La guerra e la pace nel mondo antico
Part 4
Senonchè l’azione di Sparta si dirigeva sugli effetti, mentre alla costrizione sua, ed a qualunque altra, sfuggivano le cause vere, permanenti, che con loro azione lenta ma continua, se anche dissimulata, mutavano la faccia e la base del mondo ellenico; e, mentre Sparta era tutta assorbita in quest’opera di pura conservazione, l’incremento continuo delle colonie allargava i termini e il campo del mondo ellenico, il commercio si estendeva acquistando un’importanza sempre più prevalente, il centro di gravità della vita e della potenza politica si spostava verso il mare, e la lega marittima sorta dall’urto, nell’aspettativa così pauroso, dell’invasione persiana, sfuggiva di mano a Sparta per divenire l’imperio marittimo di Atene ed elevare di fronte a Sparta la rivale più potente, più fortunata, più gloriosa.
La guerra del Peloponneso, la grande guerra incendiatrice di tutta la Grecia, era quindi alle viste; e da’ mirabili discorsi, che Tucidide mette in bocca agli ambasciadori corintî, agli ateniesi, a Pericle, ne appare subito — al disopra delle cause occasionali — il carattere inevitabile e decisivo.
Ma da tutti quei discorsi, che pure rivelano e rispecchiano la situazione del tempo e degli Stati, si ha una curiosa impressione, in quanto si vede che, mentre Sparta è il centro su cui si appuntano tutti gli sforzi, per procrastinare o affrettare, per determinare o scongiurare la guerra, essa è l’arbitra ma non la chiave della situazione; è lo strumento, non l’anima della guerra. Sparta fa la parte di contrappeso, che, venendo meno, trae seco molt’altro nella ruina; è la miccia, che al tempo stesso separa e congiunge il deposito delle polveri e la scintilla, ma, se anche è in poter suo rallentarne l’accensione, non è in poter suo stornarne lo scoppio.
E non può essere considerato come un semplice artifizio letterario, se l’incitamento vivo e replicato alla guerra è messo in bocca agli ambasciadori di Corinto, non solo danneggiata immediatamente nel suo amor proprio e ne’ suoi interessi di metropoli, ma minacciata ancor più nella sua vita commerciale.
In questo discorso posto in bocca a’ Corintî è colto al vivo e messo perspicacemente in luce, sin dall’esordio, il vizio fondamentale della politica spartana di corta veduta, egoista. «La confidenza, o Lacedemoni — essi dicono[45] — che avete nella vostra costituzione e nella vostra concordia vi rende, per così dire, più diffidenti verso gli altri; e da ciò traete una certa saggezza, ma vi conducete con maggior ignoranza quanto alle cose esterne». E soggiungevano poco dopo: «Soli degli Elleni, o Lacedemoni, restate tranquilli non tenendo lontani altri con la potenza ma temporeggiando, e soli non ricacciando la potenza de’ nemici, mentre è sul cominciare, bensì quando si è ingrandita»[46]. Movendo quindi da un concetto opposto delle cose e della vita, che apparecchia la guerra durante la pace nella fiducia o nell’illusione di assicurare con la guerra la pace[47], additavano tutto il pericolo di questi Ateniesi irrequieti di cui «giustamente si potrebbe dire che non sanno aver pace nè la lasciano avere agli altri uomini»[48]. «Ora gli Ateniesi stanno a paro di tutti noi presi insieme e per quanto riguarda la città sono anche più potenti: cosicchè se tutt’insieme, ogni popolo, ogni città, con unanime consiglio non li oppugnamo, ci soggiogheranno, divisi, senza fatica. E, se anche sia spaventevole ad udire, si sappia che l’essere vinti non porta altro che una pretta schiavitù»[49].
E a quest’invocazione de’ Corinti rispondeva da parte degli Spartani una duplice e diversa voce: una, temporeggiatrice, ligia alla politica tradizionale, di troppo calcolata prudenza; l’altra, che, mostrandosi tocca del pericolo degli alleati, credeva di meglio intuire il pericolo proprio e di combatterlo più efficacemente mentre era ancora relativamente lontano. L’una era la voce di Archidamo, che, da un lato preoccupandosi de’ possibili danni impendenti allo stesso Peloponneso, dall’altro della difficoltà della guerra, diceva: «Rispetto a’ Peloponnesiaci e a’ vicini la nostra potenza è di pari natura, e rapidamente si può muovere verso ciascuno di essi: invece rispetto a quelli che abitano un paese lontano e hanno perizia del mare e sono ben provveduti di tutte le altre cose, ricchezza sia privata che pubblica, e navi e cavalli e armi e popolazione, quanti non ve ne sono in ogni altro paese ellenico e hanno ancora alleati molti soggetti a tributo, contro questi come si può sollevare a cuor leggiero una guerra e, in che cosa fidando, si può assalirli impreparati?»[50]. E conchiudeva: «Questi metodi prudenti dunque che i padri nostri ci legarono e de’ quali ci siamo sempre giovati, non li trascuriamo, nè deliberiamo a precipizio, nel breve spazio di un giorno, bensì con calma, di molte vite e sostanze e città e fama»[51].
L’altra era la voce dell’eforo Stenelaida, che con laconica concisione, guardando in faccia alla situazione e riassumendola conchiudeva senz’altro: «Deliberate dunque, o Lacedemoni, com’è degno di Sparta, la guerra, e non lasciate che gli Ateniesi divengano ancora più potenti, nè tradiamo gli alleati, ma con l’aiuto degli dèi moviamo contro gli oppressori»[52].
Così il grande duello fu ingaggiato, un duello, che secondo le condizioni de’ tempi, si potrebbe chiamare anch’esso «della balena e dell’elefante».
E all’elefante rimase la vittoria, ma una vittoria di cui apparve subito tutta l’inconsistenza e la sterilità.
Nella replica a’ Corintî, che Tucidide fa pronunziare agli Ateniesi, questi, facendo la franca notomia della loro sovranità e del malcontento da essi suscitato, dicevano rivolti a’ Lacedemoni: «Voi adunque, o Lacedemoni, vi conduceste rispetto agli Stati del Peloponneso secondo l’utile vostro; e se allora, seguitando a rimanere, vi conducevate come noi nell’egemonia [della lega marittima], sappiamo bene che non meno di noi sareste divenuti gravi agli alleati e vi sareste veduti costretti o a reggere vigorosamente, o a pericolare voi stessi»[53]. «.... E se, rovesciando noi, prendeste voi il comando, subito vedreste cambiato il sentimento di benevolenza che vi siete accaparrato per la paura che si ha di noi, come mostraste nel tenere il comando per breve tempo contro i Persiani; come ancor ora vedeste, poichè voi avete sistemi vostri proprî distinti da quelli degli altri e, uscendo fuori, ciascuno di voi, isolatamente, non si conforma nè ad essi nè a quelli adottati da tutto il resto della Grecia»[54].
Se Atene si era venuta arrogando un potere sempre più assoluto sugli alleati, già aderenti spontaneamente alla prima lega marittima, sino al punto di diventarne la signora; è pur vero che aveva cercato di dissimulare, fin dove era possibile, tutte le durezze di un simile stato di cose con tutti i miraggi e i lenocinî, che fanno tollerare e qualche volta perfino aver cara la soggezione. In Atene tutti quei soggetti, chiamati ancora con uno studiato eufemismo alleati, trovavano come il punto d’applicazione del loro orgoglio nazionale e l’assicurazione del mare dischiuso e garantito a’ loro commerci: da Atene, il loro contributo di denaro e di forze tornava ad irradiarsi come lume di civiltà, come splendore di arte, come gloria letteraria, come ardimento di pensiero; onde la città di Pallade era lume e fuoco di tutta la razza, l’educatrice e il tirocinio di tutta l’Ellade, come la voleva Pericle.
Gli stessi rapporti continui, fomentati da’ commerci, dalle ricorrenti feste religiose, dall’alta giurisdizione ateniese, mescolavano, fondevano, anche, spesso, tutti quei diversi elementi di quell’imperio marittimo, in modo che, come si vide poi, con la lusinga di misure meno vessatorie e sotto forma più attenuata, potè risorgere per così dire dalle sue ceneri stesse.
L’egemonia di Sparta, invece, conservando tutte le durezze del dominio, ne manteneva pure tutte le forme e pretendeva estendere una disciplina rigorosa sugli alleati, che non potevano concepire Sparta — chiusa e impenetrabile a loro, repellente quasi a’ loro stessi contatti — se non come una padrona gelosa, messa in rapporto con gli altri popoli unicamente e specialmente dall’opera dilapidatrice e oppressiva de’ suoi armosti.
Questa mancanza di virtù assimilatrice da parte di Sparta, che le impediva di ringagliardirsi e rinnovarsi assorbendo elementi vitali dall’esterno; questa sterilità del suo predominio, questa incapacità di convertire la stessa vittoria nella conquista e di sapere usare della vittoria dopo averla ottenuta; rendevano di necessità precario ogni suo trionfo, inorganica e incoerente ogni sua creazione politica; e bastava una vittoria come quella di Cnido per iscalzare la sua egemonia e fare risorgere d’un tratto quasi più potente la sua antica rivale, di cui poco prima pur s’erano smantellate le mura, distrutte le flotte, violati il territorio e la libertà.
La stessa lode di mitezza e di magnanimità, che un oratore laconizzante[55] amava tributare a Sparta per avere impedito che Atene, dopo la sua sconfitta, venisse rasa al suolo e spiantata dalle fondamenta, più che a generosità era dovuta a calcolo politico di uno Stato che fondava la sua esistenza sugli antagonismi degli altri Stati e quindi si limitava a deprimere un rivale anzi che annientarlo per conservarlo ancora come una minaccia e un competitore agli altri rivali. Ma questo calcolo appunto rivelava appieno quanto fosse sterile e negativa la politica spartana, inetta a ridurre sotto di sè tutta la Grecia e destinata ad essere solo una forza disintegratrice e dissolvente verso ogni opposto tentativo di unificazione.
A misura, intanto, che gli anni sussecutivi alla guerra del Peloponneso ne venivano svolgendo e mostrando gli effetti, da un lato se ne sentivano tutte le conseguenze disastrose, dall’altro ne appariva sempre più fallita la mira di por fine a’ conflitti dell’Ellade con una guerra decisiva, che mettesse stabilmente l’egemonia in uno degli Stati.
Sicchè alla politica, come oggi si direbbe, «imperialista», politica di conquista, di assorbimento o di dichiarata supremazia; succedeva, con un sentito desiderio di pace, l’ideale di un autonomo particolarismo, per cui tutti gli Stati vivessero in una condizione di mutua indipendenza. E questa politica, che rispondeva a meraviglia agli interessi presenti della Persia e a cui la Persia sembrava aver condotto col tenere in lizza, gli uni contro gli altri, gli Stati rivali, ebbe per opera del Gran Re la sanzione forzata nella pace così detta di Antalcida (387-6 a. C).
Ma, come più diffusamente si rileverà appresso trattando delle vicende della pace e della guerra in Atene, non era quello il tipo in cui ogni Stato potesse restringersi in sè per potere e sapere attendere con le risorse sue proprie a tutte le crescenti esigenze della vita; nè quel particolarismo costituiva l’ambiente più favorevole allo sviluppo degl’interessi commerciali sempre più prevalenti; nè prometteva lo schermo più efficace contro i pericoli e le minacce esterne più o meno vicine.
Così quella riaffermata autonomia con tutte le sue proteste ed aspirazioni di pace tornava a degenerare nella guerra; e l’indipendenza, asserita in diritto, era continuamente violata o minacciata in fatto.
Onde accadeva che Andocide potesse iniziare l’orazione a noi giunta sotto il suo nome col dire (392 a. C.): «O Ateniesi, tutti sapete, mi sembra, come è meglio fare una pace giusta che non fare la guerra; ma non tutti mi sembra che vi accorgiate come gli oratori, a parole, consentono nella pace, in realtà, contrastano quelle cose onde verrebbe la pace»[56].
E al congresso per la pace, tenuto nel 371 a C. a Sparta e finito anch’esso in una guerra, Senofonte poteva mettere in bocca ad uno degli oratori ateniesi, ad Autocle, queste parole: «O Lacedemoni, non ignoro che non vi riusciranno gradite le cose che mi accingo a dire; ma mi sembra che quanti vogliono duratura l’amicizia, che si propongono fare, debbono reciprocamente illuminarsi delle cagioni delle guerre. Voi dite sempre che gli Stati debbono essere autonomi, e intanto voi massimamente vi fate impedimento alla loro autonomia. Poichè, prima di ogni altra cosa, pattuite con gli Stati alleati che vi debbono seguire dovunque voi volete. Or questo come conferisce all’autonomia? Dichiarate la guerra senza prima averne tenuto consiglio con gli alleati e li fate entrare in campagna, così che di frequente i così detti autonomi sono obbligati a combattere contro i più amici. Ancora — ciò che è più avverso di ogni altra cosa all’autonomia — stabilite qua un governo di dieci, là di trenta; e non vi date pensiero che questi governanti governino com’è debito, ma che possano con la forza tener soggetti gli Stati; talchè pare che vi compiacciate piuttosto di tirannidi che non di libere costituzioni. E quando il re [di Persia] prescrisse che gli Stati fossero autonomi, dichiaraste con grande sicurezza, che, se i Tebani non lasciassero ogni città governarsi da sè e seguire le leggi che volesse, non si conformerebbero alle prescrizioni del re [di Persia]; indi v’impadroniste della Cadmea e non permetteste agli stessi Tebani di essere autonomi. Bisogna che quanti si accingono ad essere amici non credano di doversi aspettare l’osservanza della giustizia, per essere essi quanto più possono prepotenti»[57].
Così questa preoccupazione dell’equilibrio politico e dell’autonomia dei singoli Stati, in parte urtava contro la forza superiore delle cose e i casi non preveduti della politica internazionale, in parte diveniva un nuovo fomite di gelosie, di controversie, di dissensi; e il quarto secolo in Grecia riarde tutto di queste guerre in cui a vicenda si dilaniano i varî Stati della Grecia e in cui l’uno fa il giuoco dell’altro, e tutti, sinchè non spunta il predominio macedone, fanno il giuoco dell’Impero persiano.
Intanto dal giuoco di questo equilibrio sempre incerto e sempre spostato — in cui gli amici di ieri divenivano i nemici di oggi e la Persia, con l’esca di corruzioni private e di alleanze pubbliche, la chiamava a combattere in Asia or come amico or come avversario — Sparta era tratta ad avventure e guerre lontane, così poco conformi alle sue forze e alle istituzioni, e avute prima in tanto orrore[58], perdendo in questo nuovo diuturno conflitto uomini, forze, equilibrio interno e la stessa sua ragione di essere.
Le antiche abitudini ne rimanevano ruinate, i vecchi sistemi di vita ne rimanevano scossi, senza che si potesse indurre nell’ambiente patrio una modificazione corrispondente, una innovazione che dell’antica vita mutasse la base e ne costituisse una organica e normale alla nuova. Per un circolo vizioso che suole naturalmente avere origine in questi casi, la guerra diveniva, tanto più un fomite e uno sfogo di speculazione, in fondo a cui vi era la rovina finale ma che intanto costituiva individualmente un espediente. I vuoti, intanto, della popolazione già decimata dalla guerra rimanevano scoperti o mal si colmavano in una condizione economica in cui al crescente dissesto de’ più faceva riscontro la concentrazione delle fortune in una cerchia sempre più ristretta di persone. E questo stato generale dava luogo nel campo politico a un’oligarchia sempre più ristretta, che si potè persino calcolare di quaranta persone[59], a cui d’altro lato corrispondeva un lievito di malcontento, di rivolte, di congiure[60].
Per tal via le città greche, logorate in un mutuo contrasto, si ammiserivano, s’isterilivano, togliendo alimento a quel lume di civiltà, che, dove ancora con guizzi ricorrenti scintillava più bello, pareva simile agli aneliti luminosi della lampada che sta per spegnersi.
Gli Stati ellenici andavano scivolando verso quello stato di cose di cui diceva il poeta:
_Et propter vitam vivendi perdere caussas._
L’impotenza di raccogliere tutte le energie del paese, sia sotto la forma pacifica della cooperazione che sotto quella autoritaria del dominio, faceva sì che i fati della storia — impulso intimo, più o meno consapevole, della società cercante attraverso ogni sforzo un migliore adattamento — passassero in mano al principato macedone, a cui solennemente contrastando resisteva Atene, a cui sterilmente e interrottamente recalcitrando si ribellava Sparta, e che pure, sapendo solo raccogliere nelle sue mani un maggior fascio di forze, si mostrava atto a raccogliere l’eredità della civiltà greca, non per continuarne esso stesso la tradizione, ma per ispargerla, come fa l’agricoltore, seme di una nuova messe, in campo più largo.
IV.
Pace e guerra nell’antica Atene.
Tra i popoli dell’antichità non ve ne è alcuno che più dell’ateniese abbia lasciato così larga traccia, meglio anche che de’ grandi fatti storici, del meccanismo della sua vita interiore, della sua maniera di vivere giorno per giorno, de’ sentimenti, delle impressioni, delle lotte destate dalle sue stesse condizioni materiali di esistenza. Il teatro, la poesia, l’arte in generale, gli oratori, l’epigrafi ne sono, in vario modo, un riflesso e una manifestazione genuina; e la storia di Atene, comunque genialmente trattata, ben lungi dall’essere un argomento esaurito, si presterà sempre ad essere ripresa, specialmente ad ogni mutamento del modo di considerare e d’interpretare la storia.
Le due tendenze alla pace e alla guerra, discordi ed opposte, hanno in Atene un singolare rilievo, e, ad intervalli ma con insistenza, si riaffacciano per tre secoli della sua storia, riassumendo ne’ due diversi indirizzi il grado di sviluppo economico, i bisogni, la potenzialità produttiva, le lotte di classi, le rivoluzioni politiche dello Stato.
Tra il settimo e il sesto secolo, sull’aurora, si può dire, della storia ateniese, quando la tradizione vaga e leggendaria comincia a farsi più sicura e distinta, subito si presenta questo conflitto, rispecchiato in uno de’ più antichi, se non nel più antico documento della letteratura ateniese.
«Io stesso venni, araldo, dall’agognata Salamina, portando sulla piazza il ben composto mio canto.
«Oh, fossi io allora Folegandrio o Sicinite piuttosto che Ateniese, scambiando la patria; perchè potrà presto accadere che si cominci a dire tra gli uomini: Costui è un Ateniese, di quelli che furono cacciati da Salamina».
«Andiamo a Salamina, combattendo per l’isola ambita, scuotendo da noi la vergogna sì triste a sopportare»[61].
È l’elegia di Solone: sono anzi i frammenti dell’elegia di Solone, poveri ruderi e scarse reliquie; ma, attraverso di essi, la mente ricompone il passato come, alla vista di un basamento seminascosto dall’edera e di un capitello spezzato ricostruisce idealmente un tempio antico.
La critica ha spogliati questi versi della leggenda, che la fantasia popolare o quella de’ novellatori, era venuto tessendo intorno ad essi[62]. Non tutti sono d’accordo nel ritenere se quella elegia risponde ad un impeto di ardor giovanile, oppure, così ardente com’è, fu l’espressione di un’anima che si serbava ancora agile ed entusiastica in un corpo invecchiato[63]. Non si può giungere, altro che per induzione, a dire come e quando Salamina venne in mano di Atene, e se fu il premio di una guerra vittoriosa di Solone o di Pisistrato, o, meglio, un fortunato acquisto dovuto a maneggi politici ed arbitrati[64]. Tutti questi dubbi e queste incertezze possono essere più o meno dissipati: in ogni modo, attraverso i pochi versi solonici, si vede bene sullo sfondo del sesto secolo tutta la situazione politica, interna ed esterna, dell’Attica.
Questo paese, i cui colli e le cui coste non si sono ancora andati rivestendo di olivi, di fichi, di viti, è, finchè l’opera umana non ne svolga gli ascosi tesori, povero ed infecondo. Rimpetto alle limitate pianure, benedette da Demetra ed ove Demetra ha culto, stanno le pendici arse o selvagge, che male alimentano dal loro sottile strato di terra vegetale il frumento e per cui meglio s’aprono il sentiero le capre e i loro custodi. Ma da quelle stesse pendici e dalle cime de’ colli, quanto più la popolazione cresce e più si sente il disagio della vita, si guarda con maggior senso d’invidia e con ardore di desiderio più grande a Salamina, quella che anche più di Egina potea dirsi un «_pruno nell’occhio del Pireo_»; si guarda agli umidi ed infiniti sentieri del mare, cantati dal vecchio Omero e solcati ora a gara dalle navi di Egina e da quelle di Megara. Il bisogno dell’alimento, l’aspirazione al benessere, il desiderio di trovare sfogo all’energie crescenti in secreto e anelanti a rivelarsi, divengono inconsapevolmente la nostalgia del mare, il patriottismo e il sentimento dell’onore cittadino, come ne’ versi di Solone. La prudenza e la circospezione vengono in lotta con il bisogno di espansione e con lo spirito di avventura; il desiderio dell’indispensabile o del meglio lotta contro l’inerzia del soddisfatto; la corta vista del campagnuolo urta contro i più larghi orizzonti del cittadino; il ricco proprietario del piano e il piccolo proprietario ruinato della montagna, l’usuraio della città e il marinaio della costa, l’artigiano e il proletario vengono naturalmente in contrasto tra loro e costituiscono il soggetto e lo strumento degli antagonismi che domineranno ed animeranno tutta la politica interna ed esterna dello Stato.
Raccogliersi ne’ propri confini, tarpare le ali alle ambizioni e alle brame, estrarre dal seno del proprio paese tutto quanto potesse dare, rassodare e perfezionare all’interno tutta una struttura politica, che, sotto l’ègida di un diritto positivo, facesse di una classe la dominatrice di un’altra: — ecco la divisa e l’indirizzo di quelli che, monopolizzando le forze produttive del paese, si sentivano naturalmente tratti a favorire una politica di raccoglimento.
Rendere più agevoli i mezzi del proprio sostentamento e più proficuo l’impiego di tutte l’energie; risolvere all’esterno quel problema, che all’interno si poteva risolvere solo limitatamente, a vantaggio di pochi e a danno di molti, e fare perciò del popolo ateniese il parassita di altri popoli col commercio, con la conquista, con la supremazia; tentare quindi nuove vie, irrompere al mare, spezzare la cerchia in cui vicini e rivali tenevano stretta l’Attica: — ecco il programma e il partito di quelli, a cui era precluso il possesso della terra, o che nella terra non trovavano impiego sufficiente alla propria ricchezza e alla propria energia, o che, in una struttura sociale eminentemente parassitaria, lungi dall’essere i parassiti, erano destinati, in patria, a dare a’ parassiti alimento.
In questo contrasto sta tanta parte della storia ateniese e non della storia ateniese soltanto, i cui caratteri sembrano come virtualmente contenuti in questo inizio del sesto secolo, nel quale, per la prima volta, in forma sicura e distinta, Atene ci si presenta sotto questo aspetto. E la prevalenza di uno o di un altro indirizzo, con tutte le conseguenze politiche interne ed esterne che ne derivano, dipende dalla possibilità di un diverso stato di prosperità interna e di una diversa distribuzione della ricchezza. Gl’istinti più o meno bellicosi, le forme di potere più o meno accentrato, le lotte di classi più o meno prepotenti avranno come misura e come condizione lo sviluppo più o meno sufficiente delle forze produttive interne, la necessità di trarre da’ paesi esterni i mezzi per soddisfare a’ proprî bisogni, il benessere più o meno diffuso e più o meno agevole a raggiungere, la tendenza più o meno sviluppata a qualsiasi genere di parassitismo.
La necessità o la convenienza di vivere di _preda_, o, comunque, del lavoro altrui, fomenteranno, per via diretta o indiretta, la guerra; l’abitudine e la facilità di vivere del lavoro proprio tenderanno sempre più a renderla meno frequente e ad eliminarla.