].
È noto come la popolazione ateniese della campagna fu contrariata nel dovere abbandonare i campi ed i villaggi per ridursi nella città di fronte all’invasione nemica[75]; pure, da prima, per un po’ di tempo, anch’essa si rassegnò, se a dirittura non condivise l’entusiasmo della guerra[76].
Era la speranza di una guerra breve e vittoriosa? Era l’ira de’ danni patiti? Era la speranza di maggiori vantaggi?
Erano tutte insieme queste cose, e con esse la suggestione dell’ambiente morale che si era venuto creando.
Ma, quando la guerra accennò ad andare per le lunghe, e le sue molestie e i suoi danni parvero sempre più gravi e più insistenti, venne la reazione contro la guerra, e un vero movimento per la pace, accanito, tenace, appassionato si spiegò come un deciso indirizzo di politica interna ed esterna, dando una fisonomia più accentuata che mai alla non sopita lotta di classe.
Questo tratto della vita e della politica ateniese ci rimane, vivo e parlante, riflettuto attraverso tutte le esagerazioni e gli scherzi della commedia come in uno specchio, in modo tale che niente potremmo desiderare di meglio, nè di più completo.
È il soggetto e l’ambiente delle commedie di Aristofane.
Mai apostolato per la pace fu fatto con maggiore ostinazione, con più ricchezza d’ispirazione, con maggiore varietà di espedienti.
Ed è singolare trovare un tale apostolato della pace in bocca di uno degli uomini più acri, più mordaci, più spietati verso gli avversarî, il cui verso pare dardo e marchio al tempo stesso, fatto per colpire da presso e da lungi, penetrando a fondo nella carne squarciata e imprimendosi come bollo sulla fronte.
Mai forse con maggiore semplicità ed ingenuità di sentimento e di espressioni fu invocata la pace e maledetta la guerra.
«Giammai accoglierò la guerra in casa mia, nè in casa mia, sdraiata al mio fianco, canterà di Armodio. Donna avvinazzata, che, mentre io me ne stava in pace, in mezzo a tutti i conforti, dette la stura a tutti i mali, tutto mettendo a soqquadro, tutto rovesciando, manomettendo! E più le si diceva: _Bevi, mettiti a sedere, accetta la coppa dell’amicizia_; e più dava al fuoco i pali delle vigne e spargeva a viva forza a terra il frutto delle nostre viti.... E come insuperbisce a tavola, sì da gettare innanzi alle nostre porte le piume per far mostra del suo banchetto.
«O Pace, conviva di Ciprigna, la bella, e delle Grazie, le care, come dunque, avendo un sì bello aspetto, te ne stavi celata? Che un qualche Amore, coronato di fiori come nel dipinto, ne congiunga prendendoci insieme; o credi che io sia già troppo vecchierello? Ma prendendoti con me, mi pare che possa ancora fare tre cose: prima di tutto stendere un lungo filare di viti, poi, accanto ad esso, de’ nuovi piantoni di fichi, e finalmente un tralcio di vite domestica; tutto ciò da vecchio come sono. E, tutto in giro al fondo, metterò degli olivi per ungerci entrambi alle feste del novilunio[77].
«Salute, salute, o carissima, come venisti aspettata. Io mi rodo pel desiderio tuo, volendo tornare a’ campi, o divina. O sospirata, tu eri il nostro massimo bene; tu giovavi a quanti eravamo a far la vita dell’agricoltore. Molte cose dolci e liete e care godemmo prima sotto i tuoi auspici: tu eri per gli agricoltori l’orzo abbrustolito e la salvezza. Le viti e i fichi novelli e tutte le piante ti sorrideranno, accogliendoti con l’occhio del desiderio»[78].
Tutto per la pace: le donne sotto la guida di Lysistrata negheranno agli uomini ogni loro lusinga, ogni allettativa, negheranno l’amore[79]; Trygeo farà un viaggio al cielo sul suo Pegaso da burla[80]; con corde e con opera di mano e di zappe si cercherà di trarre la pace dall’antro in cui è sepolta[81]; sacrificî, preghiere, invocazioni saranno usate per richiamarla in terra.
In mezzo alle invettive, alla caricatura, all’epigramma che non perdona, il desiderio della pace porta un alito nuovo. Si sente l’aria sana de’ campi e un sentimento schietto, sano, vigoroso della natura feconda, della terra che produce, della campagna che si rinnova.
Il frinire delle cicale, la gioia sacra della seminagione, la pioggia benefica, il fuoco che scoppietta al chiuso, l’inverno, l’intimità della vita agricola con i suoi piccoli piaceri tornano tutti, anticipati e animati dal desiderio, nel canto de’ cori[82].
Ma è appunto questo contrasto rivelato dalla commedia, che mostra gli antagonismi e le insidie della situazione.
A pace conchiusa, il fabbricante di faci si accorge che le sue cose cominciano ad andar bene, e, all’incontro, il venditore di corazze, quello di cimieri, di tube piangono col finire della guerra la loro rovina[83].
Trygeo chiama tutti insieme gli agricoltori, i mercanti, gli operai, i metèci, gli stranieri, gli isolani, perchè l’aiutino a trarre la pace dalla caverna, dove l’ha rinserrata la guerra[84]. Ma quanti di questi dovevano essere sordi all’appello!
Gli antagonismi e gl’interessi discordi degl’individui e delle classi erano tali che costringevano gli uni a vedere la loro vita e il vantaggio nella morte e nel danno degli altri.
Quelli che avevano il monopolio della terra e in genere tutta la classe agricola, tutti quelli che, in maniera diretta o indiretta, scarsa o abbondante, potevano appropriarsi il prodotto della terra, naturalmente, inclinavano alla pace; ma il proletariato cittadino, i commercianti, quelli il cui benessere o la cui vita dipendeva dal dominio del mare, naturalmente tendevano alla guerra.
Era un solo e necessario indirizzo egoistico, i cui punti di applicazione soltanto erano diversi; erano due forme di parassitismo, di cui l’una si svolgeva all’interno, l’altra all’esterno, e l’una non avea occhio e considerazione per l’altra. Una società, in grembo alla quale questi diversi indirizzi operavano e si svolgevano, necessariamente veniva a trovarsi in uno stato di equilibrio instabile e gravitava continuamente verso la guerra, lo strumento più rudimentale e meno dissimulato di parassitismo.
Questo stato d’inquietudine e di conflitti interni era più accentuato, quanto più uno degli indirizzi opposti, la tendenza alla guerra, si faceva più spiegato. Questo stato di malessere, che costituisce un vero capitolo di patologia sociale, ci è appunto descritto da Tucidide, come conseguenza della guerra del Peloponneso in alcune delle sue pagine, che sono delle più efficaci e profonde e più obbligano a pensare.
Ad un punto, Tucidide si credeva abilitato a tirar fuori la natura umana, mentre pure egli stesso avea e poteva trovare ne’ fatti stessi raccontati la ragione de’ fatti. Ma non si può far colpa a Tucidide di aver cercato, ventitre secoli addietro, in una astrazione, in una immutabile natura umana indipendente da tempi e da luoghi, quella causa de’ fatti che anche oggi vien cercata da tanti a questa astratta natura umana piuttosto che alla condizione temporanea e concreta di uomini viventi in una data società con una determinata struttura economica.